XIII

XIII

Ah, dolcezza mia, ch'io ben conobbi, per te, la mia prima ciambella senza buco!...

Ah, dolcezza mia, ch'io ben conobbi, per te, la mia prima ciambella senza buco!...

La sala era grande e cupa. Gli zii mangiavano senza togliere gli occhiali a stanghetta. Allora la casa bianca dai grandi cristalli non era ancora illuminata a luce elettrica.

Dunque, in mezzo alla tavola, non c'era che un lume a petrolio. Ma, per me, c'era Giacometta che aveva tutto il sole ne' suoi capelli biondi. Questo però non toglieva che ci si vedesse poco e che la sala fosse grande e cupa.

Io stavo bene ugualmente perchè Giacometta mi sedeva accanto.

Lo zio Tomaso e lo zio Antonio non ci guardavano neppure, da dietro i loro grandi occhiali a stanghetta; essi masticavano e parlavano di uccelli e di tese e di richiami e di panie e di panioni.

— Sapete Antonio? Bisogna ordinare un po' di quel vischio che ha il Mattirolo. È di ottima qualità.

— Ci ho pensato.

— E bisogna anche andare a Faenza per il mercato degli uccelli. Mi diceva iersera lo Stangone che il Birli ha certe calandre e certi rigogoli da pagarsi a peso d'oro.

— Andremo la prossima settimana.

— E bisogna provvedersi di due o tre civette.

— Non vi pare che sia presto ancora?

— No, questo è il tempo, a volere che la civetta si appasti e cuccuveggi per bene.

— Ma dove trovarle adesso le civette?

— A Faenza.

— Non ce ne sono.

— Come lo sapete?

— Me lo ha detto Stangone, l'altra sera.

— Allora, una di queste notti, andremo noi stessi a cacciarle. È sempre in soffitta il panione per le civette?

— Sì, è sempre in soffitta.

— E il pettirosso è sempre vivo?

— Vive e canta che fa piacere.

— Sapete rifarlo voi il verso alla civetta?

— Io?... Sono maestro!

— Fate sentire.

— Aspettate.

E lo zio Antonio, dopo aver frugato per qualche tempo nelle ampissime tasche della sua cacciatora, ne tolse un vuoto guscio di chiocciola che si pose fra l'indice e il pollice della mano destra. Assestato che l'ebbe con l'apertura in alto, incominciò a soffiarvi dentro gonfiando le gote e ne trasse un lugubre suono che assomigliava mirabilmente alla infernale risata delle civette e al loro stridulo grido. Tale ingratissima musica che urtava me e Giacometta, garbava, all'opposto, in siffatto modo agli antichi zii, che non pensarono di smetterla tanto presto; anzi, passandosi vicendevolmente il vuoto guscio di chiocciola, e vicendevolmente soffiandovi dentro, cercavano nuove modulazioni e nuovi stridori per raggiungere quella perfezione la quale avrebbe permesso loro di trarre in inganno, fino alla loro pania, i notturni volatili che destano il terrore dei fanciulli e delle donne. E ad ogni nuovo tentativo erano approvazioni o disapprovazioni.

Frattanto Giacometta mi guardava con dolcissimi occhi. Io sentivo di essere prossimo al mio celeste meridiano.

Poi da una delle due grandi porte, si avanzò un cameriere che annunziò:

— Una signora è in sala che desidera parlare con loro.

Tomaso e Antonio si levarono sul torso e si fecero bui per manifesta contrarietà.

— Una signora? E che vuole da noi a quest'ora?

— Non ha detto che cosa voglia.

— E non sapete chi sia?

— Dice che il signorino — e indicò il sottoscritto — è suo nipote.

Allora tutti gli occhi mi furono addosso ed io sentii d'improvviso un gelo di morte passarmi per le vene.

