XXIX

XXIX

Una porta si aprirà quando tu crederai che il destino l'abbia barricata per l'eterno.

Una porta si aprirà quando tu crederai che il destino l'abbia barricata per l'eterno.

Alle dieci di notte, quando rientrai, la signora Adalgisa dormiva e non si destò.

Ciò mi piacque.

Ero turbato. Un'infinita pietà mi teneva perplesso. Perchè avrei voluto dare, alla piccola che soffriva, tutto il mio amore e non potevo; non potevo darle più del mio pietoso silenzio.

L'avevo avuta fino allora fra le braccia, ma senza trasporto; non come un giovane con una creatura che ama, ma come un fratello. L'avevo avuta fra le braccia e non le avevo detto niente; non avevo avuto niente da dirle che non fosse fraterno.

L'avevo lasciata piangere sentendo aggravarsi in me una grande pena.

Poi quando la sua piccola bocca, bruciante per la febbre, aveva cercato la mia bocca, l'avevo baciata; ma come una sorellina che cerca un rifugio, che ha paura, che vuole appoggiarsi alla forza di un uomo.

Ed ella, forse, aveva intuito l'irremissibile distanza; aveva sentito che si può morire, ma non si può aspettare l'amore per le strade dalle quali non può arrivare.

Ora imprecavo contro il mio egoismo; mi accusavo.

E vedevo come fosse soave Principina e come preferibile alla complicata e strana Giacometta; ma la ragione può anche fissare un punto di rapporto fra due creature, non però stabilire la scelta che dipende da cause imponderabili.

Giacometta aveva il fascino delle donne che tormentano; delle più infide, ma delle preferite da tutti.

Mille e più volte bisogna sbagliare strada per trovar forse la compagna che può attraversare con noi questo mistero del mondo.

E non sempre la si può incontrare.

Qualche volta vi passa accanto e non la riconoscete; qualche altra volta vi divide l'irreparabile distanza.

Perchè non è vero che al mondo non sia, nell'attimo del vostro passare, un'anima che si compiain voi, che possa vivere in amore con voi, nel cammino verso la morte.

Quest'anima vive la vostra vita e proverà, come voi provate, la grande tristezza della solitudine; solo, non potrete incontrarla.

Il destino non vi concederà tanta gioia.

Però, lo stesso destino non potrà impedire la vostra unione; ma chissà quando e dove!...

Così come le forze affini si associano nella tenebra del niente; provenendo da incommensurabili distanze, avendo turbinato per milioni e milioni di secoli nella vuota immensità. Vanno e si uniscono, sospinte dalla volontà di Dio.

E una nuova vita si genera; e una nuova luce è nella tenebra, formata da quell'incontro.

Così sarà dell'anima nostra nel tempo dei tempi.

Ma la tristezza, l'umana tristezza di chi pensa ed ama è importabile troppe volte!... È davvero importabile!..

Trascorsero alcuni giorni così. Io vedevo Principina ad ogni sera ed ella migliorava sotto il fascino del maggio.

Una sera la trovai alzata. Era seduta alla finestra. Ma come magra! Non aveva che le sue povere piccole ossa sotto la veste di cotonina azzurra.

— Vede come sto bene, Franzi?

— Hai commesso un'imprudenza!

— Ma se davo retta al dottore, non mi sarei alzata mai più.

— Eppure bisogna dargli retta.

— Non lo sa, Franzi, che m'importa ben poco di morire?

— Non dire sciocchezze!

— No, dico davvero, Franzi!... Proprio, sa?...

E poi sarebbe meglio!

Trascorse un silenzio.

— Franzi... si ricorderà qualche volta della sua Principina, quando non ci sarà più?...

— Non voglio neppure risponderti!

— Perchè?... Si fa per dire! Si ricorderà qualche volta?...

Allora le dicevo tante cose, tutte le cose più soavi che mi nascevano per lei; ed ella piegava un poco la testa, sorridendo... sorridendo... sperduta nella musica che avrebbe voluto sempre ascoltare; e non fiatava più, accarezzandomi i capelli piano piano, come una piccola mamma d'amore.

E, di sera in sera, mi accostavo un poco più, sempre un poco più, al suo silenzio.

Ella diventava per davvero la mia sorellina che pensavo innamorata dell'amore e non di me.E le stavo vicino per raccontarle tutte le cose belle che mi passavano per la mente.

Parlavo a voce spenta, perchè troppo non si affaticasse nell'ascoltare ed ella mi si faceva accanto, sempre più accanto come un passero freddoloso, come una rondine nel palmo della mano.

Nessuna più, certissimamente, ha avuta tanta religione del pensiero e della poesia.

Ella proveniva dal popolo e aveva la grande purezza del vecchio popolo, non ancor guasto dalle più recenti miserie.

Intuiva la grandezza della vita dello spirito, sentiva la religione della bellezza. E ciò era spontaneo in lei.

Ella certo avrebbe vissuto tutta una vita oscura e penata, sol per poter amare e servire in grandissima umiltà d'amore colui sul quale i suoi occhi dolci si erano soffermati. Ed era una delicata creatura, la piccola sorella dei lillà, cresciuta all'ombra delle serre.

Ma un giorno io mi destai a un urlo della donna che formava tutto il mio fantastico parentame.

— Checco, Checco, Checco!...

Balzai sul letto, inebetito dal sonno, non ancora ben desto.

— Che c'è?... Cos'è stato?...

— Una lettera, una lettera!

— Che cosa?

— Una lettera per te!

— Per me?

— Sì, per te, per te!

— Mettetela sul canterale.

— Ma vien da Bologna.

— Da Bologna?

— Sì. Deve essere di Giacometta.

— Date qua.

Le tolsi la lettera di mano. Ella stava là con quel suo gran naso, ad aspettare.

— Che cosa ti scrive il tuo amore?

— Non ho tempo.

— Cosa vuol dire?

— Sì. Adesso non ho tempo. Ho sonno.

— E non la leggi neppure?

— No.

— Noooo? Ma che razza di innamorato sei?

— Non sono innamorato. Ho sonno.

— Sfido io! Se perdi tutte le notti con quella stupida del giardino!

Ah, sciacallo provinciale! Specie di moralista da sacrestia, buona solamente ad avvelenare la gioia degli altri!... in quel momento io ti odiai veramente.

Scattai come se mi avesse ferito a sangue.

— La stupida siete voi!

— Checco?

— Sì, ve lo ripeto! La stupida siete voi chè non avete il diritto neppure di nominarla quella povera bambina! E non voglio sentirvi dire più niente, non voglio sentirvi dire più niente!... Andate via!...

— Ma Checco...

— Andate via!

E scesi dal letto, e dovevo essere bianco come la morte. Ella mi guardò spaventata e filò via umile e saggia, perchè si era trovata fra i piedi, all'improvviso, un Balduino che non conosceva ancora.

