CAPITOLO XXIX.

—Leggete! leggete!—gridarono dal teatro trentamila voci.

Il Presidente sciolse il piego, gettò uno sguardo sulle cifre, e pallido, con voce tremante, lesse quanto segue:

«Malthus redivivo suicidatosi ignote cause, attendonsi schiarimenti.

«Il seniore SAFFUS».

—Impossibile! assurdo!—urlò il Relatore con accento irritato; maledetta la Stefani!

—Maledetta la Stefani!—rispose la folla con sdegno.

—Silenzio!… Un secondo telegramma!

Il Presidente si fece innanzi, e lesse:

«Suicidio Malthus avvenuto nel palazzo marchesa Sara Jobart sua antica amante. Giornali pubblicano lettera autografa. Pare che forti disinganni spingessero illustre uomo a procacciarsi sonno più duro.

«Seniore KEMPIS».

—Assurdità! assurdità!—si mormorava da ogni parte;—attendiamo una formale smentita.

Ma ecco, nel mormorio generale, spiccano delle grida più acute; ifolletti di cittàguizzano tra le panche, saltano sui parapetti dei palchi, inondano il teatro di giornali.

Di là a pochi minuti, in un tetro silenzio, quelle trentamila persone adunate pel Comizio leggevano la lettera lasciate da Malthus:

«Correligionarii e fratelli,

«È stato un errore; tanto più illogico e imperdonabile a noi, che, professando i principii delnaturalismo, pur nullameno abbiamo tentato di violentare la natura. Quando io mi sottoposi alla prova dell'assideramento, mi ero lasciato vincere da un orgoglio insensato. Ho creduto che la mia esistenza fosse necessaria al bene comune; non ho riflettuto che l'individuo conta per nulla, che i progressi della umanità si compiono pel concorso simultaneo di tutte le forze viventi. È necessario, perchè ognuno mi comprenda, che io esponga la diagnosi delle mie impressioni. Lo farò sinceramente e colla maggior brevità possibile. Quando i fratelli, esecutori fedeli del patto tradizionale, vennero or fanno tre giorni a risvegliarmi dall'assopimento, al mio primo risveglio io provai un senso di melanconica sorpresa. Mi si affollarono nella mente le idee colle quali mi ero addormentato mezzo secolo addietro; mi meravigliai grandemente nel vedere intorno al mio letto di granito delle figure a me ignote; domandai che fosse avvenuto dei fratelli i quali la sera innanzi mi avevano aiutato a coricarmi.

«—Avete dormito cinquant'anni,—risposero ad una voce gli astanti.

«—È vero! è vero!—risposi io raccapezzando le confuse memorie:—infatti… quella sera… i fratelli… gli apostoli… Ma, voi! voi, chi siete? Perchè quegli altri non sono al mio fianco?

«—Quegli altri—mi risposero—sono morti; e noi, eredi della tradizione, li abbiamo sostituiti.

«Io guardava con meraviglia e tristezza quei sembianti sconosciuti. Essi mi parlavano dei grandi progressi sociali avvenuti nel corso di mezzo secolo, mi annunziavano il prossimo trionfo della riforma naturalista, mi promettevano ovazioni, glorificazioni, quali nessun orgoglio umano avrebbe osato sognare. Io li ascoltava attonito, quasi svogliato. Portai la mano sul petto e ne trassi un medaglione sul quale era impressa l'effigie di una giovane marchesa da me adorata. Mi sovvenni che gli antichi fratelli si erano opposti al mio desiderio di metter a parte quella impareggiabile donna della misteriosa operazione che doveva per tanti anni tenermi disgiunto da lei. Si voleva che il segreto della mia assiderazione rimanesse esclusivamente affidato ai pochi apostoli; temevano che ella, per impeto di dolore e di amore, potesse tradirci. Con quali palpiti di gioia ribaciai quel ritratto!

«—Orbene!—esclamai;—prima di rientrare nel campo delle agitazioni politiche, prima di abbandonarmi alle glorificazioni da voi promesse, io mi debbo a colei che occupava tanto posto nel mio cuore, che forse mi avrà pianto per morto, che forse non avrà mai cessato di attendermi. Sapete voi se esista ancora a Parigi quel portento di bellezza, di grazia e di spirito, che si chiamava la marchesa Sara Jobard?

«Gli apostoli si scambiarono uno sguardo di sorpresa e per poco non scoppiarono in una risata. Uno dei seniori, che penava molto a serbarsi serio, si volse ai fratelli dicendo:

«—È giusto che ogni sua volontà venga da noi soddisfatta; rimanderemo il Comizio a sabato prossimo, e frattanto accompagneremo a Parigi l'illustre redivivo, e lo aiuteremo a raccogliere le informazioni che tanto lo preoccupano.

«Ciò convenuto, uscimmo dalla cava granitica, e ci trovammo dinanzi ad una carrozza sormontata da un pallone aereostatico.

«—Cos'è questo?—domandai.

«—Una volante di seconda portata, il veicolo che in meno di un'ora ci condurrà sulla piazza massima di Parigi.

«—E voi pretendereste che io salissi in quel cassone?—esclamai arretrando;—ma dunque… non vi son più ferrovie?… non vi sono locomotive elettriche?

«—Tali mezzi di trasporto—rispose il seniore, scambiando cogli altri apostoli un'occhiata di meraviglia—oggimai fanno esclusivamente il servizio peinullabbienti.

«—Ebbene! trattatemi pure da nullabbiente,—gridai io—ma in quella baracca sospesa nell'aria, io, Malthus, vi prometto che non sarò mai per ficcarci il mio nobile individuo.

«—Con tutto il rispetto che da noi si professa al vostro nobile individuo—rispose il seniore dopo essersi consultato coi fratelli,—noi non possiamo dimenticare il mandato perentorio del Gran Maestro dell'ordine; le ore sono contate, il tempo vuol essere misurato; vi abbiamo accordato una proroga di tre giorni; ora conviene affrettarsi.

«E prima che io potessi muovere due passi per discostarmi, quattro fratelli mi afferrarono pel torso, mi sollevarono, mi immersero nella cabina della volante.

