Chapter 4

«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento nazionale cherespinse l'invasione di Dario!Che meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella cacciata di Serse,proprio allora(proprio davvero? adagio Yorick!) che Ateneteneva in Grecia il primatodelle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche!Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime cosedeve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.»

«Il popolo ateniese non era poi quella peste che il signor Cavallotti ci dipinge.... Quale splendida epopea nel gran movimento nazionale cherespinse l'invasione di Dario!Che meravigliosa costanza di propositi, che slancio ardente di patriottismo nella cacciata di Serse,proprio allora(proprio davvero? adagio Yorick!) che Ateneteneva in Grecia il primatodelle armi, delle lettere, delle arti!... Come si battevano bene i demagoghi ateniesi e quante volte la salute della Grecia fu dovuta alle sanguinose vittorie di quella democrazia turbolenta e ciarliera!... Lo dicano gli eroi di Artemisio, celebrati nei versi di Pindaro quali fondatori della greca libertà; lo dicano i guerrieri di Salamina e di Platea, trionfatori della possanza persiana, dopo che le sorti della Grecia erano cadute con Leonida e co' suoi Trecento nella funesta stretta delle gole tessaliche!Un pover'uomo che non sappia tutte queste bellissime cosedeve tornarsene a casa singolarmente turbato nell'anima dalla lezione di storia sceneggiata dal sig. Cavallotti.»

Ebbene, un pover'uomoche le sappiatutte queste bellissime cose, dirà che tutto questo è magnificamente scritto, ma non è serio, perchè tutto questo si chiama cambiar le carte in mano! Ma chi ve li attacca — che Dio vi benedica! — i vostri eroi di Artemisio, di Platea e di Salamina? Non ho io speso fin qui tante pagine (il mio amico carissimo, l'editore Rechiedei, che sa il suo Cornelio a memoria, mi assicura anzi che sono fin troppe) non ho io speso tante pagine ad esaltarli! Certo, all'epoca che essi cacciavano Serse, Atene non teneva proprio un bel niente di tutto quel che voi dite; nè il primato dell'armi, nè quello delle lettere e dell'arti[119]; ma fu per loro virtù che Atene in poco tempo potè alzarsi al colmo della sua grandezza,e ci voleva l'ignavia dei degeneri nepoti per precipitamela!

Ora dunque, se è di quest'epoca che mi parlate, aspettate prima ch'io abbia scritto unTemistocle, od unAristide, non già unAlcibiade. Se è di quest'epoca e di quegli uomini che mi parlate, non solo io cavo loro di cappello insiem con voi, ma prego voi per il primo a rispettarli un po' di più. Perchè tutte le concessioni che andate facendo al mio dramma, per quella brava gente, diventano tante calunnie; non era, no, non era nè venale, come voi dite, nèinchinevole alla gozzoviglia e ai brutali piaceri del senso, quel popolo che fabbricava le sue navi coll'obolo volontario dei poveri, e le cui leggi —modellate, come voi dite benissimo, suicostumi— punivano di pene severissime i turpi vizj e facevano santi il lavoro e i vincoli della famiglia![120]. E non era no all'epoca di Salamina che Atene vedea tra le sue mura laignobile vendita degli impieghi e delle dignità elettive al miglior offerente[121]e vi sfido a citarmene, nelle fonti storiche, un esempio solo!

Ma se non è quella l'epoca del dramma mio, oh allora per carità, caro Yorick, tralasciamo di sfondar le porte aperte! Lasciamo alle scuole di retorica i pregiudizî che per lungo tempo non permisero — come ben dice il Cappellina — di vedere dei popoli liberi dell'antichità che il lato grande ed eroico.

Non rivanghiamo le storielle solite sulla rivoluzione francese! Non venite a parlarmi della clemenza dell'Atene di Alcibiade e successori[122]; perchè lastrage dei Mitilenesi[123]e gli abitanti di Melo e di Scione passati a fil di spada son là per ismentirvi![124]Non mi parlate dell'assenza delle esecuzioni capitali; perchè i supplizj per il processo delle Erme, e la condanna a morte dei dieci generali colpevoli d'aver vinto in battaglia il nemico, e i supplizj della rivoluzione dei Quattrocento, e la cicuta di Prodico, e quella di Socrate, e quella più tardi di Focione vi potrebbero guastar le citazioni! Non venite a vantarmi la moralità dei magistrati e degli oratorivigilata dall'Areopago[125], perchè già da un pezzo questo sindacato, prescritto dalla legge solonica, l'Areopago non lo esercitava più[126]: da un pezzo Pericle avea messo freno all'autorità e alla vigilanza di quell'incomodo sorvegliatore[127]e ormai da un pezzo Atene vedea gli onori della bigoncia e delle cariche dischiusi a' libertini, ai truffatori dell'erario e ai ciarlatani!

È dunque solo lo spirito militare e patriottico che nell'Atene di quei tempi vorreste darmi per vivo?

«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corserotutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del patriottismo di un popolo intero.»

«Quando nella funesta spedizione di Sicilia Atene ebbe perduto il fior de' suoi guerrieri e l'eletta de' suoi marinaj, pochi mesi bastarono ai cittadini della grande repubblica per armare nuove triremi, per radunare nuovi eserciti! Gli eleganti Ateniesi, i molli, i cialtroni, gli effeminati, gli oziosi, corserotutti a impugnare la spada e a curvare il dorso sul remo, e questa forza d'animo nel momento della sventura era l'espressione del patriottismo di un popolo intero.»