E avevo appena serrata la porta della mia camera quando mi giunse dal giardino, ma di lontano, una dolce voce che cantava una vecchia canzone.

Era la voce di Principina...

La voce di Principina nel chiaro mattino di maggio, via con la sua nenia e il suo sogno e il suo cuore di bambina!

Ritornai fra le coltri. Aprii la lettera.

Diceva:

Franzi,

Domani sarò alla Monaldina. Vieni. Desidero parlarti per l'ultima volta.

Giacometta.

Che voleva dir questo? Perchè da Bologna alla Monaldina, alla malinconica villa della piana ravennate? Che nascondeva il capriccio di Giacometta?

L'ultima volta, adunque, doveva essere laggiù, fra un fiume e i filari degli olmi, nel silenzio della campagna?... Ella ritornava, mi chiamava per dirmi addio; ma perchè?... Perchè incrudire una pena? Dovevo andare o no?...

Sentivo che sarei andato, che non avrei potuto vincere il penoso orgasmo che mi trascinava verso di lei, eppure mi piaceva negare, dentro di me, tale evidenza e impormi una rinunzia che non avrei accettato.

Dovetti togliermi dalle coltri. Mi vestii distrattamente, tanto che, a volte, rimanevo sospeso non sapendo ciò che mi restava a fare. Il mio dolore, assopito un poco in una settimana di religioso silenzio accanto a Principina, riprendeva tutta la vita mia, si impossessava una volta ancora di tutto me stesso.

Perchè chiamarmi per l'addio? Per mormorare le ultime parole che straziano; le parole che segnano l'inevitabile fine?... Non era molto meglio evitare tutto questo? A quale spiegazione si poteva addivenire s'ella aveva già il fermo proposito di finirla?

Io dovevo essere forte la seconda volta ancora;dovevo sorriderle, farle capire che era molto meglio non rivederci più. E questo anche avrebbe fatto sì ch'ella non mi avesse dimenticato. Ella avrebbe sentito così che non sempre poteva giungere dove voleva; anche il suo fascino poteva mancarle qualche volta.

E una donna è perduta, in amore, quando si accorge che la virtù di incantesimo le manca; e si trova debole e sprovvista di fronte ad un uomo ch'ella ha creduto di tenere nel suo più fermo dominio.

Ma già sapevo che non ne avrei fatto niente.

Mentre così ragionavo, avevo l'ansia di andarmene, di arrivare nel minor tempo possibile alla Monaldina. E mentre da un lato pensavo di non ubbidire, studiavo, dall'altro, il mezzo col quale sarei partito: se col vaporetto o in bicicletta.

Non senza una grandissima lotta si arriva a segnare il punto del trapasso da un equilibrio a un altro equilibrio, o alla morte. Per quanto forte sia il voler nostro o per quanto l'uomo si vendichi poi definendo sciocca malattia il tempo del suo amore, certe crisi dell'anima e del senso, di tutto l'essere nostro cioè, tanto ci impegnano da esser definitive per il corso di tutta una vita.

Alla fin delle fini noi non siamo al mondo che per l'amore.

Si nasce per passare attraverso questa luce, e questa tempesta e per lasciare ad altri l'identica eredità. Ma da questa luce e da questa tempesta si rivela il segno creatore e il cuor del mistero.

I nostri giorni cantano.

Un'allodola è nell'aria.

Il sole raggiunge il segno della primavera.

Allora al cuore, che ancora è in vita di gaudio, nasce la speranza e la volontà dell'amore.

E qualcuno all'infuori di noi, nel profondo, segna la strada dell'ineluttabile.

Si nasce per giungere a questo traguardo e solamente.

Uscii che donna Adalgisa non era ancora rientrata e per tutto il giorno girovagai per la campagna. Verso sera non potei resistere più oltre e mi inoltrai per la strada provinciale di Ravenna, verso la Monaldina.

Quando ebbi attraversata Coccolìa; quand'ebbi sorpassate le ville dei Pasolini e dei Bonanzi e più prossima era la mèta prefissa, rallentai l'andatura perchè il cuore mi batteva troppo forte.

Si sarebbe chiuso con quella notte, nella malinconica villa, ilCiclo della ghirlandella?

E come si sarebbe chiuso? Quali erano i propositi di Giacometta?

Io subivo involontariamente, la stessa angoscia che mi aveva tenuto al primo incontro.

Ormai la strada correva come un argine fra il fiume e le campagne. Mi accostavo alla bassura ravennate. Le rive del fiume erano nude; non avevano più alberi; neppure ligustri avevano, ma solo un po' d'erba giù giù fino ai greti.

Anche l'ultimo crepuscolo stava per morire. Udii un suono di campane.

I braccianti che tornavano dal lavoro, in bicicletta, mi passavano accanto parlucchiando.

Una vecchia contadina, in un biroccino trascinato da un asino grigio, si era addormentata placidamente.

Poi la strada si fece più silenziosa e più deserta. Vidi da lontano gli alberi della Monaldina.

Scesi dalla bicicletta.

Non avevo più che qualche centinaio di metri da percorrere.

E il cuore mi batteva troppo forte perchè non cercassi di calmare l'affannoso respiro.

Mi fermai al cancello.

Due sole finestre della vecchia villa erano aperte, e la porta a vetri che dava sulla scala esterna. Tentai di aprire il cancello rugginoso; ma non vi riuscii. Chiamare non volevo. Cercai un'altra entrata.

Dalla villa non arrivava nè voce nè suono.

Pareva che il vento, il solo padrone del luogo, avesse aperte le due finestre e le avesse lasciate così perchè le ore del giorno entrassero, con la loro luce, per le stanze deserte.

Attesi per vedere se qualcuno apparisse: almeno un servo o un contadino. Nessuno si mostrò. La villa del silenzio era in balìa del suo muto incantesimo.

E se Giacometta era partita? Se arrivavo troppo tardi?

Forse mi aveva aspettato nella mattinata e mi aveva dato l'appuntamento alla Monaldina per un suo singolare capriccio o per chi sa qual altro rito tartarico. Perchè Giacometta non poteva e non sapeva dimenticare di essere la nipote di Tatiana.

Mi accorsi poi che anche la porticina della chiesa era socchiusa e che filtrava, attraverso alla fessura della porta, un bagliore di ceri.

Chi pregava maggio e Maria nella piccola chiesa della Monaldina?

I passeri ritornavano, a gruppetti, agli alberi del loro riposo. Si abbassavano come voli di foglie secche, dai tetti della villa fin verso i rami dov'era già un sommesso cinguettare.

Fra le foglie di un salice, il dolce trillo di due raganelle dava il senso dell'umida sera poi chel'ora della rugiada era già alla soglia del brolo e del giardino.

