XXVI

XXVI

L'Angelo dalle sette note.

L'Angelo dalle sette note.

Ora Rorò uscì dalla sala da pranzo più taciturno che mai e scomparve senza por mente alle insistenze delle sue ammiratrici. Solo si fermò a guardare ancora una volta Giacometta la quale finse di non accorgersi di lui.

La comitiva si sparse un po' in giardino, un po' per le sale.

I più anziani sedettero ai tavoli da giuoco.

Arlecchina invitò Beppe Mandusio a una partita al bigliardo.

Rimasi solo con Giacometta.

— Vuoi che passeggiamo un poco in giardino?

Uscimmo sotto la luna.

Si attraversaron due prati senza parlare, o quasi. Ad un tratto un canto si levò nella notte.

Giacometta si fermò ad ascoltare; disse:

— È Rorò!

Dopodichè prese la corsa attraverso i prati.

Le tenni dietro. Ci fermammo a pochi passi dalla villa.

Domandai:

— Perchè non entriamo?

Mi fece cenno di tacere. Sedemmo in una panchina. Qualche altro ascoltava così, nella notte, il canto che sgorgava pieno e melodioso dalla gola di Rorò, dalla vostra gola innamorata, Rorò.

Allora io udii levarsi la vostra infinita tristezza di fanciullo; sentii la vostra sincerità più profonda, fuor dalle forme e dai panneggiamenti di cui vi compiacevate, piccolo mago, perchè le belle che vi amavano vi pensassero più lontano e irraggiungibile.

Voi eravate solo a cantare, nel cuore di quella notte di maggio, e raccoglievate intorno a voi tutte le anime nostre, le anime sorelle, nel buio della notte, le sperdute, le eterne esiliate nel fondo degli abissi.

E trionfaste. Per due, per tre volte doveste ripetere il canto finchè la comitiva vi lasciò tranquillo.

E allora come vi sottraeste voi alle vostre innamorate, Rorò?...

Giacometta non parlava più. A un po' di lume che arrivava dalle finestre aperte della villa,io vedevo il volto di lei fermo in un'estasi muta.

Che pensava, che desiderava?

Poi Rorò apparve sulla soglia della villa e guardò nel buio.

Lo vide Giacometta? Ella non fece parola e non si mosse.

Rorò non poteva distinguerci; ma certo intravide qualcuno nell'ombra perchè uscì nella notte e si diresse pian piano verso il nostro sedile. Allora Giacometta si alzò di scatto e mi disse:

— Andiamo via!

Ciò parve, a me, ottima cosa e già stavo per avviarmi al fianco della creatura che mi piaceva di chiamar mia, quando Rorò levò la voce nella notte:

— Signorina Maldi?

Giacometta si fermò senza rispondere.

— Signorina Maldi?... È lei?...

— Sì... — rispose Giacometta.

Rorò ci raggiunse.

— Non era in sala... non ha sentito?...

— Ho sentito...

— Le piace?...

— ...

— Ho cantato solamente per lei... L'altro giorno... dopo il nostro colloquio ho scritto quellamusica. E se la musica potesse portare una immagine, porterebbe la sua immagine!

Giacometta si ostinava a non rispondere.

— Io credo — riprese il biondo maestro — credo di non aver sofferta mai tanta pena...

Ad un tratto, dopo un nuovo silenzio, la mia selvaggia domandò:

— Quando partirà?

— Perchè me lo chiede?

— Non può rispondermi?... Quando partirà?

— Fra tre giorni.

— È ben certo?

— Certissimo.

— Non si lascerà lusingare dalle insistenze delle sue ammiratrici?

— No.

— E dove andrà?

— Mi fermerò a Bologna due giorni, poi proseguirò per il lago di Como. Perchè me lo chiede?

— Così... per niente!...

Continuammo la passeggiata che non aveva per me nessunissimo interesse; tanto poco interesse aveva che, trovata lì per lì una scusa qualsiasi, stavo per andarmene nella notte a soffrire col mio geloso dispetto, quando Giacometta mi fermò trattenendomi per un braccio e mi chiese:

— Dove va?

— Non glie l'ho detto, signorina Maldi? Salgo in camera mia.

— No, resti.

— Ma... ho bisogno...

— Resti, le dico!

E restai... ma senza consolazione.

Ora convien sapere che del nostro simbolico fidanzamento non avevamo fatto parola, e che, per tutti, non eravamo che buoni e vecchi amici.

— Dunque, signorina Maldi, — riprese Rorò — lei è la sola che non mi abbia detta una parola circa la mia musica di stasera...

— Io non sono in grado di darle un giudizio.

— E che mi importa dei giudizi?... Vorrei solamente sapere se le è piaciuta o no...

— Mi è piaciuta molto...

Spense le parole, come se vi si perdesse per entro, con l'anima smarrita.

E per me furono coltellate.

Rorò navigava con cento vele ed io non avevo che un povero navicello munito di fragili remi; e l'oceano era lo stesso per tutti due.

— Allora ho avuta la gioia di esserle vicino mentre cantavo?

— Sì...

— E perchè non è entrata in sala?

— Perchè ero più sola in giardino; ed ho ascoltato meglio.

— Mi sarebbe piaciuto vederla... cantavo per lei....

E la nota ritornava, come in una monodia, sempre la stessa...

Una fresca risata ci tolse dal silenzio. Ci volgemmo. Dietro di noi Arlecchina e Beppe Mandusio si rincorrevano.

Arlecchina si fermò ansando e chiamò:

— Sei tu, Giacometta?

— Sono io.

— Che fai?... C'è Franzi?...

— Sì.

— Franzi, venga qui!

Mi accostai.

— Cosa vuole?

— Come sta?

— Bene. Perchè?

— Non c'è un po' di burrasca?

— No, non c'è!

— Uhm! Se lo dice potremo crederlo...

— Signor Balduino, ella ha un pericoloso rivale! — mormorò Beppe Mandusio e mostrò, nel riso, tutta la chiostra de' suoi denti bianchissimi nella sua faccia scura.

— Quale rivale?...

— Rorò sa le strade traverse — disse Arlecchina.

Poi mi prese per mano e mormorò:

— Franzi, venga con noi!

— Ma... la signorina Maldi mi ha pregato di non lasciarla!

— Deve servirle da paracadute? — domandò Beppe Mandusio.

— Caro Mandusio, — risposi con irritazione — in tutti i casi ella deve convincersi che la signorina Maldi sa pararsi da sè. Poi, non credo corra un così orrendo pericolo!...

Tanto Arlecchina quanto Beppe Mandusio scoppiarono in una risata.

— Franzi, venga... ma venga con noi!...

Mi rivolsi a guardare. Ormai Giacometta e Rorò non si vedevano più. Ciò pose il colmo alla mia pena.

— Andiamo! — risposi.

E mi allontanai.

La mia gelosia mi tramutava in un automa ambulante. Non trovavo parola da dire; non sapevo rispondere a tono perchè la mia mente era altrove.

Avevo sentito dalla voce di Giacometta la sua perduta ammirazione per Rorò; l'avevo sentita ed ora, che erano soli, certo ella non avrebbe resistito al fascino del biondo maestro e gli sarebbecaduta fra le braccia. Non poteva essere altrimenti. Rorò le aveva ben fatto capire di essere innamorato.

Con tali pensieri, con tanto tormento in fondo al cuore, non potevo partecipare all'allegria di Arlecchina e di Beppe Mandusio così che, colto il momento opportuno, mi allontanai.

Una volta solo, mi posi alla ricerca degli scomparsi. Nelle sale non li trovai, non potevano essere che sotto la luna...

Il morso della gelosia è cane!

Avrei compiuto l'inverosimile pur di vedere, pur di sapere ciò che stavano combinando Giacometta e Rorò. Corsi per tutto il giardino soffermandomi ad ascoltare ogni pesta. Forse si erano dilungati per un sentiero, via sotto la perfida luna; avevano cercato un rifugio nel quale nessuno avesse potuto sorprenderli!

Così me ne ritornavo verso la villa, sconsolato come un podista che non ha raggiunto il traguardo; me ne ritornavo così con le mie pive nel sacco quand'ecco arrivarmi il suono di due voci... le loro voci!...

— ... dunque non volete?...

— ... no!...

— Giacometta, io non ho pregato mai nessuna creatura come prego voi...

— ...

— Siate buona!... Soffro tanto, Giacometta, e vi voglio tanto bene!...

— Da quando?...

— Non mi credete?

— No.

— Allora, siate franca: dite che non potete soffrirmi!

— Neppur questo è vero...

— Ma siete disperante, Giacometta!

— Perchè non acconsento al vostro desiderio?

— Io non vi ho cercata...

— Dite addirittura che sono venuta io da voi! — e Giacometta ebbe l'aspro riso che tanto bene le conoscevo.

— Però vi siete posta ad un brutto giuoco!

— Perchè?... — e la sua voce era cruda, provocante.

— Perchè io non ammetto mezze misure e il giorno in cui la mia pace è finita, il giorno in cui ho dato tutto, quel giorno sono pronto a rischiare tutto.

— Vorreste intimorirmi?

