— A chi un milione di capitale, a chi una lira al giorno di stipendio.
— Ma potrà avere un avanzamento.....
— Noi giovani d'avvocato si resta sempre a un punto.... Basta, finiamo questa scrittura.
La Gegia chinò gli occhi sulle sue perle e non aggiunse parola.
Una mattina il giovine depose sul davanzale della finestra un vaso d'erbarosa.
— O cos'è quella, roba? — chiese la Gegia sorridendo.
— Un capriccio mio. Mi piace tanto l'odore dell'erbarosa che ho voluto avere uno di questi vasi sul balcone dello studio.... La mamma ci ha lasciato il cuore a veder scompagnata la sua collezione.
— Ha una collezione di piante?
— Dico così per dire. Ci sono altri due vasi, uno d'erba cannella, l'altro di cedrina È il nostro lusso. Ogni mattina la mia vecchierella va a guardarseli, li rimonda, li odora, ogni dopo pranzo li inaffia....
— C'è sole almeno a casa sua?
— Oh sì, grazie a Dio.... sulla finestra della mamma ce n'è a tutte le stagioni. Stiamo in una catapecchia, proprio sotto il tetto, ma sole ce n'è.... La non si muove mai di casa, la povera mamma; o che farebbe se non avesse il sole?
La Gegia sospirò.
— E qui non capita mai.
— Dice davvero?
— Mai, fuori che un quarto d'ora al giorno per due settimane di giugno.
— Sicuro, è questo enorme palazzone qui che fa ombra.
— Carletto! — gridò una voce imperiosa dal di dentro!
— Vengo, vengo.... È l'avvocato che chiama — disse il giovine correndo dal suo principale.
Di lì a poco egli tornò al suo posto con un fascio di carte sotto il braccio, borbottando: — Oggi sto fresco. C'è da lavorare fino alle sei.
Scrisse per un'ora senza fiatare; poi alzò gli occhi e disse: — Ieri cantava, signora Gegia. Perchè oggi è così silenziosa?
— Ho paura di disturbarlo.
— No, in verità; mi fa tanto piacere a sentirla e lavoro lo stesso.... Ha una voce così dolce.
La ragazza arrossì; e con una voce tremola dapprincipio ma che poscia si fece più sicura intuonò l'aria dellaTraviata:Ah forse è lui che l'anima, ecc.
— Oh laTraviata! Come mi piace!
— L'ha sentita?
— Una sola volta.... Che opera!
Era stato per una settimana un tempo diabolico. Quantunque fosse d'aprile era caduta un'acqua gelata, accompagnata da un vento di tramontana che metteva i brividi e trasportava in pieno gennaio. S'eran dovute tener chiuse le imposte, e la Gegia e il signor Carletto si erano appena salutati con un cenno del capo.
Il primo giorno in cui ricomparve il sole, la Gegia si trovava come il solito per tempissimo alla sua finestra. Ella aveva una certa impazienza di ricominciare gl'interrotti colloquii e aspettava le nove. Ma le nove suonarono e Carletto non venne.... Nè alle dieci, nè alle undici, nè a mezzodì. La pianta d'erbarosa beveva allegramente i raggi del sole e una bianca farfalla, venuta non si sa di dove e smarrita in quel vicolo solitario svolazzava contenta intorno alle sue foglie.
Sul mezzogiorno venne la serva dell'avvocato a tirar le cortine. La Gegia si fece coraggio e chiese: — Non s'è visto stamane il signor Carletto!
— Mi pare — rispose l'altra ch'era sgarbata e aveva una grande antipatia per lazoppa chiacchierona, com'ella chiamava la Gegia — mi pare che se ci fosse l'avrebbe visto prima di me.
La ragazza non rilevò il tuono scortese della risposta, ma soggiunse: — È malato forse?
— Che vuol ch'io sappia? — replicò la fantesca stringendosi nelle spalle.
— Non mangi oggi? — chiese a ora di pranzo la zia Marianna alla Gegia quando vide che non toccava nemmeno le vivande.
— No, non ho fame.
— Come? — fece la zia accostando l'orecchio.
— Non ho fame.
— Se non ti piace, non so che farci.... Che vorresti ch'io ti preparassi? Un piatto di fegatini?.... Povera scema!
— No, zia, non ho detto che non mi piace, ho detto che non ho fame.
— Pollame? Oh sì, proprio.
La zia Marianna era più sorda del solito e la Gegia dovette rinunziare a farsi intendere.
