XX
C'è ancora un albergo dedicato a un nomade poeta?
C'è ancora un albergo dedicato a un nomade poeta?
Fu quando mi ridestai che mi ritornò nella memoria la ghirlandella di gelsomini abbandonata sul ramo più in cima della gigantesca betulla.
Non eran forse questele provealle quali la mia disperata Giacometta voleva pormi? Ero io già in pieno rito tartarico?
E mi dolevo meco stesso della mia disavventura e del ginepraio nel quale sempre più mi addentravo e sempre più avrei dovuto addentrarmi fatalmente, di giorno in giorno.
Come avevo potuto trovare una simile creatura proprio in fondo alla mia taciturna Tebaide? nella più quieta, cioè, nella più dispersa, nella più addormentata fra le città di provincia? Proprio te, Forlì, città grugnita dai tre campanili come tre maghi coi cappelli a cono, proprioda un tuo giardino incantato in fondo al Borgo dei Cotogni, doveva uscire per me quello che appena avrebbe potuto darmi una fra le moderne Babilonie? Quale nuovissimo Leggendario di Maddalene avevi tu sfogliato per ispirarti a dar vita a questa tua Girometta?... E sì che i costumi tuoi erano castigatissimi e nessun ardimento sarebbe bastato ad affermare che dalla tua folle vita potesse essere generato un tanto fenomeno!
Ma l'inverosimile è appunto ciò che più di frequente si verifica al mondo; ed è più spesso dai tormentati silenzii e dalle aspre vigilie delle città sonnacchiose che escono le creature piene di follia, atte a qualsiasi estremo.
Mi levai, quel giorno, ingrugnito come la città mia fra le ortaglie, e non chiamai Giacometta. Aspettavo ch'ella fosse comparsa.
Seduto nell'ampia poltrona, fumavo una sigaretta dietro l'altra, guardando, dalla finestra aperta, una riga di sole passar sul muro opposto... e le ore passavano... e Giacometta non compariva.
Era già trascorso mezzogiorno quando mi decisi a troncar l'attesa. Possibile ch'ella dormisse ancora?... Il dubbio che fosse malata mi spinse a bussare alla porta di lei. Nessuno rispose. Dopo reiterati e infruttuosi tentativi aprii la porta ed entrai. La stanza era vuota. Abituato ormai allestramberie di Giacometta, la prima idea che mi venne fu che ella avesse presa la via della stazione e fosse salita sul primo treno in partenza.
Però, gettato uno sguardo per la stanza, mi convinsi di aver sbagliato. Giacometta era a Bologna. Le sue valigie lo attestavano.
Allora perchè uscire senza dirmi niente? Andai in cerca della signora Zeffira. Anche la placida signora era fuori.
Seppi poi dal portiere che la signorina Maldi era uscita verso le nove.
La cosa m'indispettì. Mi proposi di andarmene per conto mio e di non ritornare se non a tarda notte. Però non avevo fatto dieci passi fuor dall'albergo che eccoti venirmi incontro Giacometta, accompagnata da una signorina che non conoscevo.
— Franzi, ti presento la mia amica Elda Sialli. Venivamo a cercarti. Dove sei stato fino a quest'ora?
— All'albergo.
— Hai dormito?
— Ma neppure per sogno!
— Che cos'hai fatto allora?
— Ti ho aspettato.
— Non sapevi che ero uscita?
— No.
— Sono uscita presto perchè non mi è riuscitodi prender sonno. Ti ho lasciato riposare, in compenso. Ora si veniva a cercarti con Arlecchina.
Il nome inatteso mi fece levar gli occhi sul volto della giovinetta che, fino a quel punto, non avevo osservata.
Ci avviammo sotto i porticati corsi da un fiotto di gente ingaita dal sole, dalla stagione, dalla natura sua prodiga e tranquilla che ama il benestare e rifugge dalle malinconie.
Io parlo della Bologna di allora, e mi rifaccio a un tempo in cui l'ora grigia, che oggi è sul mondo, con tutta la sua tempesta, si accennava appena all'orizzonte.
Allora c'era tuttavia un po' di primavera, nè si pensava allo sfacelo più che non si pensasse alla morte del mondo. E si cercava la gioia nel ritmo dei giorni; ma senza la scomposta ansietà che segna il carattere delle ultime generazioni sopravvenute; e molta e sana serenità era nel cuore delle folle.
E la petroniana bonarietà epicurea passava nel sole delle sue primavere, quando i giardini dei soavissimi colli bolognesi sono tutti un fiore e un aroma, sorridendo nella sua secolare esperienza.