— Voi scherzate; io no! E non ho voglia di scherzare, e voi non mi conoscete ancora!

— E così?

— Così vi ripeto quello che vi ho detto: sabato vi aspetto a Bologna, all'albergo Baglioni.

— Ma non verrò!

— Voi verrete!

— Vedremo!

— Verrete, Giacometta, verrete!... E vi consiglio di non cimentarmi; vi consiglio di essere buona come è giusto; come è anche logico, per voi.

— Se siete tanto sicuro, non occupatevi della logica!

— Non vi credevo così perfidamente fredda...

— Perchè siete abituato male.

— Poco fa, non eravamo così. Da che proviene questo cambiamento subitaneo?

— Forse travedete adesso come prima.

— Vi sembra?

— Lo credo. E, dopo tutto, che cosa vi dà il diritto di pensare che possiate fare di me ciò che vi aggrada?

— Il vostro contegno con me.

— Ora siete sciocco, signor Rorò!... E sarà inutile continuiate a parlare!

Ella si levò di scatto dalla panchina e si avviò innanzi per il viale.

Rorò le tenne dietro.

Camminarono un poco in silenzio. Rorò mormorava, a quando a quando, qualche incomprensibile parola e sospirava come se l'aria gli venisse meno di secondo in secondo.

Ora implorava con piccola voce di pianto:

— Giacometta... Giacometta... non fatemi soffrirecosì, Giacometta!... Voi mi cimentate, mi fate perdere il lume della ragione! Sì, sono stato sciocco, è vero! Sciocco e volgare... ma perdonatemi!... Giacometta?... perchè non rispondete?... Volete che mi umilii ancor più?

Ella continuava a camminare, rigida nel suo silenzio, come se le parole di lui non la sfiorassero neppure.

— Come siete cattiva!... Che male vi ho fatto?

— Nessuno.

— E allora?...

— Allora è inutile. Datevi pace.

— Datemi almeno la vostra mano.

— Non ne vedo il bisogno.

— Una vostra mano sola...

— Se vi fa tanto piacere, eccovela.

— Non così, Giacometta!

— E come, allora?

— È proprio finito tutto fra noi?

— Niente è finito perchè non c'è mai stato niente.

— Non vorrete più ascoltarmi?

— Ma se è un'ora che vi ascolto!

— Non con quell'anima ostile.

— Io ho un'anima sola.

— Sì... la buona... quella che vi illumina gli occhi... quella che vi suggerisce le cose belle che mi hanno fatto innamorare così perdutamente!Ho ancora, nella mia stanza, le vostre rose... tutte le vostre rose. Non una deve essere gettata, non una deve appassire fra le cose morte della strada. Mi capite, Giacometta? E non vi sembrerò un romantico se ho la religione del mio amore. Il vostro biglietto... guardate... l'ho sempre qui. È un poco gualcito... ma devo guardarlo, di tanto in tanto... devo rileggere le quattro parole... le quattro parole sole con le quali rompeste il silenzio e veniste verso di me. Ecco... «L'anima con le rose!» Questa è l'anima vostra! Quella che io cerco, che io amo!...

Giacometta si era fermata. La sua voce si addolcì un poco:

— Ma non sapete guadagnarvela quest'anima!

— Ho fatto di tutto per accostarmi, e mi avete sempre respinto!

— Perchè correte troppo e, correndo, ci si allontana!

— Un poco abbiamo corso insieme...

— Può anche darsi...

— Poi questo non vi è piaciuto più!

— Non lo nego.

— E allora vi siete stancata di me!

— Non è vero!... Vi avevo offerto la mia calda amicizia... Non vi è bastata.

— Non poteva bastarmi!...

— Sta bene. Ora vi prego di non parlarne più.Sono stanca!... Proprio stanca... stanca... stanca!

E più non scambiarono parola.

Quando, un poco dopo, mi presentai a Giacometta in un angolo appartato della grande sala della villa, ed ella mi vide pallido e stravolto, non risposi alle domande amorose che mi rivolse. Mi congedai con una scusa; volli essere solo, non volli veder più faccia umana, tanto incominciava forte la mia disillusione, pur non cedendo l'amor mio, radicato ormai al mio cuore come l'edera salda che si abbarbica alla rovere e tanto la ricopre e la stringe e l'avvolge negli anni, che la fa disseccare.

Ed io volevo saper tutto e vedere fino alla fine per soffrire la mia sofferenza tutta quanta, senza risparmiarmene goccia.

E ciò ti stava bene, Francesco Balduino. Però non imparasti niente perchè in amore non si impara che a innamorarsi di nuovo quando il tempo ha cicatrizzata la prima ferita.


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