XXIII

XXIII

E guarderemo, passando nella notte, le finestre illuminate da una gioia che non potremo sapere...

E guarderemo, passando nella notte, le finestre illuminate da una gioia che non potremo sapere...

Ripartimmo, ma io ero più taciturno e l'allegria di Arlecchina non bastava a distrarmi.

Giacometta mi domandò più volte che avessi. Le risposi sempre vagamente.

Al Piratello, passata Imola, un guasto all'automobile ci costrinse a fermarci.

Ci avviammo a piedi attendendo che la macchina fosse riparata.

Le parole di Principina avevano innalzata, nel mio povero cuore, la torre della gelosia e, dentro, c'era l'anima che piangeva.

E soffrivo. Arlecchina mi disse:

— Franzi, oggi siete simpatico come un quaresimale!

Giacometta, indispettita dal mio contegno, soggiunse:

— Lascialo stare. È meglio non occuparsene.

Tale indifferenza accrebbe il mio dispetto.

Avvenne così che il mio ostinato mutismo e la mia faccia oscurata distraessero compiutamente da me l'attenzione di Giacometta e di Arlecchina le quali, presesi sotto braccio, se ne andarono innanzi parlando fra loro e mi abbandonarono alle mie inesplicabili paturnie.

Io camminavo sullo scrimolo di un fosso e venivo guardando le campagne dell'imolese; ma non mi interessavano; anzi, in quel punto, mi erano odiose come tutte le cose del mondo.

Giacometta ed Arlecchina ridevano allegramente, un poco più innanzi.

Perchè ridevano?... Evidentemente per accrescere il mio malumore, per incrudire il mio male.

L'automobile arrivò ed io avevo lasciato dilungare di molto le mie compagne.

Salii a fianco del meccanico.

Giacometta ed Arlecchina non si vedevano. Possibile si fossero dilungate di tanto?

Demmo l'avviso con la tromba dell'automobile; si proseguì a passo d'uomo; ci fermammo.

Dove erano andate?

— Saranno entrate in qualche casa di contadino.

Rifacemmo la strada a ritroso; entrammo in tutte le case; nessuno le aveva vedute.

— Avranno preso qualche via traversa...

Il meccanico si stringeva nelle spalle; il mio dispetto incominciava a dileguare.

— E che si fa adesso?

Il meccanico era uno di quegli uomini che non amano assumere responsabilità. Io solo dovevo decidere.

Sopraggiunse un biroccino con sopravi un fattore rubicondo:

— Scusi... non ha veduto due signorine così e così?

— Macchè!... Neppur l'ombra di una signorina!

Arrivò un'automobile, a precipizio. Ritto in mezzo alla strada feci cenno perchè fermassero:

— Scusino... non hanno veduto...

Mi mandarono a morire ammazzato. Erano persone molto bene educate.

— E adesso?

Decidemmo di proseguire a passo d'uomo.

La sera si avvicinava.

Ad ogni chilometro una sosta; ad ogni stazione sulla linea del tranvai Imola-Bologna, una fermata più lunga.

Giacometta ed Arlecchina erano scomparsesulle ali del loro Genio. Neppure avessero fondato Roma!

Però la cosa incominciava a destarmi una seria preoccupazione. Potevo io ritornare a Bologna così? Potevo presentarmi in casa di Arlecchina, o anche dalla placida signora Zeffira senza neppur l'ombra di una spiegazione da dare?

Dovevo ritrovarle a tutti i costi; pena la mia tranquillità.

Bologna non era ormai lontana più di quindici chilometri.

Per la via Emilia si vedono ceffi di ogni sorta e non solamente gli zingari passano su questa grande strada miliare.

Poteva darsi adunque che due o più uomini, decisi a tutto, imbattutisi, in un punto solitario, nelle due giovinette, se le fossero prese.

Tale dubbio mi tormentò ancor più. Dissi:

— Arriviamo fino a San Lazzaro; se a San Lazzaro non le abbiamo trovate, torneremo indietro.

Il meccanico non era entusiasta e incominciava a diffondersi riccamente nel campo della bestemmia.

— È inutile bestemmiare, caro Luca!... Tanto bisogna ritrovarle.

Luca era un buon bolognese, di fondo gioviale, ma violento.

L'udii mormorare, all'indirizzo delle due signorine, qualche parola che non portava i guanti bianchi. Si espresse senza perifrasi. E la cosa tanto mi dispiacque che poco mancò non ci mettessimo le mani addosso.

Il pericolo fu evitato solo perchè un carro che ci attraversò la strada ci distrasse.

Com'era ben naturale, tutto il furor nostro compreso si sfogò allora contro il carrettiere che coprimmo di male parole.

I carrettieri, vuoi per il loro peripatetico mestiere, vuoi per l'influenza della luna, vuoi per tradizione di classe, certe volte non sentono e certe altre volte sentono doppio.

Quando non sentono, tutto va bene; ma quando sentono doppio è opinione comune che le cose finiscano male.

