ANFAR. Osi tu forse negare ancor, che di tai beni all'esca colti e delusi i cittadini, in breve non fosser tratti a fero strazio? I campi promessi ognora, e non divisi mai; fatti i ricchi, mendici; entrambi oppressi; negherai tu, che a trasgredite leggi, quai tu nomi le nostre, allor la cruda tirannia di te sol non sottentrasse? E tirannide, in ciò piú ria di tanto, che a se di leggi fea mendace velo.
AGIDE Mentr'io per voi di Sparta in campo usciva, mentre agli Etoli in armi io pur mostrava, con danno lor, nuovi Spartani in armi; d'eforo fatto Agesiláo tiranno, ei commettea molt'opre in Sparta inique. Volete voi del suo fallir me reo? Io la pena ne accetto; ove pur colga d'alcune mie virtudi il frutto Sparta: virtú, che voi, di mal talento pieni, pur negar non mi ardite.—Offeso v'hanno, non di Licurgo le tornate leggi, (tant'io feci, e non piú) ma i crudi modi d'Agesiláo? che fare altro vi resta, che me svenare, e proseguir mie imprese?
ANFAR. E a disfar Sparta Agesiláo ti mosse?
AGIDE A rifar Sparta, io da me sol mi mossi,perché Spartan son io.
ANFAR. Di'; riconosciper vero re Leonida?
AGIDE Conosco un spartano Leonida, che cadde in Termopile morto, con trecento Spartani, a pro di Sparta.
ANFAR. In cotal guisa rispondi tu? La maestá sí poco del senato e degli efori rispetti?
AGIDE La maestá di Sparta osservo, e adoro,nel risponder cosí.
ANFAR. Colpevol dunquetu ti confessi?
AGIDE E me colpevol tieni tu, che mi accusi?—Omai si ponga, omai fine si ponga al simulato gioco. Discolpe io do pari all'accuse. Io venni quí, per mostrare anco ai nemici miei, ch'io cittadino re, per quanto il possa soffrir l'altezza d'animo innocente, spontaneo me sottomettea pur anco delle leggi all'abuso.—Or, quai che siate, udite, o voi, le mie parole estreme.
ANFAR. A udir, che resta?
AGIDE Assai, ma in brevi detti.
ANFAR. Nulla dei dire…
AGIDE Eforo tu, le leggi non rimembri, o non sai? Parlano a Sparta gli accusati, se il vonno. Odimi dunque tu stesso, e taci.—E voi, Spartani, udite.— In errar sete or da piú cose indotti: d'Agesiláo l'oprar, d'Anfare i gridi, di Leonida l'arte, il tacer mio, tutto a gara ingannovvi. A tal siam giunti noi tutti omai, che a trar d'errar ciascuno, egli è mestier ch'Agide pera. Io stesso giá potea di mia mano a me dar morte libera e degna; ma, il fuggir di vita, reo presso voi fatto mi avria. Ben certo era, e sono, in mio cor, che infamia nulla, bench'io soggiaccia a giudici qualunque, mai non fia per tornarmene. Lasciarmi trar vivo io quindi a' miei nemici innanzi sceglieva, e stovvi. Che il morir non temo, vedretel voi: ch'io vendervi ancor cara potrei mia vita ove il volessi, noto faravvel tosto di adirata plebe il terribile grido: in fin, ch'io tengo piú in pregio assai, che non me stesso, Sparta, ven fará certi il morir mio.—Vi esorto, e vi scongiuro, a trarre dal mio sangue l'util di Sparta, e il vostro. I campi, e l'oro, che la mente or vi acciecano, e di pochi in man ridotti, ai possessori al pari fan danno, e a chi n'è privo; i campi, e l'oro, per non voler dividerli coi vostri concittadini, a voi fian tolti, e in breve, dai nemici. La plebe, a voi sí vile perché mendica; la spartana plebe, che abborre voi ricchi possenti e forti piú delle leggi, è molta; aspra la stringe necessitá feroce. Ove a voi giovi rimembrar, che di Sparta e di Licurgo figli son essi al par di voi, ben ponno splendor di Sparta esser costoro ancora, e in un, di voi salvezza. In altra guisa, Sparta e se stessi annulleranno, e voi. Maturo è omai, credete a me, maturo è il cangiamento: il ciel non vuol ch'io 'l vegga; ma vuol ch'ei segua: ad affrettarlo è d'uopo d'Agide il sangue, e il sangue Agide dona. Di voi pietá, non di me, sento: e queste, parole son d'uom che morir sol brama, e che non reca altro desire in tomba, che di salvar la patria sua. Giá posto d'Agide in salvo il nome: a far me grande, ch'altri ad effetto i miei disegni adduca non fia mestier; anzi, gran parte invola a me di gloria il riuscir d'altrui, dopo il tentar mio vano. Ultimo sfogo di vostra rabbia, il mio morir sia dunque; di vostra invidia spenta il frutto primo sia la virtú ripatríata, e l'alte divine leggi di Licurgo in forza tornate, e la spartana eccelsa gara di patrio amor, di libertade, e d'armi.