«Che dirvi di quel viaggio? Non impiegammo che un'ora per tragittare dal Moncenisio a Parigi, ma quell'ora è bastata a svelarmi l'orrore della mia situazione. Il linguaggio di quegli apostoli che mi parlavano dei loro disegni, che mi interrogavano, per prender consiglio, il più delle volte mi riusciva incomprensibile. Basta dunque un mezzo secolo a corrompere ogni idioma, ad alterare perfino le inflessioni della pronunzia? Essi accennavano ad istituzioni, alludevano ad avvenimenti a me ignoti; nominavano scrittori e scienziati vissuti nell'ultima metà del secolo; citavano libri usciti recentemente e già quasi obliati da' contemporanei, e parevano meravigliati ad ogni tratto della mia ignoranza, d'altronde naturalissima in chi aveva dormito pel corso di cinquant'anni. Quand'io ricordava i miei tempi, essi sbadigliavano o sorridevano con ironia. Dopo avermi quasi idolatrato, erano, in meno di un'ora, passati dalla adorazione all'indifferenza sprezzante. Arrivando a Parigi, al momento in cui si scendeva dalla volante, uno dei seniori disse all'altro sommessamente:

«—Mi pare che l'assideramento abbia imbecillito il Profeta.

«E l'altro:

«—È a credere che egli già fosse imbecille prima di intorpidirsi; a que' tempi la fama di illustre si acquistava a buon mercato.

«Quanti disinganni mi attendevano a Parigi! Invano io cercava nella folla dei balovardi qualche sembianza nota. In quella città ch'era stata il teatro dei miei primi trionfi; in quella vasta metropoli, dove un tempo ero additato e salutato da tutti, io non vedeva che sconosciuti, non incontrava che occhiate indifferenti o beffarde. Il mio modo di parlare, il mio contegno imbarazzato attiravano l'attenzione e provocavano le risa. Nuovo agli usi della società moderna, attonito, sbalordito, io somigliava ad uno di quei gaglioffi montanari, che dopo aver vissuto quarant'anni fra le capre, si trovano balzati in una splendida capitale, nel faragginoso brulichio della attività cittadina. Urtava nella gente; mi pareva strana ogni foggia di vestito; mi arrestava istupidito dinanzi alle statue che rappresentavano personaggi divenuti famosi negli ultimi tempi. Gli edifizii recenti, gli spazii aperti dalle demolizioni, i nuovi nomi delle vie sostituiti agli antichi, mi imbarazzavano siffattamente, che io mi stringevo colla mano alla zimarra dei colleghi per paura di smarrirmi. Fui condotto ad un albergo. I fratelli incaricandosi di andare al palazzo di città per attingere informazioni sul conto della marchesa, mi lasciarono solo. Allora io trassi dal petto l'effige della mia Sara, e contemplando, ribaciando mille volte le angeliche sembianze di quella tanto cara, diedi in uno scoppio di lacrime.—Avrò io la consolazione di rivederti, o creatura adorata?—E dopo questo, mi sentii assalito da una tetra melanconia. Le più amare riflessioni si succedevano nel mio spirito.—Perchè son venuti a ridestarmi? Di qual modo potrò io riannodare la mia alla esistenza di questa generazione? Non si vive bene che fra i contemporanei; la gente che ora mi brulica dattorno rappresenta la mia posterità. Nulla oggimai vi può essere di comune fra me e costoro. Io non li comprendo; essi dovranno deridermi. In un mezzo secolo si rinnovano le idee, le tendenze, le istituzioni. Chi non ha preso parte alla graduale metamorfosi, non può essere capace di apprezzarla.

«Che diverrò io il giorno in cui mi toccherà presentarmi al Comizio per dichiarare la mia dottrina? Potrò io dire cosa che già non sia stata le mille volte ripetuta, con linguaggio più eletto, dai miei correligionarii? Non ho veduto i miei dieci apostoli sogghignare sotto i baffi ogni volta che io dirigeva ad essi una domanda? Io era un dotto, io era un illustre or fanno cinquant'anni, nell'ambiente formato da me e dai miei contemporanei. Trasferito nel nuovo ambiente, in una epoca sulla quale è trascorso lo spirito e l'attività di due generazioni, io debbo necessariamente rappresentare la figura dell'idiota.—Dio… Che vedo? Due figure umane che volano rasenti ai tetti del palazzo di faccia! Sta a vedere che è comparsa nel mondo una specie di uomini alati!

«I fratelli non rientrarono all'albergo quella notte, nè a me diè l'animo d'uscire. All'indomani, verso le 10 del mattino, li vidi entrare nella mia stanza e salutarmi con espressione sì beffarda che fui sul punto di prenderli a schiaffi. Mi annunziarono che la marchesa Sara era in vita, che abitava un sontuoso palazzo in via dei Lunatici, ch'essi l'avevano prevenuta della mia prossima visita. Balzai dal letto: come il cuore mi batteva! Di là a pochi minuti, io saliva le scale del palazzo indicato; i miei apostoli erano rimasti ad attendermi in un salotto al piano terreno. Una giovane e bella cameriera m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, mi pregò di sedere e corse ad avvertire la signora.

«Imaginate con quali ansie io invocava l'amplesso di quella donna, che già si era data a me coi voluttuosi abbandoni dell'amante! Sventurato! Io dimenticava di aver dormito mezzo secolo, poichè quel mezzo secolo per me era stato breve come una notte. Potevo io figurarmi quella donna altrimenti, che vestita delle sue forme giovanili, della sua splendida bellezza?

«La porticella del gabinetto si dischiuse. Il fruscio di una veste di seta mi annunziò che ella entrava.

«—Angelo mio!—gridai gettandomi a terra per abbracciarle la tunica che sporgeva dai cortinaggi.

«—Tu! il mio caro Eugenietto!—rispose una voce rantolosa da vecchia decrepita;—qua dunque un bel bacio! Dio! come sei ben conservato!… Lascia dunque…

«E mentre al mio orecchio ringhiava quella voce da nonna, due labbra di cartapecora si imposero con violenza alle mie, e mi inchiodarono sulla lingua un paio di denti posticci… Io balzai in piedi esterrefatto… Sputai sul pavimento i due corpi eterogenei… e dopo aver guardato fissamente quella scarna figura di ottuagenaria, mi lasciai cadere sul divano come tramortito.