Eravamo ad un paesuccio di cui non ricordo il nome; vicino ad un'osteria che aveva per insegna un grandissimo gallo.

L'automobile si era fermata.

Il carrettiere era un uomo robustissimo e doveva certo aver vuotato varî boccali. Lungo la via Emilia sono distribuite numerose osterie per la inestinguibile sete dei carrettieri.

Michelaccio (il nome lo ricordo perchè lo seppi dopo), quel giorno si era proposto di essere allegro come a quindici anni e per esser tale, si eraraccomandato al buon vino dei colli bolognesi. Ma detto vino, più che allegria, gli aveva dato una immensa coscienza di sè stesso, tanto che Michelaccio viaggiava, quel giorno, sul suo carro, come l'apostolo e l'imperatore della proletaria grandezza.

Fatto sta che il degno uomo, udite le parole nostre (le quali non erano ingiustificate!) discese dal carro e brandendo alta una sua nodosa frusta che si chiama, in Romagna,parpignano, si diresse correndo verso di noi con la ferma intenzione di sottoporci al massaggio sofferto dalle sue bestie da soma.

Luca ed io, discesi dall'automobile, fummo pronti a scansare, in un primo tempo, la furia di Michelaccio, il quale continuava per altro ad avventarcisi addosso con ferma costanza.

La buffa schermaglia non poteva continuare. Già si era venuto formando un crocchio che assisteva alla scena ridendo.

Non era ammissibile che l'uno dovesse continuare ne' suoi assalti e gli altri dovessero difendersi senza reagire.

Luca pensò di finirla.

Scelto il momento opportuno, si cacciò sotto, riuscì ad abbrancare Michelaccio, lo strinse forte e ruzzolarono per le terre.

E Luca stava buscandole. Michelaccio se l'eramesso sotto e con i suoi grandissimi pugni veniva esercitandosi in guisa da cambiare i connotati al mio povero compagno.

Il suo coraggio non lo salvava.

Fu allora che intervenni.

Mi abbrancai all'industre carrettiere e, invece di esser due, fummo tre a ruzzolar per le terre.

Ora avviene che la folla, la quale assiste a un litigio, finisca per eccitarsi a sua volta.

La nostra gente non può non parteggiare.

E anche quella volta parteggiò, ma per Michelaccio.Noi eravamo signori!

Luca, mio buon Luca,noi eravamo signori!!...

Tu ed io, con la nostra sacrosanta e decorosissima miseria che non ci ha abbandonato quasi mai! Tu, re del volante; io, suddito della penna!

Dapprima la gente, assistendo al nostro triplice pugilato, si accontentò di urlare; ma poi anche questo le parve poco. E allora prima uno, poi quattro, poi sei energumeni si staccarono dal crocchio ed entrarono in lizza.

Dio Onnipotente, quante ne buscai!...

Molte volte, nel corso delle mie esperienze, partito col nobile còmpito di bastonare, ritornai bastonato; ma quella volta fu un'esagerazione. Non si può ammettere che un poveruomo solo, debba digerirsi una così nutrita scarica! Io non mi sentivo ormai salva nessunissima parte del corpo.

Avevo un occhio enfiato; mi sanguinava la bocca; le spalle e il resto del corpo non me li sentivo più.

Ormai mi ero detto:

— Povero Francesco Balduino, sei bell'e spacciato. Preparati a far fagotto e raccomandati alla Divina Misericordia!

Mi sentivo lanciare da destra a sinistra e avanti e indietro, da un pugno all'altro; da una notevole pedata, a una seconda pedata non meno notevole. Il mio povero bel vestito era tutto un brandello. Colletto, cravatta, camicia non esistevano quasi più. Il cappello era un'immondizia in mezzo alle immondizie, fra la polvere. Non ci vedevo più, non parlavo più; le mie labbra parevano colpite da improvvisa elefantiasi. Stavano per scardinarmi i denti e mi avrebber mozzate le orecchie e il naso se li lasciavano fare.

Fosti contento, Michelaccio, imperator nostro delle carra?... Ti piacque il festino sulle persone nostre, magnifico cantor della luna per le tappe miliari delle grandi strade maestre? Ti parve soddisfatta la nobiltà tua di nuovissimo Re dei boccali e delle moltitudini?

Ci deste addosso in quaranta, figli di cani, e ci volle un bel coraggio!...

In quaranta: e Michelaccio guidava la ciurma. S'io anche fossi stato grosso e forte come Gargantua,che avrei potuto fare? Ero invece, come sono, un uomo di modesta taglia che non può compire l'inverosimile.

Poi quando si è sopraffatti non si reagisce più. Ci si lascia percuotere come un tappeto; rassegnati a tutto.

Comunque fosse, la fortuna ci venne in aiuto nel momento critico.

Il popolo stava compiendo su di noi le sue vendette socialiste, allorchè intervenne chi rappresentava ancora un barlume di civiltà: intendo riferirmi a qualche carabiniere.

