XVIII

XVIII

Già, ma ne valeva la pena?

Già, ma ne valeva la pena?

In quel mattino della fine di aprile, tu, Bologna, splendevi ne' tuoi rossi mattoni al sole nuovo e ti allietavi della tua placida gente, via per le piazze e i porticati che ti danno il tuo volto di città discreta, con molte ombre e molti riposati ritrovi per l'amore che vuol nascondersi.

Ridevi nel palazzo di Re Enzo, nel tuo Nettuno che non gocciola più, nel tuo Pavaglione dove passano le figliuole tue più belle e fresche e possenti, nate per l'amore che sempre vuol trovare una nuova canzone.

E se Dante disse male di te, ebbe torto, il padre nostro un poco arcigno; e certo non aveva vissuto il tuo grande e generoso cuore.

E dir male di chi si prodiga è certo un dir male della Divina Provvidenza.

Quando uscii dall'albergo cantavo. Avrei data l'anima mia al primo passante. Sorridevo a tutto e tutto mi sorrideva.

Dove andavo?... Per il sole, per la soavissima mattina di quella fine di aprile. Andavo ad aspettar l'amore. Andavo ad incontrarlo, chè mi pareva dovergli abbreviare la strada.

A quando a quando guardavo l'orologio e mi dicevo:

— Ora sarà a Faenza... ora sarà a Castel Bolognese...

E la vedevo, in un rosso compartimento di prima classe, guardar dal finestrino la campagna che fuggiva, gli occhi assorti sui filari degli olmi, sui festoni delle viti, sulle case, sulle ville, sui turchini dolcissimi colli della nostra Romagna. La vedevo colta dalla mia stessa ansia nervosa che non le permetteva l'abbandono, il riposo; ma la stancava anzitempo in un'attesa snervante.

Mi fermai alla vetrina di un fioraio, sotto i porticati di via Indipendenza. Comprai per quaranta lire di rose che feci mandare all'albergo per Giacometta.

Ritornai all'albergo. In preda a una vera sofferenza fisica, mi trascinai di sala in sala; sedetti su tutte le poltrone, mi abbandonai da un divano all'altro; implorai l'orologio grifagno, il quale si appuntava sempre sugli stessi numeri. Ciascun minuto ebbe il suo profondo sospiro. Certi stiramenti nervosi, che non potevo assolutamente vincere, mi lasciavano in una profonda depressione.

E finalmente mancò un quarto d'ora, mancarono dieci, otto, sette minuti...

Che avrei detto rivedendola? Ah, che non si trovano parole là dove il commosso amore vive la sua prima giornata!... Sentivo che non avrei parlato. Non avevo niente da dire. O meglio: tutto quanto era in me di vita, di spasimo, di sincera offerta, poteva leggersi negli occhi miei, nella mia pallida faccia.

Appunto perchè ogni mia facoltà non viveva che della passione mia. E non c'era posto per altre cose nè per pensieri diversi; nè, i miei diciannove anni, potevano parlare come parlano i trenta, i quaranta, quando l'amore è passato per tante strade e conosce le sue parole.

Io allora ero, appunto, di una semplicità francescana. Ma la giovinezza non si specchia mai alla sua fonte freschissima e non sa compiacersi. Vive e trascorre affannando, finchè non sosti, non si rivolga a guardare e sospiri, ed è ormai per morire!

Non potendo più attendere nella penombra della grande sala a vetri, mi feci sulla porta dell'albergo e vidi arrivare l'omnibus. Veniva dal fondo del vicolo, pencolando, sovraccarico di bauli e di valige.

Io non vidi chi fosse dentro a quel grande cassone a vetri; ma sentii che tu c'eri, Girometta!...

Ti chiamo Girometta perchè sei il fiore della mia canzone; perchè ora, che ti faccio rivivere, ti ritrovo come allora e ti sto intorno con lo stesso commovimento amoroso.

Poi l'omnibus si fermò e ci vedemmo.

Tu ti levasti di scatto dal rosso sedile sporgendoti verso i vetri chiusi; ridendo e agitando le mani...

Io arrivai fino allo sportello del pesante veicolo. Ma prima ne discesero due inglesi, una enorme signora, un funzionario, una dama segaligna e il suo pargolo dai capelli color canapa... poi eccoti eccoti eccoti, mia festante creatura... tormento e amore mio indimenticato!...

Ti offrii le braccia e tu ti gettasti al mio collo.

— Perchè, perchè lasciarmi così?...

Non ti seppi dire il perchè e fu molto meglio.

Dopo, rivolgendoti a una signora di mezza età che attendeva, placidamente sorridendo, dietro di te, mi dicesti:

— Questa è la signora Zeffira che mi ha accompagnato. È una vecchia buona amica nostra.

E alla signora Zeffira dicesti:

— Questo è il signor Francesco Balduino... il mio Franzi di cui le ho parlato.

Ci porgemmo la mano, la signora Zeffira ed io e questo fu tutto quanto si fece fra me e lei.

Quando fummo dentro l'albergo, Giacometta mi domandò:

— Che camera hai, tu?