Giacometta aveva indossato, quel giorno, una sua veste turchina (era il colore prediletto) semplice come la veste di un piccolo lago, e avevaun cappello a viso dal quale usciva un'onda de' suoi magnifici capelli biondi. Il suo volto di adolescente non serbava traccia della notte combattuta ed insonne; solo, sotto i grandi occhi celesti, era una delicata ombreggiatura che ne accresceva la profondità e l'incantesimo. Poi la freschezza del giorno primaverile era la sua freschezza.
Ella rideva parlando e la gente si rivolgeva a guardarla.
Arlecchina, all'opposto, non era brutta, ma aveva una faccia strana, rilevata fortemente negli zigomi e nelle mascelle; con un qualcosa di indecifrabile, che la segnava, a quando a quando, di un'ombra maligna e cattiva.
Arlecchina poteva avere vent'anni. Era ciò che si chiamaun tipo. Bisognava guardarla per il turbamento che proveniva dall'ombra del suo volto bruno e degli occhi leggermente obliqui.
Ella aveva una figura superba. Pareva nata al piacere. Forte e delicata la curva dell'anca; il seno rotondo; soavi le spalle, spioventi fino al disegno delle belle braccia; bene eretto il collo da cui sbocciava il viso che non piaceva e turbava.
Portava, sui foltissimi capelli neri, un berretto alla raffaella, gettato da banda, tanto da lasciare in ombra una parte del volto; e camminava eretta sul busto, senza distrarsi a guardare intorno, comese passasse per arrivar sempre più lontano, assorta nell'enigma di un suo sogno; se ne andava così estranea a tutto e a tutti, lasciando che il passo, un poco molle, ponesse in rilievo le sue curve di bella tigre in agguato.
Aveva quattro rose rosse alla cintura e la gonnella disegnava, nel vento leggero, la schiettezza delle gambe diritte che incominciavano baciandosi, dall'ombra del desiderio per condiscendere, agili, fino alla piena rotondità delle ginocchia.
Arlecchina era molto più alta di Giacometta e parlava, un poco in dialetto, un po' in italiano, ridendo e muovendo al riso per una sua comicità inesausta.
Percorremmo varie volte il Pavaglione e via Rizzoli, soffermandoci alle mostre dei negozi; poi Giacometta, disse:
— Che faremo oggi?... Che ne diresti, Arlecchina, se si prendesse un auto?
— Quale auto?
— Ma un auto da piazza!
— Non è necessario. C'è la mia... Aspetta: oggi che giorno è?
— È martedì.
— Allora papà non si muove. Per la mamma è giorno di visite. Possiamo andarcene con la mia automobile.
— E dove andremo?
— Questo lo chiedo a te. Io ti do il mezzo, tu trova la mèta.
Allora Giacometta si rivolse a me.
— Tu, Franzi, non hai un'idea da suggerire?..
Risposi:
— Andiamo a Ravenna.
— Bene bene!... Andiamo a trovar Teodora!... Che ne pensi, Arlecchina?...
— D'accordo! Ma quanti chilometri ci sono di qui a Ravenna?... Perchè voglio essere di ritorno questa sera.
— Non più di ottanta — dissi. — Le strade sono ottime e, se la macchina è forte, si può andare e tornare tranquillamente.
La cosa fu decisa e, presi dalla festevolezza dell'impensato, ci avviammo verso la casa di Elda Sialli.
Poco dopo si filava fra le ville, i pioppi e le borgate della via Emilia, trascinati dall'impeto di una quaranta cavalli, presi dalla vertigine della corsa e della nostra innamorata e spensierata giovinezza.
Superammo Castel San Pietro, Imola, Castel Bolognese in men di un'ora. A quest'ultima borgata abbandonammo i bei colli emiliani per inoltrarci nella pianura che muore fra le pinete e le lande incontro al verde Adriatico.
Era con noi, in quel giorno della fine di aprile,la piena gioia di vivere; il compiuto possesso della giovinezza nostra in ardore; la ebbra coscienza di coesistere al mondo con le cose belle, luminose, armoniose, nell'ora nostra, nella grande ora nostra di vita.
La felicità ci era sorella; seduta con noi sulla macchina che si avventava per le strade della campagna assolata, tutta un profumo di fieni e di biancospino. Si correva fra siepi bianche di fiori, via in una dolcezza di luce distesa senza violenza; ed ogni casolare, ogni vecchia villa, ogni pieve aveva la sua parola gettata sul nostro rapido passare come un augurio. E noi, pellegrini del sogno, fuggivamo senza sapere perchè, dietro il volo della nostra gioia che si chiamava giovinezza.