Allora la folla ci lasciò stare; ma non si trattava di una grande generosità.

Ci lasciò stare e tanto Luca quanto io non potemmo rialzarci da terra.

Nello stato semicosciente nel quale mi trovavo ricordo di aver udito una voce che diceva:

— Li hanno ammazzati!

Allora ebbi il dubbio di esser morto addirittura; uno stranissimo dubbio che sdoppiò l'essere mio in modo che mi vedevo disteso in terra e tutto insanguinato e potevo disinteressarmi tranquillamente dei fatti miei mortali.

Poi ci caricarono in non so quale veicolo e ci portarono via fra i fischi e gli ululati della folla.

Signori socialisti, questo fu il trionfo di Michelaccio imperatore.

Forse tale fasto non passerà ai posteri, scolpito nel bronzo dell'avvenire; ma sta di fatto che la folla, non ancora soddisfatta, fischiò ed ululò al passaggio di due cenci sanguinanti.

Signori socialisti, io sono stato il giullare della mia vita ed ora sono un uomo che ride perchè nel mondo v'è troppa tragedia per aggiungervene ancora; ma voi, vi siete resi conto di quello che avete fatto delle moltitudini, all'infuori di ogni giusta riforma e di ogni più lontana conquista?...

Avete pensato agli argini per salvare le faticate messi?...

Domani la civiltà potrebbe essere, come noi eravamo, un cencio sanguinante dietro al quale la scalmanata follia delle moltitudini ululasse il suo scherno.

Ci guardammo di fra le bozze, i gonfiori, le piaghe e le lividure; ci guardammo da un occhio solo, Luca ed io, e ci si meravigliò di essere ancora vivi e di esser vicini.

Eravamo in camera di sicurezza.

Abbandonati su due tavolacci vicini, ci avevano lasciati là come cose immonde.

Ed era sopraggiunta la notte.

Mi pareva di aver vissuto duecentomila anni e della mia vita non ci capivo più niente. Solo, a incommensuratedistanze appariva un isolotto, un frammento di memoria.

Ravenna... Giacometta... il giardino di Principina...

Ma l'una cosa non si riconnetteva all'altra. La mia coscienza era a brandelli.

Luca trovò ancora forza per dirmi:

— Signor Franzi... se non vengono a prendermi... muoio...

Ricordo che risposi:

— Anch'io...

Non rammento quante costole rotte avessimo; ma sono certo che, a sommarle, facevano un bel numero.

Ricordo ancora che dovevo respirare con somma precauzione per evitare un dolore cane che, ad ogni respiro, mi trafiggeva la spalla sinistra.

Poi, nel silenzio che si era ormai stabilito, udimmo un rumore insolito e il rombo di un motore fece levare il capo a Luca.

— Vengono a prenderci... — disse Luca.

Risposi con profonda convinzione:

— Non è vero...

Chi poteva venirci a prendere se eravamo l'ultimo rifiuto della società?

Però i catenacci stridettero e la stanzaccia fu invasa da un fiotto di gente.

Qualcuno chiese:

— Dove sono?

E un altro:

— Eccoli!

Allora udii una voce cara, una voce nota, che implorava ansiosamente:

— Franzi... Franzi?... Dov'è Franzi?...

E poco dopo Giacometta era china sulla mia mostruosità ed io sentii sulle mie ecchimosi la carezza del suo respiro.

— Franzi?... Franzi mio?... Amore mio caro?...

Dio ti benedica fino in fondo al tuo cammino, solo per la grande dolcezza che mi desti allora!

— Come l'hanno ridotto!... Non si riconosce!....

E ti udii singhiozzare.

Invece io ridevo. Ridevo dentro di me di un riso infinito; ridevo perchè sentivo il mio amore che ritornava come una folata di vento primaverile verso la mia disperazione.

Se mi avessero calpestato dieci volte tanto, ancora sarei stato felice, per averti ritrovata...

— Amore? rispondimi!.. Amore?.. rispondimi almeno una parola...

Parlavi basso perchè io solo ti udissi; perchè si creasse il cerchio soave nel quale due sole anime si illuminano.

— Come stai?... Ti senti molto male?...

— No..

— Puoi parlare?... Puoi parlare ancora, amore mio?...

— Un poco...

Allora volesti accarezzarmi i capelli e, con ribrezzo, ritraesti la mano insanguinata.

La tua minuscola mano regale, insanguinata!

Ti riudii parlare con qualcuno che non vedevo:

— È ferito anche al capo. Guardate!

E questo qualcuno rispose:

— Ora lo porteremo via.

— Ma non sarà troppo grave?

— Non credo. Lo trasporteremo in automobile.

— Alla villa?

— Sì, alla villa.

— Oh, grazie, grazie!... Volevo chiedervelo come un grande favore, ma non mi azzardavo!

Quando mi sollevarono dal duro giaciglio ebbi un grido di dolore. Poi non ricordo che una nebbia di sonno e d'incubo.


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