«Era dessa—era proprio dessa—la mia Sara—la mia marchesa—quella che un mezzo secolo addietro mi aveva dato un paradiso di ebbrezze!… Non riferirò tutto quello che avvenne in appresso fra me e quella donna. Noi conversammo due buone ore senza mai comprenderci; quello strano dialogo terminò con una scarica di singhiozzi. Allora la pregai perchè mi fornisse l'occorrente per scrivere. E mentre io, dopo aver scritto poche linee, tornava a lei per congedarmi con un supremo e disperato addio, mi accorsi, all'immobilità del suo corpo, al pallore del suo volto, alla rigidezza della sua mano, ch'ella era morta di sincope…

«La cameriera, che entrerà fra poco nel gabinetto, troverà qui due cadaveri. A lei commetto l'incarico di consegnare ai fratelli il mio ultimo autografo, perchè venga letto al Comizio. Un uomo, per quanto nobile e grande, non ha più il diritto di vivere, dacchè il suo spirito, il suo cuore, la sua esperienza son diventati un anacronismo.

—Che ne dite?—chiese l'Albani al Virey, dopo aver letto.

—Io dico che quell'uomo ha dato, togliendosi la vita, una prova di gran senno. Il suicidio è una delle manifestazioni più evidenti della superiorità dell'intelligenza umana. È nullameno deplorabile che la nostra razza sia tanto percossa dalla infelicità che in molti casi ci convenga invocare la morte quale unico rimedio alle angosce della nostra travagliata esistenza.

Il teatro si andava spopolando, e la gente si disperdeva lentamente, in preda ad una profonda mestizia.

L'Albani, svolgendo il giornale per gettare gli occhi sulla quarta pagina, nella rubrica deiReclami privatilesse le seguenti righe a lui indirizzate:

«In nome della umanità e della religione divina, il Primate Redento Albani è invitato a recarsi immediatamente a Milano nella casa a lui ben nota del sottoscritto per ricevere comunicazione di un importante avvenimento che lo riguarda.

—Perchè così turbato?—chiese il Virey al fratello.

—Io parto per Milano—rispose l'Albani;—volete profittare della mia volante e tenermi compagnia?

—Impossibile. Devo trovarmi a Pietroburgo questa sera per prender parte ad unConsulto finale(36) al letto dello Czarre, gravemente tormentato daicalcoli. Con dolore mi separo dai voi.

—Ci rivedremo?

—Ne dubito. Ho l'anima percossa da sinistri presentimenti. La lettera dello sfortunato Malthus ha scosso la mia fede… Temo che ogni sforzo della scienza per migliorare le sorti dell'umanità sia opera vana. Forse provvederà la… natura.

I due primati si separarano, e ciascuno prese la sua via negli spazii dell'aria.

Il segreto di Cardano.

—Eccomi a te—disse l'Albani entrando nel vestibolo dove lo attendeva il compagno de' suoi giorni di espiazione.

Fratello Consolatore gli stese la mano e lo introdusse nel parlatorio.

—Dio ti riconduce—disse il Levita;—Dio vuol darti un'altra prova della sua misericordia infinita…

—Mettiamo da parte questo tuo fantasima invisibile, creato dall'immaginazione, fors'anco dalla furfanteria umana—interruppe l'Albani con impazienza;—da oltre un mese ho abbracciato la religione dei naturalisti. Il vostro Dio non lo comprendo; io credo nella natura.

—Dio e natura sono due potenze del pari inesplicabili…

—Mi hai tu richiamato per farmi subire una lezione di catechismo?

—No, fratello. Io debbo comunicarti delle notizie importanti. Vedi tu là (e così parlando il Levita accennava ad un letticciuolo), vedi tu là quel bambino di cinque anni che sporge dalle coltrici bianche la sua testolina coronata di ricci biondi?

—Bello come un amore…

—Bello, dovresti dire, come tutti i bimbi generati da una forza di carità sublime. Ah! tu lo abbracci… lo accarezzi… ed egli ti sorride… vorrebbe parlarti… E a sua madre non sarà dunque più concesso di baciarlo!

—Orfano… forse?

—Non può chiamarsi orfano un bimbo che gioisce nelle carezze d'un padre…

—Mio figlio…

—Sì: tuo figlio, nato da quella santa, che un tempo, nel suo umile paesello, si chiamava Maria; nato da colei, che or fanno sei anni, co' suoi vergini baci…

—Maria!—esclamò l'Albani coll'accento della più viva commozione;—ma tu… poco dianzi… dicevi…

—Calmati, fratello! coll'aiuto di Dio e colla forza dell'amore è da sperarsi che noi riusciamo a salvarla. Leggi questo scritto ch'ella ti ha indirizzato. In altra lettera a me diretta quella infelice aggiunge delle spiegazioni che io non tralascerò di comunicarti, se ciò mi parrà utile…

L'Albani spiegò il foglio, lo scorse rapidamente coll'occhio; poi, ricoricato il bimbo sul letticciuolo, esclamava:

—In nome del tuo Dio, in nome della natura, del Padre Eterno, di tutti i diavoli… dell'antecristo… qui bisogna agire… bisogna accorrere… dar l'avviso ai Capi di Sorveglianza… mandar sul luogo dei militi…

—Non affannarti—disse il Levita trattenendo il desolato che correva dall'un all'altro capo della stanza come uscito di senno;—il Consiglio di sorveglianza è informato, i militi sono in marcia. Quello stesso messaggiero che ieri a notte mi consegnò il bambino e le lettere, si è incaricato di far appello agli esecutori di giustizia e di comunicare ai giornali la notizia di un fatto al quale si annodano tanti interessi.

Mentre il Levita parlava, si udì nel vestibolo un rumore somigliante a quello di due grandi parapioggia che si chiudono.

—Eccoli di ritorno!—esclamò con gioia fratello Consolatore.

E uscito per un istante, rientrò nell'aula in compagnia di due gentili figure di giovinetto e di fanciulla, entrambi ravvolti in due grandi ali, che proteggevano, a guisa di manto, le rosee delicatezze dei corpi leggiadri.