Così canta Yorick. Ma così non canta la storia. Dalla storia frattanto a ogni buon conto imparo che all'epoca della spedizion di Sicilia lo spirito militare era già così svanito, che per quella impresa, la quale era pur tanto popolare e solleticava tanto le speranze ateniesi, si dovettero adescare i cittadini al servizio alzando di nuovo il soldo militare ad una dramma; e ancora quell'aumento non allettò a mala pena che i proletarj; e di 5100 opliti che Atene potè riunire per quell'impresa a gran fatica, soli 1500 eranoopliti di catalogo, cioè delle prime tre classi, iscritti sui ruoli; il resto si dovette comporre di proletarj dell'ultima classe e di mercenarj, come di mercenarj si dovettero in massa riempire le milizie leggiere, e le ciurme delle triremi.[128]

Questo innanzi il disastro di Sicilia: e dopo il disastro? Ah, dopo, poi — state attento, caro Yorick, è l'illustre storico grecista italiano Amedeo Peyron, che parla citando —terminata la spedizione di Sicilia, talmente crebbe la tepidezza degli Ateniesi per le armi, che Isocrate così scriveva: «Noi, mentre vogliamo dominare sopra tutti,ricusiam di militare, abbiamo eserciti mercenarj, composti di uomini esuli, disertori, malfattori, oltraggiatori de' nostri figliuoli, che abbandonano noi, se altri li paghi di più. Noi che difettiamo del vitto quotidiano prendemmo ad alimentare codesti forestieri.» — Ed altrove: «Noi talmente trascuriam le cose attinenti alla guerra, che non andiamo alle rassegne se non pagati.»[129].

Questoera, caro Yorick, lo zelo, era questo il patriottismodegli Ateniesi dopo la catastrofe di Siracusa. Non erano no imolli, gli effeminati, gli oziosiCecròpidi che dopo il disastro vestiron l'armi o andarono, come voi dite, a curvarsi sul remo; erano le nuove leve di mercenarj della Tessaglia, della Acarnania, che formavano i nuovi eserciti, le nuove flotte; eran forestieri di Caria, di Tracia e di Creta, i soldati a cui Atene confidava tra quei rovesci la sua salvezza!

***

Certo, non tutto, non proprio tutto nella città era abjezione. Quegli stessi eserciti di forestieri assoldati, quelle flotte di mercenarj improvvisate, lo furono con una prontezza di consigli e di provvedimenti, con una larghezza di contributi che fece onore alla città. Vi ebbero Ateniesi molti che in quei frangenti udirono la voce della patria in pericolo ed accorsero a combattere per lei.

Certo, anche questo periodo di prostrazione, di dissoluzione morale, appare qua e là solcato, ad istanti, ad intervalli, da fuggevoli lampi delle antiche virtù: a dati giorni, a date ore, questo popolo che degenera ritrova in sè ancora qualcosa della tempra antica, per prendere a tempo una decisione patriottica nell'assemblea, per afferrare a volo una vittoria sul mare, per rialzarsi con isforzi d'animo tra i rovesci della fortuna.

E chi non sa che il genio, la natura di nessun popolo non si ecclissano, non possono ecclissarsi interamente a sè medesimi in un giorno solo? Non v'ha nella storia nessuna epoca così corrotta che qualche raggio di virtù ancora non vi brilli, che qualche coraggiosa e generosa protesta non vi si faccia sentire: a maggior ragione in Atene, dove ogni pietra quasi, ogni lembo di suolo o di marina rammentava esempli fortissimi, tradizioni magnanime, dove passeggiavanoancora sotto i portici, gloriosi di canizie e di cicatrici, gli avanzi dei vecchi che avevano combattuto in Salamina.

Noi assisteremo anche più tardi, alla vigilia della conquista macedone, quando quelle memorie saranno ancor più lontane, a qualcuno di questi sussulti del gigante antico: ma saranno sussulti galvanici, sforzi spasmodici di una vitalità che reca la morte nel seno. Vedremo ancora splendide figure, quasi meteore luminose attraversare il tempo; udremo fra le brutture dell'età tuonare la indignazione virtuosa di Demostene, come un dì calma e mesta sorridere la ironia santa di Socrate. Ma esse appunto varranno astimmatizzarle, non a redimerle; sarà ilbuon geniodell'Eliade antica, della gran madre deglieroi, che prima di spirare tra l'ignavia dei nepoti, vorrà svincolare dalla catastrofe la propria responsabilità e il proprio nome — e rimetterà per mano di quei giusti — suoi esecutori testamentarj — la sua protesta alla storia.

***

E questa protesta, come la storia l'ha raccolta, così tentai consegnarla nel dramma. Queste ultime voci mandate come un rimprovero da una generazione virtuosa che muore a una generazione corrotta che sorge, m'era parso che il poeta potesse e dovesse raccoglierle; m'eran parse interessanti per la morale della storia e per il contrasto della scena.

Giacchè non è poi niente vero che sian tutti fior di mariuoli quelli che parlano e si muovono nel dramma mio; non è niente vero che della faccia dell'epoca io non abbia guardato che unlato solo— il lato più brutto ed ignobile[130]. S'io non erro, sono due lecorrenti morali che da capo a fondo traversano il dramma, eintornoad Alcibiade edentro di lui. Se io non erro, Socrate, che rinfaccia le virtù del tempo passato, Timone che impreca i vizj del presente, Lamaco ed Eufemo, i soldati valorosi e leali; Timandra, la cortigiana che alla voce del dovere e della virtù presta le lusinghe divine dell'amore, appartengono a una corrente morale diversa, da quella in cui si muovono Tessalo e Cleonimo, e Diocare ed Aminia; e al basso fra il popolo Cimòto, il parassita di buon cuore, segna il punto di contatto fra le due correnti; in alto, fra i patrizî, Alcibiade segna la sintesi delle due età. Infatto, nessuna figura personificò mai nella storia più al vivo, e con più spiccati colori, i contrasti, le lotte intime d'un periodo di transizione; l'influenza di Alcibiade tra i suoi contemporanei fu straordinaria, perchè egli era il prodotto più naturale,più vero e più completo, della sua epoca. Alcibiade è la risultante degli splendori di Pericle, delle glorie eroiche d'Artemisio e Maratona, della corruzione di Cleone e di Iperbolo. È egli la personificazione delle virtù che se ne vanno, e dei vizj che arrivano; è egli stesso ildemosd'Atene, del quadro di Parrasio[131]; egli il popolo ateniese colle qualità che lo han fatto grande e con quelle che lo tirano a rovina. Nel fondo della sua anima, come dintorno a lui, le due epoche si incontrano; e il rimprovero severo di Socrate lo disputa alle lascivie d'una cortigiana; il sarcasmo di Timone lo rimorde tra gli intrighi del foro; Cleonimo, il vigliacco lo insidia, e Làmaco il valoroso lo difende. La faccia di Alcibiade è metà rivolta verso i crepuscoli di uno splendido giorno che tramonta, metà verso l'ombreche sopraggiungono. Socrate scomparirà dalla scena, perchè è alla notte che spetta la vittoria; lui scomparso, la resistenza morale, da lui rappresentata nella forma più intransigente, più elevata e più pura, continuerà ancora, ma dovrà cercarsi più al basso altri rappresentanti quali il tempo lo consente, battere alla porta delle caste che la corruzione del tempo ha fatto sorgere.