Nella sera venne per pochi istanti anche il barcaiuolo Filippo, le cui visite si facevano sempre meno frequenti. Quando s'accorse dell'umor nero della Gegia, invece di confortarla, corrugò la fronte, prese da un cassetto due o tre oggetti che gli occorrevano e se ne andò brontolando: — C'è un bel gusto a venire a casa. Una è sorda come una campana e quell'altra ha sempre la cera scura e contrita.... Vorrei sapere che cosa le manca....
Povera Gegia! Che cosa le manca? L'aria, la luce, il movimento, la vita, tutto.
La ragazza passò una notte angustiatissima. Ella non poteva scacciare il pensiero di Carletto. Se fosse malato assai? Era così pallido! E faceva una vita!
Ma il sentimento di lei non era che un sentimento di pietà o vi si mesceva un altro più soave, più dolce, un altro di cui ella non osava render conto a sè stessa? Sarebbe possibile ch'ella, la povera rattratta, si cullasse in vaghe fantasie d'amore? E a che pro, infelice ch'ell'era? Chi avrebbe chiesto un sorriso dalle sue labbra, una stretta dalle sue braccia?
La Gegia lo sapeva anche troppo, ma nondimeno appena alzata ella non istette dieci secondi senza volger gli occhi verso la finestra di faccia, e quando vide comparire Carletto non potè a meno di farsi rossa, di lasciar cader l'ago e le perle e di batter festosamente le mani gridando: — Oh! è qua, signor Carletto.
— Buon giorno, signora Gegia.
— Fu malato!
— Ebbi un po' di febbre.... Sfido io! Con questi tempi. — E tossì.
— Le è rimasta la tosse?
— Oh passerà.
Indi, svolgendo le carte che aveva sul tavolino, — Oggi c'è razione doppia, — egli disse.
— Povero signor Carletto.... Invece per ristabilirsi le occorrerebbe l'aria, il sole....
— I discorsi che faceva la mamma ieri.... Ma io le rispondevo: Abbiamo torto a lagnarci.... C è dirimpetto al mio studio una ragazza che non può muoversi mai.... E alla sua finestra non ci arriva un raggio di sole....
— Ha pensato a me?
— Sicuro. E la mamma pronta: Hai ragione, Carletto.... Quella povera ragazza è a peggior partito di te.... E dille ch'io pregherò la Madonna che la faccia guarire....
— Oh benedetta!...
— E dille, continuò la mia vecchia, che non si scoraggi e che la Madonna ha fatto ben altri miracoli che questi....
— Grazie, grazie di queste parole, — replicò la Gegia con le lagrime agli occhi.
— Oh come volentieri la ci verrebbe ella stessa a ripetergliele se non fossero ormai due anni che non fa le scale.
— Ma si figuri.... Speriamo che i pronostici della sua mamma si avverino, e se Dio vuole ch'io mi possa muovere da questa sedia, il primo luogo ove andrò, dopo la chiesa, sarà a casa sua....
— E che festa le si farebbe!
Carletto aveva tanto da lavorare che non fu detta quasi più una parola in tutto quel giorno; ma la Gegia provava in cuore una dolcezza ineffabile e nuova. Carletto aveva pensato a lei, aveva parlato di lei con sua madre. Ella non voleva guardar più in là, non osava chiedere a sè medesima se le sue belle fantasie fossero mai destinate a prender forma; perchè guardare il domani, se l'idea del domani non poteva che amareggiare le gioie dell'oggi?
Oh se le fosse dato guarire! Era giovine tanto! Aveva tempo ancora di amare, di godere!
Nel dopo pranzo sentì nellacallela voce di Maso, quel giovine ch'era stato con Garibaldi, e ch'ella aveva riveduto, dopo il suo ritorno, tre o quattro volte.
— Maso! Maso! — ella gridò.
— O che mi chiama, Gegia?
— Sì, potreste venire un momento da me?
Il giovinetto fece in quattro salti le scale.
— Mi fareste un gran piacere senza dirlo a nessuno?
— Dica liberamente.
— Conoscete la Filomena, Maso?
— La conciaossi, quella che anni fa veniva a curarla?
— Sì, quella appunto.... Se poteste cercarla e mandarmela?
— Anche subito.
— Grazie, Maso.... Basterà che venga domani sulle dieci, all'ora che non c'è la zia.
— A proposito, e dov'è adesso la signora Marianna?
— Dorme col gatto in grembo.... di là in cucina.
Il giovine sorrise e poi domandò peritoso: — Vuol riprendere la sua cura?
— Sì, Maso, vorrei tentare. Mi pare impossibile ch'io non debba guarir mai.