Difficilmente gli uomini, se non hanno un grande cuore, sanno rinnovare l'incantesimo nella cosa raggiunta; il partire per giungervi, è tutto; poi all'arrivo, quasi sempre non resta che cenere.
Ravenna ci accolse nella sua malinconica pace raccolta fra le piccole squallide case, le millennii basiliche e l'umido verde delle piazze sacre alle ore di nessuno, alle ore che si distendono sui vecchi muri giallastri per dormire con la luce che dorme, col cuore che dorme da tanti mai anni.
Giacometta volle veder subito Teodora, la Basilissa che appare dal mosaico bizantino co' suoi grandi occhi neri i quali serbano la fissità di un fascino inestinguibile e di un inestinguibile dominio.
L'auto si fermò dinnanzi ai cancelli della Basilica antichissima.
Un nuvolo di ragazzi e di donne ci si strinse intorno, in una curiosità piena di esclamazioni ammirative e di sonanti insolenze.
— È tutto qui? — chiese Arlecchina guardando l'aspetto esteriore della Basilica.
— Vieni... vieni!... — le rispose Giacometta e, presala per mano, la trascinò, quasi correndo, nel tempio.
Avvolte ancora nei loro lunghi veli dei quali si erano servite per difendersi dalla polvere della strada, scomparvero nell'ombra di uno fra i più famosi tempî della cristianità.
Le seguii da presso.
Nell'interno non vedemmo se non una vecchia inglese mal vestita, che ascoltava come in una beata assenza, le peregrine meraviglie che le veniva decantando una guida patentata.
La luce era blanda. Un umidore perenne faceva l'aria più fredda.
Nè Giacometta nè Arlecchina dissero parola.
Si fermarono a guardare, intorno, la circolaremaestà del gineceo; la fuga dei piccoli archi e dei capitelli a cesto; la gloria della cupola.
— E la chiesa sprofonda come tutti i vecchi monumenti di Ravenna. Vuoi vedere?... — disse Giacometta alla compagna.
Si allontanarono verso una colonna, alla base della quale è praticato un piccolo pozzo che discende fino al primitivo pavimento.
Giacometta aprì la botola che ne serrava la bocca e si sporse a guardare.
— Peccato! Non si vede niente. È pieno d'acqua.
Arlecchina volle guardare a sua volta; si diressero poi alla navata dei mosaici; a quella che splende ancora del cuore del tempo che la consacrò a Dio.
Qui nel colore, nella forma schematica che si ripete sempre identica come un rito liturgico, nella raffigurazione dei simboli e dei miti, l'anima bizantina risplende nella sua fastosità e nel terrore di Dio.
Giacometta ed Arlecchina non dissero parola. Nel Tempio eravamo soli. Ogni rumore era spento. Dall'esterno non giunse che un remoto tocco di campana, subito disciolto nel basso silenzio. La luce che scendeva dai vetri opachi, simili a sottili lastre di alabastro, recava intorno un pallido oro di cui si vestivan tutte le cose. Fuori c'era ilsole, la primavera; ma nell'ambito della severa basilica, pareva trascorresse un'ora eternamente uguale nei millennii; e fosse, fra quelle mura, la immutata pace di un luogo ultraterreno. Quale fiumana di anni, di aspetti; quale parola divina turbava l'anima delle due giovanette? Si sentivano esse annegare sulla via dell'inconcepibile? naufragavano in Dio?... Era la pace dell'infinita immensità raccolta nella suprema speranza, o il terrore dell'annientamento nello spazio senza limiti dell'eterno, che le teneva così, un poco pallide e estatiche, smarritamente mute?... La loro giovinezza, il cuor loro di allodole solari, l'essere e tutto il mondo dell'essere loro, ecco che non eran più niente; non più di un povero fiore sugli oceani, di una favilla nei turbini. Esse sentivano questo, all'improvviso, tramutate.
Dove troverete l'Ospite vostro, lievi anime del piacere? Se il mondo vi apparisse squallido, talvolta, dove potrete trovare l'Ospite vostro?
Quello che era già nel bianco paradiso dei semplici, in quale luogo oggi, in quale idea può riposare, nell'amorfa tenebra senza tempo?
E stavano strette a braccio a braccio, unite come due passeri sopra un nudo ramo nel cuor dell'inverno; si rifugiavano nell'ultimo tepore di non sentirsi sole, nella gran legge che associa le forze per creare dall'infinito il finito. E in questo loroistinto di sentirsi unite non era già la presenza di Dio? L'avvertivano esse? Forse non eran più del tremito e del colore della foglia del salice, la quale avverte ogni impercettibile moto dell'aria e a questo si abbandona, inerte. E il loro pensiero era l'attesa che trepida; la loro volontà era la volontà che non ha nome nè volto e chiude d'un tratto la vita nell'enigma.