POPOLO Grande è l'animo d'Agide: ingannatiforse noi fummo…
ANFAR. Il sete, ora, da questisediziosi detti…
AGIDE Efori, or quanto vi avanza a dir, m'è noto.—Appien compito ho di un re cittadin l'ufficio estremo. Io riedo al carcer mio, dalle cui mura nulla uscirá d'Agide omai, che il nome.
POPOLO Ei qual reo non favella: è forza averne maraviglia, e pietade.
LEON. È ver, Spartani: sedotto ei fu da Agesiláo; par degno di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso da voi, per lo mio genero; per quello, che la vita salvommi…
ANFAR. Or stai davanti al senato ed agli efori: con essi parlar tu dei, Leonida. Le tue ragion private ai pubblici delitti non tolgon pena; né il perdon precede mai la condanna.
LEON. Io, non che darla, udirla né pur vo' dunque. Agide a morte porre non volli io, no, benché morire ei merti. Trarlo fuor dell'asilo, udirlo, e innanzi ai giudici convincerlo; ciò solo importava, ed io 'l feci: altro non resta a far contr'esso.—Ah! se del popol voce, se del re preghi vagliono al cospetto del senato e degli efori, da loro vedrassi (io spero) di clemenza, in breve, nobile al par che memorando esemplo.
ANFAR. Generoso nemico, ottimo padre, buon cittadin, Leonida; compiute egli ha sue parti tutte: a noi le nostre di compier resta.—Agide è reo convinto di maestade lesa: a lui, qual pena giusta si aspetti, efori, il dite.
EFORI Morte.
POPOLO Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti, purch'ei lo stato omai non turbi…
ANFAR. Udite?… Lo udite voi, questo fragor tremendo, che a noi si appressa? In suo favor di nuovo giá tumultua la plebe. Agide vivo, e queta Sparta? ella è lusinga stolta.
EFORI A morte, a morte il traditor ribelle;Agide muoja…
ANFAR. Ei morto fia, vel giuro.— Con la rea sozza plebe ogni aspro incontro sfuggite intanto, o cittadini. E noi, efori, noi la maestá di Sparta con giusto ardir mostriamo.—Olá, schiudete, soldati, il passo. Andiam; né vil, né altero sia il nostro aspetto. Il non temer la plebe, tosto in se stessa a rientrar la sforza.
Interno del carcere di Sparta.
Fere urla io sento, e un immenso frastuono intorno al carcer mio.—Numi di Sparta, deh! salvatela voi.—Duolmi, che un ferro io non serbava, onde troncare a un tempo con la mia vita ogni tumulto. A lungo pur tardar non dovrian quei che a svenarmi mandati avrá Leonida.—Consorte,… diletti figli,… amata madre,… addio. Piú non vedrovvi!… A voi, memoria cara lascio di me… Ma, per la madre io tremo: sta in poter di Leonida… Che ascolto? Chi vien? Si schiude il carcere!… Che miro?… O mia sposa…
AGIZ. Son teco, Agide amato… Dalla reggia del padre or mi sottraggo, ove a custodia ei mi tenea. La plebe, del tuo carcer la strada hammi disgombra; e di vietarmen l'adito i soldati non ebber core.—Al fin son teco.—Io vengo, sposo, a salvarti, ove salvarti io possa; o a morir teco io vengo.
AGIDE Oh dolce sposa!…Il cor mi squarci… Oh quanto il rivedertimi è gioja,… e pena!… A conservar mia vita,(ch'io 'l potrei, se il volessi, con la mortedi cittadini assai) l'amor tuo verotrarmi or solo potria. Ma, il sai, che amartipiú che la patria mia, donna, nol deggio,e tu stessa nol vuoi. Me dunque lasciamorire; e tu, serbati in vita; i caripegni tu salva, i figli nostri…
AGIZ. Invanodi Leonida al fero odio sottrargliio tenterei: barbaro padre; appienonella prospera sorte ora il conosco;nell'avversa ingannommi. A me null'armeriman, che il pianto; egli nol cura: i nostrifigli salvar dalla sua rabbia, o il puoteSparta con l'armi, o nulla il può.—Ma padredovresti almen mostrarti; e, pe' tuoi figli,serbar tua vita…
AGIDE Oh ciel! qual mai mi porti terribil guerra in questo punto estremo? Amo i figli, e tu il sai: ma, non ben certo è il morir loro; e certo fia, che a rivi dei cittadini scorrerebbe il sangue, s'io di forza mi armassi. E questi, e quelli, son figli miei; ma i cittadini sono di un giusto re figli primieri.—O donna, meglio di me, se sopravviver m'osi, tu puoi salvarli. Quel sublime, a un tempo tenero ardir, con cui seguivi il padre; quello, con cui del mio destin ti eleggi farti or compagna; quell'ardir sia scorta a te, per porre i figli nostri in salvo. Per quanto reo Leonida e crudele esser possa, ei t'è padre: ove i tuoi figli fra tue braccia tu stringa; ove il tuo petto agli innocenti miseri sia scudo; cuor non avrá di trucidarli. Ah! corri, vola al lor fianco, in lor difesa veglia; per essi vivi, o sol con essi muori; che al viver piú, nulla ti sforza allora.