Nè più sapevo che dire e che farmi ed avrei avuto un gran desiderio di scivolare sotto la tavola per nascondere in quel buio la mia vergogna e la disperazione mia, quando Giacometta mi strinse un braccio e mi sussurrò con voce timorosa:

— Franzi, Franzi.. è la pazza!...

— Certo... è la pazza! — risposi.

— Non riceverla, Franzi... ho paura...

— Lascia fare a me.

E scambiate queste rapide parole con Giacometta, presa ormai una eroica decisione, mi rivolsi ai due uccellatori che mi guardavano aspettando e dissi loro, press'a poco, le cose che seguono.

— Lor signori mi debbono perdonare, ma a me càpita una disgrazia non indifferente. Abita in casa mia una povera vecchia signora che era tanto innamorata di suo marito da impazzire il giornoin cui questi fu chiamato dal buon Dio nelle regioni del cielo. Pazza diventò allora e pazza è rimasta negli anni; ma non fa male a nessuno. Si accontenta solo di vivere delle sue fissazioni e di vestire come una befana. Fra le altre sue fissazioni vi è questa: si è messa in capo di essere mia zia!... E nessuno è riuscito a convincerla del suo errore. Io sono diventato nipote della signora Adalgisa solamente perchè le ero più vicino. È una fissazione nata per contiguità; la qual cosa non è infrequente. Ora mi càpita, purtroppo, di essere un perseguitato di questa disgraziata donna. Io me la trovo fra i piedi quando meno me lo aspetterei, come questa sera, ad esempio. Non nego che la cosa sia sgradevole... Sì, tanto sgradevole che faccio loro le mie più sentite scuse. Ma, d'altra parte, come si può avversare una povera pazza?... Come si può metterla alla porta?... Sarebbe peggio e la sua mania tranquilla potrebbe tramutarsi in pazzia furiosa... con quale danno alla mia persona, lor signori possono facilmente vedere!... Per questo, e non per altro, sono a pregarli di volerla ricevere e di non dare nessuna importanza a quanto sarà per dire; di assecondarla anzi, sempre pensando che ella non ha niente a che fare con me, e che si tratta solo di una povera pazza.

Lo zio Tomaso e lo zio Antonio si guardarono,mi guardarono, dopo il mio sproloquio, poi uscirono in una risata omerica.

— Fatela entrare, fatela entrare — disse lo zio Pertica rivolto al cameriere.

Il cameriere uscì. Giacometta non rifiatava.

Tutti guardavano verso la porta che si dischiuse ad un tratto. Ed ecco farsi nel vano ed avanzare tutta pompeggiante, la mia barocca consanguinea.

Si era compiuta ancor più con l'aggiunta di una rosa gialla fra i capelli e con un ventaglio di piume gialle appartenute a chissà quale volatile.

Non appena fu su la soglia si inchinò facendo ballare l'ampissimo seno poi, dopo aver sorriso dai piccoli lacrimosi occhi ai bargigli del mento, sostò perplessa e mortificata dal nostro impassibile silenzio.

Stette così qualche istante poi, raccolto fra l'indice e il pollice della mano destra, un lembo della serica veste e messe in mostra le calze e gli scarpini gialli, avanzò di qualche passo e domandò con la sua più piccola voce:

— È permesso?...

Giacometta non trattenne il riso, ma lo zio Pertica rispose:

— Si accomodi.

— Grazie, signore... — riprese donna Adalgisainchinandosi di bel nuovo. — Grazie per la sua finezza!

Mosse ancora qualche passo e, giunta vicino alla tavola si fermò.

Ella certo si era preparata un bello e lungo discorso di occasione; ma l'imbarazzo causatole dall'accoglienza che non si attendeva non le permise di usufruirne, la qual cosa le destò un subito e grande dispetto.

Com'era ben naturale tale dispetto si riversò su di me tanto che, mutato volto e cercata una voce più familiare e cioè più aspra e nemica, mi interpellò come segue:

— E tu non parli?... È così che ricevi tua zia?...

