XIX.

[1] Il Fauriel, scrive il Sainte-Beuve, s'andava proponendo, circa quel tempo, di comporre un romanzo storico, di cui avrebbe certamente collocata la storia nel Mezzodì della Francia, in una di quelle epoche ch'egli conosceva così bene. Dopo aver finito l'Adelchi, il Manzoni, abbandonata l'idea di una tragediaSpartaco, si mise anch'egli a pensare di comporre il romanzoPromessi Sposi. Circa lo stesso tempo, il suo amico Grossi s'occupava intorno ad un grande poema storico:I Lombardi atta prima Crociata. Era il tempo del grande ardore per l'Ivanhoe. Di qui nuove attivissime discussioni, e nuovo moto alle idee, sia per lettera, sia a voce, nel soggiorno del Fauriel in Italia (la Prefazione che precede il supplemento al secondo volume deiCanti popolari della Greciadel Fauriel reca la data diBrusuglio vicin di Milano) dal 1823 al 1825. Discutevasi, per esempio, come questione principale, tra i due amici, intorno al modo d'innestare la storia con la poesia, senza che l'una noccia all'altra. Il Fauriel inclinava a credere che, quindi in poi, la lotta condurrebbe la poesia propriamente detta a rimanere ogni dì più soccombente. Il Manzoni pensava altrimenti, e sosteneva contro le apparenze e i cattivi pronostici chela poesia non ha volontà di morire. E tutti due s'accordarono a dire che, in un certo sistema di romanzo, "c'è posto per l'invenzione de' fatti nella rappresentazione di costumi storici." Ebbene, la è questa appunto, replicava il Manzoni, una di quelle forze potentissime che restano tuttavia alla poesia, la quale, com'io vi diceva, non ha volontà di morire. La narrazione storica non è fatta per lei; giacchè il racconto de' fatti ha virtù di svegliare nell'uomo, naturalmente e ragionevolmente curioso, una tale attrattiva da disgustarci delle invenzioni poetiche che vi si volessero mescolare fino a farle parere puerili. Ma riunire i caratteri distintivi di un'epoca della società, rischiararli o porli in moto con un'azione, profittar della storia senza mettersi in concorrenza con essa, senza pretender di fare quel che esse sa far meglio sicuramente, ecco ciò che mi sembra tuttavia riservato alla poesia; che anzi essa sola può fare. "Non crediamo ingannarci (soggiunge il Sainte-Beuve), epilogando per tal modo l'opinione del poeta."

[2] Ecco le parole proprie del Filangieri, quali si possono leggere nel libro IV, capo 40, art. 3°, dellaScienza della Legislazione: "Io propongo la lettura de' romanzi pe' fanciulli che sono giunti all'età che si richiede secondo l'ordine da noi esposto (cioè l'età di nove anni compiuti), per assistere ai morali discorsi. Ma quali debbono essere questi romanzi? quali i soggetti, sui quali formar si dovrebbero? Ogni condizione può avere i suoi eroi, può avere i suoi mostri. Presso tutte le nazioni, in tutte l'età, in tutti i Governi, se ne trovano in tutte le classi dello Stato. I cenci dell'ultimo cittadino e la toga del primo magistrato nascondono spesso le più grandi virtù e i vizii più vili. L'occhio del filosofo penetra a traverso di questo velo, nel mentre che il volgare non vi vede che cenci e toga. Su questi fatti che l'istorie di tutti i tempi ci manifestano, formar si dovrebbero i romanzi, de' quali io parlo. L'eroe esser dovrebbe della classe, della quale son coloro, a' quali ne vien destinata la lettura. L'agricoltore dunque, il fabbro, il semplice soldato, o il duce che ha cominciato dall'esserlo, e che ha condotto l'aratro prima di condurre la legione, somministrar dovrebbero il soggetto e l'eroe dei romanzi che pe' fanciulli di questa classe io propongo. L'arte dello scrittore esser dovrebbe di mettere nel maggior aspetto quelle virtù così civili come guerriere che sono più alla portata degl'individui di questa classe; di dipingere co' colori più neri que' vizii, ai quali sono più esposti; di fecondare que' semi dell'amor della patria o della gloria, che si van gittando in tanti modi nel cuore de' nostri allievi, e d'ispirare quell'elevazione di animo, ch'è altrettanto più gloriosa, quanto meno si combina colla ricchezza delle fortune e coll'originaria dignità della condizione.Io vorrei che il soggetto del romanzi fosse per lo più un fatto vero, e non interamente immaginato, e vorrei che l'autore ne assicurasse colui che legge. È incredibile quanto questa prevenzione ne renderebbe più efficace la lettura. La moltiplicità e l'eccellenza delle opere che son comparse in questo genere presso tutte le nazioni, ed in tutte le lingue dell'Europa, renderebbe molto facile la collezione di questi romanzi d'educazione che io propongo. Gli effetti e i vantaggi, che ne produrrebbe la lettura, sono noti a chiunque conosca la forza dei sentimenti e l'influenza che questi aver possono sulla formazion del carattere e sullo sviluppo delle passioni."

[3] Questa notizia ch'io rilevo da una lettera del professore Giovanni Rizzi, trova pure conferma nelle seguenti parole del Buccellati: "Rattristato, per i rovesci del 1821, la morte e la prigionia degli amici, (il Manzoni} disse a Grossi ch'egli non potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero di Manzoni, e se ne valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo eremitaggio. Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi laStoriadel Ripamonti e l'Economia e Statisticadel Gioia, in cui si trovano citate le Gride contro i Bravi e gl'inconsulti Decreti annonarii. Oh! che tempi, diceva Manzoni a Grossi, segnando specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato. Sarebbe bene porre sottocchio in modo evidente queste istorie…."

[4] Lo riferisco, quantunque notissimo, perchè nella biografia manzoniana sembrami avere una importanza speciale: "…. La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso; non incurvato, nè impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensierosa; con la canizie nel pallore, tra i segni dell'astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale; tutte le forme del volto indicavano che, in altra età, c'era stata quella che più propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'Innominato il suo sguardo penetrante; ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato; "Oh!" disse, "che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d'una sì buona risoluzione: quantunque per me abbia un po' del rimprovero!" "Rimprovero!" esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e quel fare, e contento che il Cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. "Certo, m'è un rimprovero," riprese questo, "ch'io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da voi io." "Da me voi! sapete chi sono? V'han detto bene il mio nome?" "E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi, che almeno ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi de' miei figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza, de' suoi poveri servi." L'Innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor detto, nè era ben determinato di dire; e commosso, ma sbalordito, stava in silenzio. "E che?" riprese ancor più affettuosamente Federigo: "voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?" "Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual'è questa buona nuova che aspettate da un par mio." "Che Dio v'ha toccato il cuore e vuol farvi suo," rispose pacatamente il Cardinale. "Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?" "Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?" "Oh, certo! ho qui qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?" Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose; "Cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere…." (l'Innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non provare sdegno, anzi quasi un sollievo): "Che gloria," proseguiva Federigo, "ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d'interesse, voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia così facile, così naturale! Alcune forse, pur troppo, d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora…. Allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son io, pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da voi un tal signore? Cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata d'amore, di speranza, di sentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l'opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? O pensate! se io omiciattolo, io miserabile e pur così pieno di me stesso, io qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono, oh pensate! quanta, quale debba esser la carità di Colui che m'infonde questa, così imperfetta, ma così viva, come vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!" A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, di stravolta e confusa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi che dall'infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta."

