La Conversione.
A questo punto si colloca dal biografi quella che si chiamò la meravigliosa conversione del Manzoni, e si raccontano storielle forse tutte veridiche, ma ove si dia loro una soverchia ed esclusiva importanza, poco credibili. Alcuni vogliono che un semplice "io ci credo" opposto risolutamente dal piemontese conte Somis di Chiavrie alle invettive lanciate contro la religione cattolica in una conversazione di Parigi, abbia persuaso il giovine miscredente, e indottolo a cercar consigli edificanti presso il medesimo conte Somis, presso l'abate Grègoire e presso il giansenista genovese Padre Degola, che allora si trovava a Parigi e col quale entrò quindi in corrispondenza letteraria; altri che, smarrita un giorno la giovine sposa in mezzo alla folla delle vie di Parigi, attiratovi da un canto religioso, sia entrato nella chiesa di San Rocco, e abbia mormorato in ginocchio questa semplice preghiera: "O Dio, se tu ci sei, fammiti palese." Egli ritrovò, dicesi, tosto la sposa, e divenne credente. Qualche piccolo fatto deve, senza dubbio, essere intervenuto per risolvere in un dato momento il Manzoni a fissare un po' meglio quelle idee vaghe ch'egli aveva intorno al Cattolicismo.[1] Ma egli era nato cattolico, la sua educazione di collegio era stata tutta cattolica; uscito di collegio, sappiamo ch'egli frequentava ancora le chiese; le scene orrende del cardinal Ruffo a Napoli, quelle di Binasco e di Pavia stavano presenti alla memoria del Manzoni; e però ilTrionfo della Libertàesce in frequenti imprecazioni contro la Chiesa, ma a quel modo stesso con cui Dante cattolico imprecava contro la Lupa, e il canonico Petrarca contro l'avara Babilonia. Se il giovine Manzoni amava poco i preti ed i frati, se la lettura delle opere del Voltaire lo aveva anche maggiormente alienato da essi, se quando morì il suo giovine compagno di scuola Luigi Arese, ei si doleva che tenendosi lontani dal letto dell'infermo gli amici, gli si fosse accostata soltanto "l'orribile figura del prete" per accrescergli il terrore della morte, se, in somma, il Manzoni, pur credendo nella immortalità dell'anima, nell'esistenza di un Dio che premia "eternando ciò che a lui somiglia," nei doveri cristiani della pietà e della carità, e pure adempiendo alcuno de' riti religiosi prescritti dalla sua condizione di cattolico, fra i quindici ed i ventitrè anni non fu un cattolico profondamente convinto, devoto e zelante, in un pariniano, in uno stoico suo pari doveva riuscir molto agevole l'innestare un po' di devozione cattolica. Ma i preti furono solleciti a levarne soverchio romore e a trarne troppo grande profitto. Parlando, nel 1806, dei preti italiani che assediano il letto de' moribondi, in una lettera diretta all'amico Pagani, il ventenne Manzoni usciva in un fiero lamento, dichiarando ch'egli voleva rimaner lontano "da un paese, in cui non si può nè vivere nè morire come si vuole. Io preferisco, proseguiva egli, l'indifferenza naturale dei Francesi che vi lasciano andare pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri che s'impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare." Due anni dopo aver levato questo vivo lamento, Alessandro Manzoni doveva egli stesso cadere in cura d'anima, ed il tristo frutto di questo stato di forzata docilità, alla quale egli si sottomise, fu una sterilità intellettuale che durò quasi dieci anni, 1808-1818, e, per l'appunto i dieci anni più belli della sua vita, ne' quali con molto stento, con molti pentimenti, il Manzoni riuscì a pena a mettere insieme quattro Inni sacri, due Parodie letterarie e due povere e stentate Canzoni politiche di genere classico. Si dirà: in quegli anni, egli si godette le sue prime gioie domestiche, ed attese a' suoi affari un po' imbrogliati ed alle cure agrarie, ed è vero; ma nè le une nè le altre hanno mai impedita la manifestazione del genio. Il Manzoni ebbe, pur troppo, in quegli anni un'idea fissa, che non era la sua, un'idea che gli aveano messa; e quando v'ha un'idea fissa, tutte le altre idee, per quante siano, e per quanto originali, non trovano l'opportunità e l'agevolezza di manifestarsi. L'idea fissa era ch'egli dovesse come scrittore diventare il poeta e l'apologista della religione cattolica, o non iscrivere più.
[1] "L'histoire de la conversion de Manzoni (scrive il compianto Loménie) est diversement racontée; suivant quelques-uns, la première pensée en serait venue au poëte dans le voyage à Paris dont je viens de parler. Au milieu d'une conversation où le Catholicisme n'était pas épargné, une personne se serait tout-à-coup écriée "Et moi, je crois!" Et ce cri d'un homme avouant sa foi au milieu des sarcasmes de l'incrédulité aurait été pour Manzoni le signal d'une révolution intellectuelle. Suivant d'autres, l'écrivain milanais, marié avec une protestante en haine de la croyance catholique, aurait été conduit par elle et avec elle au Catholicisme. Un écrivain (M. Didier) qui a publié, dans laRevue des Deux Mondesde 1831, un article sur Manzoni, et qui raconte ce dernier fait, ajoute: "On aimerait que de telles démarches fussent spontanées et procédassent moins de circonstances accidentelles que d'une volonté libre et solitaire." Le même écrivain semble reprocher a la détermination de Manzoni d'être l'effet "d'une influence de foyer beaucoup plus que le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante." Je crois ce reproche mal fondé, et le fait sur lequel il repose inexact. Je ne sais pas au juste toutes les circonstances qui ont précède et occasionné, de près ou de loin, la conversion de Manzoni, mais je sais que ce fait est bien le résultat logique et volontaire d'une argumentation personnelle et indépendante; car, durant la temps où Manzoni, revenu de Paris à Milan, flottait avec inquiétude entre le scepticisme et la foi, il écrivait à Paris, à un ami, des lettres où il peint l'état de son esprit, et où il s'annonce comme absorbé par l'examen d'une question à ses yeux la plus importante de toutes. Cette situation de doute et d'examen se prolonge fort longtemps; il est naturel de penser que cette résolution a été prise en connaissance de cause. Il n'est pas exact non plus que Manzoni ait épousé une protestante en haine de la croyance catholique. A son retour a Milan il se maria, très-jeune lui-même, avec une jeune personne de seize ans, mademoiselle Henriette Blondel, fille d'un Génevois établi à Milan, et qui était en effet protestante; mais il l'épousa, non parce qu'elle était protestante, mais parce quelle était fort intéressante, parce qu'il l'aimait beaucoup, et que sa mère désirait qu'il n'épousât pas une Milanaise. De plus, si mes renseignements sont exacts, loin d'avoir été conduit au Catholicisme par sa femme, ce serait lui au contraire qui aurait décidé l'abjuration de cette dernière." Vogliono, come dissi, che il Padre Degola giansenista, ed il Padre Grégoire abbiano avuto il primo merito come catechisti del neo-cattolico; venuto poi ad abitar nuovamente in Lombardia, il giansenista monsignor Tosi, divenuto confessore del giovino Poeta, compì, a poco a poco, il preteso miracolo, con tanto maggiore efficacia, in quanto egli conformava intèramente la propria vita ai precetti religiosi che insegnava.—Tra le opere che formavano parte della libreria del Manzoni a Brusuglio, vi era un magnificoSant'Agostinoin undici volumi, con qualche postilla autografa.Le Confessionidi Sant'Agostino dovettero offrire materia di lunga meditazione al neo-cattolico Manzoni. Il professor Magenta è persuaso che la vera conversione del Manzoni sia stata operata dal Tosi, e noi lo crediamo tanto più facilmente, in quanto riconoscendo che nel Tosi vi erano le doti d'un santo, e che dal lato morale egli dovette fare un gran bene al Manzoni, pel rigore del suo Giansenismo, per l'angustia de' suoi sillogismi religiosi minacciò pure di soffocarne l'alto ingegno creatore. Il professor Magenta, al quale avevo domandato qualche schiarimento sul contenuto di certe lettere confidenziali da lui omesse nella stampa dell'importante suo libro relativo al Tosi, egli, dichiarando di non potermene dare, si distende nuovamente nelle lodi di monsignor Tosi, ed io credo mio dovere riferir qui le sue proprie parole: "Non s'esagera dicendo che (il Tosi) dominava l'animo del grande scrittore. Non pare vero che nessuno del biografi del Manzoni abbia mai parlato del vescovo Tosi, vero tipo di sacerdote, al quale il Manzoni professava una venerazione che non aveva limiti. Lo Sclopis, il Ferrucci e lo Zoncada, per citare alcuni nomi, mi scrissero che, dopo il mio libriccino, l'origine del ritorno del Manzoni al Cattolicismo non è più dubbia per loro; nè so se a lei paia così. In quanto a me le dirò che la mia persuasione è profondissima, persuasione che cavai anche dai tenore di talune lettere della Blondel che io aveva già stampate, e che, per ragioni che debbo tacere, levai dai torchi. L'eccesso delle dottrine volteriane, gli avvenimenti politici, la nativa temperanza e la grande dirittura di mente del Manzoni, tutto cospirava ad apparecchiare un'atmosfera morale, in cui fosse a lui facile di ricevere l'influenza d'un uomo ch'era altrettanto pio, quanto largo d'idee. Ho ragione di credere che la Curia Romana avesse ingiunto al Tosi di stampare una ritrattazione dell'illustre Tamburini, quando questi si trovava sul letto di morte; ma il venerando Vescovo di Pavia, pigliando tempo, riuscì a sottrarsi all'odioso ufficio. Una vita così immacolata, così caritatevole, così forte, umile e liberale ad un tempo, doveva esercitare un fascino sullo spirito del Manzoni, spirito de' più larghi anche in fatto di religione che sieno mai stati al mondo." Noi conveniamo solamente in parte in questa ammirazione; noi crediamo che il Tosi ed il Manzoni, per natura, avessero ingegno ed animo largo; ma in quanto si proponevano di voler riuscire cattolici, esclusivamente cattolici, divenivano intolleranti. Quando giudicavano senza preconcetti cattolici, giudicavano bene, e liberalmente. Nella bella è lunga lettera che il Manzoni diresse da Parigi al Tosi sopra la questione religiosa, si trovano alcuni giudizii larghi che fanno onore a chi li proferiva e a chi gli ascoltava. La conclusione tuttavia è che noi in Italia dobbiamo essere contenti del nostro buon clero e della credulità del nostro volgo, ed una tale conclusione agghiaccia tutto il nostro entusiasmo: "Chi può dissimularsi gl'inconvenienti che esistono fra di noi? ma non v'è stato di guerra, perchè non ci son quasi protestanti; ma v'è una classe di buoni preti, i più dei quali potrebbero, è vero, senza danno, essere un po' più dotti, ma i quali per lo più hanno uno zelo sincero per la religione non mista di altre teorie, e una buona classe di fedeli che sono cristiani di cuore, e che non credono ad altri dogmi che ai rivelati."