AGIZ. Lassa me!… che farò?… S'io te lasciassi,… serbarmi a forza il duro padre in vita vorria;… qual vita! orba di te… Ma, s'anco vivi ei pur lascia i figli nostri, il trono a lor fia tolto… Ah! morir teco io voglio…
AGIDE Donna, deh! m'odi, e acquetati… Saresti madre or men forte, che giá figlia t'eri? L'ira mia non temevi, il dí che il padre seguivi; e i figli, e il tuo consorte amato per lui lasciavi; or, di quel padre istesso tremerai tu, quando pe' figli il lasci? Fuggir tu puoi con essi: assai grand'arme hai contra lui; la tua virtude: hai mille mezzi a tentar, pria di morire. Ah sposa! te ne scongiuro, tentali; ripiglia l'alto tuo core, e non mi torre il mio, coi non maschi lamenti. Or, deh! vorresti ch'io morissi piangendo? ah! no.—Se degna d'Agide sei, non mi sforzare a cosa che sia d'Agide indegna.
AGIZ. E di qual padre fu indegno mai l'amar suoi figli, il porgli a se medesmo innanzi?
AGIDE Ai figli innanzi la patria va. Sacro il mio sangue ad essa ho da gran tempo; ai nostri figli amati tu dei, s'è d'uopo, il tuo donar: ma prova d'amor ben altro ad essi e a me tu dai, se a lor ti serbi in vita. Ancor può molto, piú che nol pensi, il pianger tuo: la plebe, se Leonida no, pietade avranne; e senza spander sangue, a lei fia lieve porre in salvo i miei figli. In somma, pensa, che, te viva, non muore Agide intero. In volgar donna ammirerei, qual prova d'amore immenso e di valor sublime, il non voler sorvivere al consorte; ma da te spero, e da te chieggio, e il dei d'Agide moglie, ad infelice vita tu dei serbarti, intrepida, pe' figli… Piangendo io 'l chieggo; e ti rimanga in core questo mio pianto… Ah! per te sola al fine, e pe' fanciulli nostri, Agide hai visto lagrimar oggi.
AGIZ. Irrevocabil dunque fia il tuo morir?…
AGIDE La mia innocenza è certa.— Prendi l'ultimo amplesso; e ai cari pegni recalo, in nome mio. Di' lor, ch'io moro per la patria; di' lor, ch'ove al mio seggio pervenissero adulti, altra vendetta non faccian mai della morte del padre, che rinnovar su l'orme sue le leggi del gran Licurgo: e se in ciò pur, com'io, hanno avverso il destin, com'io da forti, nell'alta impresa perdano la vita.
AGIZ. Parlar non posso… Io… di lasciarti…
AGIDE Un fido consiglio avrai, nella mia degna madre;… s'ella pur resta!—Or via; lasciami; vanne. Moglie, regina, madre, cittadina, Spartana sei; tuoi dover tutti adempi.
AGIZ. Per sempre?… oh ciel!…
AGIDE Deh! cessa.
AGIZ. Il piè tremantemal mi regge…
AGIDE Deh! vieni: uscita appena,troverai scorta, e appoggio.
AGIZ. Oimè!… Si schiudela ferrea porta…
AGIDE Guardie, a voi la figliadel vostro re consegno.
AGIZ. Agide… Ah crudi!…Lasciar nol voglio… Agide!… addio…
—Me lasso!… Misero me!… quante mai morti in una aver degg'io?… Dolor qual mai si agguaglia al duol di padre, e di marito?—O Sparta, quanto mi costi!… Eppur, Leonid'anco è padre: in cor grato un presagio accolgo, che alla sua figlia ei donerá i miei figli.— Or basta il pianto.—Al mio morir mi appresso: da re innocente, e da Spartano, io deggio morire… Oh come vien lenta la morte!— Ma un'altra volta, ecco, ch'io strider sento del mio carcer la porta?… e raddoppiarsi odo anca gli urli a queste mura intorno?… Che mai sará?… Chi veggio?