— Io ho il numero 63, al terzo piano.

Allora Giacometta si diresse albureaue disse al direttore:

— Io voglio stare vicina a mio cugino... questo signore... — e mi indicò. — Mi assegni la camera 62 o la 64.

La signora Zeffira, dietro di noi, aveva sempre il suo placido e disteso sorriso, nè rifiatava.

— E la signora? — domandò il direttore indicando la dama in nero che aveva accompagnato Giacometta.

— E lei? — fece Giacometta rivolgendosi verso la signora Zeffira.

— Oh! Per me fa lo stesso... — rispose la dama dal placido e largo sorriso. E le toccò il numero 72 molto lontano da noi.

Io ero un poco sorpreso, ma guardavo la signora Zeffira, sempre con riverente riguardo.

Quando Giacometta fu per salire, le si accostò un ragazzo che teneva abbracciato addirittura un grandissimo fascio di rose bianche e vermiglie.

— È lei la signorina Maldi?

— Sì...

— Queste rose sono per lei.

— Per me?... E chi le manda?...

Guardò i fiori, corrugò un attimo la fronte poi levò la faccia irraggiata verso di me.

— Tu?...

— Sì...

— Caro caro caro!... Sali... sali con me... ho da dirti tante cose!...

E andammo innanzi; e la signora Zeffira dietro; ma aveva sempre il suo largo e placido sorriso.

Io non so dove siate, ora; nè se la morte vi abbia presa, cara signora discreta della mia giovinezza; ma se pure il paradiso vi tenga, o qualche casa silenziosa della nostra provincialissima Forlì, il mio ringraziamento sempre vi sia rinnovato.

Giacometta mi fece entrare in camera sua; poi volle vedere la mia stanza e mentre io mi avviavo alla porta di uscita, mi chiese:

— Da dove passi?

— Perchè?

— Perchè c'è questa porta ed è tanto più semplice servirsi della strada più corta!

Aveva ragione. Le nostre camere erano intercomunicanti; ma io non mi ero accorto del particolare.

La porta era molto arrendevole e si aprì facilmente. Giacometta ne fu felice:

— Così saremo vicini vicini vicini!...

Poi mi pregò di starmene un momento solo in camera mia. Doveva sbrigare certe sue faccenduole.

— Ti chiamo subito, Franzi... Faccio presto presto...

Uscì e socchiuse l'uscio.

Io caddi, affranto, sopra la prima seggiola.

— Franzi?... Di' la verità... credevi che io venissi?...

— Non lo pensavo neppure!

— Perchè?

— Ma... dopo l'altra sera...

— Quanto sei bambino!... Ancora non mi hai capita!

— Questo è vero. Però non diremo tu sia facile.

— Sai? Non bisogna darmi troppo retta quando ho i nervi.

— Ma se mandi via la gente!

— E tu dovevi ritornare. Era il tuo semplice dovere.

Si udiva il rombo e lo stridore dei tranvai elettrici.

— Vieni, Franzi.

Sospinsi l'uscio ed entrai.

— Ora usciamo.

— Sì.

— Aspetta... prendo i guanti.

Quando fummo nel corridoio ella si diresse alle scale quasi correndo. Fui io che dissi:

— Scusa... e la signora Zeffira?

— No, lasciala stare. È tanto stanca.

— Ma... non dirà...

— E che deve dire?... Aveva bisogno di venire a Bologna, l'ho condotta con me... le ho pagato il viaggio. Ora se la sbrighi come vuole.

Ammirai il semplice modo che aveva Giacometta nel regolare i rapporti sociali; ma, per conto mio, ero un poco stonato; non ci capivo proprio molto bene.

— Scusa, Giacometta... e se poi va a raccontare...

— Ah, Franzi!... sei proprio un ragazzo!...

Era lei che guidava me; eppure questo capita qualche volta anche negli anni più gravi.

Una vettura ci portò un poco in giro per le strade di Bologna; poi ci condusse a una trattoria fuori barriera d'Azeglio.

Giacometta parlava con una volubilità e una freschezza bambina. Parlava quasi sempre lei e ne era molto contenta.

La mia fuga improvvisa e il dono delle rose l'avevano ricondotta a me piena d'amore.

— Ora tu potrai fare di me quello che vorrai. Io sono ormai decisa, ben decisa, Franzi. Mi hai scritto una lettera che mi ha fatto piangere. Ah!che cuore, che grande cuore hai, amor mio!... Rimarremo a Bologna qualche giorno... poi andremo più lontano... molto più lontano. A Parigi... a Londra... Io voglio andarmene via con te... con te solo!...

Queste idee mi turbavano. Come avrei potuto seguir Giacometta a Parigi e a Londra?... Con mille e tante lire dove sarei arrivato?... Ma è un caso molto raro che le donne innamorate pensino a questi piccoli inconvenienti.

Desinammo fuori, alla stessa trattoria, senza che della signora Zeffira fosse fatta parola. Rientrammo all'albergo verso le dieci di sera.

— Sono stanca — disse Giacometta; ma aveva negli occhi un'ombra nuova e parlava molto meno.


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