Il Manzoni a Brusuglio. Gl'Inni Sacrie laMorale cattolica.
Sopra la luna di miele manzoniana noi non abbiamo altre notizie, oltre quelle che il Sainte-Beuve e il Loménie avevano potuto raccogliere dai ricordi del Cousin e del Fauriel. Il Manzoni,[1] già convertito alla fede cattolica, tediato delle ciarle, alle quali quella conversione avea dato motivo, in compagnia della madre e della giovine sposa, ch'egli adorava, si ritrasse alla sua villa di Brusuglio, e parve nelle cure agresti dimenticare ogni tumulto della vita mondana. Il Loménie trova un'analogia fra il Manzoni ed il Ràcine,[2] rapportandosi per l'appunto ai primi anni del soggiorno di Alessandro Manzoni in Brusuglio, e la sua comparazione non è priva d'ogni fondamento; non ispiega tuttavia come il nostro Poeta, in mezzo agli splendori della natura ed alle contentezze domestiche trovasse così scarse occasioni d'ispirazione poetica. Mi duole dover ripetere che nello sforzo lungo e doloroso che il Manzoni dovette fare per credere, isterilì per alcuni anni il proprio ingegno, costretto a lavoro che dovette riuscirgli ingrato dall'autorità riverita del proprio confessore. Il Tosi volendo fare del Manzoni un poeta cattolico, gli aveva ordinato di comporre gl'Inni Sacrie leOsservazioni in difesa della Religione cattolicarivolte contro il Sismondi. GliInni Sacridoveano, nel primo intendimento, riuscir dodici come i dodici Apostoli o come i dodici mesi dell'anno;[3] ma il Manzoni stentò tanto a comporli, che in sette anni ne terminò a fatica cinque. L'Inno dellaRisurrezionefu incominciato nell'aprile del 1812, e compiuto soltanto i l 23 giugno; anzi l'ultima lima ricevette più tardi; il Manzoni vi notò di suo pugno, che era ancora da correggersi; nel vero, l'autografo e la stampa differiscono notevolmente. Il 6 novembre del 1812, il Manzoni si accinse a comporre l'inno,Il Nome di Maria; durò sei mesi in quel breve lavoro, e vi si affaticò grandemente; Io stento appare ora grandissimo anche nel leggerlo: fu terminato il 19 aprile 1813. IlNatale, pieno di cancellature, costò più di quattro mesi di lavoro: incominciato il 15 luglio 1813, ebbe compimento il 29 novembre dello stesso anno, ma con poca soddisfazione dell'Autore che vi appose questa nota:explicit infeliciter. L'Inno dellaPassionecostò un anno e mezzo di lavoro; fu ripreso in quattro volte: la prima nel 3 marzo dell'anno 1814, la seconda nel di 11 luglio dello stesso anno, la terza nel 5 gennaio del 1815, la quarta nell'ottobre di quell'anno.La Pentecoste, ch'è il più bello, il più inspirato, il più caldo degliInni Sacri, fu bensì incominciato nel giugno 1817, ma abbandonato nel suo primo disegno dal Manzoni che vi scrisse soprarifiutato, e ripreso soltanto il 17 aprile del 1819 e terminato, fra molte soste e cancellature, il 2 ottobre di quell'anno. Esso appartiene dunque già al nuovo periodo più agitato e più operoso della vita poetica manzoniana. Queste note cronologiche sopra la composizione degl'Inni Sacridevono avere per la critica la loro importanza. La lentezza del comporre non accenna a una troppo grande vivezza del sentire, ma l'ostinazione che il Manzoni pose per finirli, anche a dispetto delle Muse, provano la sua ferma volontà di credere, e la sua persuasione che fosse necessario comunicare altrui la propria fede; ma questa maniera di fede, pur troppo, male si comunica. Vivo il Manzoni, osai fare sopra gl'Inni Sacriil seguente giudizio, ove nel rendere un omaggio riverente all'Autore intendevo lasciare aperto un adito alla critica dell'opera. "Gl'Inni Sacri, io diceva, hanno creato in Italia una nuova forma di poesia, il contenuto della quale che si giudicò, da prima, romantico, era semplicemente biblico, li Manzoni ha il gran merito d'avere liberato in Italia la poesia cristiana dalle forme convenzionali ereditate dal Paganesimo; forme convenzionali per noi moderni, che ci studiamo d'imitarle, mentrechè, invece, per gli antichi erano proprie, naturali, e frutto spontaneo e necessario di quella civiltà. Egli restituì ai poeti d'Italia la loro libertà, e col proprio esempio disse loro: essendo cristiani, inspiratevi da Cristo; essendo moderni, diffondete la parola di Cristo con la lingua vostra ch'è la lingua del cuore. Per questo rispetto gliInni Sacrisegnano nella storia della nostra poesia una vera rivoluzione letteraria, della quale saranno sentiti per sempre, ed invano si dissimulerebbero, i benefici effetti. Io non chiamo, senza dubbio, tali i numerosi inni nati dipoi in varie parti d'Italia ad imitazione di que' primi che avean fatto, se bene lentamente, fortuna; gl'imitatori avevano ne' loro esercizii dimenticato l'essenziale, cioè che per cantare la religione bisogna almeno portarla un poco, anzi molto nell'anima; essi lavoravano a soggetto come gli antichi istrioni, sul modello degl'Inni Sacri, ma per istemperare i primi colori, stancare le prime immagini, e dir poco in molto, come il Manzoni avea detto molto in poco. E questo carattere distintivo della poesia manzoniana parmi pure creare il suo difetto principale; poichè lo studio di restringere un gran senso in brevi parole fa sì che talora queste brevi parole siano adoperate ad esprimere più che naturalmente esse non potrebbero, e a diventare talora semplici formole astratte: il che se prova la potenza del poeta del concentrare le sue idee, impedisce per altro che la sua poesia riesca popolare, e le toglie molta parte di quell'impeto lirico e di quel calore che si comunica, tanto necessario ad ogni poesia, ma alla lirica religiosa in modo specialissimo. Il Manzoni giovine fece opera da vecchio, costringendo in linguaggio matematico le verità della religione che gli eran nuovamente apparse in modo luminoso, quasi egli volesse porsele innanzi, ed estrinsecarsele in una forma più precisa per potersi meglio persuadere della loro realtà e più durevolmente contemplarle ed adorarle. Ma ci sembra di non rischiar troppo, dicendo come il Manzoni vecchio, innamorato com'egli è e maestro nelle bellezza del linguaggio popolare, se dovesse oggi cantar la religione, sceglierebbe una via opposta a quella ch'ei tenne in gioventù, escludendo ogni parola equivoca che il popolo non potesse comprendere da sè ed ogni trasposizione men naturale di parole, per riuscire subito al desiderato effetto di dare al popolo un canto che non muoia appena recitato, che si diffonda senza bisogno d'interpreti, e che consoli veramente chi si muove a cantarlo." Ma, nell'ordine specialmente de' pensieri religiosi volendo sollevare l'espressione all'altezza del pensiero e chiudere quest'ultimo in una forma sacra ed immobile, che non gli permetta di deviare ad alcun senso profano, o l'espressione manca od assume un carattere mistico che non può riuscir popolare. L'età nostra non è punto mistica; il Manzoni dovea sentirlo più d'ogni altro. Per un verso egli voleva credere, e per rendersi degno della propria fede si adoprava ad esprimerla per infonderla in altri. Ma il lungo meditare sopra un sentimento religioso, più tosto che accrescerlo, lo diminuisce. In un'Ode sopra l'Innesto del vaiuolo, rimasta inedita, e forse incompiuta, dominato, senza dubbio, da un sentimento religioso, e riflettendovi lungamente sopra, per trovargli una espressione corrispondente, il Manzoni sentendo che egli usciva dal vero, e che fuori del vero fortemente amato non può più essere vera poesia, si scusava con due bellissimi versi, che sono pure una eccellente scappatoia:
come il più divin s'invola, Nè può il giogo patir della parola.