Com'era prevedibile, a tale domanda seguì una sonora risata la quale finì di sconcertare la mia zia color zafferano. Questa si fermò a scrutare il mio volto impassibile, passando quindi a considerare la rubiconda cera dei due uccellatori, dopodichè per non saper più quale atteggiamento prendere, rise a sua volta e disse:

— Hanno ragione di essere allegri!... Sì, hanno davvero ragione!... Si è visto mai, infatti, un nipote tanto screanzato quanto questo mio signor Francesco che non si alza neppure per ricevere sua zia?...

Io solo rimanevo muto e impassibile come mi ero proposto.

— Mi perdoneranno se mi presento così... — riprese donna Adalgisa. — Ero venuta per far la conoscenza di questa Giacomettina nostra!

Si guardò intorno e, afferrata una sedia la trasse a sè.

— Mi permettono?

— Si accomodi!

— Grazie per la loro finezza! Sono proprio stanca. Si figurino che sono stata in giro tutt'oggi per far delle compere e per annunziare il fidanzamento del nostro Checco...

Io la fulminavo con gli occhi, ma ella aveva ormai preso l'abbrivo.

— Se sapessero la mia felicità! Nessuno certo può immaginarla! — riprese aprendo il ventaglio di piume. — Perchè io non ho vissuto che per questo ragazzo e si può dire che mi sono tolto il boccone di bocca per darlo a lui!...

Si sventolò più forte, tanto era il calore che le proveniva dal non poter dire tutto quello che avrebbe voluto e, per non perdere le staffe e mostrare quale e quanto fosse il suo interessamento per quella ch'ella chiamava giàla fortuna della famiglia Balduino, esclamò:

— Ma quanto è bella questa Giacomettina nostra!...

Dopodichè sorrise al lume, agli uccellatori, al cameriere, a sè stessa, che si vedeva riflessa nelpallido fondo di una fra le grandi specchiere della sala. Sorrise e ricominciò, entrando in argomento, questa volta:

— Già, nella vita, l'amore è tutto. Si ha un bel parlare, ma quando l'amore non c'è più, non c'è più niente. Checco lo sa come la penso io. Dopo la morte del mio povero marito che era tutto il miopassatempo...

Veramente l'ilarità ch'ella veniva destando non la confortava troppo e lo si vedeva da certi corrugamenti delle sue foltissime sopracciglia; però siccome, com'ella fermamente credeva, c'era di mezzo il suo interesse, aveva tollerato ed era disposta a tollerare fino all'ultimo, pur di riuscire allo scopo suo che era quello di ficcare il suo rosso naso nelle cose che non la riguardavano edi combinare il matrimonioe di farsi accettare come parente dai signori Maldi.

— ... ho detto passatempo — riprese — perchè il mio povero marito era tutto, per me. Oh, vorrei che tutte le unioni riuscissero come la nostra! Non c'è stato mai niente da dire fra me e Giovanni. È ben vero che la buona moglie fa il buon marito, ma Giovanni era un veroeccesso... sì, volevo dire un esempio, unaepigrafe...

Il carnevale era, quella notte, intorno al lume di casa Maldi.

— Del resto — continuò — a me piace la gente allegra e ridere fa buon sangue!

Ma rideva a denti stretti, il mio giallo spettacolo, e se avesse potuto, avrebbe certo dato la stura a tutti gli improperî della sua ricca collezione.

— I signori debbono pensare che io non ho avuta una grande istruzione e che non discendo da una famiglia così nobiliare come la loro. È ben vero che la buon'anima di mia madre era una contessa Pomaranci; ma non portò in dote alla buon'anima del mio povero padre neppure un quattrino. Anche quello fu un matrimonio di amore. Quando nacqui io, le ragazze bastava che sapessero fare la calza. Per la mia istruzione, i miei, spendevano trenta soldi al mese. Tenetelo bene in mente voi, signor Checco, che vi date tanto peso!... Se io avessi studiato quello che avete studiato voi, a quest'ora sarei Cagliostro!... E non c'è da ridere, perchè è vero!...