Quelle due figure, che in forma plastica e vivente traducevano l'angelo dei cristiani, si chiamavano Rondine e Lucarino. Noi abbiam veduto questi due alati portentosi scendere a volo e sostare sulla guglia maggiore della cattedrale di Milano, il giorno in cui l'Albani produceva il miracolo della pioggia artificiale. L'opera di Fourrier, perfettamente riuscita, consolidata dall'esercizio, prometteva alla specie umana una trasformazione stupenda.

—I due che ti stanno dinanzi—disse il Levita presentando all'Albani quella coppia di alati,—potranno informarti di ciò che ora si sta operando in favore della buona Maria. Dopo averti restituito il figlio, è giusto che essi ti riferiscano sulle sorti della madre.

Lucarino prese la parola:

—Ieri, al cader del giorno, noi traversavamo di volo gli spazii sovrastanti a quel monte gigantesco, sempre coperto di nevi, che si chiama il Gottardo. Essendoci di molto abbassati per sottrarci alle punture dell'aria rigidissima, giunsero al nostro orecchio dei suoni che parevano strida da pappagalli, misti ad ululati da jena.

«Sostammo, e raccogliendo il volo sovra una superficie lucente, che da lungi ci era parsa un enorme ammasso di ghiaccio, il nostro piede avvertì una gradita esalazione di tepore. Immaginate la nostra meraviglia! Noi passeggiavamo sovra una tettoia di cristallo leggermente riscaldato, e sotto i nostri piedi si sprofondavano le muraglie di un vasto palazzo popolato di esseri viventi. Che mistero è codesto? quali saranno gli abitatori di questo immenso edilizio fabbricato sulle alture di una montagna oggimai divenuta inaccessibile?

«Aggirandoci intorno al quadrilatero, osservando, ascoltando, ci avvenne di scorgere una giovane donna che correva, invocando soccorso, fra gli scoscendimenti di una valle poco discosta. Quel grido ci trafisse l'anima; accorremmo, e in meno ch'io ve lo dico, ci trovammo al fianco di quella donna.

«—Se voi siete due angeli—esclamò ella con accento desolato—prendete sotto la vostra custodia questa mia creatura innocente; è un figlio dell'amore, del primo, dell'unico amore che abbia fatto trasalire le mie viscere.

«Così parlando, la tapina ci sporse un paniere, dove tra bianchi pannilini giacea sopito il grazioso bimbo che ora posa su quel letto.

«—Io sono inseguita—riprese ella con terrore;—inseguita da un uomo potente e feroce. Presto! esaudite il voto di una povera madre. Prendete quel fanciullo, dirigetevi su Milano e fate di scendere alla casa di quel santo che si chiama il fratello Consolatore. Nel paniere vi hanno due lettere, dirette l'una al buon Levita, l'altra a colui…

«Ma la tapina non potè proseguire, sgomentata da uno strepito di passi.

«Chi avrebbe esitato? Noi afferrammo il paniere dai due lati, e ansanti, desolati di non poter alla misera donna giovare altrimenti, con rapido volo ci allontanammo dal luogo nefasto.

—Povera Maria!—sciamò l'Albani;—quel Cardano… quel mostro… l'avrà uccisa.

—Egli l'amava troppo per ucciderla—disse il Levita.—Fui io stesso, che consigliai alla povera immolata il più grande dei sacrifizi, inducendola a seguire quell'uomo. Ed ecco, per mezzo di lei, alla provvidenza è piaciuto svelarmi l'autore della misteriosa disparizione di tanti neonati. Sì; avete ragione; Cardano è un mostro; ma egli è uno di quei mostri generati dall'orgoglio e della manìa di sapere, che in tanta copia si producono all'età nostra. Volendo conoscere le prime espressioni della favella umana e studiare gli istinti ingeniti della nostra specie, quello scienziato abbominevole esercitava la tratta dei neonati. Le piccole creature rapite alle madri venivano accolte e allattate da mute nutrici nel vasto edifizio destinato alle atroci esperienze. Parecchie centinaia di fanciulli d'ambo i sessi erano là da parecchi anni a stridere, ad ululare come animali selvaggi, avvoltolandosi nella terra, commettendo tutte le stranezze e gli abbominii suggeriti dall'istinto sfrenato…

—Orrore! orrore!—gridava l'Albani percorrendo la stanza a passi concitati.

—Il dolore delle madri è salito al cielo!—disse il Levita.

—E la giustizia umana compirà l'opera sua—soggiunse Lucarino.—Il fatto è segnalato. A quest'ora, sulle alture del Gottardo, migliaia e migliaia di cuori gridano: morte a Cardano.

—E noi siamo ancora qui?

Ciò detto, l'Albani con ardore paterno baciò in fronte il bambino, e ricoricatolo sul letticciuolo, uscì a passi precipitati dalla casa del Levita.

Deladromo.

In quel giorno all'Assemblea della Unione si discutevano dei nuovi articoli di legge.

Una sensibile trasformazione di partiti si era prodotta nella Camera elettiva, in seguito ai moti anarchici avvenuti recentemente. Gliequilibristitransigevano, e una notevole maggioranza si dichiarava favorevole ad ogni proposta del partitonaturalista.

I seguenti ordini del giorno erano stati approvati per acclamazione:

I. Considerando che le esagerazioni della viabilità hanno negli Stati d'Europa usurpato all'agricoltura tanta superficie di terreno quanta basterebbe ad alimentare annualmente due milioni di famiglie; visto che al trasporto delle derrate e delle merci possono oggidì largamente provvedere le navi aereostatiche e le volanti di cielo; il Governo decreta la immediata soppressione di un milione e ottocentomila chilometri di ferrovia, di strade rotabili esphortene; ordinando al medesimo tempo una leva straordinaria di trecentomila coscritti agricoli, acciò le dette aree improduttive vengano, nel termine di un anno, ridotte a coltivazione;

II. Considerando che al cane ed all'uomo occorrono per sostentarsi degli identici alimenti; visto che ad alimentare ogni individuo canino si richiede la spesa di mezzo lusso al giorno; visto che negli Stati d'Europa esistono attualmente sessanta milioni di cani, il cui mantenimento esige una spesa quotidiana di trenta milioni all'incirca e un relativo consumo di commestibili, evidentemente detratti alla nutrizione della famiglia umana; il Governo decreta l'immediata e totale distruzione della razza canina, da effettuarsi e compirsi spontaneamente dai singoli cittadini, o altrimenti, con ogni mezzo coercitivo, dagli agenti di ordine pubblico.