Trovai un cancelletto aperto verso la casa del contadino ed entrai.

Da un viale laterale, fiancheggiato da un duplice filare di tigli, penetrai nel piazzale della villa. Arrivai ai piedi della scala esterna; lasciai la bicicletta appoggiata al muro e mi disposi a salire.

Poi che mi presentai sulla soglia, non vidi nessuno. Sopra una seggiola era un largo cappello da donna. Sulla tavola un gran fascio di fiori e un paio di guanti. Chiamai; nessuno rispose.

Nelle altre due stanze aperte era un uguale silenzio. Giacometta e la signora Zeffira dovevano essere fuori di casa. Forse erano andate fino a Ghibullo, per qualche spesa.

Discesi in giardino. Mi disposi ad aspettare.

La sera era sempre più pallida.

La chiesa dal campaniluccio sottile mi incuriosiva. Chi poteva sostare in quel piccolo tempio fra i tigli e i roseti, a pregar maggio e Maria?

Mi accostai alla porta socchiusa.

Dall'interno mi giunse un bisbiglio di preghiere.

Sporsi la testa dall'apertura dell'uscio e guardai nell'interno.

Grande fu la mia sorpresa quando vidi in uninginocchiatoio dinanzi al piccolo altare del fondo, Giacometta. Ella aveva raccolta la faccia fra le mani e pareva immersa in una profonda meditazione religiosa.

Pregava? Era veramente con Dio o con i suoi pensieri mondani? Perchè era entrata nel tempio s'io sapevo ch'ella non pregava mai? S'io sapevo ch'ella non credeva?

Due inginocchiatoi stavano dinanzi all'altare; uno per lato. A destra era Giacometta; a sinistra la signora Zeffira. Un poco più indietro, verso la porta, inginocchiate sulla nuda terra, stavano due vecchie che pregavano con grande fervore. Esse levavano, a quando a quando, gli occhi verso la immagine dell'altare e congiungevano le nere e rugose mani di povere creature di fatica, nell'atto di impetrare la grazia.

Chiedevano misericordia per l'altra vita, chè da questa ormai stavano per trapassare, oppresse dall'amara fatica; e cercavano in Dio, il vago paradiso dei cieli e il riposo dei giusti nell'eterna pace dell'eternità.

Sì, riposare, riposare!...

Trovar, fuori dal mondo, la giusta legge in una clemenza infinita; e farsi perdonare per aver pianto e sofferto; e per aver lavorato; e per non aver goduto!

Entrai. La porta cigolò. Le vecchie si rivolseroa guardarmi e mi sorrisero chinando il capo.

Anche Giacometta si rivolse.

Era pallida. I suoi grandi occhi erano tristi. Mi fece cenno di attendere e nascose la faccia fra le palme aperte.

Una diecina di ceri ardevano sul piccolo altare. La chiesa ne era tutta illuminata. I fiori del maggio odoravano per entro i grandi vasi disposti sotto le immagini sacre.

Era una chiesa per una famiglia sola; il sacrario di una sola famiglia. Per questo aveva una non so quale intima semplicità, una mistica purezza che elevava l'anima a Dio.

Nulla poteva distrarre l'attenzione del credente: non fregi, non ori, non ricchezze, non vanità senza senso dinanzi a Dio solo e tremendo; nulla poteva ricondurre l'anima al terreno fasto. La piccola navata era ignuda; scoperte le travi, appena imbiancate le pareti; ma una ineffabile soavità era veramente nel luogo come se maggio vi fosse entrato e vi si raccogliesse per dolcezza, a ricordarsi a Iddio nel nome delle rondini e dei roseti in fiore; nel nome delle innamorate che soffrono, e nel nome di tutta quanta la povera e cieca umanità.

E se pure io non sapevo e non volevo pregare secondo il rito cattolico; s'io non volevo ricorrerealle parole gettate alle moltitudini che le ripetevan da secoli e secoli senza conoscerne il senso, era in me una più schietta preghiera, una mia comunione con Dio oltre i dogmi e le casistiche della Chiesa.

Pregare, sì, ma quando il tuo profondo sorriso arrivi fino alla mia miseria, sempre giovane Iddio de' miei anni! Pregarti quando io ti senta e ti avverta, io solo e sperduto alla soglia del tuo tremendo mistero;io solo con te solo!

E non altri fra la tua immensità e la nullità mia che ti cerca, che si azzarda sulle tue vie tenebrose da stella a stella, nell'armonico turbinìo dell'universo nel quale ed oltre il quale tu sei,avvertito e pur sempre ignoto.

Io solo con te solo e non altri, perchè se l'anima mia trema, non altri può intendere o guidarmi là dove ciascuno per sè può giungere, e solamente.

Forse si possono indicare le strade del Signore, ma non più di questo si può.

Così mi raccolsi, quella notte di maggio, nella chiesetta della Monaldina fra il silenzio diverso di quattro creature prone.

Poi una vecchia si levò; intinse la mano nella pila dell'acqua benedetta, si fece il segno della croce inchinandosi verso l'immagine dell'altare e scomparve.

Poco dopo, dal campaniluccio della chiesa, si sperdevano sotto le stelle, e con le lucciole dei grani, i rintocchi di una piccola campana che suonava non so che cosa: se un'Ave, se un segno di preci compiute, se un saluto alla notte del mondo, se un invito a una lontana preghiera.

Ma furono pochi rintocchi. Allora anche la seconda vecchia si levò e scomparve. Poi fu la volta della signora Zeffira.

Rimanemmo soli, Giacometta ed io.

Nè Giacometta accennava a ridestarsi dal suo sogno remoto. Trascorse non so quanto tempo ancora, poi l'amor mio si levò d'un subito, si inchinò e si rivolse per uscire.

— Siamo rimasti soli?

— Sì.

— È molto tempo?

— Forse mezz'ora.

— Perdonami. Pregavo.

— Di che dovrei perdonarti?

Anch'ella intinse la mano nella pila dell'acqua benedetta e si segnò.

— Quando sei arrivato?

— Sarà forse un'ora.

— Ti aspetto da questa mattina. Credevo tu non arrivassi più e non sarebbe stato bello, da parte tua!

Non risposi.

Usciti dalla chiesetta, ci avviammo verso la scalinata della villa.

— Tu sapessi quant'ho combattuto per poter vivere almeno una notte con te in questa vecchia villa. Era il mio desiderio da quando incominciai a volerti bene!

Mi si accostò un poco più; riprese:

— Mi serbi rancore?

— Nessun rancore.

— Hai dimenticato?

— Non ho dimenticato!

— Eppure... credimi se vuoi... non ho cessato un minuto solo di volerti bene!

Ci fermammo ai piedi della scala.