Quanto più il pensiero del poeta s'innalza, tanto più la materia fonica diviene inerte e incapace di farsene messaggiera; ma è vero ancora che, lanciando imprudentemente il pensiero in un campo, ove esso non può prender radice, invece di fecondarvisi, muore di sterilità. Il Manzoni parafrasando spiritosamente in prosa il pensiero dissimulato ne' due versi citati, accompagnava l'invio di un frammento d'Inno sacro inedito alla signora Louise Colet con questa scusa per non averlo finito: "Je me suis aperçu (diceva egli) que ce n'était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m'essoufflais a courir après elle." Ed i pochi versi erano questi, che celebravano la presenza, l'onnipotenza, l'onnisapienza di Dio nella natura:
A lui che nell'erba del campoLa spiga vitale nascose,Il fil di tue vesti compose,Di farmachi il succo temprò,Che il pino inflessibile agli austri,Che docile il salcio alla mano.Che il larice ai verni, e l'ontanoDurevole all'acque creò;A quello domanda, o sdegnoso,Perchè sull'inospite piagge,Al tremito d'aure selvagge,Fa sorgere il tacito fior,Che spiega davanti a lui soloLa pompa del pinto suo velo,Che spande ai deserti del cieloGli olezzi del calice e muor.
Il Manzoni, per propria confessione, voleva dimostrare che non vi è nulla e nessuno inutile a questo mondo; che come Dio ha le sue ragioni per far crescere il fiore nel deserto, così anche i monaci, anche gli eremiti sebbene apparentemente inutili alla società, avranno qualche merito, per le loro solitarie e segrete virtù, innanzi al Creatore. Ma ancora qui il ragionamento vince ed ammazza il sentimento. Il Manzoni ha pensato molto più che sentito gl'Inni Sacri. Non gli uscirono dal cuore per impeto di una fede ardente, ma dalla testa, per disciplina della propria ragione piegata e costretta a quell'esercizio letterario dai consigli, dagli eccitamenti, anzi dai precetti di monsignor Luigi Tosi suo confessore. Egli obbedì, ma era evidente che l'obbedienza gli costava molta fatica. Si voleva fare dell'ode Pariniana un'ode Cattolica, e si toglieva alla lirica il principale dei suoi caratteri, la spontaneità. Nello sforzo per riuscir sublime, molte volte il Manzoni negl'Inni Sacririuscì oscuro; una tale oscurità non si dissimulava egli medesimo, e, anzi che scusarsene a chi gli domandava schiarimento di qualche passo ambiguo, rispondeva su per giù come a Luigi Frati, il quale aveva assunta l'apologia degl'Inni Sacricontro il sacerdote Salvagnoli-Marchetti, autore di un opuscolo che li bistrattava: "Si contenti ch'io non dica nulla sul passo, dove Ella incontra difficoltà, e che, del rimanente, non porta il prezzo che Ella se ne occupi, appunto perchè v'incontra difficoltà; giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel che voglion dire; e quelle che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano."[4] . L'Inno sacro del Manzoni è assai dotto, grave, solenne, elevato, quasi epico; è evidente che, dopa essersi immerso nella lettura della Sacra Scrittura per derivarne immagini, e tradurle in un linguaggio più moderno, il Manzoni fece quanto poteva per inalzarle. Ma in questo sforzo egli tolse un po' di naturalezza e di evidenza al sentimento; volle fare un commento poetico, anzi un compendio della leggenda biblica, e in questo lavoro tutto sintetico arrivò talvolta ad interpretarla in modo grandioso, ma non mai, o quasi che non mai, in modo popolare. L'Inno sacro manzoniano è buono per l'artista che vuol credere, ma non pel popolo che crede. Cristo col suo mondo storico appare, negl'Inni Sacri, come qualche cosa d'antico, di lontano da noi, che la sola immaginazione storica può ritrovare, non già presente, non già vivo, che nasce, che soffre, che risorge. Le immagini degl'Inni Sacri, quasi tutte bibliche, non sono più vive per la nostra moderna poesia, e non corrispondono quasi mai all'altezza de' pensieri e de' fatti che dovrebbero esprimere e far più evidenti. Tutti hanno a memoria le due prime strofe delNatalecioè l'immagine d'una valanga che ci ricorda il Manzoni alpinista, tornato di fresco da un viaggio nella Svizzera e dall'ammirazione dellaParteneidedel Bággesen; la valanga è stupendamente descritta:
Qual masso, che dal vertice;Di lunga erta montana,Abbandonato all'impeto;Di romorosa frana,Per lo scheggiato calle,Precipitando a valle,Batte sul fondo e sta;Là dove cadde, immobileGiace in sua lenta mole,Nè per mutar di secoliFia che riveggia il SoleDella sua cima antica,Se una virtude amicaIn alto nol trarrà;
a questo punto il lettore s'arresta, perchè ha bisogno di ripigliar fiato, come l'avrà di certo ripreso assai lungo il Manzoni scrivendo, e questo riposo che l'autore ed il lettore sono obbligati a prendere dopo due strofe, non è atto troppo ad agevolare l'intelligenza di quello che deve seguire. Lasciando poi stare che non è mai venuto in mente ad alcuno, e al Manzoni meno che ad altri, chealcuna virtù amicapossa immaginarsi di far risalire in cima d'un monte quel macigno che n'è precipitato, nessuno si sentirà disposto a commuoversi al pensiero poco dopo espresso che l'uomo, per il peccato originale, sia caduto nella condizione medesima di quel macigno che non può da sè risorgere a quell'altezza, onde la giustizia o la vendetta di Dio lo precipitò. La comparazione dal maggior numero de' lettori che declamano l'Inno delNatale, non è, per fortuna, intesa; si guarda alla similitudine e non all'oggetto comparato; se fosse intesa, più tosto che commuovere, quasi offenderebbe. Ed il Manzoni non era di certo commosso, quando intonava il suo Inno. Proseguendo, il Poeta s'infiamma nel suo canto mistico e trova parole eloquenti per esprimere alcuni alti concetti; ma il Bambino Gesù si vede poco, quel Bambino che nei rozzi canti popolari di Natale, i quali si sentono in Italia, in Francia, in Ispagna, si ode veramente piangere, ha freddo, è povero, è accarezzato, è venerato. Io mi ricordo essermi intenerito, da fanciullo, cantando in coro con ingenua fede uno di que' rozzi idillii natalizii innanzi al Presepio; nessuno potrebbe innanzi al Presepio cantare ora tutto ilNataledel Manzoni, perchè troppi versi vi sono, i quali avrebbero bisogno di commento per venire intesi, atti benissimo a significare alle persone colte (che pur troppo, in Italia almeno, non vanno più in chiesa a cantar inni) la grandezza del mistero che si vela nel nascimento di Cristo, ma non già a rappresentarlo in forma viva al popolo, al quale la poesia sacra è specialmente destinata. Il fine dell'Inno manzoniano sulNataleassume il tono del canto popolare; tuttavia qua e là occorrono ancora versi o immagini troppo sapienti. Il popolo capirà, per esempio, perfettamente il principio di questa strofa:
Dormi, o Fanciul non piangere,Dormi, o Fanciul celeste;Sovra il tuo capo stridereNon osin le tempeste.
Il popolo capisce questa specie di tenerezza; ma essa non avrebbe mai aggiunto di suo i tre versi rettorici che seguono, i quali descrivono le tempeste:
Use su l'empia terra,Come cavalli in guerra,Correr dinanzi a te;
oltre che al nostro popolo l'idea che laterrasiaempianon può entrare. Il popolo intenderà i due primi versi della strofa che segue:
Dormi, o Celeste, i popoliChi nato sia non sanno;
e non più i seguenti:
Ma il dì verrà che nobileRetaggio tuo saranno;Che in quell'umil riposo,Che nella polve ascosoConosceranno il Re.
Per il popolo il Bambino nasce ogni anno. Il Manzoni si riporta col suo pensiero all'anno storico della nascita del Redentore, per profetare che un giorno il Bambino sarà adorato "in quell'umil riposo" come il Re. Ma il popolo che canta il Bambino che nasce, e però la poesia delNatale, non si cura di quello che ne penseranno i posteri; il Bambino è nato a posta per esso, esso lo canta, lo adora, come suo proprio Dio, che crescerà per lui, che per lui farà miracoli e si lascerà un giorno ammazzare. Il Manzoni volle, nel suo Inno, abbracciare il passato e l'avvenire, cantare ad un tempo come un antico cristiano, e come un cattolico del secolo XIX, quasi da Dio mandato a spiegare con la poesia i misteri del Cristianesimo. Egli compose parecchi bei versi, espresse alcuni alti e nobili concetti; come poeta, sostenne e forse accrebbe la propria fama, ma, sebbene gl'Inni Sacrisi leggano, si spieghino e si raccomandino nelle scuole e nei seminarii d'Italia, nessuno è riuscito fin qui a farli imparare a memoria e cantare dal nostro popolo. Il Manzoni credette talora con immagini popolari render più chiari i suoi concetti morali; ma l'immagine, senza dubbio, chiarissima ed in Manzoni quasi sempre pittoresca, per la sua troppa luce abbaglia, e c'impedisce di veder bene quello che è destinata ad illuminare. NellaPassioneci si descrive, per esempio, l'altare della chiesa parato a bruno:
Qual di donna che piange il marito.