— Ha ragione, — rispose l'altro con la baldanza della sua età. — Provi, provi, abbia pazienza a curarsi e vedrà che tornerà anche lei come le altre. Oh la Filomena ne ha fatte delle cure, più assaidei dottori con tutto il loro latino. Coraggio, Gegia, se lo ricorda di quando si correva insieme?
— Se me lo ricordo! E la nostra gita al Lido.... quell'estate?...
— Ah sicuro.... Quanti anni sono?
— L'anno prima ch'io m'infermassi.... d'estate.... Mi par ieri, c'era il babbo che aveva una giornata di libertà, c'era tuo padre buon'anima e la tua mamma, oh guarda che adesso ti do deltucome allora....
— Si figuri.... Ma è quello che deve fare....
— Purchè tu faccia lo stesso....
— Eh mi ci proverò.
— E c'era anche la Pina, — continuò la ragazza, — eravamo insomma una brigata d'otto o dieci. Ci dirigemmo a San Nicolò del Lido, tirava un venticello fresco ch'era una delizia e la barca andava su e giù, su e giù.... Mi par di vedere ancora una dozzina di barche di pescatori che, in fila, si dirigevano al porto.... Avevano il vento in poppa, le vele spiegate, certe vele a rattoppi, giallastre, rossiccie, con un emblema per ciascuna, o la Madonna, o un Santo, o un cuore, o un mostro marino.... Le ci sfilarono davanti una dopo l'altra queste barche, e noi si gridava «Buona pesca!»
— Che memoria ha! — esclamò Maso.
— Oh Maso, — replicò la Gegia, — tu hai visto tante cose nel mondo, io ne ho viste così poche.... È naturale che me ne rammenti. — Indi riprese animandosi sempre più: — A un punto il babbo perdette la pazienza e disse: Come si va adagio!E afferrò il remo d'uno dei barcaiuoli e si mise a vogar lui.... Allora sì ci parve di volare sull'acqua.... E il desinare sotto il gran platano, lo hai presente?
— Un poco....
— Soltanto il principio, siamo intesi.... Perchè ho una gran paura che noi ragazzi fossimo brilli dopo il primo bicchiere....
— Lo credo anch'io, — proruppe Maso ridendo, — perchè ho una vaga reminiscenza che quel famoso albero mi volesse cascare ogni momento sulla testa.
— Ma! Per me le son cose finite.... E intanto ti trattengo qui con queste chiacchiere, e chi sa quante belletoseti aspettano.
— Oh mi canzoni — disse Maso. E soggiunse:
— Dunque andrò per la Filomena.
— Sì, grazie.... E scusa, sai.
Il giovine sgusciò via.
Era altrettanto facile di guarire la Gegia, quanto di far passeggiare per la piazza il campanile di San Marco; nondimeno la ciarlatana si guardò bene dallo scoraggiare la inferma; la rimproverò anzi di non aver fatto nulla da un paio d'anni, ma le soggiunse che ciò non rendeva punto disperata la cosa e che perseverando nei rimedi ella avrebbe potuto ricuperar pienamente l'uso delle sue gambe. Indi leordinò certi empiastri di sua recente invenzione, che s'erano chiariti efficaci in casi più gravi del suo. E la Gegia sperò e ubbidì ciecamente alle prescrizioni della ciarlatana, dando fondo per pagarla a poche lire ch'ella aveva risparmiate in più anni. Non toccò per altro il napoleone d'oro che le era stato regalato tanto tempo addietro dalla Lotte; questo napoleone, che le rimordeva di quando in quando la coscienza, ella aveva destinato di serbarlo ad un'opera buona, di farlo servire a vantaggio di qualchedun altro.
A Carletto la Gegia non disse nulla della cura intrapresa. Bensì a lunghi intervalli si lasciava sfuggir qualche parola che accennava all'idea della guarigione, faceva qualche progetto per quando fosse guarita.
Così pure, da pochi giorni e precisamente dacchè Carletto le aveva riferito il colloquio avuto con sua madre intorno a lei, ella aveva ripreso ne' suoi ritagli di tempo un'occupazione smessa da un pezzo: quella dei fiori di carta.
Un dì Carletto se ne accorse e le chiese: — Anche i fiori sa fare con quelle sue manine?
— Sono inezie.... Ho imparato da una signorina tedesca che abitava costì....
— Come son belli!
— Le piacciono?
— Tanto. E lavora per commissione?
— Sì — rispose la Gegia abbassando gli occhi e sorridendo.
— Lo sa, signora Gegia — disse Carletto alcuni giorni dopo — che mi son fatto fare il ritratto?
— Mi canzona? Il ritratto?