[5] "Nell'Italia nostra (vi si diceva) vi sono tuttavia gli Aristotelici delle Lettere, come vi furono della Filosofia; e sono quei tenaci adoratori delle parole, i quali fissano tutti i loro sguardi sul conio di una moneta, senza mai valutare la bontà intrinseca del metallo e corron dietro e preferiscono nel loro commercio un pezzo d'inutile rame, ben improntato e liscio, a un pezzo d'oro perfettissimo, di cui l'impronta sia fatta con minor cura. Immergeteli in un mare di parole, sebben anche elleno non v'annuncino che idee inutili o volgarissime, ma sieno le parole ad una ad una trascelte, e tutte insieme armoniosamente collocate nei loro periodi, sono essi al colmo della loro gioia. Mostrate loro una catena ben tessuta di ragionamenti utili, nuovi, ingegnosi, grandi ancora, se una voce, se un vocabolo, una sconciatura risuona al loro piccolissimo orgtano, ve la ributtano come cosa degna di quella."

[6] "Due però (scrive il Manzoni) erano i libri che Don Ferrante anteponeva a tutti e di gran lunga in questa materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel grado: l'uno, ilPrincipee iDiscorsidel celebre Segretario fiorentino; mariuolo sì, diceva Don Ferrante, ma profondo: l'altro laRagion di Statodel non men celebre Giovanni Botero; galantuomo sì, diceva pure, ma acuto." Il Manzoni dovea pensare ne' suoi studii storici un po' come il suo Don Ferrante: "Ma cos'è mai la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e, per conseguenza, butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida." L'Autore entra spesso in iscena anche come attore. Così dopo aver fatto una descrizione, forse un po' troppo minuta della biblioteca di Don Ferrante, soggiunge: "Noi cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran voglia di andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a tornerò di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividorsi con l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente non s'è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo secolo. Però lasciando scritto quel che è scritto per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in istrada."

[7] È il Manzoni stesso che ce lo fa sapere in una sua lelterina a Cesare Cantù, il quale, valendosi, com'è noto, in gran parte dei materiali di studio deiPromessi Sposiche avevano servito al Manzoni, compose il suoCommento storicoaiPromess Sposi: "L'Innominato (scriveva il Manzoni) è certamente Bernardino Visconti. Per l'aequa potestas quidlibet audendiho trasportato il suo castello nella Valsássina. La duchessa Visconti si lamenta che le ho messo in casa un gran birbante, ma poi un gran santo." Nella Valsássina aveva avuto signorìa, nel tempo in cui è collocata l'azione del romanzo, la casa Manzoni. L'aver fatto l'Innominato il signore della Valsássina parmi un altro segno evidente che il Manzoni voleva, in qualche modo, rappresentar sè stesso nell'Innominato, per l'aequa potestas quidlibet audendi. Vogliono che il Manzoni un giorno a chi lo ringraziava del bene ch'egli avea fatto co' suoi scritti, rispondesse; "Senta, se c'è un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità econ una vita conforme alla dottrina, che è il peggio. E se la Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre che fuiuna bestia e un cattivo."

[8] "Lodovico (scrive il Manzoni) aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l'aveano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben diverso da quello, a cui era accostumato; e vide che a voler esser della loro compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza o di sommissione, star sempre al di sotto e ingozzarne una ogni momento. Una tal maniera di vivere non s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico, perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili."

[9] Forse vi è pure qualche cosa delle idee di quel parroco conosciuto dal Manzoni, nel battibecco fra Agnese e Don Abbondio sul titolo da darsi al cardinal Federigo "illustrissimo" o "monsignore" o "eminenza," ove Don Abbondio prova che il Papa ha decretato che i Cardinali si chiamino eminenze, perchè troppi si appropriarono il titolo d'illustrissimi. Un giorno, è vero, si chiameranno tutti eminenze, gli abati, i proposti, ma intanto per un po' di tempo, perchè gli uomini son fatti così, sempre voglion salire, sempre salire, i soli curati a tirar la carretta, e a pigliarsi del reverendo fino alla fine del mondo. Piuttosto, non mi meraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati come i Cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se lo vogliono, vedete, troveranno ehi gliene darà. E allora il Papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali.

[10] Enrichetta Blondel, moglie del Manzoni, morì cinque anni dopo la pubblicazione deiPromessi Sposinel 1833, e il Manzoni ne rimase per lungo tempo inconsolabile. Il Tommaseo ricordava, in proposito; un aneddoto commovente: "Il Manzoni era a Stresa per assistere all'agonìa dell'amico Antonio Rosmini; e fu soggetto d'ammirazione agli astanti la venerazione figliale di lui più vecchio ed il cordoglio di quella morte; e io posso dire quanto profondamente (non parendo ai profani) egli sentisse i dolori. Rincontratomi seco a Stresa, a caduto il discorso su Virgilio {religione dell'anima sua) rammentando io quel sovrano concetto d'Evandro;Tuque o santissima coniux, felix morte tua, egli continuava la citazione:neque in hunc servata dolorem, accompagnandola coll'atto del viso e della mano abbandonata sul ginocchio, e sentì ladiletta e venerata sua moglie, la sua ispiratrice, della quale consunta da lento languore ei diceva con parole degne di chi ci ritrasse Ermengarda morente:,—Tutti i dì la offro a Dio, e tutti i dì gliela chieggo.—Veggasi pure quanto scrive in proposito il professor Prina nel suo diligenteStudio biografico sopra il Manzoni.

[11] Il Tommaseo, scrivendo al signor Giovanni Sforza, gli diceva: "Nel marzo (1827) egli (Manzoni) stava scrivendo gli ultimi fogli, e io sul principio di quell'anno o sulla fine del precedente lessi buona parte del terzo volume all'abate Rosmini che, passeggiando la sua stanza, sorrideva e ammirava. Un giorno che Don Alessandro correggeva le bozze e le metteva al sole che s'asciugassero:vede che ho qualcosa anch'io al sole, coll'arguzia solita, nel vedermi entrare, sorridendo egli disse."