Ecco l'immagine di una realtà ben viva; ma bisogna andare a pensare che la Chiesa ha chiamato sè stessa la Sposa di Cristo, per intenderne il motivo; onde, per capire l'immagine bisogna presupporre nel popolo una nozione che gli manca. NellaRisurrezione, per dirci che Cristo non durò alcuna fatica a rovesciare il marmo del suo sepolcro, il Manzoni ricorre ad una similitudine, per la quale il Redentore ci appare in figura di uno di que' poderosi Giganti della leggenda popolare indoeuropea, che senza alcuna fatica operano prodigiositours de force; e la lenta cura che pone il Poeta nel rappresentarci la similitudine, diminuisce l'efficacia dell'atto taumaturgico attribuito al Cristo:
Come, a mezzo del cammino,Riposato, alla foresta,Si risente il pellegrinoE si scote dalla testaUna foglia inaridita,Che dal ramo dipartitaLenta lenta vi ristè;Tale il marmo inoperoso,Che premea l'arca scavata,Gittò via quel Vigoroso,Quando l'anima tornataDalla squallida valleaAl Divino che tacea:Sorgi, disse, io son con te.
Ma quando il Manzoni, nell'Inno medesimo, lascia stare i dogmi od i miti, per tornare a predicar semplicemente quella carità cristiana ch'egli sentiva già fortemente anche prima di mettersi nelle mani del suo confessore, quella carità ch'è principio, fonte, alimento d'ogni religione, il suo linguaggio torna semplice, naturale, eloquente. Nella festa della Pasqua, ossia nella risurrezione primaverile, tutto il mondo si rallegra e sorride, ed i Cristiani si danno il bacio fraterno del perdono, e siedono democraticamente ad una mensa comune; ma perchè tutti mangino, il ricco non deve mangiar troppo; onde il Manzoni ci canta:
Sia frugal del ricco il pasto;Ogni mensa abbia i suoi doni;E il tesor negato al fastoDi superbe imbandigioniScorra amico all'umil tetto;Faccia il desco poverettoPiù ridente oggi apparir.
NelNome di Marianotasi non pure lo stento dei pensieri, ma ancora un certo stento di parole, non di rado antiquate;[5] il Manzoni si ricordò forse troppo delle nostre anticheLaudi spirituali, e questo riuscì certamente l'Inno più cattolico del Manzoni. Ma il puro Cattolicismo non seppe mai inspirar nulla di grande; e se non si sapesse che il Manzoni non ischerzava mai con le cose sacre, si direbbe in alcune strofe ch'egli, anzi che scrivere un inno originale, volesse parodiare certi poeti classicheggianti. È strano infatti il trovare in una sola poesia manzoniana forme come queste:quando cade il die, invita ad onorarte, d'oblianza il copra, se ne parla e plora, d'ogni laudato esser la prima, in onor tanto avémo, vostri antiqui Vati, i verginal trofei, nosco invocate. Conviene invece a tutti i Cristiani, siano cattolici, sian protestanti, l'Inno manzoniano dellaPentecoste, ossia l'inno dell'amore, l'inno della carità. Il Manzoni sta per uscir dalla tutela troppo opprimente della sua guida spirituale. Egli è arrivato finalmente a riposare non più nel genere, ma in una sua propria specie di fede; ma egli vuole poi esser libero di cantarla come la sente, non vuol più traccie, la traccia egli se la darà questa volta da sè; non teme oramai più il ridicolo, che da principio lo disturbava ed irritava, è arrivato alla calma, anzi a quella pace cheil mondo irride, manon può rapire, e chi ha la pace nell'anima è libero e padrone di sè. Perciò, nel suo Canto dellaPentecoste, che appartiene già ad un nuovo ciclo della vita manzoniana, il Poeta ritrova nuovamente sè stesso, tutta la sua originalità, tutta la sua potenza; noi sentiamo risorgere il Manzoni dell'Imbonati, ma rinvigorito, ma più eloquente, ma più sereno e più grande; noi recitiamo commossi la sua magnifica invocazione lirica all'Amore cristiano, perchè si diffonda e si comunichi a tutte le vite, a tutte le età della vita:
Noi t'imploriam; nei languidiPensier dell'infeliceScendi, piacevol Alito,Aura consolatrice;Scendi bufera ai tumidiPensier del vïolento;Vi spira uno sgomento,Che insegni la pietà.Per te sollevi il poveroAl ciel ch'è suo, le ciglia;Volga i lamenti in giubilo,Pensando a Cui somiglia;Cui fu donato in copia,Doni con volto amico,Con quel tacer pudìco,Che accetto il don ti fa.Spira dei nostri bamboliNell'innocente riso;Spargi la casta porporaAlle donzelle in viso;Manda alle ascose verginiLe pure gioie ascose;Consacra delle sposeIl verecondo amor.Tempra dei baldi giovaniIl confidente ingegno;Reggi il viril propositoAd infallibil segno;Adorna la canizieDi liete voglie sante;Brilla nel guardo erranteDi chi sperando muor.
Dopo queste strofe sacre il Manzoni non ne scrisse altre; egli sentì che non si poteva andare più in su, tutti i dogmi religiosi si riducono finalmente ad una sola parola:amate. Dopo aver cantato l'amore, dopo averlo probabilmente sentito nella sua maggior veemenza, e sotto le varie forme, con le quali nella vita si può amare, il Manzoni stava per espandere liberamente il suo genio giovanile già temprato, e per drizzare il suo proposito virile a segno infallibile. Ma il confessore gli stava ancora presso per ricordargli ch'egli avea dato di sè pubblico scandalo, e che come pubblico era statolo scandalo, pubblica dovea essere la riparazione.[6] Non bastava che ci fosse diventato cattolico, e che egli avesse composto inni intieramente ortodossi; doveva adoprare tutto il suo ingegno in difesa della religione cattolica. La Chiesa sapeva bene quanto quell'ingegno valesse, e se lo volle appropriare. Al Manzoni fu imposto come penitenza da monsignor Tosi l'obbligo di scrivere leOsservazioni sopra la Morale cattolica. Noi leggiamo con ammirazione nellaVitadell'Alfieri che il grande Astigiano ordinava al suo servitore di legarlo fortemente alla sedia per obbligarsi al lavoro; ma non abbiamo letto senza una grande pietà e confusione, che monsignor Tosi chiudeva in camera Alessandro Manzoni, perchè mandasse innanzi il libro sullaMorale cattolicache non voleva andare avanti. Il fatto ci è assicurato dall'egregio biografo del Tosi, professor Carlo Magenta, il quale scrive precisamente: "Il Tosi, vedendo che quel lavoro procedeva lento, perchè l'Autore era occupato in altri studii, trovandosi a Brusuglio, ad una cert'ora del giorno andava a chiudere il Manzoni nel suo studio, dichiarandogli che non l'avrebbe lasciato escire, finchè non avesse scritto un certo numero di pagine." Dallo stesso biografo abbiamo appreso con una specie di terrore che il Tosi consigliava il Manzoni a mettere in versi la storia di Mosè ed un lavoro ascetico, di cui ci è rimasta una traccia. Basterà per saggio che io ne riporti l'introduzione: "L'uomo aspira a riposare nella contentezza, ed è agitato dal desiderio di sapere; e, pur troppo, abbandonato a sè stesso cerca la soddisfazione in vani diletti ed in una scienza vana. Oggi ci è dato un Consolatore che insegna. Felici noi, se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico vero sapere vengono dallo Spirito che il Padre ci manda, nel nome di Gesù Cristo." Come non fremere al pensiero che, se il Manzoni s'imbecilliva in un'opera di tal natura, l'Italia non avrebbe forse mai avuto iPromessi Sposi? E chi sa quante belle pagine de'Promessi Sposisono andate perdute per la condanna di quel bravo e sant'uomo, che era monsignor Tosi! Il signor Magenta ci dice che il Tosi "avrebbe voluto togliere quel brano bellissimo deiPromessi Sposi, in cui il Padre Cristoforo, dopo avere sciolta Lucia, soggiunge quelle commoventi parole che tutti sanno:Peccato, figliuola? peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che ha ricevuta da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; certo, se mai m'è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli; ora non vedo perchè Dio v'abbia a voler separati;" parrebbe che questo passo fosso abbastanza religioso: ma al Tosi non bastava; ei si faceva ancora scrupolo, non avrebbe prosciolto Lucia dai voti, e da cattolico conseguente non poteva permettere che l'Autore del romanzo, posto che Lucia avea fatto voto alla Madonna di non isposar Renzo, li mandasse finalmente insieme all'altare. Ma si trovò, per fortuna, in Milano un altro prete di manica più larga, un altro amico, Don Gaetono Giudici, al quale il Manzoni dava a leggere gli stamponi deiPromessi Sposi, e Don Giudici vedendo che il Manzoni, per obbedienza al confessore, stava già per dar di frego a quelle parole e a parecchie altre pagine, vi si oppose energicamente. Il Manzoni lavorava dunque sotto una duplice censura, l'austriaca e l'ecclesiastica; ed abbiamo tutte le ragioni di credere che, se la prima sacrificò qualche parola, la seconda ci privò di molte belle pagine e chi sa forse d'intieri volumi manzoniani. Non apprendiamo forse dalle lettere del Manzoni al Tosi che questi cercava pure distoglierlo, nel 1824, dal lavoro sulla lingua italiana, al quale il Manzoni fin da quel tempo attendeva, temendo ch'egli vi si affaticasse troppo ed entrasse in polemiche letterarie? Polemiche contro il Sismondi per la difesa del Cattolicismo si potevano fare, e non erano da temersi; il Manzoni dovea invece più tosto riposarsi in un ozio beato ed infingardo, che correre il pericolo di agitare in Italia alcuna nuova questione letteraria che poteva divenir nazionale. Ma io qui mi fermo, per timore di cambiare il mio studio biografico sopra il Manzoni in una specie di processo contro il suo confessore, che, lo ripeto, era uomo di santi costumi, ed aggiungerò ancora di svegliato ingegno e d'animo liberale ed amantissimo della patria; ma i sillogismi cattolici sono terribili e fatali per la loro angustia; chi si rassegna a ragionare in quel dato modo, come l'esemplare delle opere del Voltaire già possedute dal Manzoni, avrebbe potuto indifferentemente sopprimere il genio del Manzoni. Alcune delle lettere di lui al Tosi ci fanno paura; questa per esempio:—"Veneratissimo e Carissimo Signor Canonico. Le rispondo immediatamente, perchè Ella possa assicurare la nota persona che tutto sarà saldato. Io intanto ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori, e ringrazio pure di cuore la carità di Lei, del cui Santo Ministero Dio si vale per tutto quel bene ch'io possa fare. Dico senza esitare questa parola, perchè malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia. Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. È inutile raccomandarle il segreto. Si ricordi intanto d'una famiglia che tanto la venera ed ama, e mi tenga sempre Suo umilissimo e affezionatissimo Figlio in Gesù Cristo, ALESSANDRO MANZONI."—Questo eccesso di umiltà cristiana ci atterra. La lettera allude, senza dubbio, ad una buona azione, a qualche opera di carità, per la quale il futuro Autore di quei bei versi, in cui si raccomanderà di far l'elemosina:
Con quel tacer pudìcoChe accetto il don ti fa,
domanda il segreto. Ma il linguaggio di quella lettera, pur troppo, ci umilia. Per fortuna, il Manzoni stesso reagì da sè medesimo contro quella servitù e contro quell'unzione di linguaggio, per tornare uomo anche col proprio confessore. Si trovano perciò con piacere molte altre lettere, nelle quali il Manzoni scrive al Tosi con molta naturalezza, e si rivela bonariamente qual è, senza prendere ad imprestito alcuno stile d'occasione e di convenienza o di obbedienza; che se il Manzonisolamente cattolicoci faceva l'effetto di un uomo asfissiato, noi ci sentiamo in esse inondare da un aere più spirabile che ci rinfresca e ci rasserena. Il Manzoni stesso temette, del resto, egli medesimo d'esser preso per più cattolico ch'egli veramente non fosse e non si sentisse, e in un momento di molta, se non ancora di perfetta, sincerità, nei primi giorni dell'anno 1828, se ne confessava candidamente ad una donna, alla poetessa piemontese Diodata Saluzzo Roero, la quale rallegravasi con lui, perch'egli fosse apparso al prete Lamennais di allora "religieux et catholique jusqu'au profond de l'ame." Quell'opinione lo spaventava come eccessiva, e però egli le scriveva: "Egli è vero che l'evidenza della religione cattolica riempie e domina il mio intelletto; io la vedo a capo e in fine di tutte le questioni morali; per tutto dove è invocata, per tutto donde è esclusa. Le verità stesse che pur si trovano senza la sua scorta, non mi sembrano intere, fondate, inconcusse, se non quando sono ricondotte ad essa ed appaiono quel che sono, conseguenze della sua dottrina. Un tale convincimento dee trasparire naturalmente da tutti i miei scritti, se non fosse altro, perciocchè, scrivendo, si vorrebbe esser forti e una tale forza non si trova che nella propria persuasione. Ma l'espressione sincera di questa può, nel mio caso, indurre un'idea pur troppo falsa, l'idea di una fede custodita sempre con amore, e in cui l'aumento sia un premio di una continua riconoscenza; mentre invece questa fede io l'ho altre volte ripudiata e contraddetta col pensiero, coi discorsi e colla condotta; e dappoichè, per un eccesso di misericordia, mi furestituita(avvertasi la parolarestituzione, la quale implica soltanto che vi furono anni, in cui il Manzoni negò o più tosto non custodì bene la fede cattolica, in cui era stato allevato, e diminuisce perciò il merito taumaturgico degli operatori della conversione di lui), troppo ci manca che essa animi i miei sentimenti e governi la mia vita, come soggioga il mio raziocinio. E non vorrei avere a confessare di non sentirla mai così vivamente, come quando si tratta di cavarne delle frasi; ma almeno non ho il proposito d'ingannare, e col dubbio d'aver potuto anche involontariamente dar di me un concetto non giusto, mi nasce un timore cristiano d'essere stato ipocrita, e un timore mondano di comparire tale agli occhi di chi mi conosce meglio." Questa preziosa confessione può ridursi ad una sola formola: dal Manzoni cattolico uscirono, in somma, sole voci di testa; ed ora udremo, se vi piace, le sue più gagliarde e spontanee voci di petto, e vedremo finalmente spiegarsi tutta la singolare originalità del genio manzoniano.
[1] La vita del Manzoni in quegli anni ci è così descritta dal Sainte-Beuve: "Nel 1808 si ammogliava. Occupavasi d'agricoltura e d'abbellire la sua villa di Brusuglio presso Milano; poi tornava in Francia a rivedere gli amici dellaMaisonnette: e dava il Fauriel per padrino alla sua primonata, imponendole i nomi di Giulietta-Claudina. Così passava i giorni tra la famiglia, le piante ed i versi; e questi tenean forse l'ultimo posto. Il Mustoxidi scriveva da Milano al Fauriel: "Alessandro e gli altri della famiglia godono salute, e spesso vi ricordano. Tutto dedito alle cure domestiche, mi pare che s'allontani troppo di frequente dalle Muse, le quali pur gli furono liberali di santi favori (20 dicembre 1811)." Ma il Manzoni non s'allontanava forse dalla poesia quanto pareva; essa doveva tornare a lui, di lì a qualche tempo, ricca di nuovi e più santi gaudii. Dato alla famiglia come il Racine, sebbene forse un po' troppo presto convertito verso il 1810 alle idee religiose e alla pratica cristiana, padre, sposo, amico, davasi tutto, con animo pacato, ai più ordinati sentimenti, prendeva i costumi e gli abiti più puri e naturali; pareva vi si seppellisse. Non temete! L'immaginazione saprà trovar la sua strada; essa rimane sempre viva in certe anime ardenti insieme e delicate. Egli era di quelli, nel quali dovea verificarsi il bel motto proferito dal Fauriel nei loro primi colloquii: "L'immaginazione, quando s'applica alle idee morali, cogli anni, anzichè raffreddarsi, si fortifica e raddoppia d'energia." Il Manzoni adunque in que' tempi occupavasi pur sempre di poesia, se non per farne, almeno per godere di tutto ciò che ne forma l'oggetto, e la parte migliore. Se l'architettura e i disegni di ville degni del Palladio parevan qualche volta dominare soverchiamente nelle sue fantasie, l'agricoltura e i suoi piaceri innocenti gli sorridevano più tranquillamente in mezzo a quella quiete. Il Fauriel inviavagli di Francia gran copia di scelte semenze, che riempivano i desiderii dell'amico cadendo su terra ubertosa; e i bachi da seta soprattutto e i gelsi erano la sua grande faccenda sul fine di maggio, come la trattura della seta. Un giorno, nei primi momenti della sua andata in campagna, uno sciame di api venne a stabilirsi nel suo giardino, proprio sotto i suoi occhi, quasi per dar pascolo di piaceri e studii classici a questo figliuol di Virgilio. Erano gioie sì pure, che la poesia non poteva esser lontana." Fin qui il Sainte-Beuve.—Ho veduto due opere d'agricoltura, del Re e del Lastri, con postille autografe del Manzoni. La lettera del Manzoni al Grossi che pubblicai nellaRivista Europea, ed uno scritto pubblicato dai signor Galanti nella Perseveranza sopra il Manzoni agronomo, provano chiaramente che egli era non solo molto appassionato, ma anche intelligentissimo delle cose agrarie. Sappiamo pure ch'egli s'occupava a Brusuglio di bachicoltura; e non ci deve perciò recar meraviglia" sebbene possa parere un po' tirata, la similitudine che troviamo ne'Promessi Sposi, quando Don Gonzalo, per risovvenirsi dell'affare di Lorenzo Tramaglino, un filatore di seta come il Manzoni, che ha dimenticato "al campo sopra Casale, dov'era tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa,come un baco da seta, che cerchi la foglia."—Poichè abbiamo ora sorpreso il Manzoni in casa sua, dirò pure che egli non solo leggeva i proprii libri, ma che li postillava quasi sempre, mettendosi volentieri in dialogo con l'autore da lui letto; ebbi in mano alcuni de' suoi libri postillati: uno di essi che posseggo è il seguente;La théorie del'Economie politique fondée sur les faits résultants des statistiques de la France et da l'Angleterre, par M. Ch. Ganilh: Paris, 1815. Nel secondo volume si trovano sei postille. Credo che possa destare qualche curiosità il vedere in qual modo il Manzoni leggeva e intendeva e criticava un libro di economia politica. Alla pag. 249 l'Autore scrive: "Comme l'on ne peut consommer habituellement les produits de l'étranger, qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits indigènes, il s'ensuit évidement que la consommation des produits indigènes est de la même valeur; et ce qu'il ne faut pas perdre de vue, c'est que, sans la consommation des produits exotiques, l'équivalent en produits indigènes n'aurait pas existé. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays, quand ils sont d'une nature différente de celle des produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc." Il lettore Manzoni riproduce in margine lo stesso passo con una breve omissione e con alcune proprie aggiunte, che segneremo in corsivo: "Comme l'on ne peut consommer, habituellementou non, les produits de l'étranger (qu'ils soient ou non d'une nature differente de celle des produits nationaux) qu'autant qu'on peut en payer la valeur en produits nationaux, il s'ensuit évidemment que la consommation des produits exotiques, quelleque soit leur nature, nécessite la production d'une quantité de produits indigènes de la même valeur. L'effet nécessaire de la circulation des produits étrangers dans un pays,même quand ils sont de même nature que les produits nationaux, est donc d'accroître ces produits, de favoriser l'industrie particulière de chaque peuple, etc." L'Autore ripiglia: "Enfin les peuples, en se refusant à la circulation de leurs produits identiques, me semblent avoir rempli parfaitement les intentions de la nature, et s'être conformés strictement à ses lois bienfaisantes. La circulation des produits identiques ne peut s'établir et se maintenir que par la concurrence, qui excite parmi les concurrens l'envie, la haine, et toutes les passions anti-sociales". Il Manzoni è pronto a ribattere: "Oh prodige d'irréflexion! Il ne s'est pas souvenu que la concurrence est tout naturellement établie entre les fabricants et les débitants de produits identiques dans un même pays. Pour la prévenir, il faudrait qu'il n'y eût, par exemple, qu'un seul cordonnier en France." Alla pag. 221, il Ganilh scriveva; "On chercherait inutilement, par la pensée, un seul cas où un individu quelconque pût être offensé ou affligé de voir, dans le marché de sa localité, des produits différens de ceux de son sol et de son industrie." Il Manzoni, che ama la precisione, scrive in margine, con la solita arguzia: "Il n'a pas observé qu'il y a des produits de nature différente, et qui servent aux mêmes usages. Ainsiun individu quelconque_ qui fabriquerait des étoffes de laine ou de fil, pourrait être fort bienoffenséouaffligéde voir apparaître pour la première fois sur son marché des étoffes de soie; un fruitier de voir pour la première fois arriver des oranges, etc."A pag. 222, l'Autore dice d'un'imposta che è a danno dei produttori e dei consumatori, ma torna a beneficio dello Stato: il Manzoni annota maliziosamente:"Il faut donc entendre un État duquel sont exclus les consommateurs et les producteurs."A pagina 224, il Ganilh si pronuncia contro la libertà sconfinata del cambio, che "tend a soumettre toutes les industries particulières a l'industrie du peuple le plus industrieux, toutes les aisances nationales a la richesse du peuple le plus riche." Il Manzoni, logico implacabile, interrompe questo slancio di eloquenza protezionista, osservando che il popolo più ricco vende"mais a condition que ceux qui lui achètent ne s'appauvriront pas; car autrement il ne pourrait plus leur vendre."Alla pag. 292, l'Autore sconsiglia i trattati di commercio con la Cocincina; l'Europa comprerebbe dalla Cina che, alla sua volta, non farebbe acquisto dei prodotti dell'Europa. Il Manzoni obbietta:"Inconcevable! Il ne voit pas que si l'Europe achetait le sucre de la Cochinchine, celle-ci aurait le moyen d'acheter les produits du sol et de l'industrie de l'Europe: car, sans cela que ferait-elle des 125 millions (supposés} que l'Europe lui enverrait? Il ne voit pas que 125,000,000 importés tous les ans et jamais rendus embarrasseraient autant un pays que la même somme exportée annuellement et jamais remplacée. Au reste, il suppose que la Cochinchine pourrait fournir du sucre pour la consommation entière de l'Europe, etc., etc."_
[2] "Au sortir (scrive il Loménie) d'une conversation avec une personne fort distinguée qui a vécu dans l'intimité de Manzoni, et qui, après m'avoir raconté en quelques mots sa vie assez dénuée d'incidents pittoresques, avait excité au plus haut point mon intérêt en me parlant longuement du caractère et des habitudes du poëte milanais, dans le but de me prouver que Manzoni était, suivant l'expression du narrateur,tout ce qu'ily a de moins homme de lettres,je m'en allais cherchant parmi leshommes de lettresde notre pays et de notre temps quelque poëte célèbre, douè d'une modestie plus grande encore que son talent, d'une piété aussi sincère qu'éclairée, sans affectation comme sans intolérance; quelque nature riche à la fois d'élévation, de finesse, d'ingénuité et d'abandon; quelque caractère reste simple, honnête et bon, malgré les séductions du génie et les corruptions de la gloire; quelque chose enfin qui pût m'aider à comprendre et faire comprendre Manzoni au lecteur par la comparaison. J'étais un peu embarrassé, quand j'eus l'idée de rétrograder de deux siècles, et de relire les Mémoires que le fils de Racine nous a laissés sur la vie de son père. J'avais trouvé mon affaire.—Et ce n'est pas seulement par le côté moral qu'il (Manzoni} ressemble á Racine; ce n'est pas seulement parce qu'il s'est renfermé très-jeune encore dans ces jouissances paisibles et pures d'époux, de père et de chrétien, qui firent le bonheur de Racine aprèsPhèdre,depuis son mariage jusqu'à sa mort; ce n'est pas seulement parce qu'il a de Racine, avec la simplicité des goûts, une légère teinte de causticité tempérée par le sentiment religieux qui charme dans maintes pages du beau roman desFiancés,comme elle se fait jour dans la comédie desPlaideurs;ce n'est pas seulement parce qu'il abhorre franchement, comme Racine, tout entretien relatif à lui-même et à ses productions littéraires, que l'auteur deCarmagnolaet d'Adelchipeut, sous plusieurs rapports, être comparé à l'auteur d'Estheret d'Athalie.Ces deux hommes représentent à la vérité dans l'art dramatique deux systèmes bien différents; mais, de tous les dramaturges de l'école diteromantique,je n'en connais point qui, par la délicatesse du sentiment moral, le fini et la distinction de la forme, se rapproche autant que Manzoni du plus pur, du plus élégant, du plus harmonieux représentant de la tragédie classique. Offrant dans leur caractère, dans le tour de leur inspiration, et dans la physionomie générale de leurs oeuvres, je ne sais quel air de famille qui perce à travers la différence des idées, des pays et des temps, ces deux poëtes présentent encore une certaine analogie au point de vue biographique. Des deux côtés c'est la même vie honnête et simple, plus calme, plus solitaire, plus indépendante chez Manzoni, garantie plus tôt des orages du coeur par la croyance religieuse et les chastes douceurs d'un mariage heureux, moins affairée que celle de Racine, moins mélangée de soucis mondains et de devoirs de cour, mais également marquée par une double période d'inquiétude dans le doute et de repos dans la foi."
[3] Gli argomenti dovevano esser questi: Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti, I Morti.
[4] Il pubblico italiano non s'accorse degl'_Inni Sacri,se non dopo pubblicato ilCinque Maggio_. Quando, nel 1817, Carlo Mazzoleni indirizzava per essi complimenti al Manzoni, questi gli rispondeva: "Io non so quali grazie rendervi per le lodi, colle quali mi fate animo a proseguire questi lavori. Se io non dovessi attribuirle in gran parte alla indulgente vostra amicizia, mi leverei davvero in superbia; ma ad ogni modol'indifferenza del pubblicomi farà stare a segno." Quando il Manzoni era forse ancora contento degl'Inni Sacriusciti di fresco da un parto molto laborioso, il pubblico non se ne volle accorgere; quando il pubblico se ne accorse e se ne contentò, chi non era più contento degl'Inni Sacriera il Manzoni stesso
[5] In Milano si conservano alcune strofe dello stesso componimento, non più felici, che lo stesso Poeta tolse via, nel momento di stamparlo.
[6] Dopo la morte del Manzoni, fu raccontato che il grand'uomo un giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto, rispose commosso: "Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità e con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fui una bestia e un cattivo." Il Manzoni evidentemente, per eccesso di umiltà cattolica e d'immaginazione, si calunniava, esagerando la propria giovanile empietà e gli stravizii della sua vita di studente.
Il Manzoni Poeta drammatico.