Perchè un Governo ricorra a tali misure è d'uopo che il malessere generale sia giunto al colmo. E già il rappresentante Cavalloni sorgeva a protestare contro il secondo articolo di legge, dichiarandolo pericoloso alla sicurezza dei cantanti, quando dalla valvula disalute pubblicavenne ad irrompere sulla testa del presidente una pioggia di foglietti.

—Dio ci scampi!—esclamò il Presidente;—abbiamo duemila telegrammi. Leggiamo il primo che ci viene tra le mani; degli altri si incaricheranno i posteri:

«Assembramento minaccioso sulle alture del Gottardo, grande avvenimento politico-scientifico, imminente guerra civile».

—È tempo di finirla!—grida il Casanova levandosi in piedi;—il Governo, colla sua longanimità, non ha fatto che incoraggiare l'anarchia. Io propongo di nominare una Commissione di inchiesta.

—Una Commissione! Una Commissione!—risposero mille voci.—L'onorevole Casanova, si incarichi di comporla e si rechi immediatamente con quella sul campo del disordine.

In meno ch'io ve lo dica, la Commissione era costituita, e gli onorevoli potevano, di là a pochi istanti, contemplare da una volante di prima classe, uno spettacolo non più veduto; il più vasto ondulamento di massi nevosi che immaginare si possa, popolato e stipato di gente come nol fu mai un teatro di capitale in una serata di prima rappresentazione.

Perchè si era adunata quella gente?

Di qua si gridava: morte a Cardano! morte al rapitore di faciulli!

Di là si muggiva: viva Cardano! viva la libera scienza!

Chi sviscera i gruppi, chi riproduce gli episodi di quella scena tumultuosa e fantastica?

Ciò che a noi preme, è di raggiungere i principali personaggi del nostro dramma e di assistere alle estreme peripezie (ohimè! estreme per essi e per tutti) della loro travagliata esistenza.

Eccoli! L'Albani giungendo sul luogo, è riuscito, seguendo le indicazioni di Rondine e Lucarino, a calare sulla tettoia del palazzo di cristallo. Altri padri, esasperati dalla disparizione de' figli, erano accorsi ad abbattere con martelli e picconi l'infame edilizio.

Una breccia era aperta…

Cardano, vedendosi perduto, si disponeva a fuggire traendo seco l'immolata. Quell'uomo amava Glicinia disperatamente, come il mostro soltanto può amare ciò che è bello e perfetto. Mentre egli stava per sciogliere la slitta, dove aveva collocata la sua donna, l'Albani gli fu sopra, gli spaccò il cranio con un colpo di mazza, e stesa la mano a Glicinia, se la attirò al petto per abbracciarla e coprirla di baci.

Sul corpo quasi esanime di Cardano si curvò un uomo esclamando: sventura! sventura! il martello della vendetta ha spezzato un cranio che racchiudeva i più importanti segreti della scienza. Io spenderò un milione di lussi per possedere questa meravigliosa scatola di intelligenza e di sapere.

Quegli che così parlava era il Virey.

Frattanto, l'Albani colla sua donna al braccio tentava allontanarsi da quel luogo facendosi largo colla voce e col manico della mazza.

Il palazzo di cristallo era quasi demolito. Un migliaio di essere umani si agitavano ignudi fra le rovine di quel piccolo mondo sotterraneo, spauriti dalla folla, rifuggenti da ogni carezza, emettendo grida selvaggie. Taluni, i più adulti, mordevano i pietosi che a loro si accostavano. Si vedevano delle ignude fanciulle ancora impuberi avvinghiarsi ai garzonetti parimenti nudi, invocando protezione con gemiti strazianti, con gesticolazioni che parevano licenziose ed erano ingenue. Il monte era letteralmente coperto di persone. I curiosi serrati in battaglione urtavano la massa degli inerti. Tutti miravano ad un punto, anelavano di vedere l'ignoto. Le grida di viva e di morte formavano un tal frastuono che le creste del monte ne oscillavano. Le nevi smosse precipitavano dai culmini più elevati, formando delle valanghe. Nessuno parea preoccuparsi di un singolare fenomeno atmosferico che si andava sviluppando; nessuno pareva accorgersi che il cielo si copriva di nuvole sinistre, che l'aria tratto tratto era scossa da un cupo rombo di tuono.

Eppure lo scioglimento era prossimo, e quale!… Una voce che parlava da un immane tubosaxopelittoecheggiò improvvisamente di vetta in vetta.

—Deladromo! Deladromo!—gridò la folla convergendosi ad una delle creste più elevate del monte, dov'era apparso un personaggio a tutti noto.

A quel grido di moltitudine succedette un silenzio da deserto.

Deladromo (poichè era ben desso, il celebre primate di astronomia, l'uomo acclamato dalla moltitudine) tuffò la bocca nello stromento fonico che centuplicava la sonorità della sua voce, e parlò di tal guisa:

—Mentecatti, buffoni e bricconi della razza superiore, alla quale non mi son mai gloriato di appartenere, ascoltate bene ciò che sta per dirvi chi non vi ha mai ingannati. Questa mattina, alle ore sette antimeridiane precise, il pianeta Osiride ha cominciato la sua corsa di precipitazione verso il nostro globo. Questa corsa periodica, che suole effettuarsi ad ogni scadenza di diecimila anni, si compie inevitabilmente nello spazio di quindici giorni. La qual cosa significa, badate bene, o mamalucchi, che allo spirare di quindici giorni, tutta la superficie del nostro globo sarà sconvolta e rinnovata dalle acque. Io vi annunzio il fenomeno; voi, se le forze vi bastano, provvedete! Ohimè! le vostre forze non basteranno. La superficie terrestre esige di rinnovarsi ad epoche fisse; ciò è nell'ordine indeclinabile della natura. Quali trasformazioni subirà la razza umana nella nuova genesi che sta per iniziarsi? Mistero. Questo solo apparisce evidente, che l'umanità vissuta sin qui, perisce nella completa ignoranza della sua missione fisica ed intellettuale, perisce attestando la sua incapacità a migliorarsi. Tutti i nostri sforzi per giungere al meglio hanno sempre abortito; qualche cosa di abberrato era in noi per condurci costantemente sul cammino dell'errore e della infelicità. Consoliamoci! Fra quindici giorni la nostra generazione sarà spenta, e i nostri successori dovranno ignorare che noi abbiamo esistito, come noi ignorammo la vita delle epoche a noi precedenti. E sarà pel loro meglio; poichè almeno i venturi non erediteranno i nostri errori, le nostre follie, e forse…

Ma una scossa di terremoto che fece traballare il gran monte, impose un termine alle parole dell'astronomo.

Degli enormi crepacci si apersero come voragini sotto i piedi degli uditori. Alcune vette crollarono.

Dio! quante grida di dolore e di imprecazione! E quanti vuoti in quella folla poco dianzi sì compatta! I superstiti non osavano più muoversi, e l'uno all'altro si addossavano per sorreggersi.

L'Albani, uscito incolume da quella scossa, nella slitta del Cardano scivolava dal monte, abbracciato a Glicinia tramortita di spavento.

Fratello Consolatore predicava da un masso: «Cristiani! maceratevi le membra! cingetevi i lombi di cilizii! invocate l'Altissimo! Egli solo è grande… egli è buono».

—Tante grazie della bontà sua!—bestemmiavano inaturalisti.

Antonio Casanova, nella sua gondola aerea vertiginosamente sbattuta dal vento, esilarava, ebbro di sciampagna, i membri infrolliti della Commissione di inchiesta, esponendo la sincera diagnosi della sua vita. «Dal canto mio ho sempre pigliato il mondo come vuol essere preso da ogni persona che abbia senno: ho sempre mangiato e bevuto lautamente; ho goduto quanto si può godere, ho gabbato il prossimo quanto il prossìmo avrebbe voluto gabbarmi; ho vissuto da gran signore rasentando la galera; e i miei concittadini mandandomi alla camera elettiva, hanno dichiarato che ero degno di rappresentarli. Viva dunque il pianeta Osiride! Era ben tempo di farla finita con questa generazione di imbecilli!»

Di là a quindici giorni, giusta la profezia del Deladromo, la superficie del globo terrestre era sparita sotto uno strato di acque.

E al sedicesimo giorno, il pianeta Osiride ricominciò il suo moto ascendente, e le piogge cessarono, e uno splendido sole sfolgorò sulla muta solitudine.

E in appresso spuntarono dalle acque le cime dei nuovi monti; e due esseri umani, forniti di ali, uscendo dall'ultimo battello di scampo, dove l'Albani, fratello Consolatore e Glicinia erano periti, drizzarono il volo ad uno scoglio…

E su quello scoglio, i due alati, che si chiamavano Rondine e Lucarino, con assicelle e fogliami depositati dalle acque edificarono la loro capanna e vissero parecchi mesi di pescagione. E Rondine, di là a un anno, concepì…

E Lucarino si rallegrava pensando: nostro figlio avrà le ali come noi, e così sarà dei nostri discendenti.

E il figlio di Rondine nacque senza ali, perchè l'uomo alato sarebbe un mostro; e Lucarino, turbato da gravi sospetti, pianse amaramente.

E in seguito, Rondine e Lucarino ebbero degli altri figliuoli d'ambo i sessi, i quali crebbero e si moltiplicarono sulla faccia della terra, per rinnovare le stravaganze e le follie delle generazioni ignorate che li avevano preceduti.

Al mio ottimo amico Professore Angelo Vecchio.

I. Perchè quell'uomo si chiamasse AbrakadabraII. Il discorso del farmacistaIII. Il discorso del SindacoIV. Non possumusV. Rassegna delle ideeVI. EurekaVII. Dove conduce il principio di nazionalitàVIII. L'avvenire comincia a beffarsi del presenteIX. Il prete e la donnaX. Una sentenza di morte civile

I. Cinque anni dopoII. AmoreIII. I terrori del genioIV. Il despotismo della legge naturaleV. Meneghini puro sangueVI. Le pillole alimentari di RaspailVII. L'uomo alato di FourrierVIII. La pioggia artifizialeIX. La confessioneX. Petizione civileXI. Due personaggi di tutti i tempiXII. Strategia di un Capo di SorveglianzaXIII Un settario che osserva la leggeXIV. Antonio CasanovaXV. I misteri della nave 2724XVI. Alla Villa ParadisoXVII. Il veto del Gran PropostoXVIII. Catastrofe imprevedutaXIX. Le dimissioniXX. Il chiodo fantasticoXXL Una casa di ImmolateXXII. CardanoXXIII. Sogno di una notte d'estateXXIV. Al Caffè MerloXXV. VendemmiaXXVI. Clara MichelXXVII. Disordine anarchicoXXVIII. MalthusXXIX. Il segreto di Cardano.XXX. Deladromo

(1) A risparmio di note, si stamperanno in corsivo le parole, che rappresentano una nuova istituzione, un nuovo ordine di idee, un trovato qualunque dell'epoca a cui si riferisce la nostra storia.

(2) In tutta la storia delsignorei vocaboli sono usati nel loro significato convenzionale.

(3)Pierittoè un mobile di casa, la cui invenzione data dall'anno 1924. In esso l'uomo può riposarsi, senza piegare il corpo, nè costringere i visceri ed i vasi sanguigni a spostature o pressioni insalubri. L'uomo vi si mantiene costantemente nella sua posizione verticale, appoggiato alle grucce elastiche, su cui le ascelle ed altre prominenze inferiori vengono sostenute.

(4) Scala scivolante, senza gradini, adottata nelle grandi case per risparmio di tempo e di fatica. Per essa gli abitatori dei piani elevati scivolano ai piani inferiori, sboccando nell'atrio o nella via.