Esse l'avvertivano, spaurite, nell'immenso impero di quel silenzio improvviso; nel fascino della antichissima finzione dell'arte bizantina. Prima a riscuotersi dal giogo angoscioso, fu Arlecchina. Disse, sottraendosi di scatto a quella che diventava un'ossessione per l'anima sua insofferente:
— Franzi, è davvero il ritratto di Teodora quello?
La Basilissa si levava dal cupo fondo del mosaico, di fra le cameriste, pallida e altera; i grandi occhi neri, nel piccolo volto ovale, vivi di quella cruda volontà, di quel violento fascino che sempre l'avevan fatta padrona, sì nell'abbominio, come nel palazzo imperiale. Ella appariva ancora come la figlia più schietta del voluttuoso e mistico Oriente.
Le nostre voci, per quanto sommesse, riempirono il tempio di un sonoro brusìo. L'incantesimo svanì. Giustiniano non si guadagnò uguale attenzione da parte di Giacometta e di Arlecchina lequali, ormai, non sentivano che la necessità di uscire, di respirare l'aria libera.
Nè Galla Placidia, dal suo mausoleo che chiude tanta tragedia col cuore del morto Impero di Roma, le attrasse maggiormente. Ormai volevan vivere, lanciarsi al vento dell'aprile, cantare con la gola delle usignole che tessono il nido fra le macchie dei lillà in fiore.
E Sant'Apollinare, San Giovanni, il Battistero non ebbero più di una rapida occhiata distratta. Solo acconsentirono di visitare Classe fuori, perchè c'era da compiere un'altra corsa in automobile e potevano veder la Pineta, da lontano.
Saettammo fra gli argini e le lunghe teorie delle betulle, per la squallida campagna che muore nellaValledel Dismano; e la solitaria Classe, con la sua torre farea, una fra le chiese più antiche e più sole nella solitudine, ci apparve sull'acceso cielo che già presentiva il maggio. S'incupiva, non molto lontana, la folta massa della Pineta che discendeva al mare.
Nè la chiesa di Classe seppe riconquistare l'anima ormai perduta delle due pellegrine. Esse erano assetate di luce, di aria, di vertigine. Guardarono con occhio distratto le oscure navate e vollero uscir subito.
Riscontrammo che tutti tre eravamo presi da un formidabile appetito.
— Dove andremo? — chiese Giacometta.
— Al Byron — risposi.
E all'albergo Byron discendemmo, animati dalla stessa allegria, facendo stupire un poco il placido albergo dei più placidi ospiti che discendono alla Città degli Esarchi per ragioni di studio, o per posata curiosità, o per malinconia.
Nell'ampia sala da pranzo si occupò un tavolo dal quale poteva vedersi il bel cortile fiancheggiato da un portico e, oltre un muricciuolo, gli alberi della Piazza di San Francesco.
Tutto era calmo, sereno, disteso in una conventuale letizia senza mutamento. Le case si guardavano fra loro dalle piccole finestre aperte; la gente non aveva fretta di compiere gli affari suoi, se ne aveva; tutto pareva sistemato in una placidità senza scosse per vivere beatamente, per digerire fortissimamente. Una minima stupida cosa bastava al discorso di un'ora; pur di fermarsi al sole di primavera e sentirne il tepore sulla persona. Innanzi a un piccolo caffè che aveva disteso all'aperto una fila di tavoli sbilenchi e di seggiole spagliate, qualcuno leggeva tutto quanto un giornale con religiosa attenzione. Come si prendono sul serio le chiacchiere stampate, nelle piccole città di provincia! E i cani davano spettacolo dei loro costumi; e i monelli berciavano correndo.
Dove sei, mia favolosa provincia così annoiante e cara?
Tutte le case, nella parte inferiore dei loro muri, erano specchi di cultura. Ivi culminavano le parole fondamentali del sesso precedute ordinariamente da un lietoEvviva!e frammischiate alla apoteosi della repubblica, del socialismo, della anarchia e dei loro rappresentanti. Tanto il popolo non fa distinzioni sottili e pone sullo stesso piano le cose che predilige. Ivi, rozzi disegnatori, si esercitavano a rappresentare al pubblico disattento, quelle parti del corpo umano che una persona distinta non potrà mostrare se non privatamente e in certe occasioni. Ivi, infine, il popolo urlava le sole parole oscene e minacciose in faccia a chi voleva sentire. Ma non sentiva nessuno e nessuno vedeva, neppure le candidissime giovinette che passavano a fianco alla mamma loro, modestamente vestite come pappagalli e non sapevano niente di niente; proprio niente al mondo, all'infuori del loro conchiuso pudore.