Un psicologo troverebbe argomento di uno studio molto importante, esaminando in qual modo la mente del Manzoni abbia potuto, nel 1815, scrivere, dopo il CarmeIn morte dell'Imbonati, una Canzone stentata e rettorica, e poi rivelarsi di nuovo, con insolito splendore, neiCori del Carmagnola. Ma converrebbe pure che fosse aiutato, in questa indagine, da qualche indizio biografico. Ora la biografia manzoniana dal 1810 al 1818, o tace intieramente, o ci dice soltanto che il Manzoni in quel tempo rimase sotto la disciplina religiosa di monsignor Tosi, scrisse alcuniInni Sacrie s'occupò d'agricoltura. È troppo poco per ispiegarci la singolare, quasi febbrile e potente operosità dell'ingegno manzoniano che muove dall'anno 1818 e va fino al termine dell'anno 1824, sei anni preziosi, ne' quali veramente si è rivelato tutto il genio poetico del Manzoni. Le lettere di quel tempo dirette dalla Giulia Beccarla e dal Manzoni al Tosi ci mostrano Don Alessandro molto malato di nervi; ebbene, erano forse le insonnie del genio agitato da una specie di furore divino. Nel 1818, il Manzoni aveva pure avuto uno de' più grossi dispiaceri della sua vita; era stato costretto a vendere ilCaleotto, la casa, le terre di suo padre, presso Lecco. In mezzo a que' disastri economici cercò forse sollievo nella poesia; il dramma che si compieva nella sua vita, gli fece forse eleggere la forma drammatica. Studiando una volta la storia di Venezia con l'intendimento di scrivere un poema sopra la fondazione della città delle Lagune, si era probabilmente innamorato della figura del Carmagnola; ma il momento non era più per lui da poemi; l'animo del Manzoni agitato, non più contenuto dalla pietà e dalla rassegnazione, che monsignor Tosi non si stancava di raccomandargli, avea bisogno di sfogarsi, mettendo fra loro in poetico contrasto drammatico diversi affetti. Forse la vendita delCaleottoavea dato occasione in Milano a nuove chiacchiere che lo avevano disgustato; la madre, la moglie, il Tosi, forse pure il Fauriel, a cui, dopo alcuni anni di silenzio, egli era tornato con più vivace affetto, aveano cercato di calmarlo; e vi erano, senza dubbio, riusciti in parte: ma il maggior conforto egli avea dovuto provarlo, ritirandosi in sè stesso, e creandosi, come avveniva in casi simili al Goethe, a sua immagine un proprio mondo poetico. In quel mondo tutto ideale egli poteva liberamente sfogare i suoi sentimenti, in quella finzione storica esprimere ad un tempo e nascondere i proprii dolori. E coi proprii il Manzoni sentiva pure profondamente i dolori della patria avvilita ed oppressa sotto l'ignominia d'un Governo straniero. Nella Prefazione delConte di Carmagnolail Manzoni stesso dichiarò che una delle ragioni che lo determinarono a introdurvi i Cori, fu questa, che "riserbando al poeta un cantuccio dov'egli possa parlare in persona propria, (essi) gli diminuiranno la tentazione d'introdursi nell'azione, e di prestare ai personaggi i suoi proprii sentimenti, difetto dei più noti negli scrittori drammatici." Ma, quando leggiamo uno scrittore come il Manzoni, dobbiamo guardar sempre al senso preciso che vogliono aver le parole; egli non dice già che i Coritoglieranno, ma solamente che essidiminuirannoall'autore la tentazione di mettersi in iscena. Approfittiamo dunque di questa mezza negazione, che implica necessariamente una mezza affermazione. In una bella lettera che il Manzoni scrisse nel febbraio dell'anno 1820 al suo amico abate Gaetano Giudici di Milano, rimasta fino ad oggi inedita, trovo, fra le altre, queste parole: "Io aveva sentito che le circostanze e le azioni del Carmagnola non erano in proporzione coll'animo suo e coi suoi disegni; ma questa dissonanza appunto è quella che io ho voluto rappresentare. Un uomo di animo forte ed elevato e desideroso di grandi imprese, che si dibatte colla debolezza e colla perfidia de' suoi tempi, e con istituzioni misere, improvvide, irragionevoli, ma astute e già fortificate dall'abitudine e dal rispetto, e dagl'interessi di quelli che hanno iniziativa della forza, è egli un personaggio drammatico?"[1] Quest'uomo potrebbe essere così bene il Manzoni posto fra gli uomini del suo tempo, con un Governo come quello di Lombardia, posto a rischio continuo di perdere, nell'adempimento dei suoi doveri civili, la pace domestica e la vita, come il Conte di Carmagnola. In ogni modo, nelle parole della tragedia che s'intitola dalConte di Carmagnola, più che i sensi di un capitano di ventura del Medio Evo, noi ritroviamo spesso l'animo, i pensieri, i dubbii, gl'interni combattimenti del Manzoni, geloso del suo buon nome, timido nell'opera, ardito ne' concepimenti, pio, delicato, amante della patria e della famiglia. Queste parole messe in bocca al Conte di Carmagnola non istonerebbero, per esempio, ove si collocassero nel CarmeIn morte dell'Imbonati:
Oh! beato colui, cui la fortuna;Così distinte in suo cammin presentaLe vie del biasmo e dell'onor, ch'ei puoteCorrer certo del plauso e non dar maiPasso, ove trovi a malignar l'intentoSguardo del suo nemico. Un altro campoCorrer degg'io, dove in periglio sonoDi riportar, forza è pur dirlo, il bruttoNome d'ingrato, l'insoffribil nomeDi traditor. So che de' grandi è l'usoValersi d'opra ch'essi stiman rea;E profondere a quel che l'ha compitaPremi e disprezzo, il so; ma io non sonoNato a questo; e il maggior premio che bramo,Il solo, egli è la vostra stima, e quellaD'ogni cortese; e, arditamente il dico,Sento di meritarla.
Così avrebbe parlato, così forse parlava allora il Manzoni a' suoi proprii accusatori. Noi sappiamo già che prima della pubblicazione del CarmeIn morte dell'Imbonati, ossia nell'anno 1805, si era ciarlato molto in Milano contro il Manzoni, e che si tornò a ciarlare contro di lui, quando, nel 1819, egli malato di nervi ritornò con la madre e con la moglie a Parigi. La madre del Manzoni, nell'aprile dell'anno 1820, scriveva a monsignor Tosi che il Manzoni preferiva "il soggiorno di Parigi a quello di Milano, per il gran ribrezzo che gli produce quella benedetta mania che si ha di parlare degli affari degli altri. Si ricorda di tante ciarle e di tante supposizioni fatte sul nostro viaggio; e qualche volta questa idea lo mette di cattivo umore:" Il malumore, o almeno un po' di malumore, penetra pure in alcuni versi delConte di Carmagnola. Ma il sentimento cristiano e l'amor patrio vincono finalmente ogni altra cura. Il Manzoni assai più che il suo Conte di Carmagnola esplorava il suo tempo e cercava persuadersi ora che la salute d'Italia sarebbe venuta dalla Toscana, ora dal Piemonte. Il Carmagnola, infatti, alludendo ai Fiorentini, dice:
A molti in menteDura il pensier del glorïoso, anticoViver civile; e subito uno sguardoRivolgon di desìo, là dove appenaD'un qualunque avvenir si mostri un raggio,Frementi del presente e vergognosi;
e al suo Piemonte belligero fida, con la propria, la vendetta d'Italia:
Voi provocate la milizia. Or sonoIn vostra forza, è ver; ma vi sovvengaCh'io non ci nacqui; che tra gente io nacquiBelligera, concorde; usa gran tempoA guardar come sua questa qualunqueGloria d'un suo concittadin, non fiaChe straniera all'oltraggio ella si tenga.
Ma, in pari tempo, nelle parole che Marco rivolge all'amico suo il Conte di Carmagnola, ritroviamo la prudenza manzoniana; si direbbe che Marco sostiene presso il Conte quella parte medesima che il Fauriel presso il Manzoni; è l'amico Fauriel, al quale la tragedia è per l'appunto dedicata:
…… ConsiglioDi vili arti ch'io stesso a sdegno avrei,Io non ti do, nè tal da me l'aspetti;Ma tra la noncuranza e la servileCautela avvi una via; v'ha una prudenzaAnche pei cor più nobili e più schivi;V'ha un'arte d'acquistar l'alme volgari,Senza discender fino ad esse; e questaNel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.
Il Conte, ossia forse il Manzoni, vorrebbe fidarsi al suo destino, e non curar troppo le male arti de' nemici; Marco, ossia ancora, come si può sottintendere, il Fauriel gli pone innanzi l'immagine della moglie e della figlia amatissime, ma forse in qualche momento dimenticate per alcun'altra più forte attrattiva, per l'amore della patria:
Vuoi che una corda io tocchiChe ancor più addentro nel tuo cor risoni?Pensa alla moglie tua, pensa alla figlia,A cui tu se' sola speranza; il cieloDiè loro un'alma per sentir la gioia,Un'alma che sospira i dì sereni,Ma che nulla può far per conquistarli.Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non direChe il tuo destin ti porta; allor che il forteHa detto: io voglio, ei sente esser più assaiSignor di sè che non pensava in prima.
Il Manzoni poeta cristiano detta ancora queste pie parole al fieroConte condannato a morte:
E tu, Filippo, ne godrai! Che importa?Io le provai quest'empie gioie anch'io;Quel che vagliano or so.
E quest'altre affettuose alla moglie Antonietta paiono suggerite alConte da Enrichetta Blondel, la moglie del Manzoni:
……O sposoDe' miei bei dì, tu che li fêsti, il coreVedimi; io moio di dolor, ma pureBramar non posso di non esser tua.