Questo concetto storico (che almeno nel dramma completo si sviluppa di più), questo contrasto d'idee e di colori, di ombre e di luce, la povera tavolozza del poeta non sarà bastata a ritrarlo: d'accordo: ma al poeta non par troppo il domandare che almeno si piglino le sue intenzioni per quel che furono, pigliando la storia per quella che è; che non si tiri il collo a questa, per dare lo scambio a quelle; e dove egli vuol fare dell'arte a modo suo, non gli si faccia fare, per forza, della politica a modo degli altri. Se politica ci è nell'Alcibiade, adagio un po' — caro Yorick e compagni — a sciuparmela: che non l'ho fatta per voi. O che strani, che cocenti amori son questi, signori monarchici d'Italia, che vi pigliano ad un tratto per la repubblica d'Atene? Certo, il vedervi divenuti così fieri repubblicani in causa mia, mi commove nelle viscere, mi insuperbisce e mi consola; che affè non vi sapevo così rossi di dentro, e richiamerò sopra il fatto l'attenzione del Ministero. Ma siate prudenti! Volete si dica che la repubblica per poter piacere a voi, bisogna prima che il vizio l'abbia ben bene imputridita? Volete si dica che per rendervela accettabile, per conciliarvi subito con lei, bisogna prima ch'ella mandi le virtù repubblicane a dormire; che ella metta in carcere Socrate, come Mazzini; che paghi a misura di carbone i vincitori delle Arginuse, come il vincitore di Milazzo; che dia in fatto di corruzione tutto quello che può dare una monarchia?

Quanto a me, non credo proprio che la repubblicapossa farmi il viso arcigno, se nei torti del suo passato raccolgo qualche insegnamento del suo avvenire[132].

***

E con questo, (permettete Yorick, ho bisogno di dir due parole, a questo signore, qui, dalla barba lunga, che ci ascolta) con questo, gentilissimo signor marchese d'Arcais, mi trovo aver risposto abbondantemente, se non erro, anche alle prime e capitali delle sue censure. Censure ch'Ella ha copiato — ormai, via, lo confessi qui a sei occhi, che il nasconderlo è inutile, dal bravo Yorick qui presente[133]— le ha copiatenella gran fretta, senza controllarle; e quindi, naturalmente, ha detto delle....facezie: delle quali non le faccio torto: ma bensì dellafrettache gliele ha fatte dire. Con tutto il possibile rispetto per lei, Ella mi ammetterà, signor marchese, che quando un autore — sia pur mediocre — ha investigato, se non altro, con pazienza e cura un'epoca storica così complessa come quella d'Atene — e presenta al pubblico il frutto, sia pur povero, di indagini parecchie e di studj coscienziosi —non è serio(noti bene la parola signor marchese),non è serio, dopo poche oredalla recita, uscir fuori come ha fatto lei, con dodici colonne di roba stampata, a sentenziare lì per lì sul valorestoricodell'opera, e sul complesso dei problemi storici che l'opera solleva: a meno di posseder già sulla materia degli studj estesi e delle cognizioni che evidentemente — senza farle torto (Ella s'intende a fondo di musica, mi dicono, e non ha obbligo di intendersi anche di storia greca) senza farle torto, a lei mancano, a cominciar dagli elementi. — Dio mi guardi dal credere, calcolando il tempo materiale che a me di solito occorre per raccoglier le idee (ma io sono molto lento, sa!) che tutto quell'ammasso di roba stampata nell'Opinione,poche oreappena dopo finita la prima recita del dramma, che tutta quella roba fosse scritta già prima: ma se invece di buttar giù tante pagine di manoscritto con tanta furia, a rischio di storpiarsi qualche dito, Ella si fosse preso almeno un giorno di tempo — e avesse prima almeno data un'occhiata, non dirò alle fonti storiche, ma a qualche buon compendio di storia greca per le scuole — lo Smith per esempio — ella avrebbe potuto forse risparmiarsi qualcheduno dei granchi ch'Ella ha preso. PoichèElla vede bene — tutto quanto il giudizio, che in mano di Yorick (l'erudizione e il brio nascondono molte cose — non è riuscito Yorick a farsi passare anche per botanico?) in mano di Yorick poteva parere un paradosso ingegnoso, ora in mano sua, non è proprio più che un granchio solo.

Ella mi parla della grandezza dell'antica Grecia, e di Atene (grandezza di cui più addietro le ho anche spiegato le ragioni), e non s'accorge che la mi confonde insieme due o tre epoche fra di loro; poichè non è l'epoca della grandezza, ma della decadenza politica e morale quella in cui vive Alcibiade e in cui il mio dramma si svolge. Non siamo all'indomani delle grandi vittorie, siamo alla vigilia delle grandi catastrofi. Ella mi afferma che col mio dramma quella grandezza d'Atene non si spiegherebbe più: anzi, a chi conosce la storia, resta spiegata benissimo; poichè essa se ne va coll'andarsene delle virtù che l'han prodotta; poichè — Dio buono! — non è già lagrandezza, ma è lacaduta di Atene ch'io spiego!