— Vuoi che facciamo un giro per il giardino?

— Come desideri.

Ci avviammo lungo i viali invasi dalle gramigne. Turbinavano intorno, miriadi di lucciole; e dalle siepi di biancospino e dalle macchie prossime e remote, cantavano i rosignoli.

— Ormai ho presa la mia decisione irrevocabile, Franzi, e puoi credermi. Io non ho avuto per Rorò che un turbamento passeggero...

— Ma allora...

— Perchè gli aprivo?.... Che so? Mi faceva pena. Era come un fanciullo disperato e prepotente.

— L'hai riveduto?

— Sì, a Bologna.

— All'albergo?

— All'albergo. Non voglio nasconderti niente. Non per difendermi. Tu sai che degli altri non mi preoccupo affatto. Possono pensare e dire di me ciò che vogliono. Non mi scompongo. Ma, per te, è un'altra cosa. A te voglio dir tutto. Mi crederai?

— Ti crederò.

— Lo pensi davvero? Non essere cattivo, Franzi.

— Tu sai che non so essere cattivo.

— È vero. Dunque, dopo la tua partenza, Rorò non si dette per vinto. Lo trattai male, non volli più vederlo, gli rivolsi appena la parola. Ero indispettita con te e mi pareva di odiare Rorò. Ma certe volte, quando si metteva al piano a cantare, mi prendeva non so quale profonda malinconia... non so quale scoramento... e allora, s'egli avesse voluto prendermi, l'avrebbe potuto, e non era amore... no, Franzi, non era amore. Era un fascino malefico. Sotto l'oscuro dominio della sua musica, mi sentivo perdere; tutte le mie forze mi abbandonavano. Avrei pianto senza sapere il perchè della mia tristezza. Un incubo, ti dico!... Un incubo soave e malefico. E quando riuscivo a vincermi, quando potevo riprendere l'assoluta padronanza della mia volontà, allorami proponevo di dimostrare a Rorò che non potevo soffrirlo; ch'egli tanto più mi diventava odioso, quanto più sapeva perdermi, in certe ore. Non gli rivolgevo la parola; non rispondevo alle sue ostinate insistenze. Ma Rorò non mi dava tregua. Con la testardaggine di un fanciullo prepotente, si era proposto di ottenere da me ciò che voleva. Nulla poteva togliergli la convinzione di riuscire. E ciò, a volte, mi dava una vera febbre di rivolta!....

— ... ma era amore!...

— No, non era amore! Ascoltami. Una volta decisi di andarmene. Volevo raggiungerti. Avevo sete di te. Tu mi apparivi tanto diverso! Quantunque fossi offesa...

— E che male ti avevo fatto io?

— Ma tu non conosci le donne, povero Franzi! Tu sei un bambino. Tu non puoi vivere che dei tuoi sogni e delle tue illusioni. Io ero offesa con te e ne avevo ragione. Non ci si lascia così, senza un'ultima parola... e non si vince abbandonando il campo della lotta! Ma non importa. Il fatto si è ch'io ti volevo bene anche allora come te ne voglio adesso; ma ero indispettita. Avrei voluto averti vicino per farti almeno un po' di male e darti poi tutto quanto il mio amore... ma tutto!... Tu non c'eri e un giorno decisi di andarmene.Volevo raggiungerti; volevo vederti, come ti vedo, e poi...

«Avevo già compiuti i preparativi in silenzio perchè a nessuno trapelasse qualcosa della mia decisione. Neppure Arlecchina doveva sapere. Sarei partita all'ora del pranzo, quando nessuno mi avesse veduta. E, all'ora stabilita, salii in camera mia per porre ad effetto il mio proposito quando vidi, sulla scrivania, una lettera per me. Riconobbi la scrittura di Rorò. Non volevo leggerla. Ormai mi aveva scritto troppe volte e sapevo, press'a poco, ciò che mi avrebbe detto. Presi la lettera; fui per strapparla; mi pentii. Era meglio ch'io sapessi ciò che mi scriveva; tanto non potevo temerlo, ed era per l'ultima volta. Strappai la busta. Lessi. Era una lettera piena di oscure minacce. Mi avvisava di essere partito e di aspettarmi a Bologna, al Baglioni. Mi supplicava di raggiungerlo. Dichiarava che, se non fossi andata avrei avuta sulla coscienza la responsabilità del gesto disperato ch'egli avrebbe compiuto. Un romantico, in poche parole, ma un romantico del quale io non sapevo quasi niente. Malato di nervi lo era; e se avesse per davvero posto ad effetto il suo proposito? Quella lettera mi lasciò perplessa. Intanto cominciai col non partire. Discesi a pranzo. Ero nervosa, agitata; non toccai cibo. Dopopranzo Arlecchina si pose al pianoforte e cantò una romanza di lui.

«Io sono una debole cosa, Franzi! Io stessa non mi conosco ancora! Io non so che cosa mi provenne da quella musica... sta di fatto che salii in camera mia e, quando ebbi serrato l'uscio e fui sola, mi gettai sopra un divano, presa dal convulso del pianto. Soffrii come una disperata senza sapere perchè. Che cosa avevo? Perchè piangevo? Non ero libera di andare da lui quando l'avessi voluto? Non potevo dargli tutta me stessa, se ciò mi fosse piaciuto? No, io non volevo questo; anzi il pensiero di appartenergli mi destava profonda ripugnanza. E allora? Se non era amore quel mio turbamento, che cosa era mai?... Che cos'era mai?..»

Parlava sommessamente e rapidamente senza guardarmi. Guardava il sentiero. Confessandosi a me, provava la singolare voluttà di denudare l'anima sua di fronte a sè stessa. Provava il piacere di rivivere la sua pena morbosa, ne' suoi minimi particolari. Riprese:

— Dovevo soffrire... non so!... Era forse la notte di maggio col suo languore... era la mia stanchezza... eri tu che non c'eri. Come hai avuto torto ad andartene, bambino! Il giorno dopo, quando seppi che eri partito, giurai che non ti avrei riveduto mai più. Eppure...

«Basta, mi levai talmente spossata dal divano, che non avevo più forza di reggermi in piedi. E la mia debolezza ingrandì il mio tormento e la mia paura. Allora, senza sapere che cosa facevo, senza misurare le conseguenze del mio atto, senza preoccuparmi di ciò che avrei potuto decidere la mattina, dopo una notte di riposato sonno, gli telegrafai. Gli telegrafai così:Mi aspetti. Verrò.

«Tutto ciò mi dava un'amarezza insoddisfatta; ma... dovevo farlo!... Ero in preda ad una suggestione che non mi spiego. Forse io, pur senza consentire, subivo la forza della sua volontà lontana. Quando ebbi compiuto questo, mi sentii più sollevata e non pensai più a niente. Sentivo solo un profondo bisogno di non veder nessuno; di non parlare a nessuno; di essere sola... sola... sola!..»