Oh, mie città di provincia! oh, Passionario delle Maddalene!...
E di questo si parlava, raccolti intorno al piccolo tavolo che ci faceva tutti quanti vicini. Ma ci si stava tanto bene!
Giacometta? Arlecchina?... la ricordate quella nostra ora di piena letizia, nel cuore della mortaRavenna, fra le ossa di Dante Alighieri e le mura del palagio dei Polentani?... La ricordate? Dove siete voi ora, Giacometta ed Arlecchina, rosse ed asprigne ciliege del mio maggio fanciullo?...
Ci sarà sempre l'albergo Byron, con la sua grande sala da pranzo che si apriva sopra un bel cortile fiancheggiato da un portico? Ci sarà sempre a ricordare gli amori di un nomade poeta per una bella ravennate infedele?...
Giacometta, Arlecchina quant'anima era in quel giorno nostro!... Lo ricordate?... E gli scarsi ospiti, nella grande sala da pranzo, si rivolgevano a guardarci perchè eravamo noi solamente vivi, veramente vivi là dentro, in quel meriggio della fine di aprile. Poi la nostra gaiezza prese la scarna brigata.
Poi suonarono tutte le campane della bassa città delle Valli, io non ricordo perchè, suonarono dalle vecchissime torri e dai campanili, a distesa, come a festeggiare il dolce aprile.
Tu ridesti Arlecchina (già lochampagneaveva accelerato il ritmo delle nostre vene!) ridesti per quella festa di suoni nell'aria accesa, nel fondo colore del cielo. Ma perchè?... Così, perchè la tua piena vita doveva erompere; perchè il tuo sangue era rosso come le rosse ciliege.
Peccare, peccare!... Tutta la tua faccia, tutta la tua persona erano lo specchio del giusto peccato,quel giorno! Lo dicevano i tuoi occhi accesi; le tue lunghe mani sottili quasi esangui; la tua bocca un po' larga e troppo rossa; i tuoi atteggiamenti improvvisi di abbandono. Ed io ti guardavo appena. Ma chi ti avesse presa, allora, bella dagli occhi obliqui! Chi ti avesse avvinghiata per farti soffrire come volevi!
E tutto ti era argomento di riso, mentre Giacometta ti guardava, assorta in chissà quali improvvise lontananze.
Tu sola parlavi. Giacometta si era allontanata col rombo delle campane celesti. Era restata, sul volto di lei, l'ombra di un riso, ma ella non era più con noi. Era lontana, attraverso il regno delle sue pause.
Tu, Arlecchina, mi facesti cenno di non occuparmene, la conoscevi meglio di me la nipote di quella tartara che aveva fatto già, della vita del povero Felice, un tappeto per le sue danze.
E quella volta seguii il tuo consiglio e me ne trovai bene perchè Giacometta, vistasi sola, e accortasi che non avrebbe avuto, sulle sue orme, l'amore di un disperato giovane da tormentare, se ne ritornò fra noi non senza però serbare un'ombra nella schietta fronte serena.
E ci levammo. Quante cose c'erano ancora da vedere fra il Candiano e i Fiumi uniti? Il pomeriggio volò via. Da un vecchio giardino prendemmotante rose da empirne l'automobile; dalla tomba di Teodorico un grande tralcio di glicinie.
— Ma in questo paese non ci sono che tombe? Venivano tutti qua a morire i re e gli imperatori?
Questo chiedesti tu, Arlecchina, e Giacometta con te decise di non voler vedere più niente.
— Lasciamo stare i monumenti — disse Arlecchina. — Che cos'è il Candiano?
— È il canale degli Esarchi. Congiunge Ravenna al mare.
— Andiamo a vederlo. La storia non m'interessa più. M'interessa la vita.
Arrivammo al mare. Venne la sera.
— Bisogna ritornare.
— A Bologna?
— E dove dunque?
— È troppo lontana.
— Ma io non ho avvisato a casa.
— Telegraferemo da Ravenna. Un guasto alla macchina...
— Be', andiamo.
Erano già accese le fiammelle dei rari fanali quando rientrammo.
Si decise di pernottare a Ravenna. In quel punto Giacometta non era più allegra ed Arlecchina lo era troppo.