Ella mi afferma che laciviltà grecabisogna cercarlaaltrove che nei parassiti, nelle cortigiane, nei vaniloqui dei politicastri. Sicuramente! la civiltà greca (che razza di confusioni la mi fa mai!) ha dato qualche cosa di assai meglio, e più in su glie n'ho mostrato anche il come; ma all'epoca di cui le parlo, se appena Ella vorrà farvi qualche studio sopra, vedrà che appunto iparassiti, lecortigiane, ipoliticastri— v'aggiunga pure, se crede, i sofisti[134], i mercenari, gli eliasti venali e tutto il rimanente — sono prodotticaratteristicidi quella civiltà; ed è precisamente perchè i prodotti son diventati questi, che i vincitori ed i liberi di un secolo innanzi, diventeranno i vinti ed i servi del secolo dopo. E se non vuol credere a me, creda agli scrittori del tempo; e per pigliarne uno solo,creda al pittoresco Alcifrone, il qual volendo descrivere i costumi di quella età, non parla che di etère e di parassiti, di sofisti e di barattieri!

Le figure del dramma non son però queste sole. Ella afferma che io dell'epoca non ho riprodotto che un lato solo, il più ignobile; eppure il lato più nobile, come mostrai, gli ruba almeno la metà dei personaggi e del posto; glie ne ruba, per ragioni d'arte, assai più di quello che la storia non concederebbe!

Ella afferma che la corruttela del costume forma il latomeno importantedella età che io descrivo. Eppure è precisamente il contrario che è vero! È il nuovo ambiente morale di Atene che prepara e matura le sue catastrofi.

Perchè giammai le grandi crisi dei popoli avvennero isolate e senza causa, per capricci del caso; un popolo grande jeri, non muore oggi, lì per lì, di morte fortuita, per una battaglia perduta, per una tegola cascata sulla testa. Ma all'epoca d'Alcibiade il guasto morale aveva invaso tutto, e la virtù era divenuta l'eccezione. Se quell'epoca invece corrispondesse alla idea falsa che il signor marchese se n'è formato — allora sìle catastrofi di Atene e della Grecia non si spiegherebbero, e la storia conterebbe un enigma di più.

***

A cert'altre delle sue censure (sulla questione del titolo discenemi pare d'essermi spiegato già) permetterà, signor marchese, ch'io passi sopra. Ella vede bene, noi siamo un po' lontani dall'intenderci. Ella parte da un concetto dell'epoca sbagliato e vorrebbe che io adattassi il mio dramma alle sue idee storiche sbagliate. Ella mi richiama al rispetto della verità storica e vorrebbe che per accontentarla io commettessi degli anacronismi. Ma per contentar lei, dovrei disgustare gli intelligenti e i grecisti, come per esempioil chiarissimo cav. A. Franchetti dell'Antologia Italianae il signor Garofalo dell'Unità Nazionale, che pur criticandomi in parecchie cose, mi dichiarano, se non altro, fedele alla storia[135]. Or Ella certo è troppo discreto per volere ch'io esiti tra l'autorità dei competenti in materia e la sua.

Ella mi invita a una discussione seria: ma è ildiscutere con leiche è già un affar troppo serio. I suoi giudizi sono di quelli dai quali un povero autore non sa come difendersi, per il semplice motivo che sfuggono alla discussione.

Quand'Ella dice «uno scambio di madrigali non basta a richiamare alla mente tutta la greca poesia» cosa vuole mai ch'io le risponda? Eh mio Dio, sicuro che non basta; ma la «greca poesia» da Omero in giù, messa in volumi, mi occupa una libreria: ed io credevo di avercene già messa, per saggio, più del bisogno, tanto più che altrove Ella mi accusa di nonsaper fare che declamazioni! come si fa dunque a contentarla!

Quand'Ella dice chepoche parole di Socratenon bastano a riprodurre tutta la greca filosofia, cosa vuole che io le risponda? Certamente che lagreca filosofiadi chiacchiere ne ha fatto assai di più; ma a mettere nell'Alcibiadetutti i dialoghi di Platone tradotti da Ruggiero Bonghi, c'era pericolo che il pubblico mi tirasse le panche sulla scena.

E poi, chi le dice che Socrate sia lì per quello, e ch'io abbia voluto riprodurre nell'Alcibiadetutti i sistemi filosofici della Grecia antica? Sarei stato matto da legare se a questo scopo e a questi lumi di luna mi fossi messo a scrivere un dramma! Questo suo giudizio è tanto serio quanto quell'altro che io abbia preteso digiudicare col furto di una torta tutta quanta la legislazion di Licurgo! Ma le pare! Queste pretese io le lascio a lei, che in due tratti di penna — e con quegli studj che lei possiede — lì sui due piedi mi sa risolvere i problemi più complicati della storia! Io mi ero contentato, vede, trovandomi a Sparta, di buttar là qualche schizzo comico di leggi e di usanze spartane; certo non tutte, perchè un dramma non è un bollettino di leggi ed è molto strana — in bocca a lei che rimprovera il mio dramma di non essere abbastanzateatrale! — la pretesa ch'io avessi a farne anche un trattato enciclopedico di poesia, di filosofia, e di legislazione! Ma che poi delle usanze di Sparta io non abbia accennato che unasola, la legge famosa sul furto, quest'è una semplice suabugia— signor marchese — e niente più: di leggi e di tratti del costume spartano, per dare un'idea dello ambiente, io ne avrò accennate — vede — almeno unatrentina: naturalmente, se Ella avesse qualche cognizione della materia, li avrebbe subito a volo riconosciuti: ma non è ancora una ragione per isputar sentenze così a tondo su cose che si ignorano: e poi la scena di Cinesia (che ella trovatrivialee il Fanfulla trovamirabile: oh diversità dei giudizi umani! facciamo il male in mezzo e mettiamo che non sia nè l'uno nè l'altro) la scena di Cinesia non è che una parte di quel quadro di costumi: e l'eforo Endio e il soldato Brasida ci entrano pure per qualche cosa![136]