Trasse un profondo sospiro. Pareva che, narrando, disfacendosi del ricordo, si disfacesse anche di una grande pena e sospirasse di sollievo per sentirsene, così, liberata.

— La mattina dopo pensai che per vincere l'angoscia dovevo andare da lui; dovevo affrontarlo, sola con lui, in una stanza d'albergo o in un qualsiasi altro luogo. Ciò non mi impauriva. Non era di lui come uomo che temevo; temevo il fascino oscuro dell'anima sua attraverso all'impero dell'arte sua; e temevo l'incompiutezza deinostri rapporti. Bisognava arrivare ad una soluzione ed ero ben decisa ad arrivarvi, qualunque fosse stata la strada che avrei dovuto seguire. Tale decisione mi rese momentaneamente più leggera; mi rese più sopportabile la giornata. I miei preparativi erano compiuti. Alle undici salivo in automobile. Discesi al Baglioni.

«Arrivata all'albergo fui colta da una grande freddezza, da una indifferenza glaciale. Il sapermi, ora, vicino a lui mi dava una padronanza assoluta ed improvvisa de' miei nervi. Non lo temevo più. Avrebbe potuto minacciare la sua e la mia morte che ne avrei sorriso. Tutto il suo potere su di me, che la distanza ingrandiva, era meno che niente. Non volli vederlo subito; uscii. Verso sera, rientrando, incontrai Rorò nellahall. Non appena mi vide si fece pallidissimo. Non mi piacque. La sua faccia si contrasse in una smorfia implorante che non mi piacque. Io non capisco la pietà; non so essere pietosa. Nell'amore, la miseria di chi prega, mi fa più crudele. In nessuna battaglia si vince pregando; e l'amore, per me, è una bella battaglia. Se egli mi avesse investita lo avrei forse ascoltato; ma il trovarmelo dinanzi così, come un miserevole fanciullo che si getta in ginocchio a pregare, mi indispettiva. Lo salutai passando. Non volli fermarmi. Poco dopo ricevevo, in camera, un suo biglietto nelquale mi pregava di accordargli un breve colloquio. Ero ben disposta. Glielo accordai subito. Poteva venire. Avevo un cattivo desiderio di vendicarmi; di fargli scontare tutta la pena che avevo involontariamente patita per lui. Si presentò. La mia freddezza lo sconcertava. Tu sai come sono quando mi si forma come un nodo nel cuore e non c'è più niente al mondo che possa commuovermi o rimuovermi dalla fredda impassibilità che mi tiene. Io sono allora come se vivessi una vita lontana da tutte le cose che mi stanno intorno; come se ogni mia sensazione si cristallizzasse. E non v'è preghiera o disperazione che mi smuova. Allora non posso vincermi... non posso!...

«Egli parlò per più di mezz'ora e non ricordo che disse. Lo lasciai parlare. Non mi interessava. Non una parola uscì dalla mia bocca. Quanto più l'eccitazione lo teneva, tanto più mi facevo fredda e muta. Solo in un punto, quand'egli tentò di avvicinarsi a me, le mani tese in un gesto di minaccia, gli occhi miei cercarono gli occhi di lui e questo bastò per vincerlo.

«Pianse, strepitò, si ruzzolò sul tappeto, finì per estrarre la rivoltella e per puntarsela alle tempie. Lo lasciai fare sorridendo. Ormai avevo veduta ben nuda l'anima sua e sapevo che non avrebbe avuto il coraggio di arrivare fino in fondo.E il coraggio non l'ebbe. E tanto più fu ridicolo agli occhi miei, quanto più aveva azzardato. Per tre volte uscì con aria tremenda e per tre volte rientrò più disfatto che mai. Alla quarta volta chiusi la porta a chiave. Non ne potevo più. Incominciava la nausea. Anche i miei nervi si stancavano e la tensione era troppo grande. Mi gettai sul letto e mi addormentai così, senza svestirmi, perchè il sonno mi sopravvenne come un letargo.

«Il giorno dopo ritornò all'assalto. Aveva una disposizione d'animo migliore. Mi promise che sarebbe partito la sera stessa. Si era già fornito del biglietto di viaggio e me lo mostrò. Mi chiese se, per l'ultima volta, avessi acconsentito a fare una passeggiata in vettura con lui. Perchè negarglielo?

«Egli non parlava più; solo, di tanto in tanto, tentava una carezza. Poi incominciò a canticchiare. Lo fece ad arte? Aveva imparato la strada della mia malinconia?... Io non so... Le forze mi vennero meno... Allora mi prese fra le braccia e mi baciò sulla bocca... lungamente...

«Non gli resi il bacio; fu la cosa di un attimo, chè il mio smarrimento non durò più di tanto. Dopo, ogni suo tentativo fu vano.

«Volli ritornare. All'albergo mi lasciò e non l'ho rivisto più.«E questo è tutto!... Se vuoi credermi, Franzi, questo è tutto!...

— Ti credo.

— Poi non mi seppi rassegnare a non rivederti e tanto feci fin che non ebbi la possibilità di incontrarti qui, alla Monaldina, come avevo stabilito dai primi giorni in cui ti conobbi. È un voto che sciolgo. La nostra ghirlandella è sempre sul ramo più in cima della più alta betulla del giardino. Domani andrai e la prenderai per serbarla. Se tu non fossi venuto mi avresti cambiato in veleno il mio primo sogno e non ti avrei saputo perdonare. Ora sei qui... e la bella notte di maggio è nostra... ed io ti voglio bene come prima... più di prima Franzi mio!

Giacometta aveva ragione, non poteva aver che ragione perchè, nonostante tutto, anch'io le volevo un gran bene.

Sedemmo alla tavola apparecchiata.

La signora Zeffira si era fatta aiutare dalla contadina e tutto era stato fatto per bene.

Non mancavano neppure i fiori, in mezzo alla tavola. La tovaglia era candida; i vassoi erano d'argento; il vino ricordava i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse.

Anche le lucciole entravano, dalle finestreaperte sul giardino. Ed entravano le falene a bruciarsi le ali e a morire alle fiammelle della lampada nella quale ardeva il puro olio dei colli.

Non avevamo altri lumi, ma quello ci bastava; ed era soave la luce.

Giacometta mi si era seduta accanto; e voi signora Zeffira, sedevate discretamente all'altro lato della tavola, ben lontana.

E, con saggia disposizione, pensavate a mangiare senza occuparvi di noi, il che era ben fatto.

La contadina ci serviva eccitando il nostro appetito co' suoi consigli.

Giacometta era gaia. Rideva e si illuminava. Aveva forse decisa la mia e la sua felicità per sempre?...