Si asciugò due perle sudorifere e riprese:

— Del resto io mi ero permessa di presentarmi a questi signori, prima di tutto per far la conoscenza di questa gemma — e indicava Giacometta — che sarà, domani, l'adornamento del nostro focolare; in secondo luogo per dare una forma... sì, per dare una forma canonica a questo lieto evento!... Checco ha voluto versare nel mio cuore paterno la sua felicità!... Povero ragazzo!... Quandolei era partita ha passato qualche giorno come in un mare di Procuste!... Non mangiava più... era in una continua ubiquità!.. Si fermò, impermalita questa volta, e chiese:

— Perchè ridono?...

Per qualche minuto non potè proseguire e stette sogguardando or l'uno or l'altro come disorientata finchè, colto il momento opportuno, si rivolse a me come una vipera per gridare:

— Mi meraviglio di te, poi, brutto porco!...

Ma donna Adalgisa era più cocciuta dell'ariete e quando si era ficcata un'idea nella sua zuccaccia melonina, non c'era caso che uomini od eventi potessero estirparla. Ella si era presentata in casa Maldi per uno scopo e a quello scopo voleva giungere, tetragona all'accoglienza, alle risa ed alle beffe che le erano toccate.

Ella adunque, dopo aver dette mille altre cose balorde, si pose una mano in seno e ne estrasse un involtino che posò sulla tavola. Poi, rivolta a Giacometta, incominciò a dire:

— Io sono sempre qua per riparare alle bestialità di questo mio nipote che non sa stare al mondo. Come si fa a fidanzarsi con un angelo di questa sfera e non pensare neppure a portargli un ricordino?... Il fidanzamento è una cosa sacra quanto il matrimonio consumato e bisogna celebrarlo con qualche gentile minchioneria... con qualche cosettinada niente, ma piena di onore!... Dunque siccome Francesco non ci ha pensato, ci ho pensato io...

E incominciò a svolgere il piccolo involto dal quale apparve una minuscola scatoletta di cartone.

— Oh, è una cosa che non ha pretese! — continuò; — una cosa degna di Checco che non può permettersi grandi lussi!... Però c'è del buongusto!... Il mio Francesco non si è arrischiato di offrire questa cosettina direttamente ed ha voluto, anche per far le cose in regola, ch'io venissi a portarla per chieder loro, nello stesso tempo, la mano di Giacomettina...

A tale colmo, a tale sfacciata improntitudine, a tale balorda cerimonia che la signora Adalgisa veniva inscenando, io non potei più reggere sì che scattai in piedi e gridai:

— Ma non è vero!... Ma non è vero niente!... Io li prego di non credere a una sola delle tante parole dette da questa donna!...

— Scusa... ma non è pazza?... — chiese Giacometta calma calma. — Allora perchè ti inquieti tanto?... Chi vuoi che le creda?...

— Che cosa?... — gridò la zia Adalgisa levandosi. — Pazza?... Chi è pazza?...

Nessuno le rispose. Ella, tutta accigliata, girò gli occhi intorno e riprese:

— I signori credono forse che io sia pazza?...

— Oh, no!... — risposero gli uccellatori.

— Mi pare che la signorina l'abbia detto, però! Io ci sento bene. E certe cose non si possono dire neppur per ischerzo! Basta... io non voglio far nascere una scena, e mi ritiro come sono arrivata. Però faccio notare a questi signori che non si tratta così una gentildonna!...

Quand'ebbe detto questo si levò e, senza salutar nessuno, si avviò verso la porta. Ma non aveva fatto dieci passi ancora che, presa dall'ira grande che la mordeva dentro, si rivolse di scatto verso di me e mi gridò fulminandomi con un'occhiataccia:

— Con te, poi, faremo i conti a casa, brutto carognone....

E così si licenziò molto nobilmente dalla presenza dei signori Maldi, la mia formidabile zia, squisita gentildonna.


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