— In fotografia.... C'è un mio amico che s'è messo a fare il fotografo e ha voluto usarmi questa cortesia. Me ne diede sei copie.
— Davvero? — soggiunse la Gegia e non osava chiedergliene una. Poi, sforzandosi di parer disinvolta. — Sarà una sorpresa che vorrà fare alla sua amorosa....
— Ma se non l'ho, io, l'amorosa.
La povera Gegia non osava sperare di esser lei la preferita; pur le era un gran conforto il sentire che il cuore di Carletto fosse libero. E si fece coraggio a dire:
— Già che ne ha sei copie, potrebbe darmene una?
— Sicuro che gliela darò.
— L'ha con sè?
— No, la porterò domani.
— Si ricordi, sa — disse la Gegia a Carletto, quando questi alla solita ora si mosse per andarsene.
— Oh non dubiti.
Di lì a un'ora si bussò alla porta della Gegia.
— Chi è? — disse la ragazza.
— Sono io, sono Carletto che le porto oggi stesso il ritratto. Posso entrare?
— Vengo, vengo — disse la Gegia tutta confusa di questa visita che le metteva addosso uno strano turbamento.... Non ch'ella potesse temere della sua riputazione. Prima di tutto c'era nella camera attiguala zia Marianna: poi chi si sarebbe sognato di attribuire un intrigo galante a lei, la storpia, la paralitica? Ella pensava invece che Carletto non l'aveva vista sino allora che dalla finestra; egli poteva crederla impedita nei movimenti, non rattratta com'era.
Depose in fretta sopra il tavolino che le stava allato la ciotola di perle e gli aghi, si ravvolse le gambe in una coperta di filo, tanto per nascondere alla meglio la parte inferiore della persona; quindi tirò la funicella che girava tutto intorno alla parete e di cui uno dei capi pendeva vicino allo stipite della finestra, a portata della sua mano, l'altro era legato al saliscendi dell'uscio.
Carletto entrò.
— Perdoni la libertà, signora Gegia — egli disse — ma ho pensato che domani debbo andare al tribunale per conto dell'avvocato e trattenermivi forse tutto il giorno. Così volli anticipare e farle oggi una visitina.... Eccole il ritratto.
E le porse una fotografia molto mediocre, che per vero dire non adulava l'originale, nè faceva un grande onore all'artista.
Carletto aveva stimato opportuno di farsi ritrarre in piedi, locchè dava maggior risalto al taglio disgraziato del suo soprabito e alla cortezza fenomenale de' suoi calzoni, dono generosissimo del principale, ch'era nomo di statura al disotto della mezzana. Inoltre per la paura di mandar a male la grand'opera col più piccolo movimento, il suo corpoaveva perduto ogni morbidezza di contorni ed era rigido e stecchito come quello di un assiderato. Le braccia tese scendevano fino all'altezza dell'anca, facendo un leggiero angolo acuto col busto, e le mani aperte a ventaglio parevano preoccupate sovra ogni cosa di persuadere il mondo ch'esse avevano il numero giusto di dita, tanto un dito era discosto dall'altro. Ad aggiunger grazia all'insieme contribuiva il fondo che figurava un giardino. — Giacchè debbo viver sempre tra quattro muri, voglio stare almeno all'aperto in ritratto — aveva detto il giovine al fotografo, e questi, per compiacerlo, lo aveva addossato ad un paravento su cui erano dipinte due magnifiche palme.
La Gegia ch'era artista per istinto avrà notato senza dubbio queste stravaganze, ma non volle contristare con le sue critiche il buon Carletto, e lo ringraziò molto della sua premura. Senonchè, mentr'ella parlava, non potè a meno di osservare nel suo interlocutore un certo che d'impacciato, una preoccupazione non naturale, una singolare inquietudine dello sguardo. Parve ch'egli stesso trovasse necessario di giustificarsene, perchè, quando i suoi occhi s'incontrarono in quelli della Gegia egli divenne rosso e balbettò: — Guardavo quei fiori lì sul tavolino.
La ragazza ben s'accorse non esser questa se non una scusa; tuttavia volle accettarla per buona, stese il braccio a prendere i fiori ch'erano ancora sciolti e se li pose in grembo.
— Oh la bella rosa — esclamò Carletto. — Verrebbe voglia di odorarla.... E questo gelsomino!...
— Oh il gelsomino è facile; cinque pezzettini di carta bianca, guardi il garofano piuttosto.
— Ma davvero! Com'è brava!
— È affar di pratica.
— Che lavoro c'è! Almeno glielo compenseranno bene.