Ahi, per sempre, Giacometta!

E qual valore ha questa parola nel rapido e mutevole mondo, quando «per sempre!» lo si dica all'amore?...

Tu eri la nuvola bianca sul giardino della primavera. Un bagliore che si dissolve.

Ma quella notte ridevi e brillava la chiostra de' tuoi piccoli denti serrati, nel sorriso, fra le labbra rosse; e mangiavi di buon animo, e ti illuminavi.

Io ti ero vicino, e il tuo riso era il mio riso perchè mi avevi fatto dimenticare il mondo, tu, ardore del mio tempo soave.

Avevo tante cose da dirti che mi si accendevano nella mente! Un brio indiavolato mi discendeva per le vene, per la felicità di averti accanto. Tu eri ritornata e mi volevi bene. Questo era almeno certo per quella notte. Io non pensavo più in là e tu mi avevi abituato a questo. Volevo ridere, volevo averti! E tu eri della stessa opinione. Questo, fanciulle mie, è sommamente bello in amore. In amore bisogna essere, almeno qualche volta, della stessa opinione, altrimenti le fontanelle si seccano e si può morire dalla sete.

Questo ancora è un brutto guaio, belle figliuole di Forlì e di Ravenna, delle due mie città esemplari e fantastiche; è un brutto guaio e bisogna evitarlo a tempo giusto. Due lucciole si posarono sulla tavola e scambiarono forse il candore della tovaglia, per una nuvola.

Noi non sappiamo che cosa pensino le lucciole sopra una tovaglia di bucato.

Credettero esse di essere arrivate presso la lampada del cielo, sopra una nuvola bianca?

Forse sì, perchè si disposero ad amarsi.

E si congiunsero sotto gli occhi nostri perchè, questa, non è, per le lucciole, una cosa impudica.

Fecero ciò che dovevano fare secondo le sacre leggi; e Giacometta ne sorrise.

Lapiêera odorosa, il buon pane azimo della nostra gente.

Veronica, quante uova avevate impastate con la farina, e quanto strutto, per fare una così saporosapiê, che ancora me ne ricordo?

E i galletti di primo canto erano morti per la nostra fame. Poveri vivaci galletti che strillano:

—Vita da Reeee!... — quando nasce il sole dietro i pagliai delle aie.

Io pure cantavo: —Vita da Re!— e Giacometta mi si stringeva al fianco. I suoi piccoli piedi erano coi miei. Le nostre gambe si intrecciavano sotto la tavola.

Ad un tratto, le chiesi una piccola cosa all'orecchio ed ella mi rispose, arrossendo:

— Sì, tutto quello che vuoi!...

Bene, e se allora mi avesse domandato di essere casto per tutto un anno, avrei accettato di buon cuore il sacrificio, perchè le volevo bene.

Ma eravamo alla fine di un capitolo e leggevamo le parole che accendono.

— Ragazzi, la cena è finita. Non c'è altro.

— Tanto meglio.

— Io vado a letto, ragazzi. Sono stanca. Alla mia età non si può vegliare.

— Buona notte, signora Zeffira!

— Buona notte.

— Volete vi svegli, domattina?

— No, grazie.

— Dormite bene.

— Altrettanto a lei.

— Veronica, non importa sparecchiate. Ci penseremo domani.

— Va bene. Felice notte!

— Felice notte!

E la Veronica se ne andò da una parte; la signora Zeffira dall'altra.

— Chiudete bene le porte...

— Sì, signora...

Furon ben chiuse le porte; ma non quella del giardino. Rimanemmo soli.

Sulla tavola c'erano ancora le prime ciliege di maggio; rosse come i tuoi baci, Giacometta. Continuammo a mangiarne e bevemmo ancora del vino, rosso come i rubini incastonati nei diademi delle Basilisse. Finimmo per abbracciarci.

Allora accadde che d'improvviso, le nostre bocche fossero l'una su l'altra, in un bacio diabolico.

Ci colse l'affanno. A cadere si fa prestissimo; basta un secondo, è l'amore che turbina! Ma non volemmo cadere.

La lampada ardeva, soave, sulla tovaglia bianca, e, intorno a lei, era una distesa di falene morte, di moscerini morti, di insetti di ogni colore.

— Se andassimo a fare un giro in giardino?

— Come vuoi.

— Che ore sono?

— Le dieci.

— Non è tardi. Andiamo.

Passammo nel silenzio della notte e delle stelle infinite. Per le strade, pei campi non c'era più nessuno. Le case dei contadini erano buie.

Avvinghiati l'uno all'altra, girovagammo senza parlare. Solo, tale e tanta era la nostra gioia di sentirci uniti, di avvertire l'assoluta presenza dell'amore, che, a quando a quando, ci trovavamo a bocca a bocca con lo stesso desiderio. Era l'assoluta felicità del possesso e della dedizione.

Le mie mani non avevano più ritegno; ma decade il ritegno quando la gioia è comune; quando non è sola la brutalità del maschio, che voglia, ma è la compiutezza di due creature.

Le accarezzai la faccia, la gola, i fianchi lunati di bella giovinetta esile e forte.

Ella lasciava fare, smorendo. Le forze le venivano meno. Sarebbe caduta sull'erba se non l'avessi sorretta. Solo mormorava sospirando:

— Franzi... Franzi, non mi far soffrire!...

E ancora, in uno spasimo:

— Sì, fammi soffrire!... Fammi soffrire!...

Poi arrivò l'ora di salire alle nostre stanze.Ci soffermammo a chiudere la porta, le finestre della sala.

Presi, dalla tavola, la lampada d'argento.

— La portiamo con noi?

— Sì, portiamola con noi!

Salimmo le scale lentamente, abbracciati. Nei grandi occhi celesti di Giacometta, era tale desiderosa dolcezza, che mi faceva tremare i polsi.

Entrammo nella stanza di lei che era vasta ed antica. Un grande letto nuziale, a baldacchino, coperto di broccati, le quattro colonne a stucchi e a oro, e le spalliere, occupava gran parte di una parete e si spingeva fin quasi al mezzo della stanza. Era il monumento del sonno e delle giuste nozze. Chissà quanti sposi vi si eran voltate le spalle! Gli antichi erano preveggenti e pensavano che, per dormire insieme tutta la vita, occorre molto spazio. Il matrimonio, ammesso che corregga il costume, allarga il letto del sonno. Non sarebbe molto meglio dormire in due stanze vicine, umilmente e santamente, quando tutte le fontanelle sono seccate?... Quando l'amore è già morto da tanto tempo, dalla sete?...

V'era adunque in quella stanza un tal letto che Giacometta ne fu sorpresa.

— Dio mio!... Non l'avevo veduto ancora!... Ma questo non è un letto, è un edifizio! Come doveva essere brutto il matrimonio di una volta!

