IL PARASSITA INDIPENDENTE

IL PARASSITA INDIPENDENTEAvete conosciuto il conte Mario Rinalducci?No! Peccato. Era un carattere originale.Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tiravadi scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.Del resto sua madre ripeteva sempre: — Importa molto che Mario studi! Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua: — Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo.E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: — Ma via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera e allora avrai le ricchezze e la gloria....Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come disertore s'egli abbandonava labuonasocietà.A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnarealla passeggiata le signore di sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo. Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto laTrasfigurazionedi Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gliUgonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società, se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. — Son cose che si fanno tra amici — egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padronedi casa che si era permesso di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini. — Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: — Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genia, diventavano più fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara.egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori dei suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volentieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazzaavariatadel suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.Quelli che seguirono con una certa attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:La contessina A..., 200 mila lire di dote, trentacinque anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;La marchesina B..., 150 mila lire, ventotto anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;La signorina L..., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;La signorina N..., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, ventisette anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposache ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono: — O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano? — E poi — faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei solitiprestitida uno dei soliti amici — e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potreianche pensarci, ma è tutta unacamorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una mucca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini. — Quale egoismo! — egli sclamava dopo aver subito un rifiuto. — Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!...Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a suoi strali.Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e nonmancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano — Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenzasui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù delgorgonzolagrasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccacce, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per sè stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quellaindipendenza di caratterech'era il maggiore suo vanto.Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva: —Si èpreso palco per stasera?E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito: — Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.Pur non era implacabile e il di appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artistain potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè: — Adesso il creditore son io.Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazionedel suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolate solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella gliela offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentre egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualchedunofra quelle pareti, testimonio della sua miseria.Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spolverato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti di della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Marioandava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giornivuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.Il conte Rinalducci, come dissi fin da principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse: — Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.— Sicuro, — rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.— È stranissimo, — soggiunse il signor Giovanni Battista.Indi marito e moglie tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.— Non capisco, — riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.— Se facessimo intanto portare in tavola? — insinuò timidamente il marito.— Ti pare? — replicòmadama. — Rinalducciandrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda...— E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.— È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.— Gli è che invece io preferisco la minestra fredda...— Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!— Già... anche troppo commensale, — sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito: — È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche:condannata 50 centesimi. Eccoli...Il cameriere uscì.Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.Mario.— Diavolo! diavolo! — disse il signor Smerigli. — A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?...— Non puoi ricusarti, — osservò la signora Valentina.— È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.— Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?— Sì, sta a vedere se non se n'è già andato...La signora Valentina scosse il campanello. — La persona che ha portato questa lettera? — ella chiese al servo che si presentò.— È giù che attende.— Vedi bene, — riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.— Questa mattina, — ella disse, — il conte si era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mirispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, tentennò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora.... Santo Iddio!... Chi si sarebbe figurato una cosa simile?... Ancora un uomo fresco....E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.— Devo aprire? — chiese il signor Smerigli.Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritto in bel carattere rotondo la parolatestamento.Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?Il signor Smerigli lesse ad alta voce:Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incaricodi farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.— Accetta l'eredità? — chiese il giudice con una certa aria da canzonatura.— Sì, sì, che vuol farci? — rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle. — Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!

Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?

No! Peccato. Era un carattere originale.

Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.

Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.

Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tiravadi scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.

Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.

Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.

Del resto sua madre ripeteva sempre: — Importa molto che Mario studi! Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.

E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua: — Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.

Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.

Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.

Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.

Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo.E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: — Ma via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera e allora avrai le ricchezze e la gloria....

Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come disertore s'egli abbandonava labuonasocietà.

A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnarealla passeggiata le signore di sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo. Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto laTrasfigurazionedi Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gliUgonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società, se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...

Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. — Son cose che si fanno tra amici — egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.

Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padronedi casa che si era permesso di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini. — Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?

Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: — Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!

Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genia, diventavano più fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara.egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori dei suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volentieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.

Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.

Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazzaavariatadel suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.

Quelli che seguirono con una certa attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:

La contessina A..., 200 mila lire di dote, trentacinque anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;

La marchesina B..., 150 mila lire, ventotto anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;

La signorina L..., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;

La signorina N..., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, ventisette anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.

Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposache ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.

Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.

Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono: — O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano? — E poi — faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei solitiprestitida uno dei soliti amici — e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potreianche pensarci, ma è tutta unacamorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!

Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una mucca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini. — Quale egoismo! — egli sclamava dopo aver subito un rifiuto. — Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!...

Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a suoi strali.

Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e nonmancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano — Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.

Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.

Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenzasui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù delgorgonzolagrasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccacce, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per sè stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.

Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.

E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quellaindipendenza di caratterech'era il maggiore suo vanto.

Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva: —Si èpreso palco per stasera?

E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito: — Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....

Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.

Pur non era implacabile e il di appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.

Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artistain potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè: — Adesso il creditore son io.

Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazionedel suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolate solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.

Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella gliela offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.

Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentre egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualchedunofra quelle pareti, testimonio della sua miseria.

Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spolverato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti di della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.

Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Marioandava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giornivuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.

Il conte Rinalducci, come dissi fin da principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.

Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse: — Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.

— Sicuro, — rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.

— È stranissimo, — soggiunse il signor Giovanni Battista.

Indi marito e moglie tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.

— Non capisco, — riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.

— Se facessimo intanto portare in tavola? — insinuò timidamente il marito.

— Ti pare? — replicòmadama. — Rinalducciandrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda...

— E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.

— È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.

— Gli è che invece io preferisco la minestra fredda...

— Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!

— Già... anche troppo commensale, — sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.

Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito: — È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche:condannata 50 centesimi. Eccoli...

Il cameriere uscì.

Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:

Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.Mario.

Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.

Mario.

— Diavolo! diavolo! — disse il signor Smerigli. — A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?...

— Non puoi ricusarti, — osservò la signora Valentina.

— È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.

— Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?

— Sì, sta a vedere se non se n'è già andato...

La signora Valentina scosse il campanello. — La persona che ha portato questa lettera? — ella chiese al servo che si presentò.

— È giù che attende.

— Vedi bene, — riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.

Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.

Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.

— Questa mattina, — ella disse, — il conte si era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mirispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, tentennò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora.... Santo Iddio!... Chi si sarebbe figurato una cosa simile?... Ancora un uomo fresco....

E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.

Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.

— Devo aprire? — chiese il signor Smerigli.

Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.

Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.

Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritto in bel carattere rotondo la parolatestamento.

Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?

Il signor Smerigli lesse ad alta voce:

Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incaricodi farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.

Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incaricodi farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:

Mario conte Rinalduccid'anni..... mesi.....Visse e morì indipendente.

— Accetta l'eredità? — chiese il giudice con una certa aria da canzonatura.

— Sì, sì, che vuol farci? — rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle. — Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!


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