Perchè, signor marchese, — se lo lasci dire — ciò che urta i nervi singolarmente nelle sue critiche è il tòno.Errare humanum est, e tutti possono benissimo commettere degli errori giudicando di un lavoro d'arte, come io certo nello scriverne, e sarebbe strano che l'infallibilità fosse privilegio dei critici: ma non tutti buttan là i loro errori con quel sussiego con cui li butta lei. — Non tutti si dan l'aria, come lei, di buttar fuori degli oracoli. Dove meno Ella ne sa, e più Ella ingrossa la voce. Pur dovrebbe conoscere l'adagio:ne sutor ultra crepidam. Veda, per es., perfino quella storiella de' baffi! Ella non si contenta di dire, sia dritta o storta, la sua; ma impone addirittura al signor Emanuel di tagliarseli i baffi (povero Emanuel che ci tien tanto) — e perchè mai? Perchè io, marchese D'Arcais, 1.º e solo — «posso assicurarloche Alcibiade non li portava!»Posso assicurarlo!E perchè Emanuel non si crede ancora abbastanzaassicuratoe se li tiene, Ella monta in collera e accusa il signor Emanuel di mancarle d'obbedienza e di rispetto!Ma perchè mo' invece di sciupar tempo e fiato in tanteassicurazioni, non la si piglia in mano un volume del Winkelmann o dell'Ennio Quirino Visconti, o non la va — Ella che parla di far la barba ai moderni — non la va in qualche museo ad istruirsi prima sul modo con cui se la facevano gli antichi? perchè essendo Ella in tanta intimità con Alcibiade, non è andataalmeno una voltaa fargli visita al Campidoglio e al Vaticano? Come!? Ella impone ad Emanuel in nome di Alcibiade diradersi i baffie non si informa prima se il suo amico Alcibiade ne è contento? Ella abita da un pezzo in Roma, discorre di cose d'arte, e non visita nè il museo del Vaticano, nè quello del Campidoglio, e ignora che in quest'ultimo ci è un marmo antico di Alcibiade, e nel primo ce ne sonotre— tutti co' baffi![137]Ma sa che è grossa — e basta per far perdere la voglia di credere alle sueassicurazioni! mi dirà che non sapeva che quei marmi fossero Alcibiadi, perchè non c'era sotto il nome, e quello che lo ha, lo ha scritto in greco, ed ella non è obbligata a capirlo: ma allora non si discorre di cose greche!

Ed è Ella che giudica del grado maggiore o minore della erudizione mia!

Ecco perchè, signor marchese, più sopra dicevo che discutere con lei è un guajo serio. Ella afferma, trincia, sentenzia con un tono di autorità, con una sicurezza che sconcerta: e, a non volerle mancare di rispetto, non si sa da che parte pigliarla. O dovrei occuparmi a ribattere la sua caritatevole insinuazione, che la buona fortuna fin qui arrisa all'Alcibiadeè dovuta aragioni estranee all'arte, cioè allaclaquede' miei amici politici? O dovrei spiegarle — a lei che mi onora di giudizi così serii e così pii — spiegarle perchè ho riso tanto di quell'altra sua notizia faceta, colla quale informa da sè i suoi lettori, come e qualmente Ella è un criticoimparziale, che non fa in arte della politica di partito?Excusatio non petita, ecc.

Ma queste son cose che si.... ammirano e non si commentano. — Passiamo oltre, passiamo oltre.

***

Poichè la via lunga ne sospinge — ed ho ancora a difendere da parecchi capi d'accusa il mio povero protagonista. Il quale in vita sua ha viaggiato molto: ma si è trovato che nel mio dramma non ha viaggiato abbastanza. Uno si lamentò per non averlo visto ad Atene, nel ritorno; un altro voleva vederlo anche a Samo: un altro anche a Sardi, alla corte di Farnabazo, e così via, in questa o quest'altra circostanza omessa della sua vita.

Rispondo: il carattere di Alcibiade è così complesso, presenta un tal numero di lati, che a volerli ritrarre, almenotutti i più essenziali, — nei limiti di un dramma e dellaragion drammatica— bisognava procedere coneconomia. — Perciò,sceglieretra le fasi della vita dell'uomo; seguir sì dal principio alla fine le passioni dominanti e costanti, ma nel loro mutar delle formeper certi tratti del carattere contentarsi di un incidente solo, di una scena sola; evitar le fasi, le scene in cui si ripetesse su per giù lo stesso lato morale; affinchè dalla varietà degradante nelle tinte principali, uscisse più vivo il contrasto, più completa la fisionomia.

Nel caso concreto, il quadro del ritorno ad Atene, era stato fatto[138]; ma dovendo pur sopprimerne per la scena qualcuno, ho soppresso questo: Alcibiade il glorioso, il beniamino del popolo e maneggiatore delle sue passioni, è già comparso nell'atto secondo.

A Samo poi non l'ho seguito; perchè Alcibiade, il patriota generoso che pensa a salvare, a dispetto degli ingrati e dei malvagi, la sua città, lo ritroveremo più tardi in faccia ai capitani in Egospotamo.

È vero che questo mi tirerà addosso un altro guajo. Un critico sapiente di un foglio milanese, e il signor Roberto Stuart delDaily News, si scandalizzeranno di veder un Alcibiade che prega[139]. Neh, che scandalo! Questi signori critici si son fatti degli eroi a modo loro — tutti d'un pezzo, come nella tragedia antica — e con un orgoglio di fabbrica loro speciale. Uno poi di quei signori avendo sentito dire per combinazione[140], che c'era stato al mondo un certo signorAjace Oileocosì fiero e superbo, ch'era morto sfidando gli Dei, voleva ch'io facessi fuori del mio Alcibiade un altro Ajace. Ma Alcibiade era un eroe piùumano. Il suo orgoglio era altissimo — ma non orgoglio zotico,brutale: orgoglio d'un uomo rotto ai casi della vita, che ha la forza di adattarsi agli eventi per lottare contro di loro, che ha l'anima capace di alti sentimenti e aperta alle grandi passioni. La superbia insomma di tutti i grandi uomini della storia, buoni e cattivi, sia che si lascin battere, come il superbo Temistocle, pensando alla salute della patria, sia cheservanocome il Corso fatalepensando al regno. Ed è perciò forse che Shakespeare — il quale del cuore umano ne sapeva un po' più di quei critici e di me insieme — costrinse alla preghiera fin Coriolano, che fu un uomo di una superbia ben più feroce e più intrattabile dell'Ateniese.