[12] Del rumore che fecero al loro apparire, i Promessi Sposi, possiam prendere argomento dalle seguenti parole di Paride Zajotti, il critico dettaBiblioteca Italiana: "Alessandro Manzoni conduce in Italia la scuola romantica; nè la placidezza della sua vita, nè la dignitosa temperanza dell'alto suo ingegno valsero a liberarlo da questo onore pericoloso, cui necessariamente lo solleva la fama universale delle sue opere, e il bisogno riconosciuto da' suoi seguaci di ripararsi sotto un gran nome. Non è quindi a maravigllare, se le sue scritture al primo venire in luce destano una commozione sì viva, e chiamano tosto i partiti a sdegnose e gareggianti parole; i classicisti non gli vogliono permettere d'acquistar tanta gloria violando i loro antichi precetti, e i romantici menano un romoroso trionfo, attribuendo alla bontà de' nuovi principii le lodi unicamente debite all'eccellenza del loro maestro." Più volgarmente il prete Giuseppe Salvagnoli Marchetti, il quale nell'anno 1829 pubblicava in Roma un opuscolo contro gl'Inni Sacridi Alessandro Manzoni, per far dispetto al Borghi che gli ammirava, gl'imitava e non volea le lodi del Salvagnoli se quelle lodi doveano tacitamente contenere un biasimo agl'Inni manzoniani, confessa la popolarità, di cui godevano fin da quell'anno iPromessi Sposi. Dicendo egli al proprio libraio che non avea ancora letto il romanzo del Manzoni, fa poi che il libraio malignamente gli soggiunga: "Si tollererebbe più volentierl il non aver letto Dante che iPromessi Sposioggidì." Il libraio gli offre venticinque zecchini, a patto ch'ei scriva contro iPromessi Sposi; il Salvagnoli finge ricusare il compenso larghissimo, per questa sola ragione, ch'egli non suol leggere nè insegnare "una storiacorretta e rifattain un romanzo." Che se consente a scrivere contro gl'Inni Sacri, l'invidia non c'entra. "Non invidio (egli scrive) il Manzoni, perchè non ho mai invidiato chi segue false immagini di bene e di vero." La critica dell'opera manzoniana fu in parte pubblica, in parte privata. Lo stesso critico dellaBiblioteca Italianafin dall'anno 1827 ce ne avverte: "I varii giudizii, che diedero di quest'opera le pubbliche stampe e i privati discorsi, cominciarono a dividersi già sul principio di essa, dove si venne a disputare se le convenisse il nome di romanzo che l'Autore non le aveva assegnato…. troppo oziosa è la disputazione de' nomi, quando il giudizio della cosa stessa non ne dipende. Non manca mai chi voglia seguire l'esempio dell'Addison, il quale, negandosi il titolo di poema epico alParadiso perduto, solea chiamarlo poema divino; e noi medesimi, quando veggiamo per un sì tenue soggetto così accese battaglie, amiamo ripetere sotto voce la sentenza del poeta persiano:che importa alla rosa che le si cambi il nome, se le rimane il suo usato profumo?E pure lo stesso critico, da principio al fine del suo esame, si mostra incontentabile, fin che conchiude lagnandosi che il Manzoni non abbia frammischiato al suo racconto qualche lirica potente sacra o guerresca o cittadina. Il critico non dovette esser solo a muover questo lamento, e chi sa che non gli tenesse bordone in quell'anno lo stesso Grossi, il quale nelMarco Viscontiintrodusse poi le sue due più belle liriche. Lo stesso critico Zajotti, dopo aver notato come, per cagione dell'abate Chiari, fosse caduto in basso il romanzo italiano, avverte quello che occorreva per farlo vivere onorato: "A cancellare quella macchia, a rimettere nella vera sua sede l'onesto romanzo, era necessario che sorgesse un uomo ricco di qualità rarissime, e troppo difficili ad essere congiunte in un solo. Ei doveva aver bollente l'ingegno ed il cuore, ma saperli tenere a freno, chè la fantasia non gli avesse a travolgere; dovea conoscere gli uomini, e tuttavia poterli amare, conoscere le passioni, ma, coll'averne trionfato, sapere come si vincano. All'antica erudizione gli era d'uopo unire la nuova sapienza, e l'una e l'altra ravvivare col fuoco d'una splendida immaginativa. Nè questo ancora gli poteva bastare. Bisognava che la sua fama fosse superiore non all'invidia, ch'è impossibile, ma sì alla calunniai bisognava che, circondato da bellissima gloria acquistata con opere di alta letteratura, non avesse a temere la taccia di frivolità impressa da noi agli Studii del romanziere; bisognava finalmente che il suo nome amato dai buoni e riverito anche dai malvagi presentasse l'idea delle più insigni virtù religiose e morali, e solo bastasse colla sua dignità a liberare da ogni sospetto i romanzi. Ma dove rinvenire quest'uomo e come sperarlo? La fortuna ha prosperato l'Italia, e quest'uomo è Alessandro Manzoni. La sola notizia che l'Autore dell'Adelchi, il Poeta degl'Inni Sacriscriveva un romanzo, nobilitò la carriera, e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi. {Camillo Laderchi, traducendo nel 1846 il giudizio del Sainte-Beuve sopra il Fauriel e il Manzoni, scriveva: "Allorquando Manzoni sta per dar fuori uno scritto, possiam esser sicuri che n'escono in precedenza cento altri a trattare l'argomento che deve essere oggetto della sua pubblicazione, quasi intendendo prevenirlo e torgli la materia di mano. Ciò avvenne per laStoria degli Untori, quando si seppe vicina la stampa del suo libro sullaColonna infame. Ma poi, tostachè il suo lavoro comparisce, si trova che siffatti tentativi non valsero a impedirgli di conquistare una nuova gloria, camminando per vie prima intentate, e nondimeno sempre sul vero, lontano lontanissimo da tutto ciò che può sapere d'esagerato e di stravagante.") "Il vero ostacolo, il solo che l'ingegno abbandonato a sè stesso non potea vincere, fu pienamente atterrato; gli altri impedimenti, che sarebbe troppo facile annoverare, cadranno di leggieri innanzi al passo animoso degl'Italiani. Nei due secoli della nostra gloria noi avemmo romanzi eccellenti: perchè dovrebbero mancarci nel terzo, ora ch'è sgombra la strada a raccor questa palma? Tutta la terra è scena conveniente ai racconti del romanziere; ma se, com'è desiderio giusto comune, gl'Italiani vorranno rimanersi in Italia, chi potrà sorpassarli nella varia descrizione dei costumi e dei luoghi? Ov'è il paese più favorito dalla natura e del cielo? Ove sono i campi guardati con più amore dal sole? Ed infinita è la diversità delle costumanze e degli usi. Ogni montagna, quasi ogni fiume, divide due popoli vicini, e tuttavia fra loro distinti come due lontanissime genti. Roma, Napoli, Firenze, Milano, Venezia, sembrano altrettante nazioni, che risalendo fino alle loro origini si trovano sempre uguali a sè medesime, ma sempre differenti nelle pratiche della vita civile. L'indole e perfino il modo di pensare n'è diverso, come la storia. Quale mèsse ricchissima pel romanziere che ha da descrivere una tanta delizia, un tanto orrore di luoghi, e può rappresentare sì svariati costumi e con sì facili combinazioni metterli insieme a contrasto! Non ci rimane alcun dubbio, la vittoria in corto volgere d'anni sarà nostra, se il mal auguratoromanzo storiconon affascina gl'ingegni." Imprende quindi il critico a biasimare l'uso di mescolare il romanzo con la storia, e il biasimo suo conforta di molte buone ragioni, parecchie delle quali dovettero far pensare e persuadere il Manzoni, che s'accinse quindi egli medesimo a giudicare ilromanzo storico, per condannarlo senza riguardo.

[13] Il Manzoni si destreggiava contro i suoi critici e contro gli amici dissidenti press'a poco come quel giudice di pace, di cui egli stesso ci ha parlato nel suo ingegnoso e formidabileDiscorso sul Romanzo storico: "Un mio amico, di cara e onorata memoria, raccontava una scena curiosa, alla quale era stato presente in casa di un giudice di pace in Milano, val a dire molt'anni fa. L'aveva trovato tra due litiganti, uno de' quali perorava caldamente la sua causa; e quando costui ebbe finito, il giudice gli disse: Avete ragione. Ma, signor giudice, disse subito l'altro, lei mi deve sentire anche me, prima di decidere. È troppo giusto, rispose il giudice, dite pure su, che v'ascolto attentamente. Allora quello si mise con tanto più impegno a far valere la sua causa; e ci riuscì così bene, che il giudice gli disse: Avete ragione anche voi. C'era lì accanto un suo bambino di sette od ott'anni, il quale, giocando pian piano con non so qual balocco, non aveva lasciato di stare anche attento al contradittorio; e a quel punto alzando un visino stupefatto, non senza un certo che d'autorevole, esclamò: Ma babbo! non può essere che abbiano ragione tutt'e due! Hai ragione anche tu, gli disse il giudice. Come poi sia finita, o l'amico non lo raccontava, o m'è uscito di mente; ma è da credere che il giudice avrà conciliate tutte quelle sue risposte, facendo vedere tanto a Tizio, quanto a Sempronio, che se aveva ragione per una parte, aveva torto per un'altra."