AGIDE O madre… Oh cielo!…
AGESIS. Figlio, mancarti all'ultim'uopo mai non ti potea la madre. Io quí ti arreco libertá, di noi degna.—In altra guisa dartela volli; ma quand'era il tempo, ogni mezzo tu stesso a me n'hai tolto.
AGIDE E che? vuoi tu con le spartane grida?…
AGESIS. Sparta invan grida. Il traditor tiranno sí ben munito ha di soldati il loco, che nulla or ponno i fidi nostri: indarno tentan sforzarli; perditor respinti sono, ed inerti, ed avviliti. Innanzi io mi spingeva a' rei soldati in mezzo; fere voci suonavanmi da tergo, per me gridando: «Empj, alla madre ardite tor l'accesso?». Mi vide Anfare allora; loco fe darmi, e quí son tratta.
AGIDE Iniquo!Te pur fra lacci ei volle. Ahi madre! a qualerischio inutil per me?…
AGESIS. Rischio? che parli?Appo il mio figlio, a certa morte io vengo.Vedine, in prova, il don ch'io reco.
AGIDE Un ferro?— Oh madre vera!—Altro desio, che un ferro, per salvar Sparta, e me sottrarre al colpo d'infame man, non accogliea nel petto: e tu mel rechi? oh gioja!—Or dammi…
AGESIS. Scegli: due ferri son; quel che tu lasci, è il mio.
AGIDE Oh cielo!… E vuoi?…
AGESIS. Donna mi estimi, o madre d'Agide, tu? Pochi mi avanzan gli anni di vita: Sparta, che invan salva speri, serva è giá: la tua madre, ov'ella resti, di Leonida è serva. Or parla; io t'odo: osi tu dirmi, che a tai patti io viva?
AGIDE Che posso io dir? son figlio.—O madre, almeno soffri che primo io pera: ancor che serva, Sparta estinta non è; quindi ancor salva, altri può farla. In libertá il mio sangue potrá ridurla forse: ma s'io, vile, per non versare il mio, lasciato avessi sparger per me dei cittadini il sangue, giá piú Sparta or non fora.
AGESIS. In te (pur troppo!)Sparta or si estingue.—Ed alla patria, al figliosopravviver vorrá spartana madre?—Figlio, abbracciami.
AGIDE Oh madre!… Anco m'avanzi nell'altezza dei sensi.—Or dammi, e prendi l'ultimo amplesso. Io lagrimar non oso nell'abbracciarti; che il tuo pianto io veggo da viril forza raffrenato starsi sopra il tuo ciglio.
AGESIS. Agide mio,… sei degno di Sparta in vero;… ed io di te son degna.— Ch'io ancor ti abbracci… Oh! qual fragore?…
LEONIDA, ANFARE, SOLDATIcol brando ignudo,AGIDE, AGESISTRATA.
LEON. Al finevinto abbiam noi.
AGESIS. Che fia?
AGIDE Deh! non scostartida me.
ANFAR. Soldati, ucciso Agide sia,pria della madre.
(I soldati si muovono contr'Agide.)
AGIDE Il tuo pugnal nascondi,com'io, per poco; ed aspettiamgli; e taci.
(I soldati vedendo Agide immobile che gli aspetta,a un tratto tutti si arrestano.)
ANFAR. Or, chi v'arresta? a che indugiate? A forzadisgiungeteli tosto.
AGIDE In noi por mano qual di voi, qual, si attenterebbe?—Il vedi, re Leonida, il vedi? anco i tuoi stessi compri soldati, instupiditi stanno d'Agide a fronte immobili.—Ma, voglio trarti tosto d'angoscia. A te sol'una cosa richieggo.
LEON. E fia?
AGIDE Che intento vegli su la tua figlia, affin che me non segua.
LEON. T'ama ella tanto?
AGIDE Piú che non mi abborri.— Ma te pur ama, e ten dié prova; e in somma, tu sei pur padre: i detti ultimi miei fur questi.
(Brandisce in alto il ferro, e si uccide.)
—Io moro.—Pur… che… a Sparta giovi.
ANFAR. Un ferro egli ha?
AGESIS. Due ne recai.
(Palesa anch'ella il suo ferro, e si uccide.)
—Ti seguo,…o figlio;… e morta… sul tuo… corpo… io cado.
LEON. Di maraviglia, e di terror son pieno…Che dirá Sparta?…
ANFAR. I corpi lor si dennoalla plebe sottrarre…
LEON. Ah! mai sottrarli,mai non potrem, dagli occhi nostri, noi.