Che cosa vuol dir mai non pensarla allo stesso modo! Quei signori critici trovano che un Alcibiade chepregaè un Alcibiaderimpicciolito: ed io invece gli faccio dire da Timandra:Prega Alcibiade, e sarai più grande!Quei signori — basati sulle loroprofondericerche — accusano me di averalteratocon quelle preghiere il carattere di Alcibiade; ed io — basato sui miei studi incompleti — affermo che questa accusa è la prova piùpalmareche quei signori non solo mancano di criterio drammatico, ma non sanno nè dove il carattere di Alcibiade stia di casa, nèchiegli sia stato. — E il bello è che uno di quei signori critici, con unaintuizione così acutadei grandi caratteri storici, aveva avuto la faccia franca di mettersi a compilare un libro sui caratteri: per fortuna l'han fermato sul principio.

Nel fatto concreto poi, non solo la scena ha un fondamento storico — prego quei critici che, vedo, non lo sanno, a legger Plutarco[141]ed informarsene — ma a me era parso (spiego il mio concetto soltanto — e potrà ben darsi che la povertà delle mie forze lo abbia tradito) che lì fosse uno dei latiessenzialidel caratteredi Alcibiade, senza il quale la sua figura sarebbe rimasta addirittura affatto incompleta, e quindi non vera. — Migliorato dall'amore e dalla sventura il fondo dell'uomo[142], anco il suo orgoglio ha migliorato le forme; è una nuova faccia di questo suo orgoglio che si palesa; è un'altra grandezza morale — a lui nuova — che amaramente lo tenta. Alcibiade prega, ma, com'egli ha cura di rammentarlo ai duci, soloperchèè per Atene ch'egli prega; perchè sente che questo motivo è il solo che gli dà ancora nella sua sventura unasuperiorità moralesui duci competitori; perchè Timandra è là, testimone affettuosa della sua eroica abnegazione. — Lo sforzo ch'egli fa sopra sè medesimo, è esso stesso l'elemento drammatico della scena; che se, tornate vane le preghiere, la fierezza antica d'Alcibiade rompe le barriere e prorompe, egli è che — per le nature che non son di santi — tutte le prove morali hanno i loro limiti.

Ora, tornando a quella tal ragione dell'economia che dicevo, è verissimo che il mio protagonista non l'ho neppur seguito — come altri volevano — in Persia, tra le effeminatezze del fasto asiatico. Egli è che l'Alcibiade effeminato, dedito al lusso, al fasto e alle mollezze, era già apparso ad Atene; e se il figliuol di Clinia in Persia, per tornare quel d'una volta non dovette far molta fatica, — in teatro, il ritoccar le stesse corde avrebbe potuto produrre molta noia.

E sempre per la stessa ragione — e per un'altra ancora — visto che la coscienza del mio protagonista era già non troppo pulita — l'ho alleggerita della distrazione commessa a Sparta colla moglie del re Agide, la bella Timea. Di che, grande scalpore del signor Garofalo nell'Unità Nazionalee del signor Z. nellaGazzetta Livornese. L'uno, il pudico signor Z., in nomedellamoralità, che mi accusa di aver offeso coi discorsi di Cinesia, voleva ch'io mostrassi «un'altra donna accesa di amorosa passione» e Alcibiade occupato a soffiar la moglie a quel povero diavolo di re: l'altro, il dottissimo signor Garofalo mi assicura che per i contrasti e per il dramma quella seduzioncella proprio ci voleva, come le stacchette di garofano nel ragù. Ebbene, didonne accese di amorosa passioneper quella buona lana del figliuolo di Clinia, io credeva di averne già mostrato un numero sufficiente in Aspasia, in Eufrosine, in Glicera ed in Timandra; e del talento del mio uomo nel condur l'acqua delle donne al suo mulino, avendo egli già dato qualche saggio, non mi pareva necessario di fargli ritentar la prova, a meno di rubar a Ovidio il mestiere e di ridurre tutto il dramma ad un trattato teorico e pratico sulla materia. Invece a Sparta c'era qualchealtro latodel suo caratterenon ancora sviluppatoe che secondo me meritava di esserlo: e siccome appunto pensavo a fare undrammae non dellescene sconnesse— così mi premeva continuar l'azione di Timandra — e dopo aver visto Alcibiade scherzante cogli amori da burla, metterlo alle prese, nelle lotte della vita, con un amor vero.

Sono contenti quei signori? Se no, me ne rincresce tanto: ma l'autore drammatico, quando mette un grand'uomo in iscena, ha qualche cos'altro a fare che non pigliar le situazioni della sua vita e metterle in fila una dietro l'altra: scimunitaggini queste dei critici da un soldo la dozzina. L'autor drammatico alla storia non può sagrificare ildramma; ed Ella in ispecie, signor Garofalo, che di storia ne sa — la storia me la insegni pure — ma il dramma me lo lasci fare a modo mio. — Veda: tutti mi rimproverano di aver fatto il dramma troppo lungo: lor signori sono i primi a farmene un torto: e poi se dovessi dar retta a loro, e aggiungere tutto quel che loro vogliono, dieci volumi in quarto non basterebbero. — Questo si chiama mettergli autori in croce, e prova che il criticare è una cosa, e il fare è un'altra.

***

Ma e allora, se ci tenevi tanto a evitar le ripetizioni, perchè quella scena dell'atto sesto che riproduce in parte la situazione del quarto? Perchè è una fase nuova e diversa del tipo di Alcibiade che volevo porre in luce e la cui diversità non poteva balzar fuori che dal confronto e dall'analogiadelle situazioni. Nel quarto atto Alcibiade a cui le calunnie e l'ingratitudine sbarrano il sentiero della gloria,si vendica; nel sesto, Alcibiade, in cui il bisogno della gloria è soddisfatto, attaccato dalla calunnia e dall'ingratitudine,perdona.

«Alcib..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.Timandra(inquieta,supplichevole) Alcibiade, ricordati di Catania!Alcib. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.»

«Alcib..... No, per i Numi! gli oboli della paga ai giudici che devono sentenziar di Alcibiade, non son coniati ancora.

Timandra(inquieta,supplichevole) Alcibiade, ricordati di Catania!

Alcib. Oh rassicurati! La ingratitudine e la invidia mi ritrovano oggi ben più forte di allora. Allora era la fama che mi rubavano; oggi è di questa che mi fanno una colpa. Allora mi toglievano un nome: oggi non possono togliermi più che il comando.... o la vita anche: perchè oggi, se anche morissi, ricorderebbe il mondo che c'è stato un Alcibiade. Tu vedi che mi basta — e non ho più bisogno di una colpa per vendicarmi.»