[14] Si confronti quello che fin da giovine il Manzoni scriveva da Parigi a' suoi amici lombardi, e ciò che la moglie scriveva di lui nel 1820 al Tosi. Probabilmente il Manzoni avrà parecchie volte prima della pubblicazione de'Promessi Sposilamentata la indifferenza, la malignità italiana, la quale doveva rincrescergli tanto più dopo essere stato ammirato dal Fauriel e dal Goethe.

[15] Colgo l'occasion per ringraziare l'egregio Antonio Ghislanzoni che mi fu guida intelligente e simpatica nel mio pellegrinaggio artistico ai luoghi manzoniani.

Appena che iPromessi Sposisi pubblicarono, il pubblico li comprò e li lesse avidamente:[1] se ne fecero subito in tutte le provincie d'Italia ristampe, in Francia, in Germania, in Inghilterra traduzioni. Il pubblico lesse ed ammirò; parecchi nobilissimi ingegni sacrarono tosto con parole di vero entusiasmo il capolavoro della moderna prosa italiana; i soli letterati di professione, facendo il loro solito invido mestiere, criticarono indegnamente. Ma il pubblico, come spesso accade, non gli ascoltò; iPromessi Sposidiventarono, in poco tempo, classici; i luoghi descritti nel romanzo parvero degna mèta di nuovi pellegrinaggi ideali; i tipi de'Promessi Sposidiventarono tutti popolari; il romanzo parve così poetico, che un Del Nobolo si provò pure a mettere quella storia in versi; la pittura, la musica s'impadronirono di quel tèma popolare, reso illustre da una mente sovrana; fino ad oggi le edizioni italiane del romanzo superano le centocinquanta. Nessun libro italiano è forse mai stato letto di più; e pure è singolare che oggi, dopo oltre cinquant'anni, ci siano ancora da scoprire ne'Promessi Spositante finezze, tante bellezze che erano passate intieramente inosservate. Un commento aiPromessi Sposirimane ancora da farsi e non può mancare. Il libro è assai piano, e non sembra abbisognarne: e pure confido che quanto ne sono venuto dicendo fin qui, abbia già convinto alcuno di voi che in questa come in tutte le opere del genio si può sempre scoprire qualche abisso inesplorato. L'antico bisticcio del Tommaseo avrebbe potuto da lungo tempo spingere i lettori a questa maniera d'indagini; ma, o non vi si pose mente, non vedendosi altro in quel giuoco di parole che il giuoco stesso e non l'occasione che gli avea dato mouvo, o, vivo Manzoni, nessuno osò andare a cercar l'Autore nel libro. Dopo la sua morte, si raccolsero parecchi de' suoi motti, si ricordò qualche suo discorso, si pubblicarono alcune sue lettere; ma a rileggere criticamente tutto intiero il libro de'Promessi Sposi, dico a rileggerlo per il pubblico, non s'è pensato ancora; ed è cosa assai strana, fra tanto consenso di ammirazione, che non solo dura, ma cresce sopra la tomba del grande Milanese. IPromessi Sposili rileggiamo volentieri, perchè ad ogni nuova lettura ci pare d'intenderli e di gustarli meglio; ma, quanto maggiore sarà questo nostro diletto, se noi potremo d'ora in poi leggere quelle tante altre belle cose che il Manzoni nascose prudentemente fra riga e riga, ed alle quali non avevamo fin qui posto mente! Ricordiamoci ch'è del Manzoni e che si trova per l'appunto ne'Promessi Sposiquella similitudine fra i segni del vasto saccheggio fatto nella parrocchia di Don Abbondio accozzati insieme nel focolare e "molte idee sottintese, in un periodo steso da un uomo di garbo." Dicono che Walter Scoti, venuto a Milano, cercasse tosto del Manzoni, per rallegrarsi con lui del suo bel romanzo, e che il Manzoni, il quale definì un giorno lo Scott "l'Omero del romanzo storico," con modestia rispondesse ai primi complimenti: "Se i mieiPromessi Sposihanno qualche pregio, sono opera vostra, tanto sono il frutto del lungo mio studio sui vostri capolavori." Il grande Romanziere scozzese sentì tosto ciò che vi era di eccessivo in quella modestia, e tagliò corto, a quanto si narra (il Carducci pone in dubbio il racconto stesso), con una risposta non meno spiritosa che eloquente, la quale non ammetteva replica: "Or bene, in questo caso dichiaro che iPromessi Sposisono il mio più bel romanzo." Carlo Cattaneo, forte ingegno lombardo, che non partecipava punto delle idee della scuola manzoniana, anzi le combatteva, parlando un giorno col professor De Benedetti, dichiarava ch'egli non conosceva alcuno scrittore più originale del Manzoni, perchè in nessun altro scrittore si vedono come nel Manzoni armonizzate due qualità che di consueto si escludono, la pietà e la satira. Ho riferito l'opinione d'un rivale e quella d'un dissidente; gioverà ancora ascoltare quella di un nobile avversario. Il Sismondi, contro il quale il Manzoni avea composto il suo libro sopra laMorale cattolica, scrivendo nel 1829, da Ginevra, a Camillo Ugoni, esprimevasi in questi termini sopra il Manzoni: "Je suis enchanté d'apprendre que vous préparez une novelle édition de ses oeuvres; c'est un homme d'un beau talent et d'un noble caractère. J'apprends avec bien de chagrin qu'au lieu de préparer quelque nouvel ouvrage dans le genre du roman historique dont il a fait un présent a l'Italie, il écrit au contraire un grand livre contre ce genre d'ouvrages. Il y avait da génie dans sesPromessi Sposi, il y avait en même temps l'exemple da genre de lecture qui peut, en dépit de la censure, faire l'impression la plus générale et la plus utile sur le public italien."[2] Ma il Manzoni doveva essere originale in tutto; egli avea promesso a vent'anni di mirar sempre allasalita, ma che egli sarebbe caduto sopra una via propria, sulla sua propria orma, quando avesse dovuto cadere. Appena composti iPromessi Sposi, vedendo il pericolo che si correva a passare per creatore del romanzo storico in Italia, e ad esser tenuto complice di tutti i pretesi romanzi storici che si sarebbero pubblicati dopo il suo, ebbe un'ideapoetica. Adopero la parolapoeticanel modo, in cui piaceva adoprarla a Renzo. Vi ricordate la scena dell'osteria? Un giuocatore dice che le penne d'oca, con le quali si scrive, sono in mano de' signori, perchè sono essi che mangiano le oche, ed è giusto che s'ingegnino a far qualche cosa anche delle penne. Si ride, e Renzo esclama: "To' è un poeta costui. Ce n'è anche qui de' poeti; già ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico delle curiose…, ma quando le cose vanno bene." L'Autore soggiunge: "Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse, vuol dire un cervello bizzarro e un po' balzano che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia più dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?" Il Manzoni dovette sentirsi dare a quel modo del poeta, e non da sole persone del volgo. Quando egli stava correggendo iPromessi Sposi, cioè nel luglio del 1824, dopo avere scritto una bella lettera scherzosa a monsignor Tosi, conchiude: "Ma io m'accorgo che lo scherzo eccede e che la mia pensata di non dirle seriamente quello che io sento, per timore d'essere poco rispettoso, è stata veramente, com'Ella dice qualche volta,poetica. Perdoni Ella davvero questa scappata d'uncervelloche Ella conosce perbalzano, la perdoni alla vivezza d'un sentimento che aveva proprio bisogno di sfogo." Queste parole sono il commento più autentico che si possa desiderare a quel brano veramentepoeticodeiPromessi Sposi. Il Manzoni dovea temere i suoi pedissequi, non meno forse che il pericolo d'esser preso egli stesso per un pedante che camminasse sulle traccie altrui. Per i grandi egli aveva unrationabile obsequium; Virgilio, Dante, lo Shakespeare, il Voltaire, il Goethe ammirava, ma sentendosi abbondanza d'ingegno originale, non si provò mai, dopo il Carme per l'Imbonati e l'Uranio, ad imitarli. Concepì il romanzo come un lavoro nuovo esui generis, anzi, tutto proprio, e nell'anno medesimo in cui l'ebbe terminato, che fu, come s'è già detto, il 1823, diresse al marchese Alfieri una lunga lettera sulromanticismo, la quale rimase allora inedita, ma che ci pare molto eloquente. Compiuto un lavoro destinato a diventar classico, ecco in qual modo egli ragionava intorno ai Classici: "Gli antichi, o almeno i più lodati di essi, sono stati appunto eccellenti, perchè cercavano la perfezione nel soggetto stesso che trattavano, e non nel rassomigliare a chi ne aveva trattati di simili; e quindi per imitarli nel senso più ragionevole e più degno del vocabolo, bisognava appunto non cercare d'imitarli nelll'altro senso servile. Chè molte cose de' Classici erano piaciute, perchè avevano trovato negl'intelletti una disposizione a gustarle, nata da circostanze, da idee, da usi particolari che più non sono. Che, fra i moderni stessi, più vantati son quelli che non imitarono, ma crearono; o, per parlare un po' più ragionevolmente, seppero scoprire ed esprimere i caratteri speciali, originali, degli argomenti che presero a trattare; vi è un po' di contradizione nel dire: prendete a modelli quegli scrittori che furono sommi, perchè non presero alcun modello." Egli non può tollerare l'impero delle leggi stabilite, con molto arbitrio, dai retori. "Ricevere (egli esclama) senza esame; senza richiami, leggi di tali, e così create, è cosa troppo fuori di ragione. E quale infatti (aggiungeva) è l'effetto più naturale del dominio di queste regole? Di distrarre l'ingegno inventore dalla contemplazione del soggetto, dalla ricerca de' caratteri proprii ed organici di quello, per rivolgerlo e legarlo alla ricerca e all'adempimento di alcune condizioni talvolta affatto estranee al soggetto, e quindi d'impedimento a ben trattarlo. Una delle lodi che noi Italiani in ispecie diamo ai poeti che più siamo in uso di lodare, non è ella forse dell'aver eglino abbandonate le norme comuni, dell'essersi resi superiori a quelle, dell'avere scelta una via non tracciata, non preveduta, nella quale la critica non aveva ancor posti i suoi termini, perchè non la conosceva, e il genio solo doveva scoprirla? Se essi dunque hanno fatto così bene, prescindendo dalle regole, perchè ripeteremo sempre che le regole sono la condizione essenziale del far bene?" E sopra questo argomento della ragionevolezza nell'ammirazione egli ritorna ancora con altre parole: "L'ammirazione pe' sommi lavori dell'ingegno è certamente un sentimento dolce e nobile; una forza non so se ragionevole, ma tuttavia universale, ci porta a gustare più ancora un tal sentimento, quando gl'ingegni che lo fanno nascere sono nostri concittadini. Ma l'ammirazione non deve mai essere un pretesto alla pigrizia, voglio dire che non deve mai inchiudere l'idea di una perfezione che non lasci più nulla da desiderare nè da fare. Nessun uomo è tale da chiudere la serie delle idee in nessuna materia; e come nelle opere della produzione materiale, così in quelle dell'ingegno, ogni generazione deve vivere del suo lavoro, e risguardarsi il già fatto come un capitale da far fruttare con nuovi trovati, non come una ricchezza che dispensi dall'occupazione." Egli scrive dunque a suo modo un libro che si battezza come unromanzo storico; così tuttavia non l'ha battezzato egli; egli ha fatto un libro originale che fu ascritto tra i romanzi originali; mail suoromanzo storico è tale che si può dire di esso:

Manzoniil fece e poi ruppe lo stampo.

Vennero numerosi imitatori: nessuno, non esclusi i migliori, come il Varese, il Bazzoni, l'Azeglio, il Grossi, il Cantù, riuscirono a darci un romanzomanzoniano; chi si avvicinò di più, per alcune parti, al tipo, fu Giulio Carcano con la suaAngiola Maria; ma questa, più ancora che iPromessi Sposi, arieggia ilVicario di Wakefielddel Goldsmith. Il Manzoni previde il caso, e col suo bravo discorso contro il Romanzo storico mise, come suol dirsi, le mani innanzi, per non venire confuso co' suoi probabilmente numerosi seguaci, che si credettero e non furono e non potevano essere imitatori. Egli non può naturalmente, per modestia, parlare di sè; ricorre quindi ad un altro esempio illustre, ed esclama: "Mi sapreste indicare, tra le opere moderne e antiche, molte opere più lette e con più piacere e ammirazione dei romanzi storici di un certo Walter Scott? Voi volete dimostrare, con questo e con quell'argomento, che non doveano poter produrre un tal effetto. Ma se lo producono!—Che quei romanzi siano piaciuti, e non senza di gran perchè, è un fatto innegabile, ma è un fatto di quei romanzi, non il fatto del romanzo storico." Con questo argomento egli salva il proprio libro dal naufragio, in cui si accorge che tutti i romanzi storici devono andare perduti; e meglio ancora da questo argomento, che richiede sempre il sussidio della prova, lo salva, fuor di ogni dubbio, la creazione di alcuni tipi; il poeta creatore di tipi salva il romanziere. Non si domanda, invero, nè importa sapere in qual secolo, in qual villaggio precisamente, Don Abbondio abbia vissuto; ciò che rileva è che si abbia in lui rappresentato al vivo un certo carattere umano, un certo tipo di parroco italiano. Il romanzo può perire; Don Abbondio e l'artista che lo scolpì, vivranno immortali. Ma il genere, insomma, è proprio falso. "Un gran poeta e un gran storico (disse con ragione il Manzoni sentendo sè stesso) possono trovarsi, senzo far confusione, nell'uomo medesimo, ma non nel medesimo componimento.—Il positivo non è, riguardo alla mente, se non in quanto è conosciuto; o non si conosce se non in quanto si può distinguerlo da ciò che non è lui; e quindi l'ingrandirlo con del verosimile non è altro, in quanto all'effetto di rappresentarlo, che un ridurlo a meno, facendolo in parte sparire. Ho sentito parlare di un uomo più economo che acuto, il quale si era immaginato di poter raddoppiare l'olio da bruciare, aggiungendoci altrettanta acqua. Sapeva bene che, a versarcela semplicemente sopra, l'andava a fondo, e l'olio tornava a galla; ma pensò che, se potesse immedesimarli mescolandoli e dibattendoli bene, ne resulterebbe un liquido solo, e si sarebbe ottenuto l'intento. Dibatti, dibatti, riuscì a farne un non so che di brizzolato, di picchiettato che scorreva insieme, ed empiva la lucerna. Ma era più roba, non era olio di più; anzi, riguardo all'effetto di far lume, era molto meno. E l'amico se ne avvide, quando volle accendere lo stoppino." Quando il Manzoni ebbe pubblicato il suo Discorso contro il Romanzo storico—Siamo fritti!—scriveva Tommaso Grossi a Cesare Cantù. E si capisce che, dopo avere pensato e scritto un tale discorso, ove ogni pagina, anzi ogni parola rivela una profonda persuasione, egli non si sarebbe mai accinto a scrivere un secondo libro sul tipo deiPromessi Sposi. Prima di tutto, un libro simile non può essere altrimenti che unico per uno scrittore e per una letteratura. Concepite, se vi riesce, dueIliadiper la Grecia, dueDivine Commedieper l'Italia, dueAmletiper l'Inghilterra, due _Faust _per la Germania, dueDon Chisciottiper la Spagna; l'uno dei due deve essere una freddura o una caricatura. Così non si può dare in Italia un altro libro simile aiPromessi Sposi, e il Manzoni avea troppo buon senso per immaginarsi di poterlo scrivere; egli non era, per dire il vero, un grande ammiratore del Tasso; anzi è strano il disprezzo che mostrò a questo nostro grande e infelice ingegno; ma, se ammirava qualche cosa in lui, laGerusalemme Conquistatadovea parergli una grande miseria nel confronto dellaGerusalemme Liberata. Egli dunque non avrebbe mai commesso lo sbaglio di comporre un secondo poema, o sia un secondo romanzo; ma nel capitolo 22 del suo romanzo si era letto questo passo, relativo alla storia della Colonna infame ed agli Untori: "È parso che la storia potesse esser materia di un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole; e non è qui il luogo di trattarla con l'estensione che merita. E, oltre di ciò, dopo essersi fermato su quei casi, il lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l'esame di quelli, torneremo finalmente ai nostri personaggi." Fu uno sbaglio quella pubblica promessa; poichè si trovarono subito, non so se speculatori o spigolatori, o l'uno e l'altro insieme, che gli sfiorarono l'argomento, così chiaramente indicato alla curiosità del pubblico, di maniera che quando il Manzoni ebbe pronta la suaStoria della Colonna infame, troppi dei documenti ch'egli aveva esaminati il primo, aveano già vista la luce. E poi il pubblico s'era immaginato da quella aperta promessa, e dalla lunga aspettativa, che sarebbe uscito un nuovo racconto; quando, invece, s'accorse di che si trattava, esso si credette burlato, e mormorò, quantunque il Manzoni l'avesse, con onesta previdenza, messo subito sull'avviso, scusandosi da sè stesso della soverchia curiosità, con cui s'era attesa laStoria della Colonna infame. "In una parte (egli scrive) dello scritto precedente (I Promessi Sposi), l'Autore aveva manifestata l'intenzione di pubblicare la storia; ed è questa che presenta al pubblico, non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma, se il ridicolo del disinganno deve cadere addosso a lui, gli sia permesso almeno di protestare che nell'errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, lui non aveva detto che dovessero partorire i monti." Il Manzoni, proseguendo l'opera di Pietro Verri che nel secolo innanzi aveva scritto leOsservazioni sulla Tortura, voleva fare inorridire per le iniquità dei sistemi di procedura, insistendo sui processi degli Untori, non tanto per far prendere in odio la tortura già scomparsa, quanto per rendere odiosi i processi che l'ignoranza rende ancora sempre arbitrarii e fallaci. "Noi (egli scrive), proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra errori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non ignobile frutto, se lo sdegno e il ribrezzo che non si può non provarne ogni volta, si rivolgeranno anche, e principalmente, contro passioni che non si posson bandire come falsi sistemi, nè abolire come cattive istituzioni, ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne' loro effetti e detestarle." Si meraviglia il Manzoni e si duole e s'arrabbia ad una volta che, per un secolo e mezzo, non pur dal volgo, ma da uomini dotti ed onesti siasi non pur creduto agli Untori, ma diffusa per gli scritti l'opinione che gli Untori esistessero, e che fosse carità e giustizia il perseguitarli. "Se non che (osserva il Manzoni) anche quella indegnazione alla rovescia, anche il dispiacere che si deve provare nel riconoscerla, porta con sè il suo vantaggio, accrescendo l'avversione e la diffidenza per quell'usanza antica e non mai abbastanza screditata di ripetere senza esaminare, e se ci si lascia passar quest'espressione, di mescere al pubblico il suo vino medesimo, alle volte quello che gli ha già dato alla testa." I processi erano condotti con la ferma intenzione di trovare materia di condanna, e di provare ad ogni costo la reità dell'accusato. A proposito del Mora, il quale sotto la tortura si confessa reo, il Manzoni osserva: "Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza le immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale come nel primo con un'illegale impunità. L'armi eran prese dall'arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio e a tradimento." Il Manzoni mirava evidentemente a colpire con queste parole la pretesa legalità dei processi politici austriaci, ai quali premeva provare la reità degli accusati; sopra questi processi si dovea poi scrivere la storia. Ora noi vediamo quale opinione avesse il Manzoni degli storici ufficiali, quando leggiamo quello che egli scriveva intorno al Ripamonti: "Il Ripamonti era istoriografo della città, cioè uno di quegli uomini, ai quali, in qualche caso, può esser comandato e proibito di scriver la storia." Così egli fa una critica degli storici, quando giustifica sè d'aver fatto la storia di povera gente: "I giudizii criminali e la povera gente, quand'è poca, non si riguardano come materia propriamente della storia." Nella seconda parte del suo scritto, il Manzoni cogliendo l'occasione che gli si offre di cercare quello che gli storici avean detto degli Untori, intraprende pure una critica eruditamente demolitrice di Pietro Giannone, storico audacemente plagiario, e la conchiude con queste parole: "Chi sa quali altri furti non osservati di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ricerea; ma quel tanto che abbiam veduto d'un tal prendere da altri scrittori, non dico la scelta e l'ordine de' fatti, non dico giudizii, l'osservazioni, lo spirito, ma le pagine, i capitoli, i libri, è sicuramente, in un autor famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, o sterilità, o pigrizia di mente, fu certamente rara, come fu raro il coraggio, ma unica la felicità di restare, anche con tutto ciò (fin che resta), un grande uomo. E questa circostanza, insieme con l'occasione che ce ne dava l'argomento, ci faccia perdonare dal benigno lettore una digressione, lunga, per dir la verità, in una parte accessoria di un piccolo scritto." Dopo aver citato i versi del Parini, che fanno eco alla tradizione popolare degli Untori e della Colonna infame:

O buoni cittadin, lungi, che il suoloMiserabile infame non v'infetti,

Il Manzoni soggiunge. "Era questa veramente l'opinione del Parini? Non si sa; e l'averla espressa così affermativamente bensì, ma in versi, non ne sarebbe un argomento; perchè allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere o false, le quali fossero atte a produrre un'impressione o forte o piacevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini nell'errore, un privilegio! Ma a questo si rispondeva che un tal inconveniente non poteva nascere, perchè i poeti, nessun credeva che dicessero davvero. Non c'è da replicare; solo può parere strano che i poeti fossero contenti del permesso e del motivo." Noi abbiamo qui un Manzoni intieramente critico; il poeta creatore è scomparso. Ma quanta novità ed originalità pure in questa critica! quanta onestà e profondità d'intendimenti! quanta efficacia, quanta poesia, se si può dire, in questa stessa critica! Noi dobbiamo tuttavia, a nostra confusione, confessare che laStoria della Colonna infamecome, in generale, tutte le prose critiche del Manzoni, in Italia fu letta da pochi e meditata da pochissimi; e che il Manzoni dovette anche una volta convenire che egli era stato meglio capito, in ogni modo, meglio apprezzato da un forestiero che dai proprii concittadini. In una lettera di ringraziamento ch'egli diresse, nell'anno 1843, al conte Adolfo di Circourt, noi leggiamo queste parole scritte in francese, lingua della quale egli aveva già dato splendido saggio nella sua bella lettera al Chauvet sopra le Unità drammatiche, pubblicata dopo una rispettosa critica del suoConte di Carmagnola: "J'avais, effet, en travaillant au petit ouvrage que vous avez jugé avec tant d'indulgence, les intentions que vous exprimez si bien. Evènement isolé et sana relation avec les grands faits de l'histoire; acteurs obscurs, les puissants autant que les faibles; erreur sur laquelle il n'y a plus personne à détromper parmi ceux qui lisent; institutions contre lesquelles on n'a plus a se défendre: il m'avait semblé que sons tout cela il y avait pourtant encore un point qui touchait aux dangers toujours vivants de l'humanité, a ses intèrèts les plus nobles, comme aux plus matériels, a sa lutte perpétuelle sur la terre. Mais comme on aime beaucoup à viser, on se fait facilement des buts; et la persuasion la plus vive, qui par cela même pourrait n'être qu'engouement, le témoignage même de quelques amis dont le jugement, de grande autorité en toute autre occasion, pourrait être égaré par la sympathie, ne peuvent rassurer que faiblement contre la crainte de s'être trompé. C'est du public que l'on attend une assurance, non pas entière, mais plus ferme; et cette épreuve m'a été complètement défavorable. Quand ma petite histoire a paru, le silence (permettez-moi de ramener à un sens plus réel une expression que vous avez employée d'une manière trop bienveillante) le silence s'est fait; et la curiosité qui s'était assez éveillée dans l'attente a cessé tout d'un coup, non comme satisfaite, mais comme déçue. Jugez après cela, Monsieur, quel plaisir a dû me faire une voix inattendue et éloquente, qui a bien voulu me dire que je ne m'étais pas tout a fait trompé." Dopo la pubblicazione dellaStoria della Colonna infame, fuori de' suoi scritti sull'unità della lingua, il Manzoni non pubblicò altro. E pure il suo robusto e vivace ingegno si mantenne vegeto fino agli ultimi giorni della sua lunga vita, Egli non iscrisse quasi più per la stampa; ma ogni giorno riceveva vecchi e nuovi amici, discorrendo coi quali il suo ingegno, simile a molla che scattasse, gittava luminose faville, e diffondeva idee così originali, che avrebbero, ciascuna per sè, potuto formar la fortuna di un libro e di un autore. Ed è veramente peccato che il Manzoni non abbia avuto presso di sè un Eckermann come il Goethe, per trascriverci i suoi quotidiani discorsi; se Carlo Porta, il Torti, il Grossi, il Tosi, il Giudici, il Sozzi, il Rosmini, il Cantù, il Carcano, il Rossari, il Ceroli, il Bonghi, il Rizzi e gli altri più intimi amici del Manzoni (non parlo della signora Blondel) avessero pensato a notare tutti i motti che uscirono dalla bocca del Manzoni, nessun libro più originale e più sapiente di quello che riunisse tutti quegli appunti sarebbe forse mai stato immaginato e composto. Le uscite manzoniane erano tutte impensate e quasi sempre felici. Lo stesso imbarazzo che il Manzoni provava talora nell'esprimersi, poichè qualche volta e ne' momenti per l'appunto che egli aveva una maggior fretta di parlare, gli accadeva di balbettare, aggiungeva una nuova forza alle parole che uscivano poi come palle esplodenti. E sopra quel suo difetto organico egli avea preso la buona abitudine di ridere il primo, per toglierne la volontà ed il pretesto agli altri. "La balbuzie di Alessandro Manzoni (scrive Antonio Stoppani) non era una balbuzie di genere comune come sarebbe quella, per esempio, consistente in una specie di sincope momentanea dell'organo vocale…. Il Manzoni non era nemmeno di quelli che vanno soggetti a quella specie di paralisi mentale momentanea, per cui la parola, benchè comunissima, rifiuta di presentarsi nell'istante, in cui si ha bisogno di proferirla. "Io, diceva il Manzoni, la parola la vedo; essa è lì; ma non vuole uscirmi dalla bocca;" quando era in questo caso, troncava improvvisamente il discorso. "Se la si lascerà dire," soggiungeva l'illustre paziente: e dopo questa specie di scongiuro, pronunciava senza difficoltà quella parola che prima s'era rifiutata assolutamente a pigliar forma sensibile nella sua bocca. Avendo Don Giovanni Béttega, ora parroco di Anzano, avuto occasione di presentargli, Alessandro Manzoni, giocando di parole sul cognome di quel bravo ecclesiastico che, pronunciato lungo, in dialetto lombardo vuol direbalbetta: "Lei, disse, ha ilnomened io l'omen." Nella lettera che scrisse al Briano per rinunciare alla deputazione, il Manzoni fece pure allusione alla sua balbuzie; ad un amico poi che gli domandava perchè non avea voluto esser deputato, egli, scherzando, rispondeva: "Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi:—Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare.—" Ma non è qui il luogo di raccogliere aneddoti, tanto più che il loro numero, se gli amici del Manzoni superstiti vorranno ricordarli e parlare, può divenire infinito. Ho qui solamente toccato di un difetto fisico del Manzoni solamente per mostrare come anche da esso il Manzoni abbia saputo trovar nuovo alimento alle sue inesauribili arguzie. Molti venivano a domandargli pareri letterarii in iscritto, ma inutilmente. Un parere scritto gli era pure stato chiesto, prima ch'esso pubblicasse le sueNovelle, dall'illustre poetessa piemontese Diodata Saluzzo, ed egli allora s'era schermito con queste parole: "Ella dee dunque sapere che io ho un'avversione estrema, come una specie di terrore, all'esprimere giudizio su cose letterarie, massime in iscritto, e a ridurre in breve i motivi; questa avversione nasce in me dall'incertezza o, dirò meglio, dalla improbabilità di farlo bene, e dalla difficoltà del farlo comunque. Il giudizio di una parola può essere, ed è sovente, derivato da principii di una grande generalità; di modo che non sia possibile motivarlo, nè quasi esprimerlo, senza espor quelli, cioè senza scarabocchiar molte pagine. Nel che sovente il lavoro materiale sarebbe ancora la più piccola faccenda; vi è questo di più che tali principii ponno essere, e sono sovente (parlo del fatto mio) tutt'altro che connessi, che certi, che distinti, puri e riducibili a formole precise e invariabili; e l'applicazione che pur se ne fa, è un tal quale intravvedimento; è quel che Dio vuole; ma pur lo si fa. E siccome questa incertezza o confusione è anche, per men male, riconosciuta sovente dall'intelletto, in cui è, così dove si vorrebbe un giudizio, spesso non si presenta che un dubbio, più difficile assai a mettere in parole, che non un giudizio. Queste difficoltà e altre congeneri (giacchè non voglio abusar troppo della licenza che le ho chiesta di riuscirle seccatore) si trovano a cento doppi più nello scritto che nella conversazione. Qui hanno luogo le espressioni più indeterminate, i periodi non formati, le parole in aria, formole cioè proporzionate a quella incertitudine e imperfezione d'idee; e tali formole hanno però un effetto, giacchè la parte stessa che si degna volere il giudizio altrui, viene in aiuto a chi ha da formarlo, dando mezzo, colle spiegazioni, colle risposte, a porre in forma il dubbio, a svolgere il giudizio che non era nella mente del giudicante che un germe confuso. Questa parolona digiudicantebasta poi a farle ricordare gli alti motivi di avversione che ha e dee avere per un tale uffizio chi conosce la propria debolezza. Contuttociò non voglio dire che io non mi conduca a farlo qualche volta a viva voce con persone, a cui mi lega una vecchia famigliarità; nè ch'io non ardisca pur di farlo, comandato, con persona, per cui sento la più rispettosa stima; dandomi animo da una parte questa stima medesima che dall'altra mi tratterrebbe; che, quanto al pericolo di dire sproposito o di non saper bene cosa si dica, è poca cosa per chi protesta e avvisa innanzi tratto che probabilmente gli accadrà l'uno e l'altro." Così, quando accadeva al Manzoni di dover giudicare di una contesa letteraria e non averne voglia, egli dovea ricorrere press'a poco a quel famoso espediente, a cui, come dicemmo, si riferiva un suo amico di cara e onorata memoria, che gli raccontava una scena curiosa, della quale era stato spettatore molt'anni innanzi in casa d'un giudice di pace. Il Manzoni imitò spesso la tattica di quel giudice di pace, ne' giudizii che gli toccò proferire, sedendo in tribunale; ma, a quattr'occhi, coi più intimi amici, diede sempre torto o ragione a chi l'aveva. Grande coraggio personale egli non ebbe forse mai; ma la sua mente ardita non si arrestò innanzi ad alcuna difficoltà, anzi le dominò sempre tutte come sovrana. Egli non avrebbe, per un esempio, mai scritta una riga da pubblicarsi in favore d'un libro del Tommaseo, o contro di esso; ma, quando egli pubblicava in Francia il romanzoFede e Bellezza, ove l'eroe passa per molte avventure erotiche per arrivare poi ad una specie di gesuitica compunzione, il Manzoni lo definiva, in un crocchio d'amici, con due parole:metà Giovedì grasso, metà Venerdì santo. Al Borghi imitatore degl'Inni Sacriegli era stato, per lettere, generoso di lodi soverchie; se ne pentì in appresso, e ne' discorsi famigliari con gli amici temperò il soverchio in modo che il povero innaiuolo toscano ne rimaneva annientato. Fu invece largo sempre di lodi sincere al Grossi, al Rosmini, al Torti, al Giusti, a proposito del quale rispondeva a chi gli faceva osservare che anche in Toscana la lingua si va corrompendo, col parafrasare le parole dellaBibbiarelative a Sodoma e Gomorra: "Dieci Giusti bastano a salvare la città." NelDialogo dell'Invenzione, il Manzoni mette senza dubbio in iscena sè ed il Rosmini, sebbene non lo dica: anzi egli dà il nome diPrimoall'uno, diSecondoall'altro, dicendo: "Guai a me se mettessi in piazza i loro nomi veri." Il primo è senza dubbio, il Rosmini; il secondo, il Manzoni. Il secondo dice che l'artista crea, poi corregge che l'artista inventa. Il primo dimostra che nè crea nè inventa, poichè l'idea essendo semplice, non si compone, ma esiste per sè, è anteriore all'opera dell'artista e conduce il secondo per una serie di sillogismi stringenti, al fine de' quali il secondo deve darsi per vinto, ma domanda altro. Il primo osserva: "Tanto meglio se queste nostre chiacchiere vi lasciano la curiosità di conoscere più di quello che richiede la nostra questione, e soprattutto di quello che potrei dirvi. Vuol dire che studieremo filosofia insieme." Il secondo conviene: "Insomma, bisogna studiarla questa filosofia." Il primo soggiunge: "Fate di meno ora, se potete, con quelle poche curiosità che vi sono venute. Non fosse altro che l'ultima, quella che non v'ho nemmeno lasciata finir d'esprimere. Tutte queste idee…. avevate intonato; e infatti tante idee, tanti esseri eterni, necessarii, immutabili, aventi cioè gli attributi che non possono convenire se non a un Essere solo, non è certamente un punto, dove l'intelletto si possa acquietare. E nello stesso tempo, come negare all'idee questi attributi? E non v'è, di certo, uscito dalla mente neppure quell'altro fatto altrettanto innegabile, e altrettanto poco soddisfacente, dell'esser tante di queste idee comprese in una, che pure riman semplice e che potete fare entrare anch'essa in un'altra più estesa, più complessa; come potete da una di quelle farne uscire dell'altre moltiplicando, per dir così, e diminuendo, a piacer vostro, questi esseri singolari, senza potere né distruggerne nè predarne uno. Ora, quando il tornare indietro è impossibile, e il fermarsi insopportabile, non c'è altro ripiego che d'andare avanti. Non è poi un così tristo ripiego! È con l'andare avanti che si passa dalla moltiplicità all'unità, nella quale solo l'intelletto può acquietarsi fondatamente e stabilmente." E in questo concetto sovrano dell'unità che balenò alla mente manzoniana e la contenne, m'acquieterò anch'io per conchiudere che uno scrittore che bandi a vent'anni la formola poetica: "sentir e meditar", e le serbò fede costante nell'arte sua, non può venir letto superficialmente; egli conduceva tutte le forme del bello alla suprema unità del vero, o più tosto poneva il vero come base fondamentale di tutti i suoi edifizii poetici. Quanto a' suoi intendimenti civili e religiosi, essi non hanno propriamente che fare con l'arte sua; essi non le sono inerenti. Si può credere diversamente dal Manzoni; ma non si dovrebbe oramai concepire l'arte in modo diverso da quello, con cui egli l'ha trattata in modo non superabile ne'Promessi Sposi. Il Manzoni scrisse il suo capolavoro fra le discussioni dei Classici e dei Romantici che lo riconoscevano come loro caposcuola; la comparsa del capolavoro manzoniano troncò le discussioni; così le recenti battaglie combattute in Italia fra i così detti Veristi e Idealisti potranno aver fine, se nelle file degli uni o degli altri apparirà un altro genio capace di risolvere il problema con un altro capolavoro. Auguriamoci che questo genio nasca presto, e, intanto che s'aspetta, studiamo il Manzoni.

[1] Milleseicento erano stali i soscrittori; in pochi giorni nella sola Milano se ne spacciarono oltre seicento copie. DallaBibliografia Manzonianadel Vismara (Milano, Paravia) rileviamo che fino all'anno 1875 erano state fatte ben 118 edizioni italiane separate de'Promessi Sposi, 17 edizioni tedesche, 19 edizioni francesi, 10 edizioni inglesi; esistono inoltre traduzioni spagnuole, greche, olandesi, svedesi, russe, ungheresi, ec. Non si contano qui 86 edizioni italiane delle opere varie del Manzoni, nelle quali si comprendono pure iPromessi Sposi.

[2] Il poeta Niccolini che lagnavasi di essere santamente abborrito dal Manzoni, cosa non vera, poichè il Manzoni non odiava alcuno e faceva invece grande stima del Niccolini, {Parlando il Manzoni delle tragedie del Niccolini al professor Corrado Gargialli che gli dedicava un volume delle tragedie niccoliniane, gli scriveva: "La minore delle mia inferiorità rispetto al Niccolini come autore di tragedie è nel numero."} confessava pur tuttavia che un solo scrittore italiano avea potenza di farlo pensare, e che questo solo era il Manzoni. In bocca d'un rivale una tale confessione è preziosa e dice molto. Ma il Manzoni faceva pensare, perchè pensava sempre, prima di dire o di fare checchessia; anzi egli pensava troppo. Le sue parole avevano tutte un gran senso: ond'è veramente a dolersi che tante siano volate via, senza che alcuno abbia provveduto a raccoglierle ed a metterle insieme. Una vita di ottantotto anni, de' quali più di settanta vissuti con una piena coscienza di sè, con una ferma volontà diretta ad un alto segno, piena di alti pensieri, quanto sarebbe istruttiva se si potesse conoscere intimamente!

End of Project Gutenberg's Alessandro Manzoni, by Alessandro De Gubernatis


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