— Ma... press'a poco...

— Non è vero! L'ambiente crea la grazia e la disposizione alla grazia.

— Già! Ma allora spengevano il lume e, al buio, l'ambiente è sempre lo stesso!

— Ma non la disposizione.

— Secondo gli anni dei coniugi. Poi a quei tempi si bevevano fiumi e si mangiavano montagne. Allora la grazia si alzava lo strascico per andarsene in tutta fretta.

Giacometta volle tutto vedere, improvvisamente bambina. Aveva dimenticato l'ora, l'ansia, l'angoscia che ci teneva pochi momenti prima; si era rasserenata. Correva e rideva, scherzava, animata da tutt'altri propositi che non fossero quelli dell'amore. L'amore lo aveva dimenticato forse, forse anche i propositi suoi erano svaniti. Ciò mi fece un po' nero di umore.

— Che cos'hai, Franzi? Non sei più allegro? Perchè fai quella faccia?

— Non me ne accorgo. Sarà un effetto di luce.

Scoppiò in una risata.

Quando ebbe rovistato ogni angolo, parve disposta ad essere più tranquilla. Si fermò; stette muta e pensosa. Disse poi:

— Vieni ad accendere il mio lume.

Ubbidii. Ella si fermò ai piedi del letto. Si eraaccigliata ad un tratto. Mi avvicinai guardandola. Rifuggì dal guardarmi. Allora, amareggiato ed inasprito, le tesi la mano:

— Buonanotte!

— Buonanotte!

Abbandonò la mano nella mia come una cosa morta. La lasciai. Ero pieno di desiderio e di dispetto. Se lo avessi potuto, l'avrei martoriata.

Fui per chiudere la porta.

— No!... non chiudere!... — gridò all'improvviso.

— Perchè?

— Ho paura!

Lasciai la porta aperta e mi allontanai senza rivolgermi.

Mi affacciai alla finestra. Forse l'aria della notte avrebbe acquietata un poco la mia tempesta. Mi parve di udire la voce di lei; non mi volsi e non risposi. Trascorse una pausa.

— Franzi?...

La voce era più vicina, ammorzata in una carezza amorosa.

Ancora non mi volsi.

Allora udii il suo passo dietro le mie spalle; poi sentii il suo respiro sulla mia guancia, poi le sue braccia attorno al mio collo.

Ah, che bastava, bastava, e l'impeto che mi nacque non poteva ormai più essere infrenato!

Ne fu travolta.

L'avvinghiai, la strinsi, la sollevai fra le braccia, me la portai via come una bella preda, come l'amor mio vivo, come il mio desiderio che ardeva.

Niente più poteva essere fra me e lei per dividerci. Era superato il limite. Io già ti avevo nel mio amplesso, da quando, ghermita così nella tua dolcezza di amante, ti portavo verso il grande letto damascato, perchè tu vi morissi d'amore!

Ma ormai, ciò che era in me era in te; la mia follia era la tua follia.

E la posai sul grande letto, riversa, nè ella ebbe un grido nè un atto di repulsione: anzi languiva nello spasimo che era ormai troppo grande e angoscioso.

Non l'abbandonai più. Il vederla così, sotto di me, più bella di ogni umana figurazione; il vederla trasfigurata nella mia e nella sua gioia; il sapere ch'ella mi desiderava come io la desideravo e che non v'era più neppur l'ombra di un'ombra che si frapponesse al pieno compimento del nostro piacere, mi rendeva cosciente nel mio delirio, tanto che mi attardavo per vieppiù godere di lei, della sua bellezza, del suo spasimo che mi si offriva intiero perchè ne partecipassi fino a che la mia giovine forza mi avesse sorretto.

Soave era il lume della lampada e non volli spengerla. Le finestre erano tuttavia aperte; ma chi poteva udire, dal silenzio del giardino, il lamento del nostro piacere?

Entrava il lume delle lucciole e delle stelle. L'accarezzai tutta quanta ed ella, sempre più smorta e tremante, mormorava:

— Sì... tu sei il mio amore!... Prendimi... fammi male... io ti voglio!...

Ma l'indugio è bello quando la preda è sicura. Io volevo ch'ella morisse di me come io di lei morivo.

Poi le nostre bocche si unirono e non fu più il bacio delle sole labbra, ma un più profondo bacio, tanto che il nostro affanno si accrebbe ancor più e i nostri corpi si unirono in un primo, lungo fremito. Chiudemmo gli occhi. Le mie mani cercavano la sua calda nudità.

— Come sei bella!... Come ti voglio bene!... Ora sarai mia... mia!

— Sì, tua... tua... tutta tua!...

Riversa e ansante, ella attendeva.

E la divina grazia del suo giovane corpo mi appariva, illuminata d'amore.

Caddero a mano a mano, le lievi e dolci cose del suo abbigliamento intimo, e quando vidi delinearsi il suo corpo quasi ignudo, quando l'anca non ebbe più velo e potei strappare l'ultimo impedimentoche ancora mi vietava di godermela tutta, quando ella fu veramente mia e supina e pronta alla mia violenza, allora ebbi un grido e l'abbracciai, cieco ed ebbro del suo amore.

Ah, giovinezza e delirio!

Ella era veramente come una piccola statua di meraviglia. Niente era in lei di inarmonico. A guardarla, il già acceso desiderio centuplicava. La bellezza del suo volto era pari all'armonia della sua linea compiuta.

— Baciami, baciami, baciami.

Non aveva più parole ma un lamento, un gemito. Poi le sue mani mi cercarono e non fummo più due corpi, ma un solo corpo, nell'ansito del piacere.

E finalmente riversa, abbandonata, esausta, la feci mia e vidi la sùbita contrazione dolorosa del suo volto, udii il suo grido, mi accorsi ch'ella era intatta e che mi aveva fatto il volontario dono della sua verginità.

Tu mi portasti quella notte, alla Monaldina, il fior del tuo corpo intatto.

Fu quella la prima volta per te, nella gran notte di maggio; ed io ancora sento il brivido del tuo dolore, del nostro piacere.

Poi la tua tenerezza moltiplicò come più ti sentivi mia, ormai, perduta in me perchè io ero stato il primo a farti soffrire, il primo a prender date la mia gioia e a darti l'accecante e dolorosa ebbrezza del sussulto, del brivido, del delirio, della spossata pausa in cui si rinnova più forte l'inesausta volontà di godere e di soffrire.

E fino al mattino godemmo; fino al mattino fummo l'uno dell'altra: fino a quando cioè una piccola campana suonò l'alba e cantarono i galli dalle aie.

Allora, sempre avvinti, cademmo in un pesantissimo sonno e tutte le cose del mondo disparvero per la nostra giovinezza in riposo.

Ella aveva un altro volto, il giorno dopo. Nei suoi grandi occhi celesti era una infinita tenerezza e una infinita malinconia.

E quando credevo ch'ella dovesse essere mia e veramente mia per mesi ed anni, ecco che una nuova distanza nasceva fra di noi.

Ella era arrivata con un proponimento e a tale proponimento si atteneva senza concedere nulla ai nuovi desideri, alle tentazioni nuove.

Si era promessa di farmi il dono della sua verginità ed era partita a cercarmi.

Poi tutto era compiuto.

Non v'era altro segno da raggiungere; tutto era compiuto!

Ella avrebbe ripresa la sua strada; io la mia strada.

Ero arrivato a quella notte attraverso ilciclo della ghirlandella; ma con quella notte il ciclo era irremissibilmente chiuso. Non c'era più una parola da dire; non un gesto da tentare.

Ella rientrava nella sua torre d'avorio.

— Non ti basta, Franzi?

— No.

— Non sei convinto ora ch'io ti voglio bene?

— Ne sono convinto; ma perchè condannarci a tanta pena quando... solo che tu volessi...

— Ma io non voglio!

— E perchè?

— Perchè così è bello e solamente così! Credi che ciò non costi un enorme sacrificio anche a me?

— Ma la necessità di questo sacrificio?

— Dovresti vederla!

— Non la vedo...

— La saprai in seguito!

Girometta, sono passati ormai tanti anni, eppure debbo umilmente confessarti che allora, non potevo saperla.

Tu temevi che la volgarità sciupasse la grande poesia di quella notte nostra. Era questo?

Tu eri Girometta:tu dovevi ritornare al tuo remoto paese!

Ma dove? Ma dove?

E dopo, dopo ho girato tanto mai mondo e non ti ho più riveduta!...

Alla Monaldina lasciasti la tua ghirlanda di gelsomini e non avevi ormai altra ghirlanda da portare all'amore. Laggiù, sulle rive del piccolo fiume, fu tutto!

Io mi levavo, quel giorno, con l'anima del più terso cielo di maggio e la mia gaiezza era tutta un canto quando venisti a dirmi:

— Povero Franzi, debbo dirti addio.

Più grande fu la tua malinconia quando vedesti il mio volto sbiancare.

— Addio?... E perchè?...

— Io parto.

— Ma dove vai?

— Molto lontano.

— Ma dove?... dove?...

— Dove tu non possa saper più niente di me!

Già tutto era pronto, quando discesi in giardino.

Tu eri ben decisa e forse avevi ragione!

Non saresti così nella mia poesia, altrimenti; non così nella mia musica lontana che tutta si appassiona di te, cantando.

E forse non avevi neppur ragione, perchè ti avrei creato ben altri altari!

Ho ancora in mente la tua malinconia, quando dicesti: — Non sciupiamo quest'ora. Io avevodeciso così fin dai primi giorni, fin da quando ti conoscevo appena. Le nostre giovinezze si trovavano nello stesso silenzio. Capii che eri molto solo, sentii il deserto della tua giovinezza e seppi che potevo darti la gioia. Ebbene, questa gioia ho voluto dartela. Ho fatto male? Ho voluto portare a te, che non mi chiedevi niente, ciò che altri cercava di mercanteggiare. Ti ho data la mia purezza intatta e non ti basta?... Ora non potrei vivere la tua vita, nè tu potresti e sapresti vivere la mia. La tua strada è un'altra strada. Bisogna che ci separiamo fin che non vi sia un dolore molto più profondo fra l'anima tua e l'anima mia. Il dolore che rende vizze anche le cose più belle.

«Io non sono di questo, povero mondo, che vive fra i tre campanili. Forse avrò torto... forse ho ragione! Ma che m'importa?... La mia vita voglio costruirmela io. Sono abbastanza ricca per farlo ed ho la grandissima fortuna di essere sola.

«Ho sempre compianto le mie pari che hanno tanto parentame attorno. E tutto il parentame si preoccupa della loro felicità. Per queste povere giovinette non è possibile neppure il principio di un sogno. Debbono soffocare tutto. Un giorno o l'altro saranno gettate in un letto matrimoniale e dovranno darsi ad un bennato maschio che le coltivi come un vaso di prezzemolo. È forse piùbello l'ipocrito adulterio anzichè la mia sincera libertà... Tu mi piacevi. Ti ho dato me stessa. Ora me ne vado perchè voglio che sia così.

«Io sono nessuno, ma mi pare di avere il cuore di una rondine. Sono nata per cercarmi una gronda, forse; ma anche per emigrare. Ora debbo andarmene. So che mi ricorderai, ma non ti prego. La tua vita sarà un po' come la mia. Addio, Franzi.»

Non seppi e non volli replicare nonostante l'amarezza che mi proveniva dal suo divisamento. Era inutile pregarla; non la pregai.

Una vettura l'attendeva.

Passeggiammo ancora un poco senza parlare. Un addio è sempre lacerante.

E tutte le buone ragioni non valgono quando il cuore soffre.

Ma così doveva essere. Provammo il nostro coraggio a quella separazione improvvisa, e, apparentemente, non necessaria.

— Domani sarebbe troppo tardi!...

Ed è sempre troppo tardi, quando non si ha il cuore pronto alle decisioni risolute; quando non si sa affrontare il dolore. È troppo tardi per vivere e per morire. Un cuore si impantana.

Ma io ero un pastore di stelle.

Io sapevo il canto delle solitudini.

Avevo il mio cuore forte, nel mio petto di giovane.

La vita e la miseria dovevano serbarmi altre sorprese...

Ma, nascendo, il Signore mi aveva indicata una strada e il lume degli astri.

Ciò che scopersi lungo il mio cammino, e la poesia e la musica e il dolore che conobbi e imparai vi saranno noti, se mi vorrete seguire.

Se vorrete profondare con me nella notte, verso i sogni dell'Universo.

Qualche volta, ho sentito Iddio, oltre il mio terrore; e l'amore mi è stato fratello.

L'accompagnai fino alla vettura.

— Addio, Franzi...

— Addio, Giacometta...

— Dammi un bacio.

Poi la vettura si allontanò.

Ella si rivolse agitando la piccola mano inguantata.

E il suo sorriso era triste.

— Addio!

— Addio!

Non c'era altro da dire e niente da aggiungere a quella parola.

Tutta la tristezza della vita era in quel giorno di maggio, fra il mio ed il suo cuore.

Scomparve. Non udii più il bubbolìo delle sonagliere. Allora balzai in bicicletta; volevo inseguirla, rivederla...

Percorsi cento metri di strada e mi fermai. A cosa compiuta occorreva un compiuto cuore.

Ritornai sui miei passi e sentii le mie lacrime solcarmi la faccia.


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