***

E non bastan le accuse. Gran cosa l'amor della storia! Per amore della storia un critico veneto, avendo letto che Alcibiade mangiava l'erree incespicava nel parlare, mi biasimò di non aver fatto Alcibiade anche balbuziente! E per amor della storia, invece, un altro critico, quel dellaStampa, si lamentò che io non avessi snodato abbastanza al mio eroe lo scilinguagnolo! Perchèl'eloquenza politica di Alcibiade — secondo lui — non l'ho che abbozzata appena nel secondo atto: egli voleva invece dei bei discorsi alla Pasquale Stanislao Mancini: ma se l'aggiusti dunque con Cicerone che afferma caratteristica della eloquenza politica di Alcibiade la brevità concettosa spinta quasi fino all'oscurità[143]; se l'aggiusti col signor D'Arcais il quale mi rimprovera di averne, di discorsi, fatti troppi! Oh, la storia di quel tale che conduceva l'asino al mercato!

***

Cimoto, il buon Cimoto, ha diviso col suo padrone anche la sorte dei giudizj: a cominciar dal critico egregio delDiritto, che ha trovato da ridir sul suo mestiere. Il critico delDirittovoleva trovar nelparassitol'antica professione di questo nome[144]. Ma come già da un pezzo il vocabolo avesse mutato fortuna — e ai tempi di Alcibiade significasse un'altra casta — progenitrice rispettabile de' parassiti de' nostri dì — il critico egregio potrà chiarirsene leggendo il libro VI di Ateneo.

Eccogli intanto, se vuole, la metamorfosi spiegata da un parassita in persona, in una commedia di Diodoro da Sinope:

«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguitodi tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]

«La mia professione è sempre stata gloriosa ed onesta. La nostra città che rende grandi onori ad Ercole, fa sagrificj in tutti i borghi, dando a questo Dio dei parassiti, scelti fra i primissimi della città, per queste cerimonie sacre. In seguitodi tempo, alcuni cittadini agiati, volendo imitare ciò che facevasi per Ercole, si impegnarono a prendere un numero di parassiti per mantenerli; ma non scelsero già persone veramente ammodo: presero invece adulatori sempre pronti a colmarli di elogi: di modo che se il padrone loro rutta sul naso dopo aver mangiato del rafano o del pesce stantìo, essi lo complimentano per le rose e le violette con cui ha pranzato. O p....... egli vicino all'uno all'altro? quegli gira il naso fiutando qua e là, e domanda: Dove prendi tu questo profumo squisito? — È così che i parassiti hanno fatto di ciò che era onesto e rispettato una professione ignobile qual è oggi.»[145]

E' all'inclita categoria di questi parassiti del nuovo stampo che appartiene ilFilippodelSimposioSenofonteo: e su questo prodotto caratteristico della corruzione ateniese dallo scorcio del V secolo in giù, chi brami saperne più in là delle storielle di Ateneo, può divertirsi colleLetteredi Alcifrone e con parecchi degli scritti del Samosatense.

***

Ma ammessa la patente del suo mestiere, il povero Cimoto non è ancora fuor de' guaj. L'essere diventato da mariuolo un galantuomo non pare, per i tempi che corrono, una cosa lecita ed onesta. In ogni modo, il signor D'Arcais dell'Opinionee il signor Stuart delDaily News, e un altro critico o due, non la intendono: peccato che, in fuor di loro, critici e publici l'hanno intesa tutti: e non è parsa strana a nessuno. — Infatti è impossibile che un vero birbante diventi mai arnese da Paradiso: com'è vero che un'indole non cattiva nel fondo, ma solo corrotta dall'ambiente e dalle circostanze della vita, può sperar sempre di aspirare un dì o l'altro al premio Monthyon. Il qual assiomamorale non l'ho già scoperto io: credo l'abbia scritto il marchese di Lapalisse sopra i boccali di Montelupo.

«Ma questa conversione doveva essere in qualche modopreparatada uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che,siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle scene.»

«Ma questa conversione doveva essere in qualche modopreparatada uno studio psicologico che il Cavallotti non ha fatto, e che,siamo giusti, non poteva fare, senza darci un dramma anzichè delle scene.»

Ebbene io affermo, signor marchese, che l'idea di Cimoto di far la fine del quarto di agnello — idea che nè a lei nè a me (per conto mio) verrebbe in mente — è così stramba, così curiosa, che se laconversionedi Cimoto non fosse stata — come lei dice —preparata, avrebbe fatto scoppiar dalle risaqualunque pubblicodi questo mondo. Perchè certesgrammaticaturepsicologiche nessun pubblico le passa — laddove un critico, sia pur lei o il signor Stuart, può benissimo avere sbagliato, senza accorgersene, i suoi studj di psicologia. Che se nessun pubblico ride dell'arrosto dell'ultimo atto — bisogna che una ragione ci sia. Una ragione potrebbe esser questa, che il pubblico ha già assistito da un pezzo al risvegliarsi progressivo della coscienza morale in Cimoto: questa coscienza è già viva, sebben latente, sin dal primo atto, quando Cimoto confessa a sè medesimo con rimorso la disonestà dell'azione commessa: traluce nel secondo, nel terzo e nel quarto, quando Cimoto attacca i nemici di Alcibiade, e si affeziona a lui e lo segue; è venuta crescendo, ed è vivissima nel quinto, dove il parassita si rammarica e si impietosisce sulle disgrazie di Atene, ama davvero il suo padrone e pur lo rimprovera del suo tradimento, gli rinfaccia i caduti per colpa sua, lo richiama al sentimento del suo dovere, accorre giojoso ad associarsi alla vittoria riportata dallo affetto di Timandra. E questa coscienza è già fatta abnegazione affettuosa e virtù di sagrifizio nell'atto sesto, quando Cimoto, accortosi della disgrazia di Alcibiade che sta per fuggire, si affaccia a domandargli di dividerela sorte con lui nello esilio e nella sventura. Sicchè la progressione[146], nel settimo, non lascia ormai più posto che al sagrifizio, senza di che essa sarebbe stata affatto inutile; e il parassita vi reclama come titolo al sagrifizio quello che fu il suo titolo di disonore. Così l'avevano intesa tutti i publici e quasi tutti i critici[147]; così l'aveva intesa l'autore, quando tentò di rappresentare in quel carattere la influenza rigeneratrice che sulle piccole nature esercita il contatto delle grandi. Ma per avvertir la progressione, bisognava nientemeno che star a sentire il dramma: e,siamo giusti, il signor D'Arcais non aveva tempo di starlo a sentire, dovendo scrivere le dodici colonne dell'appendice del giorno dopo.