La Gegia sorrise e disse: — Sa per chi preparo questo mazzolino?
— No in verità. Come potrei saperlo?
— Ebbene, spero che la sua mamma non avrà difficoltà ad accettarlo.
— La mia mamma? — esclamò Carletto.
— Sì — soggiunse la Gegia con accento commosso — da quando ho sentito che discorrono qualche volta di me con la sua mamma, m'è venuta l'idea di regalare a quella povera vecchia un lavoro mio.... Non ci vedremo mai; ella non si muove più di casa, io non mi muovo di questa camera, ma almeno.... io che sono la più giovine.... io che se fossi sana dovrei andarla a trovare.... pregherò questi fiori di far le mie veci.
Mentre diceva così, annodava rapidamente il mazzolino con un sottile filo di ferro, e con la manica del vestito si asciugava due grosse lagrime che le colavano giù per le gote.
— Oh Gegia, com'è buona! com'è gentile! — disse Carletto, volendo prenderle la mano.
Ella si schermì con uno di quegli atti istintivi delladonna che nega per consentire, e con un movimento un po' brusco della persona lasciò scivolare la coperta che teneva sulle gambe.
— Oh perdoni — disse il giovine. E raccolse la coperta da terra e gliela stese addosso amorevolmente. Pur non potè a meno di avvertire, meglio che non avesse fatto sino allora, la sproporzione del corpicino di lei; onde le parole gli morirono sulle labbra e restò lì imbarazzato, confuso.
— Dunque li accetta questi fiori perla sua mamma? — ripetè la povera Gegia macchinalmente, tendendogli il mazzolino e senza osar nemmeno di guardarlo in viso.
— Oh se l'accetto! Sì, con tutta la gratitudine — egli rispose prendendoglielo dalla mano, che questa volta, egli strinse davvero nella sua.
— Vada via adesso — ella replicò tenendo il capo voltato verso la finestra e accennando con la mano che le restava libera. — Vada via, potrebbe venire la zia Marianna.
Egli esitò ancora un istante; poi disse: — Grazie ancora una volta, Gegia, e a rivederci. — E se ne andò.
Oh se la Gegia fosse stata una ragazza come tutte le altre, certo egli non le avrebbe ubbidito così presto!
Appena egli ebbe chiusa la porta, la giovine appoggiò i gomiti al tavolino, nascose il viso fra le palme e ruppe in un pianto dirotto.
Il pingue gatto soriano ch'era in cucina e durante questo colloquio aveva cacciato più volte il musoattraverso lo spiraglio dell'uscio e s'era sempre tirato indietro alla vista di un estranio, ora si avanzò adagio adagio sulle sue zampe vellutate, venne fino alla Gegia, si fermò un momento a guardarla; poi le saltò sulle ginocchia.
— Povera bestia! — esclamò la Gegia. — Povera bestia! — E lo accarezzò con una tenerezza assai maggiore dell'ordinario, tantochè il micio non si mosse di là, finchè la zia Marianna non venne in persona a prenderselo.
In quel giorno la Gegia aveva capito due cose: ch'ella amava Carletto, e che non avrebbe mai potuto essere amata come sono amate le altre donne.
Carletto le aveva detto —A rivederci— ma c'era da scommettere ch'egli non aveva in animo di tornarla a visitare; certo egli intendeva dire soltanto che si sarebbero riveduti dalla finestra.
Dalla finestra egli le porse infatti i ringraziamenti di sua madre pel dono dei fiori, ma non le fece altre visite, ed ella non cantò più; nè egli le chiese perchè non cantasse. Capiva forse di essere andato troppo avanti e non gli pareva onesto di lusingare la passione ch'egli aveva creduto scoprire nella Gegia. Così il primo colloquio intimo che i due giovani avevano avuto era stato anche l'ultimo, e il primo scambio di cortesie successo tra loro aveva contribuito a rallentare anzichè a stringere le loro relazioni.
Poi sopraggiunse l'inverno coi suoi freddi, le sue nevi, le sue pioggie, e Carletto e la Gegia non si videro per più mesi che attraverso i vetri.
Quando venne la buona stagione e le due finestre tornarono ad essere aperte, la Gegia notò che Carletto era immensamente deperito. E invero egli aveva una tosse ostinata.
— L'inverno mi fa sempre male — egli disse alla sua vicina — e non istò ancora perfettamente.
— Non vuol curarsi.
— Ho preso tanti pasticci, più che altro per far piacere alla mamma.... Ma il meglio sarà ch'io resti in casa un paio di giorni.... Ne ho chiesto licenza all'avvocato.
La Gegia sentì una trafittura al cuore. Le parve che una voce le dicesse ch'ella non avrebbe più rivisto Carletto.
— E quali giorni ha scelto per istare a casa? — ella domandò.
— Comincierò domani ch'è domenica; spero così martedì o mercoledì al più tardi di rimettermi al lavoro.... A ogni modo, senta, se per mercoledì non vengo allo studio farò di tutto per passare un momento da lei.
Era, dopo la visita dell'anno addietro, la prima volta ch'egli si proponeva di venirla a trovare a casa.
— Oh signor Carletto, è troppo buono — ella disse — non vorrei che queste cattive scale l'affaticassero.
— Non si dia pensiero, le farò adagio.... Se sapesse quante volte la mamma mi ha detto ch'io ho mancato con lei.
— Con me! — sclamò la ragazza arrossendo. — O come mai?
— Sì; perchè non son venuto di persona a ringraziarla dei fiori.
— Lo sa che non deve far complimenti.... Verrà quando potrà.
Il mercoledì la Gegia passò una giornata agitatissima. Era forse tornato a brillare un raggio di speranza nel suo povero cuore? Pensava ella davvero a un ricambio della sua infelice passione? O piuttosto la sua inquietudine era dovuta soltanto al timore che la malattia di Carletto fosse più grave di quello ch'egli non credeva o non fingeva di credere, tantochè egli non fosse in grado d'uscir di casa nè quel giorno nè il giorno appresso, nè mai forse, mai più?
Se il pensiero che angustiava la sventurata ragazza era questo, ella non si apponeva certo a torto. Non solo Carletto non comparve nel mercoledì, ma il giovedì mattina la Gegia vide la serva dell'avvocato che consegnava a un uomo maturo il vaso d'erbarosa.
Ella ebbe appena la forza di chiedere: — O non viene oggi il signor Carletto?
La donna, sgarbata secondo il suo costume, scrollò le spalle senza rispondere, ma l'incognito prese egli la parola. — No sicuro, non viene oggi e non saquando verrà.... Per questo ha mandato a prendere il vaso d'erbarosa.
— Ma che cos'ha?
— Febbre e tosse.... Un affar lungo.
— Ma non mica serio?
— E chi può dir nulla? È attaccato al petto.
E, salutata la Gegia, si allontanò.
Ella, sopraffatta dal dolore, colse appena un frammento di dialogo tra la fantesca e il messaggero di Carletto.
— Chi è quella ragazza?
— Ohun bel feudo!... Ha perdute le gambe.
La Gegia non aveva tempo di sentirsi mortificata da queste parole; il suo pensiero era corso alla camera ove languiva il solo uomo che per un istante aveva mostrato di provar per lei qualche cosa di più che un sentimento di sterile compassione... Oh così avesse potuto volare ella stessa a soccorrerlo, a vegliarlo! Così avesse potuto morire in vece sua, morire sotto i suoi occhi, ridonandogli la vita e la sanità! Che faceva ella nel mondo? A chi era necessaria? Non al padre, non alla zia; egli invece aveva una vecchia genitrice di cui era il solo conforto, egli poteva ancora trovare qualcheduno che lo amasse!
La tormentava inoltre l'idea delle strettezze in cui Carletto si trovava sicuramente. Poveretto! Se la sua malattia era lunga, come ne avrebbe sopportato le spese? Ed ella ripensò alla moneta donatale dalla Lotte; a che opera buona l'avrebbe destinatase non a questa di soccorrere Carletto e la sua mamma?
Il sabato, quando il vecchio Menico venne da lei come il solito, ella lo supplicò di ascoltarla con pazienza e di prepararsi a darle una prova del suo affetto per essa. Gli raccontò la storia del napoleone d'oro, il voto ch'ella aveva fatto d'impiegarlo un dì o l'altro in tal cosa che le facesse perdonare a sè medesima il modo in cui lo aveva ricevuto; gli parlò di Carletto, della sua malattia, dei suoi imbarazzi economici e del bisogno ch'ella sentiva di essergli utile. Finchè era sano, ella non aveva avuto il coraggio di offrirgli nulla, ma adesso ch'era infermo, ogni esitanza le sarebbe parsa colpevole, ed era certa che Carletto non avrebbe rifiutato un aiuto da lei. Perciò, s'era vero ch'egli le voleva bene, egli stesso, il signor Menico, doveva assumersi quest'ufficio delicato, doveva andare da Carletto, informarsi della sua salute, vederlo e fargli accettare quel po' di denaro. No, s'egli stava in forse di compiacerla, ella non avrebbe più creduto nemmeno a lui, avrebbe detto, povera disgraziata, che nessuno, nessuno aveva pietà di lei sulla terra, Menico, ch'era di cuor tenero, finì col cedere e adempiette così bene all'incarico che la Gegia gli sarebbe saltata al collo se il saltare fosse stato cosa da lei. Quand'egli le disse che a parer suo Carletto non istava poi tanto male come si voleva far credere, quando le soggiunse che il suo napoleone era stato accolto con lagrime di riconoscenza e aveva risparmiato alla madre del giovine la necessità d'impegnareun filo d'oro ereditato da suo marito, la Gegia si sentì quasi felice. È pur vero che noi non possiamo sbarazzarci affatto dell'amor di noi stessi nemmeno negli slanci più generosi dell'animo, e la soddisfazione di lenire un dolore altrui ci fa sovente dimenticare che sarebbe assai meglio che questo non ci fosse.
Di lì ad alcune settimane il signor Menico tornò a visitare l'infermo. Aveva ancora la tosse e un filo di febbre, ma era pieno di speranze. La finestra della sua cameretta era spalancata, e il sole veniva a lambire il suo letticciolo, e le dolci aure di primavera accarezzavano la sua fronte.
— Che cosa le mandi a dire alla Gegia? — chiese a Carletto la vecchia madre che gli sedeva vicino e lo guardava teneramente.
— Che sto meglio, e che mi alzerò domani e uscirò presto di casa giacchè ormai siamo in aprile e non ho più paura.
— Oh sì — soggiungeva la madre. — La primavera è un gran balsamo per te.
— Chi sa, domenica forse — ripigliò il malato appoggiandosi su un gomito — potrò andare a messa... E chi sa che non mi spinga fino dalla Gegia...
— Bada — interruppe la vecchia — non troppe cose in una volta. Ci andrai lunedì dalla Gegia... E bisogna che tu vada anche dall'avvocato...
— Sicuro; perchè egli mi passa sempre lo stipendio e mi conserva l'impiego... Insomma, o domenica o lunedì, se dura questo bel tempo la signora Gegia mi vedrà senza fallo.
Il buon Menico, nel riferire questi discorsi alla ragazza, tentennava un po' la testa, come a significare ch'egli non credeva a questa rapida guarigione; ma la Gegia gli diceva che egli era sempre stato un pessimista ed ella aspettava senza fallo Carletto per lunedì. Non isperava nulla per sè, non s'illudeva più nel bel sogno d'essere amata: le bastava rivederlo.
Senonchè, fino dalla mattina di quel lunedì atteso con tanta impazienza ella s'accorse che per quel giorno almeno le era forza rinunziare alla visita del convalescente. La temperatura s'era abbassata da un punto all'altro; pareva tornato l'inverno. Veniva giù un'acqua fitta, spirava un vento freddo che soffiando di tratto in tratto più forte faceva sbatter le imposte e moveva in giri capricciosi il fumo dei camini. Oppressa da una malinconia tetra, invincibile, la Gegia non trovava il verso di mettersi al lavoro. Ella stava immobile a sentir lo scroscio della pioggia, a guardar le goccioline che si formavano dietro i vetri della sua finestra chiusa e colavano a guisa di lagrime. E pensava a Carletto che aveva tanto bisogno del sole e a cui forse una giornata come questa ritardava di qualche settimana la guarigione... Forse egli era rimasto a letto, forse contemplava anch'egli mestamente il cielo color della cenere e si ravvolgeva entro le povere coltri per ripararsi dall'aria umidache penetrava nella sua camera attraverso le imposte sconnesse.
Assorta nelle sue tristi fantasie, la ragazza non sentì bussare una prima volta alla porta. Quando si bussò di nuovo:
— Chi è? — ella chiese in sussulto.
— Amici. Non istà qui una signora Gegia?
— Sì — ella rispose e tirò il cordone.
Entrò un ometto di bassa statura con un pastrano che gocciolava da tutte le parti e sotto il quale pareva ch'egli nascondesse qualche cosa. La fisonomia non era nuova alla Gegia, ed ella che vedeva così poca gente, non tardò a riconoscerlo per la persona a cui la serva dell'avvocato Galeni aveva consegnato il vaso d'erbarosa. Egli veniva senza dubbio da parte di Carletto, ed è facile immaginarsi come battesse in quel momento il cuore della povera paralitica.
— Ah! Ho avuto il piacere di vederla un'altra volta — soggiunse il nuovo arrivato, levandosi il berretto e scuotendolo in modo da spruzzar d'acqua i mattoni del pavimento. — Sant'Antonio Abate! Che brutto tempo... Basta; ho un incarico poco allegro per questa signora Gegia... È lei, non è vero?
— Sono io!... Che c'è mai?
— Un incarico di Carletto.
— Di Carletto! — esclamò la ragazza impallidendo. — E come sta?
— Eh, sta meglio di noi adesso.
— Ma si spieghi... per carità... non mi faccia credere...
— Cara la miatosa, ci vuol pazienza... Il Signore lo ha chiamato a sè.
— Morto? — gridò la Gegia. — Morto?
— Pur troppo. Stamattina alle 9.
— Oh Dio!
— È morto come un santo...
— Ma non istava meglio?
— Era spedito dal medico da un pezzo, ma son di quei mali!... Ancora ieri s'è provato ad alzarsi.... Iersera poi si sentiva più debole e ha voluto confessarsi e comunicarsi.. Io che sono il sacrestano della parrocchia avevo seguito il prete, e quando Carletto s'accorse ch'ero là, mi disse: — Girolamo, più tardi, di qui ad un'ora, passate da me. — Così ho fatto... Il poverino stentava a respirare, ma appena mi vide mostrò una gran consolazione e mi disse: — Girolamo, dovete farmi un piacere. — Mille, viscere mie, io gli risposi. — Figuriamoci, l'ho visto nascere, e suo padre ed io eravamo come due fratelli. — Ebbene — egli ripigliò dopo aver preso fiato — di facciata al portone dell'avvocato Galeni ci sta una poveratosadi nome Gegia, ch'io vedevo ogni giorno dalla finestra dello studio e che ha sempre mostrato molta premura per me. Quando sarò morto, e ormai sento che non passerò la giornata di domani, portatele quel vaso d'erbarosa ch'è lì sul balcone e che siete andato a riprendere poche settimane or sono... povero Girolamo, tant'era che non vi facessi fare che un viaggio solo... portateglielo per memoria mia, e salutatela tanto, e ditele ch'io pregheròil Signore e la Madonna perchè la facciano guarire delle sue infermità... e che si ricordi qualche volta di me...
— Oh me ne ricorderò sempre, sempre — proruppe la Gegia in mezzo ai singhiozzi.
L'altro intanto aveva deposto sopra una sedia la pianta d'erbarosa e si soffiava romorosamente il naso con un fazzoletto blù.
— Si dia pace... non faccia disperazioni... Tanto ha finito di patire... Se avesse visto com'era ridotto...
— Povero giovine! Povero giovine! Così buono!
— Oh buono sì... E timorato di Dio, sa... Non come tanti... Egli veniva sempre alle funzioni... Don Agostino, quando lo ha lasciato iersera, disse a me: — Quello lì va in Paradiso dritto.
— E la sua mamma?
— Oh le mamme, si sa, stentano a rassegnarsi... Ma anch'ella stamattina mi disse asciugandosi gli occhi: — Vi raccomando di eseguir la commissione del mio Carletto... E la saluterete anche per me, quellatosa.
— Grazie, grazie... oh come pagherei a potermi muovere e a venirla a trovare!... Ma è inutile!... E come vivrà adesso?
— C'è una sua sorella maritata con un orefice, e quella si è obbligata a passarle un tanto... Poi ha ancora quei quattro stracci di suo marito.
— O senta — replicò la Gegia — io sono una poveretta, ma se la mamma di Carletto dovesse trovarsi nella miseria, io darei tutto quello che ho persollevarla... Glielo dica, sa, per l'amore che portava a quel giovine... glielo dica... E adesso, scusi, mi dia qui quel vaso.
Ella prese e guardò quella pianta come si prende e guarda un bambino; poi la depose dolcemente ai suoi piedi, si frugò nelle tasche e trattone un biglietto da due lire, lo porse al sacrestano.
— Giacchè è tanto buono; faccia dire una messa al nostro defunto anche per me... Lo hanno già portato in chiesa?
— Oh no, lo porteremo domani... E sia tranquilla che si faranno le cose per bene... Le ripeto che tutti lo amavano... e ci sarà un funerale da povera gente... ma decoroso...
Sono trascorsi alcuni anni, e la Gegia passa ancora le giornate al solito posto. Non sorride mai, non canta più, ha già qualche cappello bianco e qualche ruga sul fronte. Guarda spesso verso la finestra dirimpetto e i suoi occhi si bagnano di lagrime. Ella non sa persuadersi che un dì o l'altro non debba tornare Carletto a quella finestra e dirle:
— Buon giorno, signora Gegia.