(5) Nobiltà ereditaria che si trasmette a quattro generazioni, e nobiltà acquisita o confermata da azioni benefiche.

(6)Chatvue, in lingua cosmica significa il cannocchiale concentratore della luce, le cui lenti danno all'occhio dell'uomo la facoltà di vedere nelle tenebre come veggono gli occhi del gatto. In italiano questo vocabolo potrebbe tradursivisogatto.

(7)L'organetto acusticofu inventato nell'anno 1959 per isvegliare ibrumistie conduttori digondole volanti. Per legge municipale, a ciascun conduttore fu imposto di portare nel cappello l'ingegnoso meccanismo onde evitare gli inconvenienti prodotti troppo spesso dalla sonnolenza briaca. Era un piccolo soffietto da cui partivasi un tubo di gomma elastico posto in comunicazione coll'orecchio del dormiente. Una leggiera scossa della funicella produceva un fischio tanto acuto da svegliare una marmotta.

(8) Nella stagione invernale, in molte città dell'Unionesi accendevano nelle principali vie, riparate da velarii trasparenti, delle grandi stufe, le quali sviluppavano un calore temperato ed igienico.

(9) LaCavaè la stazione delle ferrovie sotterranee che attraversano la città in vari sensi. Queste ferrovie sono destinate al trasporto gratuito dei passeggieri e delle merci. È inutile avvertire che oltre alle ferrovie vi hanno anche altre strade sotterranee, per comodo dei conduttori delle carriuole a mano e delle piccole vetture. Queste servono più che ad altri, agli industriali ambulanti, i quali portano in giro oggetti voluminosi che sarebbero d'ingombro nella città.

(10) Lasedia liquidaè formata di cuscini diguttapercaripieni d'acqua. Duecilindri congelatorimantengono la freschezza al liquido racchiuso, mentre, d'altra parte, il calore della persona che vi sta seduta impedisce la completa congelazione che la renderebbe meno soffice.

Il sistema deicongelatoriè abbastanza noto a chi abbia veduto le macchine recentemente inventate per la formazione del ghiaccio artificiale.

(11) IlConcorso di bellezzaè una istituzione del ventesimo secolo, la quale ha per iscopo il miglioramento della specie umana. Tutte le giovani donne appartenenti allaUnione Europea, dai diciotto ai venticinque anni possono presentarsi aiConcorsi annuali, che hanno luogo nelle città più importanti dei singoli Dipartimenti. Una Commissione composta di cento matrone scelte dalle più illustri e rispettabili famiglie del Dipartimento, esamina e giudica le prerogative delle singole concorrenti, decretando premi per maggioranza di voti. Le ragazze premiate al Concorso sono le più ricercate da chi aspira alla vita coniugale. Questa istituzione ha raddoppiata nelle giovani donne del ventesimo secolo la cura della propria bellezza, assai meno osservata nei secoli addietro pel sotterfugio troppo comodo delle lunghe gonnelle e del crinolino.

(12) Uffiziali di Sorveglianza, specialmente incaricati di tener d'occhio le navi aerostatiche.

(13) Cannocchiale per l'esplorazione delle locomotive aeree.

(14) La fotografia ha fatto immensi progressi nel ventesimo secolo. Il ritrattoponderabilenon solamente riproduce un oggetto, ma è tale, che decomposto chimicamente, fornisce i dati necessari a misurarne il volume e la gravità, nonchè a conoscere la sostanza di cui esso si compone. Una volta determinata la distanza fra l'oggetto che si ritrae e la macchina fotografica, calcolata la diminuzione proporzionale che da questa distanza risulta nell'effige, è assai facile con un calcolo aritmetico stabilire il volume reale dell'oggetto riprodotto. Il medesimo calcolo serve anche per la misura dei pesi. Posto che la sostanza di una nave fotografata, sottoposta alla ponderazione dei chimici, non pesi in tutto che quattro once, questa cifra moltiplicata in ragione della distanza e delle conseguenti sproporzioni fra l'effige e l'oggetto, vi darà il peso reale e positivo che voi bramate conoscere.

(15) Il narratore di questa istoria, riproducendo dei personaggi famigerati o famosi che già figurarono in epoche passate, intenderebbe di mettere in evidenza una delle tante ipotesi o teorie simboleggiate nell'Abrakadabra, cioè che le individualità costituenti l'umana specie sieno in ogni tempo le medesime, sebbene, a norma delle circostanze o delle consuetudini, si manifestino sotto aspetto differente. Così, ogni età ebbe i suoi Neroni, i suoi Caligola, come i suoi Bruti, e i suoi Scevola. Il secolo decimonono diede gli Haynau e i Murawieff proconsoli atroci, più crudeli e più sanguinari di quelli di Roma antica. Fondete in uno Garibaldi e Mazzini: eccovi il Rienzi tribuno. I nomi sono una convenzione del caso, ma i personaggi di tutte le istorie perfettamente identici.—Il secolo decimottavo produsse un Casanova, ciarlatano, barattiere da giuoco, briccone, vera stoffa da Cagliostro, altro furfante famigerato. Riportate al ventesimo secolo un personaggio di tal tempra, sussidiatelo colle nuove scoperte della scienza, dotatelo di singolare potenza magnetica, fornitegli una nave aerea, unchatvue, e tutti i meccanismi della industria contemporanea—e avrete il birbone più completo che mai sia esistito. Il Casanova del secolo decimottavo, cogli uguali mezzi, non sarebbe stato da meno, (Veggansi leMemoires de Casanova).

(16) Gergo canagliesco che si spiega:il valore della somma il luogo dove fu depositata.

(17) La locomotivaerto-ascendentesi costituisce di una catena divagoni ordinariimessi in moto da un gigantesco pallone della forza di ottocento aquile. Immaginate l'immenso aereostata che parte dal vertice della montagna, trascinando, nell'impeto dell'ascensione, una grossa fune, la quale si prolunga fino alla base del monte per congiungersiai vagoni. La fune, girando sovra una serie di carrucole mobilissime aderenti al pendìo, mette in moto il convoglio e lo obbliga a salire. È superfluo avvertire che queste corse ascendenti sono esattamente commisurate alla lunghezza della fune, riuscendo altresì molto facile arrestare il convoglio, alle diverse stazioni, coifreni nodosigià prima intercalati alla fune medesima. Le corse discendenti si effettuano sullo stesso binario senz'altro motore che quello della gravitazione naturale del convoglio, opportunamente frenato dalle corde coibenti.

(18) Lacinta balsamicaè una doppia fila di alberi ed arbusti aromatici, sostituita agli opprimenti bastioni del secolo precedente. Il profumo di questi alberi è un efficace disinfettante dell'aria, sopratutto nella calda stagione. Lacinta balsamicaserve anche nell'autunno e nell'inverno per riparare la città dalla invasione delle nebbie.

(19)Paravento acustico. Non farà meraviglia che un secolo tanto affaticato dalla operosità dello spirito, e per conseguenza tanto nervoso, abbia dovuto ricorrere a mille congegni meccanici per proteggere i sensi e rinvigorirli. Non c'era bisogno di occhiali, prima che l'umanità imparasse a leggere ed a vegliare sulle carte al lume incerto e tremolante della candela—e così pure non venne sentita la necessità delparavento acusticoe d'altri riparatori e rinforzatori dell'udito, prima che il trambusto delle locomotive terrene ed aeree, prima che il frastuono dei grandi apparati meccanici non minacciasse di ottundere anche i nervi più sani.

(20) Formola giudiziaria sostituita all'antico giuramento.

(21) Lareticella vitreaè un tessuto di materie coibenti, e si impiega nei tribunali civili e criminali adisolarei testimoni, onde sottrarli alle correnti di fluido magnetico che potrebbero pregiudicare la libera espressione di un verdetto. È un apparato semplicissimo, tanto semplice, che un arguto lettore dal nome può formarsene un concetto approssimativamente veritiero.

(22) Da oltre mezzo secolo lacremazione dei cadaverivenne da tutta Europa non solamente adottata ma prescritta come base di ogni rito funebre. Al momento di raccogliere le ceneri di un trapassato, accade talvolta di rinvenire nel centro dell'amianto funerario, al luogo ove posava il cuore del defunto, una pietra di color sanguigno più splendida e più dura dell'adamante. La superstizione si impadronì di questo fatto inesplicato dalla scienza, per fabbricarvi intorno le più strane congetture. La bella, splendidissima pietra prese il nome dicarbonchio umano. Si suppose che le molecole vitali del defunto, rifuggendo, per un accidente chimico-elettrico non ancora esplorato, da tutte le estremità del corpo alle regioni del cuore, ivi si cristallizzino per formare il prezioso gioiello, che andò poi nella opinione del popolo acquistando il titolo di talismano onnipotente contro le forze occulte della perversità e della soperchieria umana.

(23) Non si dimentichi che l'ex-barone Torresani rappresenta il principio di reazione, comune a tutte le epoche.

(24) La frequenza dei suicidi e gli orrendi spettacoli che da questi si producono, indussero i governi a stabilire, in ogni centro popoloso, dellepiscinedettedissolventi, le cui acque fosforiche hanno facoltà di consumare in pochi secondi il corpo che vi si immerge. Dette piscine sono ordinariamente situate nelle case di piacere, e vegliate assiduamente da due Immolate, le quali hanno l'incarico di usare ogni mezzo di seduzione per distogliere i suicidi dal funesto proposito.—Veggasi più innanzi il capitolo:Una casa di Immolate.

(25) Ai binoccoli da teatro venne aggiunto un tubo stantuffo, dal quale, con leggiera pressione, si traggono dei suoni acutissimi, somiglianti al latrato del cane, al miagolìo del gatto, ed al fischio di una locomotiva a vapore. Inutile dire a qual uso sia destinato questo istromento, la cui invenzione divenne una necessità dacchè la vastità dei teatri, e più che altro, il frastuono delle musiche perpetrate dal Terzo Wagner rese impercettibili le disapprovazioni a bocca.

(26) Piccolo velario che si abbassa sul palco di chi vuol assistere inosservato ad una rappresentazione. Si compone di una lamina sottilissima di metallo, sulla quale ordinariamente è dipinto un gran volto in caricatura. Nelle occhiaie lo spettatore nascosto appoggia ordinariamente il binoccolo.

(27) Nome delle isole scoperte e occupate recentemente dai Mormoni.

(28) Questo titolo sulle labbra di donna Transita rivela un intento di adulazione naturalissimo in una Direttrice di… Immolate.

(29) Vedi la nota al capitolo XIX.

(30) Zigarorefrigeranteche produce un momentaneo assopimento negli organi simpatici del cervelletto.

(31) Si chiamadesideriumil primo piatto che ai lauti pranzi viene recato sulle mense allo scopo di stimolare l'appetito. Questo piatto suol essere ordinariamente un cinghiale, un daino od un pezzo di arrosto, dal quale esalano gli aromi più eccitanti. Lo si imbandisce al principiare del pranzo perchè la sua vista e le sue esalazioni provochino l'appetito; ma dopo pochi istanti, gli scalchi lo esportano intatto dalla sala, mentre ai commensali delusi viene offerto un cervello di piccione, o un uovo di passero, o una lingua di usignuolo, od altro frammento di vivanda omeopatica che ordinariamente si perde fra i denti. Ildesideriumsuol ricomparire sulla mensa alla fine del pranzo, e allora prende il nome disatietase viene respinto con un grido di orrore.

(32) Con tal nome si qualificarono i giornalisti dacchè i principali uffizi di redazione vennero a stabilirsi nelle botteghe dei parrucchieri.

(33) Tube metalliche, usate dai banditori di città e dagli arringatori pubblici per ingrossare la voce.

(34) Si chiamanosporthenele nuove strade esclusivamente destinate al passaggio dei cavalcatori, dei velocipedisti, dei pattinatori e deicurricoli di svago.

(35) Così era chiamata la città di Napoli.

(36) Nell'Unione Europea, le leggi permettono ai parenti di uccidere l'ammalato, allorquando la malattia venga dichiarata incurabile da seiprimati consulenti.


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