***

Socrate fu più fortunato di Cimoto: anzi gli han preso a voler tanto bene, che certuni gli han fatto un carico di parlar troppo poco e di scomparir troppo presto. È vero che nel dramma completo Socrate fa un'altra breve apparizione: prego però quei signori a riflettere che se avessi voluto farlo parlare di più, allora avrei scritto unSocratee non unAlcibiade. Perchè a me la figura del grande filosofo era parsa una di quelle che, dove entrano, hanno diritto a pigliarsi per sè sole tutto il posto che trovano: e se questo non si può o non si vuol fare, allora le esigenze del protagonismo insegnano a non mostrarle che disegnate diprofilo, nello sfondo, quasi appartate dal resto dell'azione, perchè non restino impicciolite dal frammischiarsia questa, come figure secondarie, e di lontano conservino nella mente dello spettatore la grandezza ideale dei contorni. E questo m'ero messo in mente, volta che della figura di Socrate, in un quadro drammatico di Alcibiade e della sua età, non si potea far a meno: e al grande maestro bisognava pur fare la sua parte nelle lotte morali del carattere di Alcibiade, e premea chiarir da principio la posizione delle etére[148]rispetto al mondo intellettuale di Atene. Certo, se è libero all'artista di non isbozzare che un profilo, s'intende però sempre che il profilo ha l'obbligo di essere fedele al vero: che quello di Socrate il fosse, la maggior parte de' critici me ne avea dato lusinga fin qui: toccava a quel profondo filosofo che è il signor Stuart il disingannarmi!

— Ecco, io avevo detto fra me; bisognerà che m'ingegni di far parlare Socrate colle sue idee e col suo metodo divenuto proverbiale; accennerò di volo il latopoeticoe il latopraticodella sua dottrina, secondo la tradizione de' maggiori fra' suoi discepoli; e quanto al primo, qual poema più bello delFedro? e quanto all'ultimo, poichè non posso occuparmene chenei riguardi del dramma, e il dramma èAlcibiade— quale imagine più vera, più bella, più completa dell'azione morale del gran maestro sul suo vizioso discepolo, di quella che Platone ci presenta nelPrimo Alcibiadee nelConvito? Quale sintesi più fina di questa parte nobile, moralizzante della filosofia socratica, di quel breve dialogo nel III deiMemorabilidi Senofonte, che riproduce l'identico concetto delPrimo Alcibiadee mostraSocrate intento a reprimere la baldanza prosuntuosa di Carmide? Piglierò l'idea cardinale di que' dialoghi, me ne servirò per l'azione del dramma, ossia per la spedizione di Sicilia; accomoderò ai limiti e alle esigenze della scena le lungaggini del dialogare socratico, pur conservandone la fisionomia; presenterò così in iscorcio i rapporti fra Alcibiade e il suo maestro; e in bocca al grande vecchio, là in mezzo allo ambiente depravato che lo circonda, farò suonare la santa sdegnosa protesta della virtù. —

Non l'avessi fatto! Ecco il sapiente sig. Stuart — che dei dialoghi platonici non ha neppure la nozione più lontana — il quale mi incolpa di non aver fatto entrare nel carattere di Socrate i suoi rapporti con Platone, col vecchio Critone, coll'ambizioso Crizio (voleva dir Crizia) e la condanna a morte e la cicuta — e perfino (ah questa poi non l'avrei mai indovinata) le sue relazioni col «matto Apollodoro» e collo «scettico Pirro» (voleva dire Pirrone), il quale, poveretto,.... ebbe la disgrazia di nascere un po' troppo tardi dopo che Socrate era già morto, per poterlo conoscere!

Ecco qua un altro critico che conta nel dialogo di Socrate i punti interrogativi e mi dice che quello non è il suo metodo, perchè non l'ho scritto come un catechismo, tutto a domande e risposte! Ma se quel critico volesse ascoltar meglio, s'accorgerebbe che il dialogo procede precisamente tutto per interrogazioni, fino a che Socrate non ha costretto l'avversario a scoprirsi; e se non tutte le interrogazioni finisconomaterialmentecol punto interrogativo, egli è che l'indole del dialogo socratico consiste in ben altro; e molte domande son fatte nella formasuggestiva, caratteristica della socratica ironia.

Ma ecco appunto qui il peggio; Socrate, proseguendo quella forma ironica, finge di dar ragione alle risposte del suo discepolo, per meglio ridurlo nelle strette,ed attaccarlo poi. Ebbene, capita un critico che mi piglia quella finzione sul serio, e mi biasima di aver fatto che Socrate «finisca col ceder così debolmente accettando ad occhi chiusi i progetti ambiziosi del suo discepolo!» — Ma se ve lo dico io, caro Yorick, che è meglio fare il lustrascarpe che non l'autore drammatico!

***

Ed anche Glicera — (ah pallido, romantico Yorick, che Glicera stupenda, se vedeste, la signora Giulia Zoppetti!) anche alla povera Glicera è toccata la sua. Ma vi pare? Unaetera, unagrisettedi quei tempi, essere così ingenua, così sentimentale, così virtuosa, così ignorante di certe cose che dovrebbero sapere fin le donne oneste, e farsi menare a quel modo per il naso! Un critico di Trieste[149]non l'ha voluta mandar giù.

Eppure mi facevan credere gli storici e i comici che di queste ingenue allieve Aspasia ne crescesse e ne istruisse parecchie in casa sua: eppure doveva essere tanto carina quella ragazza ricordata in Antifane:


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