Vi è finalmente tutta la pietà cristiana del Manzoni, molto più che il carattere storico del Carmagnola, in queste parole del Conte:
Allor che Dio sui buoniFa cader la sventura, ei dona ancoraIl cor di sostenerla…. Oh! pari il vostroAlla sventura or sia. Godiam di questoAbbracciamento; è un don del cielo anch'esso.…. Il torto è grande,Ma perdona; e vedrai che in mezzo ai maliUn'alta gioia anco riman.… Oh gli uomini non hannoInventata la morte; ella sarìaRabbiosa, insopportabile, dal cieloEssa ci viene, e l'accompagna il cieloCon tal conforto, che nè dar nè tòrreGli uomini ponno.
Così sono uscite dal cuore di un marito credente, del Manzoni, in somma, queste belle e solenni ultime parole, con le quali il Conte raccomanda la moglie e la figlia al Gonzaga:
Quando rivedran la luce,Di' lor…. che nulla da temer più resta.
Poco, lo ripeto, sappiamo, pur troppo, della vita del Manzoni in quegli anni che corsero dal suo matrimonio alla pubblicazione delConte di Carmagnolae dell'Adelchi; ma forse non andremmo troppo lontani dal vero, supponendo che alcun grande dolore abbia agitato l'animo del Manzoni nel tempo, in cui, venduto ilCaleotto, egli scrisse le sue tragedie[2] ed incominciò il proprio romanzo. Vi sono versi che non si possono scrivere altrimenti che sotto una impressione molto viva e dolorosa; ed i versi che ho citati, mi fanno dubitare che il Manzoni abbia desiderato in quegli anni prender parte a qualche congiura politica, che, per una recrudescenza d'amor patrio, abbia corso qualche gran rischio e temuto assai per la propria famiglia e siasi poi sentito accusare di qualche debolezza: la malattia nervosa che lo visitò, appena terminata la sua tragedia, le varie ciarle alle quali diede occasione il suo ritorno a Parigi, hanno forse qualche relazione con alcun fatto che ignoriamo, ma del quale potrebbe darsi che si trovassero indizii ne' suoi scritti di quel tempo. Fu caso fortunato che i componimenti del Manzoni cadessero sotto gli occhi del Goethe, ma non già caso che il Goethe se ne compiacesse. Vi era naturale simpatia fra que' due ingegni olimpici; anche il Goethe in quasi tutte le sue opere poetiche ha rivelato sè stesso in modo che la biografia di lui può farsi quasi che tutta sopra la sola guida de' suoi scritti. Il Manzoni sfogò meno le sue passioni, si frenò di più, tenne più fermo ad un solo alto segno il proprio ideale; ma sotto la sua calma apparente, sotto quella mirabile temperanza di linguaggio, è ancora possibile scorgere le tempeste d'un animo agitato, in continua lotta con sè medesimo, e più ancora che lottante fra il dovere e il piacere, contrastato fra due doveri diversi. I due doveri diversi, fra i quali il Manzoni lottò, dovettero essere la patria e la famiglia, come per un altro verso la libertà del pensiero e la fede. Il Goethe, come il Manzoni, mirava alla perfezione; ma io credo che, senza alcuna esagerazione, si possa dire che il primo mirava particolarmente ad una perfezione intellettuale, il secondo alla perfezione morale, che costa qualche cosa di più, poichè obbliga pure a qualche maggior sacrificio. Nell'Adelchisi palesa generalmente assai meno il sentimento individuale dell'autore; tuttavia è lecito in più d'un passo, ove parla il giovine eroe longobardo, riconoscere i privati sentimenti del Manzoni. La tragedia fu terminata, quando, fallita la rivoluzione piemontese, parecchi de' migliori amici del Manzoni dovettero andare o in esigilo, o al carcere duro. Il Nostro si dolse, certamente, seco stesso di non aver potuto far nulla per la patria e di dovere nascondere il suo potente ed inspirato Inno rivoluzionario dedicato a Teodoro Koerner, e, per amore della famiglia, evitare ogni imprudenza. S'io non m'inganno, è il Manzoni del 1821 che parla in questi versi posti in bocca ad Adelchi:
Il mio cor m'ange, Anfrido; ei mi comandaAlte e nobili cose; e la fortunaMi condanna ad inique: e, strascinato,Vo per la via che non mi scelsi, oscura,Senza scopo; e il mio cor s'inaridisce,Come il germe caduto in rio terrenoE balzato dal vento.
Il Manzoni fu sempre un po' repubblicano; se ne lagnavano nel 1848 il Giusti e l'Azeglio, quando lo vedevano diffidar troppo delle promesse del re Carlo Alberto. E da repubblicano, con poca verosimiglianza storica, egli faceva parlare il moribondo Adelchi al re Desiderio suo padre:
Gran segreto è la vita; e noi comprendeChe l'ora estrema. Ti fu tolto un regno;Deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questaOra tu stesso appresserai, giocondiSi schiereranno al tuo pensier dinanziGli anni, in cui re non sarai stato, in cuiNè una lagrima pur notata in cieloFia contra te, nè il nome tuo saravviCon l'imprecar de' tribolati asceso.Godi che re non sei, godi che chiusaAll'oprar t'è ogni via; loco a gentile,Ad innocente opra non v'è; non restaChe far torto, o patirlo. Una feroceForza il mondo possiede e fa nomarsiDritto; la man degli avi insanguinataSeminò l'ingiustizia; i padri l'hannoColtivata col sangue; e omai la terraAltra mèsse non dà.
Tutto ciò è grande, è vero, è degno del Manzoni, e si capisce che dovesse piacere al Mazzini, ma stona nel linguaggio di un Principe longobardo del IX secolo. Come tragedie storiche, ilCarmagnolae l'Adelchi, mi paiono, sia detto con tutto il rispetto de' loro pregi letterarii, lavori sbagliati; ma essi, oltre all'importanza che hanno per le novità che introducono nella drammatica italiana, obbligando le persone tragiche a parlare un linguaggio umano e a muoversi naturalmente, senza l'impaccio delle regole così dette aristoteliche intorno alle unità, contengono un gran numero di particolari poetici manzoniani, il che vuol dire nuovissimi, per i quali se non vi si andrà a cercare la verità storica e se essi non si potranno rappresentare sulle scene, vi si troveranno sempre affetti eloquentemente espressi, pensieri elevati, caratteri bene scolpiti, descrizioni pittoresche, intendimenti civili e patriottici che li faranno ammirare. Il Manzoni dedicava l'Adelchi, dodici anni dopo il suo matrimonio, a sua moglie Enrichetta Blondel, e non senza un motivo particolare, oltre i motivi generali che egli dovea parer di avere per dare un pubblico segno d'onore e d'affetto alla sua compagna. Come m'è parso di sentire nell'amicizia di Marco pel Conte di Carmagnola quella del Fauriel pel Manzoni, onde, perciò forse, veniva particolarmente dedicata al Fauriel la prima tragedia manzoniana; così mi paiono da ricercarsi nella tragedia stessa le ragioni particolari, per le quali Enrichetta Blondel fu onorata della dedicazione dell'Adelchi. "Il signor marchese Capponi (scrive il Tommaseo), nel conoscere la prima moglie, non bella e di poche parole, a quello appunto e al portamento sentì che la vera ispiratrice del Manzoni era lei." Disse il simile qualche anno dopo un giornale di Francia, che, recando i versi di Ermengarda morente:Amor tremendo è il mio, ec., soggiunge:Ah questa, signor Manzoni, non è roba vostra; ve l'ha dettata una donna.Rileggiamoli dunque insieme questi bei versi che il Manzoni avrebbe rubati a sua moglie. Ermengarda, in amoroso delirio, si rivolge col memore pensiero allo sposo che la tradì:
……O Carlo,Farmi morire di dolor tu il puoi;Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giornoDolor ne avresti.Amor tremendo è il mio;Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancoraNon tel mostrai; tu eri mio; securaNel mio gaudio io tacea, nè tutta maiQuesto labbro pudico osato avriaDirti l'ebbrezza del mio cor segreto.
Nel personaggio di Adelchi, il Manzoni stesso confessò d'aver voluto foggiare un suo ideale; il medesimo si può dire dell'Ermengarda, sopra i sentimenti della quale la storia non ci dice nulla; ora gl'ideali che si coloriscono al di fuori della storia e che riescono caratteristici come questo di Ermengarda, non si possono concepire altrimenti che supponendoli determinati dagli stessi sentimenti più vivi del Poeta nell'ora in cui egli scrisse. Io non posso insistere di più sopra un argomento così delicato come le relazioni di Alessandro Manzoni con Enrichetta Blondel; ma parmi che un rimorso gentile dell'Autore verso la sua compagna che egli potè forse turbare co' suoi ardimenti patriottici o con alcun'altra sua imprudenza, abbia fatto parlare Ermengarda in quel modo straordinariamente appassionato, e che la dedica solenne dell'Adelchialla sua compagna sia stata come una pubblica riparazione di qualche segreta lacrima domestica. S'io mi sono ingannato, ne domando perdono alla memoria del Manzoni; ma come ai critici del Goethe fu lecito de tracciare sopra i suoi versi la storia de' suoi amori, non ho potuto spiegarmi altrimenti, come in un dramma, dove l'amore non entrava, sia apparso l'unico tipo veramente poetico di una moglie ideale che ci presenti la poesia italiana, e che il Dramma stesso porti la seguente dedicazione glorificatrice: