UN RAGGIO DI SOLE

UN RAGGIO DI SOLEL'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le avole per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da te, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancora detto, lo diciamo adesso: erano le dieci di sera. Intorno a una tavola molto più grande collocata proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutta sparsa di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di almeno cinque Accademie. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salved'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in questo gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti quando hanno letto unamemoriapapaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave di non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava i sessanta, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti:Se fa conoscere — le vie del mondoOh buono un bricciolo — di vagabondo!Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che v'era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che aggraziata.Dissimile affatto dagli altri, e tale che lo si sarebbedetto una stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con dei capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e che si arricciavano di tratto in tratto con con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: — Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatto scorrere fra le loro dita! — Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo e accurato, si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella miglior società.Il signor Maurizio aveva egli pure seguito con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu rinchiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e avvicinando una sedia al tavolino, disse: — Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna?Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: — Figuratevi! — rispose. — Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini seri.— Grazie del complimento. Però, ve lo dico colcuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, a Everardo io perdono tutto.— Oh bella! Siete voi che perdonate? — interruppe la signora Anna.— Sicuro, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.— Oh diamine! Siete sentenzioso... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera?— Di molte persone, ma se non vi dispiace, mi limiterò ad una sola.— Molti i chiamati e pochi gli eletti — osservò sorridendo la signora Anna. — E chi è oggi l'eletto?— È unaeletta.— Una donna?— Per l'appunto.— E chi dunque?— Voi stessa.— Io!— Sissignora... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita ha ventinoveanni, e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?— Ma via, screanzato, parlate piano,— Oh siate certa che non ci odono — rispose il signor Maurizio accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò:— O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tantoaplombdal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire:Avete mai inteso nulla di simile?La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce;— Non c'è forse il commendatore Brullo?— Oh! — proruppe il signor Maurizio — quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle concessioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò:Io dovevo andarci. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso:Eppure io tenevo per fermo, diss'io,che ci foste già stato. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlavo di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento.— In fin dei conti poi c'è Everardo — concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta.— Ah sì, c'è Everardo — rispose con l'accentomedesimo il signor Maurizio — e ad Everardo ci faccio di cappello, ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente...— Oh poveretto, non siete mica tale — esclamò la signora Anna. — E, a proposito, non dovevate dir male di me?— Ah, questo sì, e comincio subito.La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava la asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerie.— O sentiamole un po' queste solenni corbellerie.— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.— Male poi no... Faceva alcune rimostranze.— Or bene: quanto a me che del matrimonio...— Risparmiatemi le vostre teorie. Già lo si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.— Falsissimo. Io la credo una ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non fossero gli ammogliati?— Eh vergognatevi di questo cinismo.— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me dunque che sono un celibatario ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi metto dal punto di vista vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarla.— Oh se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi gli è appunto perchè ritengo che il matrimonio e la famiglia siano cose sacrosante che m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.— Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede indubbiamente nell'altro. Oh via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?— Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla; ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente cheEvelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina simile e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.— Voi siete una vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro.— Eh ammiratemi meno, e ascoltatemi di più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena, la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovine sui cinque lustri, operoso, valente, onesto, ma tutto pieno della sua ambizione, tutto preoccupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, domani l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi, a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io, e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla coi racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono ilpettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura; che i primi cercano di piacere alla moglie perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori di lei: gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche.— Per bacco! — proruppe il signor Maurizio — stasera voi siete più eloquente di Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero; non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovine possede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità le è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si accalora pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno puntodi contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito muta sè stessa.— Oh! volete farne un'erudita?— Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studi di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di dottoreggiare con gli altri: che in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo.— Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno?— Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione,nel buon successo mille compensi, ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.— Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.— Nell'infelicità sì, — rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, — e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. NelPaolo Forestierdell'Augier v'è un tipo di donna la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, precisamente nel giorno e nell'ora in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desideri che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconie che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice: —sono incompresa, — molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possacapitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. Le è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: — Capisco — ella disse — che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. — Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito....— Ma chi vi dice queste cose?— Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo.— Oh Maurizio — esclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo atto di alzarsi in piedi — basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo.— Via, non siate cattiva — rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito e non permettendole di muoversi dalla seggiola. — Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchi, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io! per un soffio di vento o per un raggio di sole.— Che cosa c'entrano il vento ed il sole?— Oh se c'entrano! — soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani — volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole?La signora Anna sorrise, die' una rapida occhiata all'orologio che stava sullaconsollee segnava le dieci e mezzo, e poi, voltasi al suo interlocutore: — Avete una voglia matta — rispose — di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino.— Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le dimentichi, vi prego ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. — Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: — Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni.— Siete pure il gran fanciullone — sclamò la signora Anna. — Ora parlate.— Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.— Sentiamola un po'.— Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.— O come potrebbe essere?— Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita a raccontare da qualchedun altro.— E in questo caso voi vi sta a cuore di farne la seconda edizione?— Mi sta.— Ebbene, sia pure come vi aggrada.— Ho la vostra parola?— Ma sì, ma sì: vi occorre altro?— Datemi la mano?— Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a qualche loggia massonica. Eccovi la mano.La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo dimagrata nè troppo ingrassata; una manina giovine, se si potesse usare questa frase, tanto ne erano ben tornite le forme, e morbide e delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia, accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente:— Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a bevere una seconda tazza.— Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il racconto d'un racconto. Un amico a cui la faccenda è toccata, me la narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?— Oh che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il vostro!— La storia rimonta a poco meno di quarant'anni addietro — continuò il signor Dardi senza preoccuparsi dell'interruzione. — Il mio amico che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'ero io.... e come eravate voi in quel tempo.— Questo non ha che fare.— Egli aveva da poco finito i suoi studi all'università lasciandovi fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto varia che profonda. Comunque sia, in un tempo nel quale alle università si studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani più valenti, e quelli ch'erano tali davvero lo accoglievano a braccia aperte nei loro crocchi ove il suo buon umore costante contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso era davverouna eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità della vita o i capricci del caso. Per una di quelle bizzarrie che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica che italiana gli studii filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso, mentre eravamo studenti insieme all'università....— O che cosa c'entrate voi?— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!....— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah dicevo che gli sforzifatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni, egli era....La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò metro.— Ma ciò poco importa. Nemmeno le quistioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, lo preoccupavano più che tanto. In quel tempo singolare nella quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh non fate smorfie perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei teatri e delle sale da ballo vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg, in quel tempo in cui pareva non esservi posto nella vita che per lafarsae per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti; e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno odue giorni tutti malignavano dicendo: Sta a vedere che grossa corbelleria egli ha commesso!—Egli!— interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbelleria che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in un uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.— O che non aveva forse gli occhi codesto signor Alberto?— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palinsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'iscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Vergine di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come l'olezzo dal fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconie e di celesti sorrisi... E quellafanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....— Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra innamorata di ieri.— Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno scolpite nella memoria....— Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.— Certamente, — rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. — Ma io mi investo ne' casi suoi.— Siete pure il prezioso amico, — insinuò con un filo d'ironia la signora Anna. — Ma, a proposito, il nome di questa Dea?— Diamole nome Giulietta.— O c'è un Romeo?— Può darsi: non precipitate.— Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti innamoramenti.— Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla dichiarazione di un giovine ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi, cominciò coll'esserne sgomenta, ma poi quella sua anima delicata e gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto, così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor proprio di lei. In generale anche le donne leggiere e che non vanno pazze per l'ingegno piegano il capodinanzi al buon successo: e Alberto era fra i giovani più celebrati della università e tra quelli a cui si augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto e dei suoi studi non era invero tale da affascinare una giovinetta sedicenne, ma d'altronde come respingere un uomo del suo valore? Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non dividendo l'entusiasmo del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio si concludesse quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono cose di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè egli li aveva noiati fuor di misura co' racconti della sua gelosia, de' suoi dubbi e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra un suolo granitico in cui l'acqua non filtra lentamente ma s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi al loro organismo, l'amore crea inqueste anime uno stato inquieto, morboso, e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo, quella verecondia soave che le mostra ricordevoli oltre che del proprio pudore anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.«Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella impressione che è viva e reale, così Alberto, ritornato in sè stesso, vide dileguarsi l'incanto che lo aveva posseduto e solo restargli a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie. Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di questo cambiamento, ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo del suo carattere non si faceva scorgere e chiudeva in sè il suo dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella nonsapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva. Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la sodisfazione d'essere intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso egoista. Il tempo che è la stoffa del lavoro e della produzione è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno pensato.«Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano in un'orbita diversa: egli tutt'inteso a' suoi studî; ella in una solitudine malinconica che lasciava buon giuoco ai pellegrinaggi della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito i piaceri delle sue coetanee: i teatri, le feste, i ritrovi geniali; ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendovela, si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il divertimento. Nondimeno, ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto, riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità che nasce dal continuo scambio d'impressioni e di pensieritra due persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che questa felicità non dovesse mancarle. Vedendosi delusa nella sua aspettazione, si trovava simile a chi s'accorge a mezzo il cammino d'aver smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per arrivare alla meta. Intanto compieva di per sè la manchevole educazione del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.«Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente arcuato....»La signora Anna si scosse e chiese:— O come sapete voi tutti questi particolari?— Oh bella! Me li ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso, e di là dal quale erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti. In un punto la verdura era men fittae lo sguardo indovinava un ampio orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?— Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la pena di continuare.— Via, non v'impazientite. L'avete forse intesa ancora questa storia? A ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima volta che manchereste alla vostra promessa.— È vero. Proseguite, ma senza digressioni.— Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre caracollando e mai al galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovine vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciar sparlare dei loro mariti senza negare nè assentire.«Il mio amico che abbiamo detto di chiamar Ugo non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite che non solevano durar più di tre o quattro giorni egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno a cui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le società, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta a della Malibran, dellaNormae dell'Otello. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito ad uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva de' suoi labbri con una curiosità piena di emozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A que' tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima; non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare a teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi, ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a tu per tu ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovine, bella,adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studi. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta, egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, la mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla sedia, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.— Siete un grande originale — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi dessi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?— Accetto la tazza, ma continuo.La signora Anna die' una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente:Che matto! e versò il tè al suo lepido interlocutore.— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò in casa d'Alberto inatteso, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì seguente (ch'era una domenica) una escursione a una villa poco discosta, e sipassò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....— Ve l'ha detto lui?— Sicuro!— Beati gli uomini franchi!— Al mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la suatoilettecon grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquistala coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto, uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller —Ich bin ein Mann, wer ist es mehr? Io sono unuomo, chi lo è più di me?«Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.«Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi tratti l'aria frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza dell'Anna Bolena:Oh! non voler costringereA finta gioia il viso,Son belle le tue lagrimeSiccome il tuo sorriso,con quel che segue. Proprio sotto della sua finestra un'imposta si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.« — Bravissimo — esclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed insinuante.« — Oh diamine! già vestita, — rispose Ugo balzando subitamente, senza saperne il perchè.« — Ma certo; e già nel mio santuario — soggiunse Giulietta accennando al suo gabinetto da lavoro e da studio. — Quegli che non è pronto è Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima di partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo voi stesso; già a me non abbada. — Guardò l'orologio e disse. — Sono le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra un'ora. Andate, andate, — Fece un cenno garbato col capo, sorrise in modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi come l'avorio, e sparì.«Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai avvenente donnina; ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso nelle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.«Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva dinanzi a sè un tavolino su cui i libri stavano ammonticchiati l'uno sull'altro sino ad altezzeportentose; ai lati due scaffali pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a poco delle dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.«Ugo non potè trattenersi dal ridere quando entrò nella stanza. Ma Alberto non si scompose menomamente, e rivolto all'amico: «Vuoi udire — gli disse — questo passo d'una memoria sulla legislazione mineraria che debbo mandare stasera all'Antologiadi Firenze? Io muovo dalla considerazione che il possessore del soprassuolo....« — Senti — interruppe Ugo — la tua considerazione sarà giustissima, ma mi pare che non sarebbe mal fatto di rimettere la legislazione mineraria ad un altro giorno, e di disporsi alla partenza. Si fa, o non si fa questa gita?.... Ebbene: che cosa c'è?« — Nulla, nulla — rispose Alberto, sollevando alquanto il capo e ravviando la chioma disordinata — penso alla grande mutazione che si è fatta in te da qualche tempo a questa parte. Tu non ti appassioni più per niente, e basta discorrerti di una questione seria perchè tu mi scappi di mano come un'anguilla. O dove sono i bei giorni nei quali si passavano insiemelunghe ore a ragionare de' nostri studi? Allora si trovava pur la maniera di vincere il tuo scetticismo. Lasciatelo dire... tu ti sciupi, l'aria della città ti fa male, la vita elegante ti ammazza l'intelligenza, gli amici scipiti ti riducono al loro livello....«Così dicendo tuffò la penna d'oca nel calamaio, e poi la portò con tanto impeto sulla carta che ne cadde una grossa goccia d'inchiostro, la quale imbrattò tutto il foglio. Con la rapidità del lampo, Alberto vi corse sopra con la lingua, locchè finì col dare a quella macchia l'aspetto di una stella cometa.« — Grazie pe' miei amici, che sono, o erano almeno, anche i tuoi — disse Ugo con un grande inchino. — E a proposito di che mi fai questa patetica perorazione? Io capito qui a ricordarti un impegno che hai preso iersera con me e con Giulietta... capito anzi per ordine di lei...«Alberto fece una piccola smorfia col labbro, tantochè l'altro soggiunse:« — Non ti darà noia, spero a sentirti parlar di tua moglie?« — Hai ragione, hai ragione: il torto l'ho io che mi sono ammogliato... E non mica per lei — continuò poscia in un tuono di onesto candore — ...... non mica per lei che è un angiolo, ma per me che non ero fatto pel matrimonio. Ho bisogno di studiare io, ho bisogno di farmi una riputazione.... altro che di andare a spasso con donne.»La signora Anna si morse le labbra, e proruppe:— Proprio così diceva?— Proprio così. Vi fa maraviglia forse?— Punto, punto: continuate.Il signor Maurizio non se lo fece ripetere un'altra volta e riprese.« — Ma Ugo era invece un uomo estremamente compito, e lascio pensare a voi se rimproverò il suo amico di queste sue parole. Fatto si è che, a capo di cinque minuti, Alberto che s'era ritto in piedi ed era uscito fuori delle sue fortificazioni, pose una mano sul braccio di Ugo (che la sbirciò con inquietudine per vedere se fosse sporca d'inchiostro) e concluse così il suo discorso: «Fammi questo piacere; sinchè io termini di scrivere, e in meno d'un'ora spero d'essere sbrigato, va a tener compagnia alla Giulietta, e pregala che mi scusi, e dille che dopo verrò con voi altri, e staremo tutta la giornata di buon umore. E non si parlerà più di cose serie....»«Le ultime parole furono pronunciate spingendo leggiermente Ugo verso l'uscio, tantochè questi capì l'antifona, e se la svignò.«Egli si avviò per un corridoio che conduceva ad un salottino, dal salottino passò in un'altra stanza, ascese pochi gradini, e si trovò dinanzi a un gabinetto che aveva l'uscio aperto. Era quello il soggiorno preferito da Giulietta. Ella sedeva con un libro in mano volgendo il dorso alla porta in modo da non poter vedere chi entrava. Però, al suono dei passi d'Ugo, girò rapidamente la testa, si fece rossa, e disse:« — Oh! siete qui?« — Appunto; e non dovevo rendervi conto della mia ambasciata?« — È vero: e dunque?« — Vuol finire un lavoro, ma promette che in un' ora sarà sbrigato.»«Giulietta scrollò leggiermente le spalle in atto di impazienza, mormorando: « — Sempre così.»«Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Ugo fisò uno sguardo abbastanza lungo sulla simpatica donnina. «Vergini e spose, griderei io, se per avventura fossi un predicatore, diffidate degli sguardi lunghi. Gli occhi che cominciano a guardare con curiosità finiscono a guardare con desiderio e allora...» Ma qui non siamo in chiesa, e posso risparmiarvi il sermone. Vi dirò piuttosto che la mia Giulietta, sempre cara e leggiadra, era quel giorno più seducente che mai. Ella indossava un abito di mussolinalilla, col corpetto tagliato sul davanti dell'incollatura e guernito intorno intorno di una trina sottile e candidissima, la quale armonizzava col roseo della fresca carnagione. Una lista di raso violetto oscuro, movendo dal punto in cui si chiudeva il corpetto, scendeva sino alla cintura snella, attillata e stretta da un nastro della medesima stoffa e del medesimo colore: indi bipartivasi, e così divisa in due si prolungava sul dinanzi fino alla base del vestito. Le maniche erano secondo la moda d'allora, rigonfie nel mezzo e strettissime ai polsi. Ella era calzata....»— Per carità, Maurizio, si direbbe che aveste copiato un figurino — interruppe la signora Anna.— Se non volete saperne della calzatura, mi permetterete almeno di parlarvi dei capelli, neri, lucidi, e fini ch'erano una maraviglia a vedersi. Essi non erano imprigionati in una di quelle bizzarre acconciature che si usavano allora, ma si sollevavano a buffi sul fronte, per ricader poscia dietro la nuca in apparente disordine e avvolgersi intorno ad un bel pettine di tartaruga, così piccino ch'io non so — diceva il mio amico — come esso potesse essere argine sufficiente a quel mare in tempesta. Un bocciuolo di rosa che era tra i primi della stagione, colto forse il mattino stesso da una pianticella precoce, faceva capolino al lato sinistro poco sopra l'orecchio, staccandosi con leggiadro contrasto dalla tinta delle chiome d'ebano. In verità, avere una sposa così, e preferirle la legislazione mineraria come faceva il nostro amico, è un peccato imperdonabile, pel quale non v'è al mondo sufficiente penitenza.« — Ebbene, prendete una sedia — disse Giulietta — e fatemi un po' di conversazione. Se no, io finisco col perder l'uso della parola... Non siete mica dotto voi? — soggiunse poscia con una specie di sgomento infantile.« — Non sono davvero — rispose Ugo sorridendo. — Ma, perdonate, non ista a voi di mostrarvi tanto sospettosa della dottrina, cinta come siete da biblioteche e, quel che più vale, con un libro in mano....In fatti ella aveva sulle ginocchia un volumetto socchiuso sull'indice, nell'atto di chi interruppe solo momentaneamente una sua lettura.« — Ah! questo libro — ripigliò la giovine — è un libro anche per voi che siete poeta.«E glielo porse aprendolo appunto alla pagina su cui teneva il dito.«Ugo lesse.«O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...»« —Les feuilles d'automne; una primizia — disse poi continuando a leggere.« — Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne intendo, ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel mio benedetto Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato il libro in fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si capisse se gli sia piaciuto sì o no.« — Ha torto.« — Non è vero? — proruppe vivamente Giulietta — ha grandissimo torto, perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato nei miei vecchi quaderni, e provai quello che prova il poeta....« — Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi, se è lecito investigare l'età di una donna, li avete appena sentiti suonare....« — Forse — rispose Giulietta — ma in noi la vita è più precoce, e i nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi delconvento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccietto d'un'amica o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderii, d'affetti! Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose che ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto a interrompere il corso dei nostri pensieri ma non ne lacerava la tela. Le fantasie accarezzate dell'anima sotto i rami frondosi delle acacie e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini, cantando, saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei bruni corridoi e sui rustici banchi della chiesa. Nelle penombre delle ampie navate, nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a colori, andava a spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un confessionale, c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva di sè il nostro spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto ad un tempo. Le labbra mormoravano intanto la solita salmodia, ma la mente era altrove, il prete cantava messa, ma noi stavamo più compunte di viso che d'anima. E, si sospirava alla cara libertà, e al calar della sera, guardando il muro che ci contendeva tanta parte dell'orizzonte, si gridava tra noi fanciulle — O non cadrà mai quel maledetto muro, o non potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche cosa e diqualchedunotutto quello che sentiamo qui dentro?— E chi avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi santa Teresa, e chi Laura o Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento Dante e Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto....«Giulietta s'interruppe un istante, arrossì leggermente e poi ripigliò: — E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che sia tutto per voi, e vi scriva de' versi che passeranno all'immortalità; onde, dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose sciocchezze si dicevano in quel tempo!...«La giovine, discorrendo, si era accesa singolarmente nel volto e l'ondeggiare delle bianche trine sul petto mostrava quant'ella fosse agitata.«Ugo non sapeva che rispondere, perplesso dinanzi a questa volubile facilità di parola, ma guardava trasognato la sua interlocutrice che gli appariva sotto una luce affatto nuova.« — E in quell'età — proseguì ella, abbassando la tendina per ripararsi dal sole che cominciava ad entrar nella stanza — in quell'età la penna corre spontanea sulla carta per riprodurvi le idee che vi germinano nella mente, spesso puerili, ma più spesso generose; maligne giammai, poichè a me pare che il tempo della malignità principî quando si principia a dubitare di sè. Credere in sè medesimi vuol dire credere anche negli altri..... — Tacque un momento,giocherellò col fiocco della tendina, quindi bisbigliò a mezza voce... — E poi?«Ugo, sempre più attonito, insinuò timidamente: — O sareste divenuta scettica, così presto?Ella scosse il capo con una certa espressione di tedio, e disse: — Che so io?... vorrei vedere l'effetto che produrrebbe ad uno il diventar più piccolo della persona, se mai questo fenomeno fosse possibile. Io tengo per fermo che sarebbe un effetto analogo a quello che si prova nel sentirsi diminuir l'animo e l'ingegno. Ciò accade a me. Sì, sì; non istudiate una galanteria; ciò accade a me con una progressione che mi sgomenta. La mia immaginazione s'è fatta sterile, il mio cuore alberga dei rancori, dei sospetti che un giorno non avrebbero potuto allignarvi.« — O Giulietta — proruppe Ugo — voi sposina di pochi mesi, voi che avete raggiunto ciò che dev'esser l'ideale di una fanciulla par vostra, unendo la vostra sorte alla sorte d'un uomo degno di voi, avete già di questi scoramenti nell'anima?«Ella sorrise tristamente, dicendo:« — Ma sono scorata appunto perciò, appunto perchè, avendo conseguito ciò che dovrebbe essere la felicità, mi sento oppressa da una malinconia nuova e invincibile. Ho unito la mia sorte a quella d'un uomo che avrebbe onorato del suo nome ben altra donna che me. Eppure, che sono io nella sua vita? Ho io saputo prendere il posto della più piccola fra le sue ambizioni?... O miei poveri sogni, come siete svaniti! — E accompagnò la frase con quel gestodella mano, e quel movimento delle labbra con cui suolsi accennare a una cosa che sfuma.«Io vorrei pigliare a quattr'occhi il più virtuoso uomo che vi sia sulla terra, intendiamoci bene, un uomo che abbia vissuto, e che in omaggio a una virtù ideale non abbia soffocato tutte le proprie passioni, vorrei avere sovr'esso una potestà che lo inducesse a nulla celarmi, e vorrei chiedergli quale effetto egli proverebbe sentendo una donna attraente e leggiadra lagnarsi, in un istante di soave abbandono, della sua esistenza coniugale. Scommetto cento contr'uno ch'egli mi risponderebbe che nella sua prima impressione vi fu un lampo di gioia satanica. Egli l'avrà prontamente repressa, io l'ammetto, e qui sta la differenza tra l'uomo onesto e chi non è tale; ma non avrà potuto far sì che quelle rivelazioni non lusingassero il suo amor proprio, non gli aprissero l'anima a una speranza colpevole. Questa donna che vi mette a parte delle sue sofferenze ha dunque un alto concetto di voi, questa donna che vi parla del vuoto del suo cuore crede dunque che voi potreste riempirlo!... Mia cara amica, Ugo era virtuoso, ma uomo... Ed ora permettetemi di prendere un'altra tazza di tè.»La signora Anna si era fatta pensosa: appoggiando il gomito al tavolino sosteneva con una mano il capo, e con l'altra moveva macchinalmente le forbici che le stavano dinanzi.— E non potreste venire a dirittura alla morale della vostra storia?— Oibò, oibò — rispose il signor Maurizio aprendola chiavetta della macchina e chinandosi alquanto a guardar con occhio di compiacenza lo spillo dorato che si precipitava nella tazza. — Protesto contro chi mi volesse togliere la parola. — E continuò: — Ugo era virtuoso ma uomo, ho detto poco fa. E quello stato cominciava a riuscirgli piuttosto imbarazzante. D'altronde a una certa età vi è una paura che assedia l'uomo: è la paura d'essere ridicolo. Ora, prendetevela col mondo finchè volete, ma non vi è dato negarmi che un giovinotto il quale si lascia sfuggire il destro d'insinuarsi nell'animo d'una bella donna passa per ridicolo presso alla grande maggioranza de' propri simili.« — Povera Giulietta! — egli mormorò dolcemente avvicinandosele alquanto.«Ella lo guardò, e poi gli chiese:« — Non sarete mica così se prenderete moglie voi?« — Se trovassi una Giulietta, no certo.«La giovine si fece rossa rossa e vi fu un istante di silenzio. Indi balzò subitamente dalla sedia e disse:« — Scendiamo in giardino. Sentite come fa fresco.«Ugo la precedette officioso nell'andito, aprendo per lei l'uscio a vetri che dava sulla scaletta. Scesero entrambi.«Ai due pilastrini dell'ultimo gradino erano due vasi di geranii. Giulietta si abbassò con la persona ad odorarne i fiori cosparsi di rugiada: i capelli bruni le svolazzavano sul collo candidissimo, le trine ondeggianti lasciavano indovinare allo sguardo le curve dilicatedel seno. Una panchina di marmo si trovava all'altro capo del giardino sotto un padiglione d'acacie. Giulietta prese là via più breve per giungervi, attraverso un praticello smaltato di margherite: l'erba era umida, ond'ella raccolse le vesti, e le tenne sollevate alquanto sopra il piede. Si assise sulla panchina e Ugo le fu vicino. Di repente cominciò a soffiare un vento gagliardo, e delle grandi masse di nubi si videro avanzarsi rapidissime sull'orizzonte. Il sole brillava per poi tornava a nascondersi un istante in uno squarcio azzurro del firmamento, poi faceva capolino di nuovo, sinchè scomparve del tutto. Gli alberi dondolavano il capo con un gemito sordo, la polvere saliva con un moto turbinoso, le gallinelle sbucando dai cespugli correvano sbigottite a ripararsi nel pollaio. Ugo e Giulietta si affrettarono a rientrare in casa: stettero in forse se prendere un'altra scaletta che metteva allo studio di Alberto, ma questi comparve sulla soglia per assicurare le imposte sbattute, e fe' loro segno che lo lasciassero ancora un poco tranquillo. Onde ritornarono dond'erano venuti, con una mano tenendosi uniti, con l'altra facendosi scudo agli occhi contro la polvere. Quand'ebbero salito i pochi gradini che conducevano al gabinettino di Giulietta, si volsero indietro un istante come per guardare l'insieme dello spettacolo.... Io non so se tutti lo provino, ma mi sembra che il trovarsi all'aperto allo scoppiare d'un uragano abbia un fascino indescrivibile... Si direbbe che la vita fisica si raddoppi. Spirar quell'aria frizzante e piena d'elettricità che v'investe la persona e gli abiti, veder tuttele cose mutar tinte e contorni secondo l'oscurarsi o schiarirsi del cielo, e il rabbonire, o l'imperversare del vento, essere, insomma, in mezzo a tutta quella commozione della natura, vi fa provare, non so perchè, un senso d'orgoglio. È un orgoglio irragionevole, lo capisco, perchè in fin dei conti non si compie menomamente un atto di coraggio, ma non sarà la sola cosa di cui non si possa rendersi ragione a questo mondo.«I due giovani non poterono rimanere a quel mondo che pochi secondi. La temperatura s'era fatta più rigida, il cielo più buio, la pioggia sembrava imminente, e anzi aveva principiato a caderne qualche grossa goccia isolata. Si ritirarono di nuovo nello stanzino di Giulietta, e si posero un istante al davanzale della finestra, rapiti in apparenza nella scena che avevano dinanzi agli occhi, ma in fatto assorti in ben altri pensieri. Pure nemmen lì poterono trattenersi, quantunque agli ultimi lembi dell'orizzonte ricomparisse il sereno, e la pioggia avesse cessato; tanta era ancora la furia del vento.« — Che tempo indemoniato! — disse Giulietta con un accento di vaga inquietudine.«E si ritrasse alquanto.« — È vero, — rispose Ugo seguendola.«La finestra si chiuse con impeto e poco mancò che le impannate non andassero in frantumi. La rosa che Giulietta aveva intrecciata ai suoi capelli cadde a terra col gambo spezzato. Si chinò a raccoglierla, ma Ugo era stato più pronto di lei e l'aveva ghermita,dicendo: — Lasciatela a me. — Intanto l'uscio, che fino a quel punto aveva serbato un'assoluta neutralità, si serrò per propria iniziativa con grande furia e fracasso.«Giulietta si scosse impaurita, tanto che il suo compagno stimò opportuno di sorreggerla.«Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: — O Dio, si soffoca. — Fece alcuni passi verso la porta, smarrita, confusa; poi si arrestò ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.« — Giulietta, Giulietta, che avete mai? — esclamò Ugo correndo a sostenerla.«Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul divano.« — Giulietta, Giulietta, perchè piangete? — continuò a chiedere Ugo, piegandosi su di lei, e sfiorandole con la bocca i capelli.«Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi; quand'ecco... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia mai cacciato nei fatti altrui inondò d'un tratto la stanza.«Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo, rizzandosi con la persona, lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli erano passatinell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà cancellare. E abbenchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto, infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro le seduzioni che ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lacrime, di voluttà, di terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: — Se tu non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. — Ugo rammenta ancora la lotta breve ma terribile ch'egli dovette durare, quando a fronte della sperata ebbrezza dei sensi, egli pensò all'ignominia di cui stava per macchiarsi sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua creatura, al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano al cuore: l'una gli diceva —osa— l'altra lo ammoniva —fuggi. — Beato lui che udì la voce più onesta, beato lui che, composto il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, esclamar —Perdonate. — Uscì frettolosodi quella stanza senza più guardar indietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente la lettura della sua memoria sulla legislazione mineraria, facendo le viste di approvarla quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore. Il fruscio d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo impallidì, ma quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.«Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola e guardando gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul tavolino, chiese:« — Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina?«Egli si girò con mezza la persona, e fisando sua moglie con faccia sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse:« — Guarda.« — Oh, Dio buono — esclamò Giulietta — chi vuoi che possa capir nulla in mezzo a tutti questi sgorbi?« — E bisogna pur che capiscano — rispose Alberto — perchè questo manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.« — Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.« — Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho segretario.«Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce:« — E se mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu lodavi tanto la mia calligrafia.«Alberto la guardò trasognato.« — È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.« — Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.« — Ma parli proprio sul serio?« — Serissimamente.«Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole di lei, soggiunse vivamente:«Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?« — Veramente non avevo detto questo — osservò ella con grazia — ma, insomma, non voglio dire di no.« — Ah mio caro Ugo — proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza — quando tu capiti in casa mia ogni cosa mi va a seconda.«Ugo scrollò le spalle un po' infastidito da questo complimento, e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura con cui lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo, lo si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega. Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età non son già quelle le vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città non fanno luminarie per ricevere un esercito il quale si sia ritirato spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovinotti di venticinque a ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma il mondo è così e non lo si cambia.«Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiungerparole sarebbe stata una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione all'accaduto.«Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti, e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo, affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè, e de' suoi studi, e della sua crescente riputazione, e beato di poter lasciar sdrucciolare fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto; forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro. Si capiva ch'esso non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e sfumate, ma mirava invece a una meta, a uno scopo.«Stava assai di rado nel suo antico salottino, e invece soleva trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che ormai aveva bisogno di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sulla tavola come le rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo riparare a questi guai, e rimettere i libri neiloro scaffali, e ridar pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna di Alberto che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.«E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta; quella del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studi; ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità d'una volta.«Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la mano, e gli disse:« — Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.«Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo calmo e sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, chequel cattivo quarto d'oranon sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di sì.... Ah, cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?... Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se sapeste quante volte l'amico mio si è indirizzato questa domanda; se sapeste quante volte egli ha benedettoquel raggio di sole che salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso.»La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo, si scosse, e disse con una certa emozione.— Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?— Cara Anna — rispose il signor Maurizio — voi avete nella vostra piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero in questi ultimi anni,Monsieur de Camors. Rileggetevi l'episodio della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito, eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la severità dei principi bastano a salvare la donna, che è tanto meno preparata alla difesa quanto più è inconscia del male. La donna sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste, nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via allorchè stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una rocca inespugnabile.— Or via — disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e prendendo la mano alsuo interlocutore — or via, gettiamo la maschera. Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della vostra, e vi confesso che molti degli incidenti da voi narrati, o mi sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno, la lezione io me l'ero meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta di cui parlate può avere avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà mai riluttanza a confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo finchè non diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo...— Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a proposito.— Non ischerziamo: lasciatemi credere piuttosto che i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio....— Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'oraa questa parte? — saltò a dire il professore Everardo che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'habeas corpusinglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.— Oh bella — rispose sorridendo il signor Maurizio — si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto.— E quale, di grazia? — soggiunse Everardo, avvicinandosi.— Quello di somigliarti;... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie.— Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.— Ah sì — interpose la signora Anna — da quando ella si è risolta a farti da segretario.— E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?— Lo farà, lo farà: vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio.— Pare impossibile — osservò il Professore — Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre de' buoni consigli da dare.— Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie.— E perchè?— Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di più accademie, insigniti di più ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare — concluse il signor Maurizio, levandosi dasedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo — gli uomini grandi vedono troppo di lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.— L'ho sempre detto anch'io — osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.— C'era da scommettere — borbottò il signor Maurizio — che l'aveva detta lui anche questa!Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola:«Del resto, caro professore, io non sono certamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'habeas corpus....La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta:— Signor Belgini, del vostrohabeas corpusparlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè.Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.Nell'uscire, Maurizio si fece all'orecchio della signora Anna e in tuono semiserio le disse:— Ricordatevi del raggio di sole.

L'ultimo lembo dello strascico d'un vestito di seta spariva dietro l'uscio del salotto di casa Mellari. Una signora innanzi negli anni, ma con la fisonomia piena di vivacità giovanile, seguiva il dileguarsi di quello strascico con uno sguardo lungo, tenero, appassionato; uno sguardo quale non hanno se non le madri per le loro figliuole e le avole per le loro nipoti. Ed era appunto una nipote della padrona di casa colei che aveva lasciato in quel momento la stanza.

La signora Anna, moglie del professore commendatore Everardo Mellari, sola in un angolo della camera, sedeva ad un tavolino su cui stavano alcuni libri legati, un servizio da te, un astuccio da lavoro e un moderatore di porcellana acceso; perchè, se non lo abbiamo ancora detto, lo diciamo adesso: erano le dieci di sera. Intorno a una tavola molto più grande collocata proprio nel mezzo dell'ampio salotto, rischiarato da una lucerna appesa al palco, e tutta sparsa di opuscoli e di giornali, discutevano di economia e di giurisprudenza sei uomini, con certe inflessioni nasali e una maestosa solennità degna di chi è socio di almeno cinque Accademie. Le sentenze si succedevano a regolari intervalli come le cento e una salved'artiglieria alla nascita d'un principino. Vuole però giustizia che si facciano in questo gruppo le debite distinzioni. Delle sei persone ivi raccolte quattro avevano aspetto fossile, e il più fossile di tutti era un giovine non ancora trentenne, uno di quei gingillini della scienza che camminano servilmente sulle orme altrui, e si credono dotti quando hanno letto unamemoriapapaverica dinanzi a un'assemblea sonnacchiosa. A costoro par grave di non avere che venti a trent'anni, e simulano i modi e la posatezza dell'età matura, gonfi, pettoruti, noiosissimi. Sul loro labbro non v'è sorriso, nei loro occhi non v'è luce, nella loro parola non v'è affetto, mummie prima di nascere.

Il professore commendatore Everardo Mellari, che al momento della nostra narrazione passava i sessanta, aveva avuto anch'egli il gran torto di non prendere la vita che da un lato solo, dal lato cioè dello studio e della meditazione, trascurando quella verità detta senza reticenze dal Giusti:

Se fa conoscere — le vie del mondoOh buono un bricciolo — di vagabondo!

Se fa conoscere — le vie del mondo

Oh buono un bricciolo — di vagabondo!

Però in lui una intelligenza elevata, una dottrina profonda e un cuore ottimo e tenace nelle amicizie facevano perdonare quel po' di compassato e di convenzionale che v'era nel suo carattere. Quanto alla persona, ella somigliava all'indole ed all'ingegno, ed era quindi piuttosto poderosa che aggraziata.

Dissimile affatto dagli altri, e tale che lo si sarebbedetto una stuonatura in quel concerto di dottoroni, stava in piedi appoggiando una mano alla spalliera della seggiola del professore Everardo, e tenendo con l'altra dinanzi agli occhi un giornale senza apparire troppo concentrato nella lettura, il signor Maurizio Dardi, il più vecchio e fidato amico di casa Mellari. Anch'egli fra i sessanta e i settanta, ma ritto, sottile, aitante delle membra, con una fisonomia briosa ed ironica spesso, con uno sguardo vivo, intelligente, pieno di fuoco, con dei capelli che ormai quasi bianchi del tutto conservavano la curva elegante della giovinezza e che si arricciavano di tratto in tratto con con una tal quale aria di provocazione come se volessero dire: — Oh se sapeste quante manine gentili ci hanno fatto scorrere fra le loro dita! — Dal complesso poi della persona tuttora attraente e dal vestire lindo e accurato, si vedeva l'uomo che aveva molto vissuto nella miglior società.

Il signor Maurizio aveva egli pure seguito con lo sguardo il dileguarsi del vestito di seta, e quando l'uscio si fu rinchiuso, con un movimento rapidissimo si fece accosto alla signora Anna, trasse un profondo sospiro dal petto come chi si sente sollevato da un peso, e avvicinando una sedia al tavolino, disse: — Si può fare un po' di conversazione con voi, signora Anna?

Ella che se ne stava fantasticando si scosse, e con un sorriso pieno di benevolenza: — Figuratevi! — rispose. — Vi confesso anzi che mi pareva impossibile di vedervi in mezzo a tanti uomini seri.

— Grazie del complimento. Però, ve lo dico colcuore in mano, vostro marito solo lo digerisco, ma in compagnia con quegli altri no e poi no. Everardo mi va ripetendo sempre che io sono uno scapato come a vent'anni, e che egli stesso non sa spiegarsi come, tanto dissimili d'indole, noi abbiamo potuto rimanere amici tutta la vita. E in verità la cosa fa meraviglia anche a me.... Ma, vedete, a Everardo io perdono tutto.

— Oh bella! Siete voi che perdonate? — interruppe la signora Anna.

— Sicuro, perchè, in fin dei conti, queste esistenze seppellite in mezzo alla polvere delle biblioteche sono esistenze sbagliate. Bandire il sorriso dalla vita val quanto bandire il sole dall'universo.

— Oh diamine! Siete sentenzioso... Su via, cattiva lingua, di chi avete a dir male stasera?

— Di molte persone, ma se non vi dispiace, mi limiterò ad una sola.

— Molti i chiamati e pochi gli eletti — osservò sorridendo la signora Anna. — E chi è oggi l'eletto?

— È unaeletta.

— Una donna?

— Per l'appunto.

— E chi dunque?

— Voi stessa.

— Io!

— Sissignora... Credete davvero ch'io sia stato ad ascoltare in tutto questo frattempo le dissertazioni sulle imposte indirette di quell'amenissimo dottor Belgini, che, se si sta alla fede di nascita ha ventinoveanni, e se si vede e si sente, ne ha almeno sessanta?

— Ma via, screanzato, parlate piano,

— Oh siate certa che non ci odono — rispose il signor Maurizio accostando però la sedia a quella della sua interlocutrice e abbassando alquanto la voce. Indi continuò:

— O vi par forse probabile ch'io abbia prestato una grande attenzione agli apoftegmi giuridici partoriti con tantoaplombdal consigliere Marino, il quale, allorchè ha parlato, si volta a destra e a sinistra come per dire:Avete mai inteso nulla di simile?

La signora Anna fece uno sforzo per non ridere, e con un tuono malizioso soggiunse a mezza voce;

— Non c'è forse il commendatore Brullo?

— Oh! — proruppe il signor Maurizio — quello è un bell'originale. Non v'è cosa che non gli sia accaduta, non v'è paese in cui egli non sia stato, non v'è idea che prima di venire agli altri non fosse venuta a lui. In casi eccezionali egli fa delle concessioni. Stasera, per esempio, si discorreva della Groenlandia. Egli osservò:Io dovevo andarci. Maravigliato d'un tuono tanto rimesso:Eppure io tenevo per fermo, diss'io,che ci foste già stato. Credete forse ch'egli abbia capito ch'io mi burlavo di lui? Tutt'altro. Prese le mie parole per un complimento.

— In fin dei conti poi c'è Everardo — concluse la signora Mellari con accento serio e senza ironia di sorta.

— Ah sì, c'è Everardo — rispose con l'accentomedesimo il signor Maurizio — e ad Everardo ci faccio di cappello, ma, ve lo ripeto, a quattr'occhi, e quando posso levargli la crosta dell'accademico. Via, non v'impazientite. Ricevendo in casa sua de' pedanti gli tocca divenir qualche volta pedante anche lui per ospitalità... Ma, insomma, voi mi fate parer maldicente...

— Oh poveretto, non siete mica tale — esclamò la signora Anna. — E, a proposito, non dovevate dir male di me?

— Ah, questo sì, e comincio subito.

La signora Anna avanzò alquanto la sedia, e appoggiando il gomito al tavolino fece puntello al mento con l'avambraccio, e si pose in atto di benevola aspettazione.

— Dovete dunque sapere — principiò il signor Maurizio con un tuono scherzoso che temperava la asprezza apparente delle parole — dovete dunque sapere, mia cara amica, che io ho inteso gran parte del vostro colloquio con vostra nipote, e che fra voi e lei avete detto delle solenni corbellerie.

— O sentiamole un po' queste solenni corbellerie.

— Non mi negherete che la Evelina vi dicesse male di suo marito.

— Male poi no... Faceva alcune rimostranze.

— Or bene: quanto a me che del matrimonio...

— Risparmiatemi le vostre teorie. Già lo si sa che voi l'avete a morte col matrimonio.

— Falsissimo. Io la credo una ottima istituzione a benefizio dei celibi. Che cosa farebbero i celibi se non fossero gli ammogliati?

— Eh vergognatevi di questo cinismo.

— Sono meno cinico di quel che credete, amica mia, e mi sarebbe facile il provarlo. Ma ora ripiglio il filo del discorso. Quanto a me dunque che sono un celibatario ostinato ed impenitente, non ho nulla a ridire se una moglie si lagna di suo marito. Ciò sta nell'ordine naturale delle cose. Ma io mi metto dal punto di vista vostro, di una donna cioè che ha un culto per l'istituzione del matrimonio, e non posso a meno di strabiliare vedendo come voi lasciate tener quei discorsi a vostra nipote, e abbiate anzi tutta l'aria di secondarla.

— Oh se non avevate che a farmi questo sermone, mio venerabile signor censore, potevate davvero risparmiarvi la briga. In primo luogo, io non ho secondato niente affattissimo; e poi gli è appunto perchè ritengo che il matrimonio e la famiglia siano cose sacrosante che m'irrito quando ne vedo fraintesi gli obblighi dall'una parte o dall'altra.

— Queste sono frasi. Io credo invece che il matrimonio, per non finire in una catastrofe, debba essere un lungo esercizio di reciproca tolleranza. Tolleranza intendiamoci, non già del vizio e della dissolutezza, ma di tutti quei difettucci, di tutte quelle imperfezioni che ciascuno dei due coniugi vede indubbiamente nell'altro. Oh via, veniamo al fatto: di che cosa si lagna vostra nipote?

— Sapete che siete curioso? Io potrei mandarvi pei fatti vostri, e non dirvi nulla; ma voglio esser tre volte buona, e vi risponderò schiettamente cheEvelina ha ragione. Un uomo che ha una sposa come Evelina, un fiore di gioventù, di bellezza, un angelo di bontà e d'innocenza; un uomo che possiede una donnina simile e la trascura, e non le consacra tutto ciò che v'è di migliore nella sua anima e nel suo ingegno, meriterebbe.... eh lo so io che cosa meriterebbe. Il meno che possa toccargli è che sua moglie si dolga di lui.

— Voi siete una vestale che conserva il fuoco sacro. Ancora bollente come a vent'anni! Io vi ammiro.

— Eh ammiratemi meno, e ascoltatemi di più. O che vi pare che Evelina avrebbe ad esser contenta? A sedici anni appena, la maritano (e un po' di colpa ne ho anch'io) a un giovine sui cinque lustri, operoso, valente, onesto, ma tutto pieno della sua ambizione, tutto preoccupato dei suoi buoni successi. Egli è ora di qua, ora di là, oggi a Firenze, domani a Milano, domani l'altro a Napoli, sempre a raccogliere applausi, a mietere allori, a proferir discorsi, a tener conferenze, e che so io, e dopo quindici mesi di matrimonio è molto se sta tre giorni la settimana presso sua moglie per annoiarla coi racconti delle sue glorie e de' suoi trionfi. Oh caro mio, non v'è nulla di più egoista dei così detti uomini grandi, non v'è nulla di più gretto e meschino. Nel santuario della casa che dovrebb'essere aperto agli affetti, alle confidenze, alla celia, essi portano la loro vanità personale; al pettegolezzo senza malizia e senza conseguenze della vita domestica essi sostituiscono ilpettegolezzo pieno d'acrimonia e di fiele della vita pubblica e letteraria, e fanno cento volte desiderare il modesto impiegato, l'umile uomo d'affari che, dopo adempito il suo ufficio quotidiano, reca alla sua famiglia la parte migliore di sè; il sorriso del suo labbro, la poesia schietta della sua anima. Perchè questa è la gran differenza tra gli uomini comuni e quelli di maggior levatura; che i primi cercano di piacere alla moglie perchè sanno che non possono avere applausi da nessuno fuori di lei: gli altri, abbagliati dallo splendore che li circonda, non vedono che tenebre e squallore nelle pareti domestiche.

— Per bacco! — proruppe il signor Maurizio — stasera voi siete più eloquente di Mirabeau. Ma mi permettete di rispondervi?... In quello che voi dite c'è molto di vero; non v'ha dubbio, ma l'arma che avete brandita è un'arma a due tagli, e badate di non ferirvi da voi. Quando una giovine possede, come Evelina, uno sposo di un merito superiore, ella non ha che un mezzo per non divenire infelice. Ella non può impedirgli di raccogliere i frutti del suo ingegno e della sua dottrina e di essere acceso dalla febbre del buon successo: ella deve lasciarsi irradiare dalla sua luce, ella deve associarsi alle sue ambizioni. La neutralità le è proibita, perchè nella moglie l'esser neutrale vuol dire essere ostile. S'ella non si accalora pei trionfi del marito, il marito la trascura, ed ella finisce coll'odiar quella gloria che avrebbe dovuto riflettersi su di lei. I due coniugi vivono allora in due mondi diversi, le loro anime non hanno puntodi contatto, e, credetemelo pure, mia ingenua amica, quando i corpi sono costretti a stare insieme senza che le anime si confondano, non può nascerne altro che il tedio scambievole... Ma via, siamo giusti; come volete che un uomo, esposto a tutte le seduzioni del mondo, blandito, accarezzato in mille guise, riesca a trasformarsi di punto in bianco, e diventi semplice, modesto, spensierato, appena egli abbia varcato la soglia domestica? Ma una moglie saggia previene i pericoli, e poichè non può mutare il marito muta sè stessa.

— Oh! volete farne un'erudita?

— Che! Voi sapete meglio di me come una donna di garbo possa prender parte agli studi di suo marito senza perder nulla della grazia e della semplicità nativa. Tutto sta che la sua trasformazione le sia dettata dall'affetto verso il consorte, e non dalla smania di dottoreggiare con gli altri: che in quest'ultimo caso non avete già dinanzi a voi una persona colta, ma una noiosa pedante sul fare di quelle che si vedono spessissimo nella società italiana, così diversa dalla società inglese e tedesca, ove l'eleganza dei modi, le aspirazioni ad un ideale elevato sono le cose più naturali e spontanee del mondo.

— Ma voi parlate sempre degli obblighi della donna: l'uomo non ne ha dunque nessuno?

— Sì che ne ha; ma io vi ragiono dal lato della felicità e della pace coniugale. E vi dico con la convinzione più profonda che l'uomo, anche se fallisce a' suoi obblighi, può trovar nella gloria, nell'ambizione,nel buon successo mille compensi, ma la donna, se non sa crearsi la felicità nel tetto domestico, non vi trova che la sventura o la colpa.

— Di che frasi sonore mi rintronate il capo! La colpa! Le donne virtuose sanno rimaner tali anche nell'infelicità.

— Nell'infelicità sì, — rispose vivamente il signor Maurizio, sorridendo a fior di labbro, — e quando un grande dolore, quando un grande disinganno occupa l'animo, io credo che la donna abbia in questo disinganno e in questo dolore una salvaguardia contro le tentazioni. NelPaolo Forestierdell'Augier v'è un tipo di donna la quale, per vendicarsi dell'uomo che adorava e che l'ha abbandonata, si getta nelle braccia di un altro ch'ella disprezza, precisamente nel giorno e nell'ora in cui deve accadere il matrimonio del suo primo amante. È un concetto bizzarro che si fonda sopra l'ipotesi d'un fatto possibile forse, ma non verosimile. Ciò che invece, a mio parere, mette la donna sempre al limitare della colpa si è quella condizione malaticcia dell'animo che non è la gioia e non è il dolore, vaga, indefinita, vaporosa come il crepuscolo, piena di desideri che non sanno acquistar forma e contorno, piena di malinconie che non hanno nome e non saprebbero spiegarsi a sè stesse. Una donna che dice: —sono incompresa, — molte volte comincia col non comprender sè stessa, ed è in quello stato di perplessità che costituisce un eterno pericolo. Chi non sa che cosa si voglia accetta facilmente gli esperimenti, perchè suppone che l'ideale sognato possacapitare quando meno si crede. Gli è appunto il caso della vostra Evelina. Le è sfuggita una frase ch'io colsi benissimo: — Capisco — ella disse — che fra lui e me non c'è modo d'intendersi. — Ora, questa frase, sia che racchiuda un profondo scoramento o una smisurata superbia, rivela in vostra nipote l'intenzione di lasciare che le cose vadano per la loro strada. La sua anima non è più occupata da suo marito....

— Ma chi vi dice queste cose?

— Lasciatemi finire. Il suo cuore è una casa vuota, e una casa vuota può sempre trovare un pigionale nuovo.

— Oh Maurizio — esclamò la signora Anna alquanto risentita, e facendo atto di alzarsi in piedi — basta di ciò. Voi sapete quanta libertà abbiate in questa casa, e come io vi consideri più che di famiglia: ma ogni confidenza ha un limite, e io non posso concedervi queste supposizioni sul conto di Evelina. Sermoneggiate me quanto vi piace, ma lasciate stare quell'angiolo.

— Via, non siate cattiva — rispose il vispo vecchietto, tenendo la signora Anna pel lembo dell'abito e non permettendole di muoversi dalla seggiola. — Rispetto la vostra tenerezza di nonna, e non vi dirò per questa sera nulla più sul conto di Evelina. Ma senza insistere sul caso speciale, vi ripeto che degli angeli ne ho visti perder l'ali parecchi, e molte virtù naufragare, e molte altre salvarsi per un accidente; che so io! per un soffio di vento o per un raggio di sole.

— Che cosa c'entrano il vento ed il sole?

— Oh se c'entrano! — soggiunse il signor Maurizio, stropicciandosi le mani — volete proprio che ve la racconti la storia d'un raggio di sole?

La signora Anna sorrise, die' una rapida occhiata all'orologio che stava sullaconsollee segnava le dieci e mezzo, e poi, voltasi al suo interlocutore: — Avete una voglia matta — rispose — di narrare una delle vostre storielle che sono assai più numerose de' giorni dell'anno. Posso concedervi tre quarti d'ora. Ma patti prima, mio caro. Voi avete l'abitudine delle impertinenze, e io non ne voglio; avete certi frizzi di cattivo genere, e io non amo sentirli; onde, o voi state nei termini, o andate a raccontare le vostre frottole al caffè od al casino.

— Accetto le condizioni. E anzi perchè non vi sia il caso che io le dimentichi, vi prego ogni volta ch'io stessi per uscire di strada, di richiamarmi all'ordine come se voi foste il presidente di un'assemblea. — Si guardò attorno, e, adocchiato sul tavolino un paio di forbici, le sospinse fino alla signora Anna, dicendole: — Questo sarà il vostro campanello. Quando voi alzerete queste forbici, capirò che bisogna ch'io renda più castigate le mie espressioni.

— Siete pure il gran fanciullone — sclamò la signora Anna. — Ora parlate.

— Adagino, adagino. Ho pur io una condizione da imporvi.

— Sentiamola un po'.

— Che quando io serbi quei modi di gentiluomo che mi prescrivete, voi mi lascerete andare sino al fondo della mia storia, anche se per avventura si trattasse di cosa che vi fosse già nota.

— O come potrebbe essere?

— Chi sa? Non è poi impossibile che l'abbiate udita a raccontare da qualchedun altro.

— E in questo caso voi vi sta a cuore di farne la seconda edizione?

— Mi sta.

— Ebbene, sia pure come vi aggrada.

— Ho la vostra parola?

— Ma sì, ma sì: vi occorre altro?

— Datemi la mano?

— Dio buono! Quante formalità! Si direbbe che voleste iniziarmi a qualche loggia massonica. Eccovi la mano.

La signora Anna porse al Dardi una manina che l'età non aveva nè troppo dimagrata nè troppo ingrassata; una manina giovine, se si potesse usare questa frase, tanto ne erano ben tornite le forme, e morbide e delicate le tinte, e pieni di una nervosa irritabilità i movimenti. Il lepido vecchio parve molto compiacersi di quella stretta, e poich'ebbe tenuta per alcuni secondi nella sua destra la destra della signora Anna si soffiò due volte il naso, e si raschiò la gola come chi si accinge a una perorazione accademica. Ella intanto, da avveduta massaia, accendeva la macchina del tè, dicendo scherzosamente:

— Perchè non accada ch'io pigli sonno durante la vostra chiacchierata, mi preparo a bevere una seconda tazza.

— Questa disgrazia non accadrà, maligna che siete, me ne fo mallevadore. E comincio. Vi avviso però che quello ch'io faccio è il racconto d'un racconto. Un amico a cui la faccenda è toccata, me la narrò in tutti i suoi particolari. È una storia vera, capite?

— Oh che bella verità, passata per due filtri; quello dell'amico e il vostro!

— La storia rimonta a poco meno di quarant'anni addietro — continuò il signor Dardi senza preoccuparsi dell'interruzione. — Il mio amico che ora è vecchio come me.... e come voi, era allora giovane e bello com'ero io.... e come eravate voi in quel tempo.

— Questo non ha che fare.

— Egli aveva da poco finito i suoi studi all'università lasciandovi fama d'ingegno piuttosto vivace che peregrino, di coltura piuttosto varia che profonda. Comunque sia, in un tempo nel quale alle università si studiava pochissimo, egli poteva ragionevolmente passare tra i giovani più valenti, e quelli ch'erano tali davvero lo accoglievano a braccia aperte nei loro crocchi ove il suo buon umore costante contribuiva a tener allegra la brigata. E, fra parentesi, vi contribuiva anche un po' la sua borsa, perchè egli era ricco e gli studenti ricchi possono contarsi come le mosche bianche. In complesso era davverouna eletta brigata di giovani, disseminatasi poscia qua e là secondo le necessità della vita o i capricci del caso. Per una di quelle bizzarrie che non sono sì rare, il mio amico s'era legato di più intimo affetto con quello che, fra tutti gli altri del gruppo, si discostava maggiormente da lui pel carattere. Quanto egli era festevole e spensierato, altrettanto l'amico suo era serio e meditabondo, nè la tempra del loro ingegno era meno dissimile di quella della loro indole. L'uno andava qua e là succhiando il miele da tutti i fiori, amava la poesia, la musica, la pittura; l'altro coltivava con assiduità piuttosto germanica che italiana gli studii filosofici, giuridici, storici. Ma, singolare a dirsi eppur vero, quegli che possedeva una natura d'artista aveva un fondo di scettico incorreggibile, l'altro sotto le gelide apparenze celava una buona fede da non potersi immaginar la maggiore. Quanto alla severità della sua indole, e alla rigidezza claustrale de' suoi costumi, vi basti sapere che non c'era mai stato caso, mentre eravamo studenti insieme all'università....

— O che cosa c'entrate voi?

— Avete ragione. Adopero la prima persona credendo di far parlare il mio amico.

— Che amicizia! La vi fa persino dimenticare la vostra identità personale, come dicono nei giornali di giurisprudenza di mio marito. Proprio come Oreste e Pilade!....

— Via, mi fate perdere il filo con le vostre malignità. Che cosa dicevo? Ah dicevo che gli sforzifatti per addomesticarlo erano falliti, che non era stato possibile di renderlo soggetto alle debolezze della sua età! A ventitrè anni, egli era....

La signora Anna mosse un momento le forbici e il signor Maurizio cambiò metro.

— Ma ciò poco importa. Nemmeno le quistioni politiche, e qui spero che mi lascerete parlare, lo preoccupavano più che tanto. In quel tempo singolare nella quale dalle poesie del Baffo e del Buratti (oh non fate smorfie perchè le avrete lette anche voi) si passava alle liriche del Berchet; e alla porta dei teatri e delle sale da ballo vi aspettava talora la sedia di posta che doveva condurvi allo Spielberg, in quel tempo in cui pareva non esservi posto nella vita che per lafarsae per la tragedia, il nostro originale era riuscito a tenersi ugualmente lontano dalle seduzioni del mondo elegante e da quelle allora assai più nobili, ma assai più pericolose, delle società segrete. E non era diffidenza, chè, come dissi, il suo animo era alieno dai sospetti; e non era viltà, chè egli non aveva sortito natura codarda; era soltanto quella sua grande passione dello studio che soverchiava in lui gli altri affetti e gli altri pensieri, e lo rendeva noncurante di molte cose che esercitavano un fascino sulla comune dei giovani.

Potete immaginarvi come rimanessero i suoi compagni quando seppero un giorno ch'egli era perdutamente innamorato. Come! E di chi? Queste domande correvano di bocca in bocca, e per uno odue giorni tutti malignavano dicendo: Sta a vedere che grossa corbelleria egli ha commesso!

—Egli!— interruppe la signora Anna. — Abborro gli anonimi.

— Volete proprio che ci mettiamo in regola con lo stato civile? Ebbene: il mio amico lo chiameremo Ugo, e all'amico del mio amico imporremo il nome di Alberto. Alberto adunque, poichè di lui si parla in questo momento, non aveva commesso quella grossa corbelleria che gli si attribuiva. Certo egli aveva avuto un gran torto ad innamorarsi sul serio, ma almeno non s'era appigliato nè ad una brutta, nè ad una civetta, nè ad una stolida; com'era pur verosimile in un uomo che aveva sì poca pratica di queste faccende.

— O che non aveva forse gli occhi codesto signor Alberto?

— Occhi da erudito, mia cara Anna, buoni da decifrar palinsesti, e capaci di fermarsi con maggior compiacenza sopra un'iscrizione in lingua sanscrita che sulle forme divine della Vergine di Milo. A ogni modo, la fanciulla amata da Alberto era tale da affascinare qualunque anima d'artista. Non ve ne farò la descrizione. Mi basterà dirvi che gareggiavano in lei la bellezza, l'ingegno e la grazia. Era una grazia schietta, spontanea, che spirava da tutta la persona come l'olezzo dal fiore, era un ingegno vivo, elegante, poetico, era una bellezza piena a un tempo d'abbandono e di fuoco, di soavi malinconie e di celesti sorrisi... E quellafanciulla non aveva, io credo, che sedici a diciassett'anni....

— Ih! come vi riscaldate: si direbbe che parlaste di una vostra innamorata di ieri.

— Cara mia, le cose paiono vicine o lontane secondo che sono più o meno scolpite nella memoria....

— Parlerete, io spero, della memoria del vostro amico.

— Certamente, — rispose il signor Maurizio con disinvoltura, quantunque quella inchiesta suggestiva lo avesse un po' sconcertato. — Ma io mi investo ne' casi suoi.

— Siete pure il prezioso amico, — insinuò con un filo d'ironia la signora Anna. — Ma, a proposito, il nome di questa Dea?

— Diamole nome Giulietta.

— O c'è un Romeo?

— Può darsi: non precipitate.

— Già capisco tutta la vostra storia peregrina. È uno dei soliti innamoramenti.

— Ma per carità, mi avete promesso di non interrompermi. Lasciatemi adunque tirare innanzi. La bella Giulietta, sorpresa dalla dichiarazione di un giovine ch'ella aveva conosciuto il dì innanzi, cominciò coll'esserne sgomenta, ma poi quella sua anima delicata e gentile non potè a meno di rispondere a un affetto così vivo ed onesto, così rispettoso nella sua violenza, e così lusinghiero per l'amor proprio di lei. In generale anche le donne leggiere e che non vanno pazze per l'ingegno piegano il capodinanzi al buon successo: e Alberto era fra i giovani più celebrati della università e tra quelli a cui si augurava un più splendido avvenire. L'indole severa del suo intelletto e dei suoi studi non era invero tale da affascinare una giovinetta sedicenne, ma d'altronde come respingere un uomo del suo valore? Come ributtarlo da sè, s'egli, tra mille, aveva scelto lei, modesta ed oscura? Ecco perchè la fanciulla, pur non dividendo l'entusiasmo del suo amante, porse orecchio benevolo alle sue parole e promise a sè stessa che col tempo lo avrebbe ricambiato di uguale trasporto. Come si rimovessero gli ostacoli frapposti dalla famiglia, come il matrimonio si concludesse quando Alberto aveva appena ricevuta la laurea, sono cose di cui non mette conto tener parola. Eppoi sapete ch'io non posso scendere a troppo minuti particolari per non tradire il segreto che mi è confidato. Questo bensì vi dirò, che gli amici di Alberto, dopo le sue nozze, si sentirono sollevati da un gran peso sullo stomaco, perchè egli li aveva noiati fuor di misura co' racconti della sua gelosia, de' suoi dubbi e delle sue escandescenze. In alcune anime l'amore scende come una pioggia benefica sulla terra preparata a riceverla; le compie, le rallegra, le avviva, le fa capaci di spargere intorno a sè una gioia pacata e serena: in altre invece esso irrompe come l'uragano sopra un suolo granitico in cui l'acqua non filtra lentamente ma s'arresta alla superficie formando larghe pozze e rigagnoli: anzichè assimilarsi al loro organismo, l'amore crea inqueste anime uno stato inquieto, morboso, e toglie alle loro manifestazioni quel gentile riserbo, quella verecondia soave che le mostra ricordevoli oltre che del proprio pudore anche del pudore dell'essere amato. Alberto era, nelle sue confidenze, pettegolo, indiscreto, qualche volta persino brutale; tanto lo sgomentava la trasformazione esterna che s'era operata in lui, tanta era la disarmonia, da lui non perfettamente compresa, fra questa passione e il resto dell'esser suo.

«Allorchè egli divenne marito, le tendenze ingenite del suo animo e del suo ingegno ripresero il disopra. Come coloro che, dormendo, ricevono una impressione fisica che si mesce ai loro sogni, tantochè quando si svegliano, ogni altra parte del sogno svanisce fuori di quella impressione che è viva e reale, così Alberto, ritornato in sè stesso, vide dileguarsi l'incanto che lo aveva posseduto e solo restargli a fianco, bella e gentile, più che desiderata compagna, la moglie. Ambizioso per indole, Alberto scorgeva in lei piuttosto un inciampo che un aiuto alla sua carriera, e gli mancava l'arte di nascondere ciò ch'egli sentiva. Giulietta invece, la quale, come accade alle fanciulle virtuose, aveva, dopo il matrimonio, preso a voler più bene che mai all'uomo che aveala fatta sua, rimase profondamente mortificata di questo cambiamento, ma col riserbo misto di dignità ch'era il fondo del suo carattere non si faceva scorgere e chiudeva in sè il suo dolore. Tanto inesperta da non prevedere ciò che era avvenuto, ella nonsapeva per anco, a malgrado della sua intelligenza, scoprire i mezzi di ripararvi. Non sapeva ancora che, mescolandosi agli studî ed alle aspirazioni di suo marito, divenendo un valido sussidio de' suoi lavori, ella avrebbe potuto riafferrare quell'amore che le fuggiva. Le afflizioni senza lamento non hanno nemmeno la sodisfazione d'essere intese dagli altri, o, se sono intese, porgono un facile appiglio a chi vuol far le viste di non avvedersene. Chi non si lagna non soffre, dice l'egoista, e chi ha la vita troppo affollata di occupazioni è spesso egoista. Il tempo che è la stoffa del lavoro e della produzione è anche la stoffa dei sentimenti. Se chi nulla fa nulla aggiunge al capitale materiale della società, chi non riposa mai non aggiunge nulla al suo capitale di gentilezza e di simpatia. A ciò gli economisti non hanno pensato.

«Non erano corsi due mesi dalle nozze, che Alberto e Giulietta vivevano in un'orbita diversa: egli tutt'inteso a' suoi studî; ella in una solitudine malinconica che lasciava buon giuoco ai pellegrinaggi della sua fantasia. Quantunque non ne andasse pazza, avrebbe gradito i piaceri delle sue coetanee: i teatri, le feste, i ritrovi geniali; ma suo marito o non aveva agio di condurvela, o conducendovela, si rincantucciava con tanto di muso in modo da toglierle tutto il divertimento. Nondimeno, ella avrebbe potuto passarsene. Spirito culto, riflessivo, tranquillo, ella anelava essenzialmente a quella felicità che nasce dal continuo scambio d'impressioni e di pensieritra due persone che si apprezzano e s'amano, e, sposandosi, aveva creduto che questa felicità non dovesse mancarle. Vedendosi delusa nella sua aspettazione, si trovava simile a chi s'accorge a mezzo il cammino d'aver smarrito la via, nè sa qual nuovo sentiero debba prendere per arrivare alla meta. Intanto compieva di per sè la manchevole educazione del chiostro, faceva disordinatamente, febbrilmente, accatastando lettura su lettura, gli studî ch'ella aveva sperati comuni con suo marito. Già libri non ne mancavano nella sua nuova dimora.

«Aveva, più che le abitudini, gl'istinti dell'eleganza, e abbenchè uscisse di rado assai, era sempre accuratissima nel vestito e nell'acconciatura. Questa sua innata eleganza ella aveva saputo infondere non in tutta la casa, ma in uno stanzino che era il suo nido, il suo tempio. Era uno stanzino appartato del primo piano a cui si giungeva anche per una scaletta laterale che da un andito contiguo metteva in giardino. Le pareti d'un azzurro chiaro erano fregiate di stucchi bianchi, e pure a stucchi era il palco leggiermente arcuato....»

La signora Anna si scosse e chiese:

— O come sapete voi tutti questi particolari?

— Oh bella! Me li ha detti l'amico. Ma vi prego di non farmi perdere il filo del racconto. La finestra del gabinetto (ve n'era una sola, ma grande) dava sul giardino cinto da un muro basso, e di là dal quale erano altri giardini più vasti, più signorili, con bellissimi abeti. In un punto la verdura era men fittae lo sguardo indovinava un ampio orizzonte. I mobili.... debbo parlare anche dei mobili?

— Come siete noioso! Lasciateli lì i mobili, e venite al punto.... O se non volete venirci presto, smettiamo, chè già capisco che non val la pena di continuare.

— Via, non v'impazientite. L'avete forse intesa ancora questa storia? A ogni modo dovete stare ai patti e lasciarmi dire. Sarebbe la prima volta che manchereste alla vostra promessa.

— È vero. Proseguite, ma senza digressioni.

— Sarà difficile, perchè non è mio costume. La mia fantasia va sempre caracollando e mai al galoppo. Ella ama far sosta qua e là, e cogliere i fiori pendenti dagli arbusti lungo la via: le corse precipitose alla Mazeppa non son fatte per lei.... Però torniamo a bomba, lasciando stare i mobili. Vi chiedo grazia soltanto per una biblioteca d'acero a lustro, piccina, graziosa, elegante, che era l'altare di quel tempietto, tutto silenzio e raccoglimento. La giovine vi teneva i suoi libri, una cinquantina di volumi al più, ma scelti e legati con ottimo gusto. Ed ella stava lì soletta le lunghe ore del giorno, ora leggendo, ora fantasticando alla finestra, certa, o quasi, di non veder giungere suo marito fino all'ora del pranzo. Visite ne faceva poche, e quindi poche ne riceveva, perchè le era troppo tedioso il sentirsi dire che una sposina non doveva fare una vita così ritirata, e perchè abborriva da quel sistema comodissimo che hanno tante mogli di lasciar sparlare dei loro mariti senza negare nè assentire.

«Il mio amico che abbiamo detto di chiamar Ugo non abitava la medesima città, ma veniva di tratto in tratto a visitare il suo compagno di studî, ed era accolto festosissimamente anche dalla Giulietta che vedeva una volta tanto una faccia aperta e gioviale. In quelle sue visite che non solevano durar più di tre o quattro giorni egli alloggiava sotto il tetto di Alberto, portandovi un soffio di vita, un'eco del mondo esterno a cui quella casa pareva chiusa del tutto. Ugo era elegante, frequentava i teatri, le società, e quindi non gli mancavano mai argomenti da discorrere. Figuratevi! Erano quelli i tempi della Pasta a della Malibran, dellaNormae dell'Otello. La Giulietta, che amava tanto la musica, non aveva mai potuto persuader suo marito ad uscir per una settimana da quella loro misera cittadina di provincia e condurla a vedere gli spettacoli della capitale. Onde, quando Ugo gliene parlava, ella sentiva venirsi l'acquolina in bocca, e pendeva de' suoi labbri con una curiosità piena di emozione. Non c'è da maravigliarsi di questa parola. A que' tempi in Italia i trionfi musicali destavano un vero entusiasmo. Lo dissi già prima; non c'erano che due cose da fare: o cospirare, o divertirsi; o andare in carcere, o andare a teatro.... semprechè non si preferisse di andare in entrambi i luoghi. Alberto chiamava frivolezze questi discorsi, ma, in ogni modo, poichè egli aveva ottimo cuore, riceveva l'amico suo a braccia aperte, e quando questi gli diceva a tu per tu ch'egli aveva torto a trascurare sua moglie, giovine, bella,adorna di tutte le virtù, gli dava un mondo di ragioni, scusandosi soltanto col pretesto delle sue mille faccende e della serietà de' suoi studi. Comunque sia, la presenza d'Ugo, ch'era forse uomo un po' leggiero, ma certo vivacissimo e pronto d'ingegno, era una vera provvidenza per quella casa. Per la Giulietta, egli non provava che una viva amicizia, e poi la sincera e devota affezione che lo legava ad Alberto avrebbe soffocato nell'animo di lui ogni altro sentimento. Quanto maggiore la sicurezza tanto maggiore la confidenza: confidenza fraterna, e quasi infantile.... Io non capisco, la mia cara amica, perchè andiate agitandovi sulla sedia, mentre non mi sembra di dir cosa che sia o possa parervi sconvenevole punto. Perciò vi supplico che ve ne stiate buona e tranquilla, poichè la mia eloquenza, per mantenersi, vuole il raccoglimento dell'uditorio.

— Siete un grande originale — rispose la signora Anna, sorridendo fuggevolmente. — E se vi dessi una tazza di tè, non mi risparmiereste la seconda metà della vostra storia?

— Accetto la tazza, ma continuo.

La signora Anna die' una scrollatina di testa come se volesse dir nuovamente:Che matto! e versò il tè al suo lepido interlocutore.

— Un giorno — riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro — il mio amico arrivò in casa d'Alberto inatteso, e quindi più festeggiato che mai. Si deliberò di fare pel dì seguente (ch'era una domenica) una escursione a una villa poco discosta, e sipassò la sera pregustando il divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....

— Ve l'ha detto lui?

— Sicuro!

— Beati gli uomini franchi!

— Al mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la suatoilettecon grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta sentimentale stretti alla gamba ecco a un dipresso il figurino del mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi nello specchio. La giovinetta che acquistala coscienza della propria bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo suo; insidia che tanto più la sgomenta quanto più le versa nel cuore un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto, uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta il grido di Schiller —Ich bin ein Mann, wer ist es mehr? Io sono unuomo, chi lo è più di me?

«Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel mattino ripetendo a sè medesimo.

«Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi tratti l'aria frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza dell'Anna Bolena:

Oh! non voler costringereA finta gioia il viso,Son belle le tue lagrimeSiccome il tuo sorriso,

Oh! non voler costringere

A finta gioia il viso,

Son belle le tue lagrime

Siccome il tuo sorriso,

con quel che segue. Proprio sotto della sua finestra un'imposta si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era Giulietta.

« — Bravissimo — esclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed insinuante.

« — Oh diamine! già vestita, — rispose Ugo balzando subitamente, senza saperne il perchè.

« — Ma certo; e già nel mio santuario — soggiunse Giulietta accennando al suo gabinetto da lavoro e da studio. — Quegli che non è pronto è Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima di partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo voi stesso; già a me non abbada. — Guardò l'orologio e disse. — Sono le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra un'ora. Andate, andate, — Fece un cenno garbato col capo, sorrise in modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi come l'avorio, e sparì.

«Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai avvenente donnina; ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso nelle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.

«Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva dinanzi a sè un tavolino su cui i libri stavano ammonticchiati l'uno sull'altro sino ad altezzeportentose; ai lati due scaffali pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a poco delle dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.

«Ugo non potè trattenersi dal ridere quando entrò nella stanza. Ma Alberto non si scompose menomamente, e rivolto all'amico: «Vuoi udire — gli disse — questo passo d'una memoria sulla legislazione mineraria che debbo mandare stasera all'Antologiadi Firenze? Io muovo dalla considerazione che il possessore del soprassuolo....

« — Senti — interruppe Ugo — la tua considerazione sarà giustissima, ma mi pare che non sarebbe mal fatto di rimettere la legislazione mineraria ad un altro giorno, e di disporsi alla partenza. Si fa, o non si fa questa gita?.... Ebbene: che cosa c'è?

« — Nulla, nulla — rispose Alberto, sollevando alquanto il capo e ravviando la chioma disordinata — penso alla grande mutazione che si è fatta in te da qualche tempo a questa parte. Tu non ti appassioni più per niente, e basta discorrerti di una questione seria perchè tu mi scappi di mano come un'anguilla. O dove sono i bei giorni nei quali si passavano insiemelunghe ore a ragionare de' nostri studi? Allora si trovava pur la maniera di vincere il tuo scetticismo. Lasciatelo dire... tu ti sciupi, l'aria della città ti fa male, la vita elegante ti ammazza l'intelligenza, gli amici scipiti ti riducono al loro livello....

«Così dicendo tuffò la penna d'oca nel calamaio, e poi la portò con tanto impeto sulla carta che ne cadde una grossa goccia d'inchiostro, la quale imbrattò tutto il foglio. Con la rapidità del lampo, Alberto vi corse sopra con la lingua, locchè finì col dare a quella macchia l'aspetto di una stella cometa.

« — Grazie pe' miei amici, che sono, o erano almeno, anche i tuoi — disse Ugo con un grande inchino. — E a proposito di che mi fai questa patetica perorazione? Io capito qui a ricordarti un impegno che hai preso iersera con me e con Giulietta... capito anzi per ordine di lei...

«Alberto fece una piccola smorfia col labbro, tantochè l'altro soggiunse:

« — Non ti darà noia, spero a sentirti parlar di tua moglie?

« — Hai ragione, hai ragione: il torto l'ho io che mi sono ammogliato... E non mica per lei — continuò poscia in un tuono di onesto candore — ...... non mica per lei che è un angiolo, ma per me che non ero fatto pel matrimonio. Ho bisogno di studiare io, ho bisogno di farmi una riputazione.... altro che di andare a spasso con donne.»

La signora Anna si morse le labbra, e proruppe:

— Proprio così diceva?

— Proprio così. Vi fa maraviglia forse?

— Punto, punto: continuate.

Il signor Maurizio non se lo fece ripetere un'altra volta e riprese.

« — Ma Ugo era invece un uomo estremamente compito, e lascio pensare a voi se rimproverò il suo amico di queste sue parole. Fatto si è che, a capo di cinque minuti, Alberto che s'era ritto in piedi ed era uscito fuori delle sue fortificazioni, pose una mano sul braccio di Ugo (che la sbirciò con inquietudine per vedere se fosse sporca d'inchiostro) e concluse così il suo discorso: «Fammi questo piacere; sinchè io termini di scrivere, e in meno d'un'ora spero d'essere sbrigato, va a tener compagnia alla Giulietta, e pregala che mi scusi, e dille che dopo verrò con voi altri, e staremo tutta la giornata di buon umore. E non si parlerà più di cose serie....»

«Le ultime parole furono pronunciate spingendo leggiermente Ugo verso l'uscio, tantochè questi capì l'antifona, e se la svignò.

«Egli si avviò per un corridoio che conduceva ad un salottino, dal salottino passò in un'altra stanza, ascese pochi gradini, e si trovò dinanzi a un gabinetto che aveva l'uscio aperto. Era quello il soggiorno preferito da Giulietta. Ella sedeva con un libro in mano volgendo il dorso alla porta in modo da non poter vedere chi entrava. Però, al suono dei passi d'Ugo, girò rapidamente la testa, si fece rossa, e disse:

« — Oh! siete qui?

« — Appunto; e non dovevo rendervi conto della mia ambasciata?

« — È vero: e dunque?

« — Vuol finire un lavoro, ma promette che in un' ora sarà sbrigato.»

«Giulietta scrollò leggiermente le spalle in atto di impazienza, mormorando: « — Sempre così.»

«Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Ugo fisò uno sguardo abbastanza lungo sulla simpatica donnina. «Vergini e spose, griderei io, se per avventura fossi un predicatore, diffidate degli sguardi lunghi. Gli occhi che cominciano a guardare con curiosità finiscono a guardare con desiderio e allora...» Ma qui non siamo in chiesa, e posso risparmiarvi il sermone. Vi dirò piuttosto che la mia Giulietta, sempre cara e leggiadra, era quel giorno più seducente che mai. Ella indossava un abito di mussolinalilla, col corpetto tagliato sul davanti dell'incollatura e guernito intorno intorno di una trina sottile e candidissima, la quale armonizzava col roseo della fresca carnagione. Una lista di raso violetto oscuro, movendo dal punto in cui si chiudeva il corpetto, scendeva sino alla cintura snella, attillata e stretta da un nastro della medesima stoffa e del medesimo colore: indi bipartivasi, e così divisa in due si prolungava sul dinanzi fino alla base del vestito. Le maniche erano secondo la moda d'allora, rigonfie nel mezzo e strettissime ai polsi. Ella era calzata....»

— Per carità, Maurizio, si direbbe che aveste copiato un figurino — interruppe la signora Anna.

— Se non volete saperne della calzatura, mi permetterete almeno di parlarvi dei capelli, neri, lucidi, e fini ch'erano una maraviglia a vedersi. Essi non erano imprigionati in una di quelle bizzarre acconciature che si usavano allora, ma si sollevavano a buffi sul fronte, per ricader poscia dietro la nuca in apparente disordine e avvolgersi intorno ad un bel pettine di tartaruga, così piccino ch'io non so — diceva il mio amico — come esso potesse essere argine sufficiente a quel mare in tempesta. Un bocciuolo di rosa che era tra i primi della stagione, colto forse il mattino stesso da una pianticella precoce, faceva capolino al lato sinistro poco sopra l'orecchio, staccandosi con leggiadro contrasto dalla tinta delle chiome d'ebano. In verità, avere una sposa così, e preferirle la legislazione mineraria come faceva il nostro amico, è un peccato imperdonabile, pel quale non v'è al mondo sufficiente penitenza.

« — Ebbene, prendete una sedia — disse Giulietta — e fatemi un po' di conversazione. Se no, io finisco col perder l'uso della parola... Non siete mica dotto voi? — soggiunse poscia con una specie di sgomento infantile.

« — Non sono davvero — rispose Ugo sorridendo. — Ma, perdonate, non ista a voi di mostrarvi tanto sospettosa della dottrina, cinta come siete da biblioteche e, quel che più vale, con un libro in mano....

In fatti ella aveva sulle ginocchia un volumetto socchiuso sull'indice, nell'atto di chi interruppe solo momentaneamente una sua lettura.

« — Ah! questo libro — ripigliò la giovine — è un libro anche per voi che siete poeta.

«E glielo porse aprendolo appunto alla pagina su cui teneva il dito.

«Ugo lesse.

«O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...»

«O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...»

« —Les feuilles d'automne; una primizia — disse poi continuando a leggere.

« — Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne intendo, ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel mio benedetto Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato il libro in fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si capisse se gli sia piaciuto sì o no.

« — Ha torto.

« — Non è vero? — proruppe vivamente Giulietta — ha grandissimo torto, perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato nei miei vecchi quaderni, e provai quello che prova il poeta....

« — Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi, se è lecito investigare l'età di una donna, li avete appena sentiti suonare....

« — Forse — rispose Giulietta — ma in noi la vita è più precoce, e i nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi delconvento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccietto d'un'amica o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderii, d'affetti! Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose che ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto a interrompere il corso dei nostri pensieri ma non ne lacerava la tela. Le fantasie accarezzate dell'anima sotto i rami frondosi delle acacie e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini, cantando, saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei bruni corridoi e sui rustici banchi della chiesa. Nelle penombre delle ampie navate, nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a colori, andava a spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un confessionale, c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva di sè il nostro spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto ad un tempo. Le labbra mormoravano intanto la solita salmodia, ma la mente era altrove, il prete cantava messa, ma noi stavamo più compunte di viso che d'anima. E, si sospirava alla cara libertà, e al calar della sera, guardando il muro che ci contendeva tanta parte dell'orizzonte, si gridava tra noi fanciulle — O non cadrà mai quel maledetto muro, o non potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche cosa e diqualchedunotutto quello che sentiamo qui dentro?

— E chi avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi santa Teresa, e chi Laura o Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento Dante e Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto....

«Giulietta s'interruppe un istante, arrossì leggermente e poi ripigliò: — E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che sia tutto per voi, e vi scriva de' versi che passeranno all'immortalità; onde, dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose sciocchezze si dicevano in quel tempo!...

«La giovine, discorrendo, si era accesa singolarmente nel volto e l'ondeggiare delle bianche trine sul petto mostrava quant'ella fosse agitata.

«Ugo non sapeva che rispondere, perplesso dinanzi a questa volubile facilità di parola, ma guardava trasognato la sua interlocutrice che gli appariva sotto una luce affatto nuova.

« — E in quell'età — proseguì ella, abbassando la tendina per ripararsi dal sole che cominciava ad entrar nella stanza — in quell'età la penna corre spontanea sulla carta per riprodurvi le idee che vi germinano nella mente, spesso puerili, ma più spesso generose; maligne giammai, poichè a me pare che il tempo della malignità principî quando si principia a dubitare di sè. Credere in sè medesimi vuol dire credere anche negli altri..... — Tacque un momento,giocherellò col fiocco della tendina, quindi bisbigliò a mezza voce... — E poi?

«Ugo, sempre più attonito, insinuò timidamente: — O sareste divenuta scettica, così presto?

Ella scosse il capo con una certa espressione di tedio, e disse: — Che so io?... vorrei vedere l'effetto che produrrebbe ad uno il diventar più piccolo della persona, se mai questo fenomeno fosse possibile. Io tengo per fermo che sarebbe un effetto analogo a quello che si prova nel sentirsi diminuir l'animo e l'ingegno. Ciò accade a me. Sì, sì; non istudiate una galanteria; ciò accade a me con una progressione che mi sgomenta. La mia immaginazione s'è fatta sterile, il mio cuore alberga dei rancori, dei sospetti che un giorno non avrebbero potuto allignarvi.

« — O Giulietta — proruppe Ugo — voi sposina di pochi mesi, voi che avete raggiunto ciò che dev'esser l'ideale di una fanciulla par vostra, unendo la vostra sorte alla sorte d'un uomo degno di voi, avete già di questi scoramenti nell'anima?

«Ella sorrise tristamente, dicendo:

« — Ma sono scorata appunto perciò, appunto perchè, avendo conseguito ciò che dovrebbe essere la felicità, mi sento oppressa da una malinconia nuova e invincibile. Ho unito la mia sorte a quella d'un uomo che avrebbe onorato del suo nome ben altra donna che me. Eppure, che sono io nella sua vita? Ho io saputo prendere il posto della più piccola fra le sue ambizioni?... O miei poveri sogni, come siete svaniti! — E accompagnò la frase con quel gestodella mano, e quel movimento delle labbra con cui suolsi accennare a una cosa che sfuma.

«Io vorrei pigliare a quattr'occhi il più virtuoso uomo che vi sia sulla terra, intendiamoci bene, un uomo che abbia vissuto, e che in omaggio a una virtù ideale non abbia soffocato tutte le proprie passioni, vorrei avere sovr'esso una potestà che lo inducesse a nulla celarmi, e vorrei chiedergli quale effetto egli proverebbe sentendo una donna attraente e leggiadra lagnarsi, in un istante di soave abbandono, della sua esistenza coniugale. Scommetto cento contr'uno ch'egli mi risponderebbe che nella sua prima impressione vi fu un lampo di gioia satanica. Egli l'avrà prontamente repressa, io l'ammetto, e qui sta la differenza tra l'uomo onesto e chi non è tale; ma non avrà potuto far sì che quelle rivelazioni non lusingassero il suo amor proprio, non gli aprissero l'anima a una speranza colpevole. Questa donna che vi mette a parte delle sue sofferenze ha dunque un alto concetto di voi, questa donna che vi parla del vuoto del suo cuore crede dunque che voi potreste riempirlo!... Mia cara amica, Ugo era virtuoso, ma uomo... Ed ora permettetemi di prendere un'altra tazza di tè.»

La signora Anna si era fatta pensosa: appoggiando il gomito al tavolino sosteneva con una mano il capo, e con l'altra moveva macchinalmente le forbici che le stavano dinanzi.

— E non potreste venire a dirittura alla morale della vostra storia?

— Oibò, oibò — rispose il signor Maurizio aprendola chiavetta della macchina e chinandosi alquanto a guardar con occhio di compiacenza lo spillo dorato che si precipitava nella tazza. — Protesto contro chi mi volesse togliere la parola. — E continuò: — Ugo era virtuoso ma uomo, ho detto poco fa. E quello stato cominciava a riuscirgli piuttosto imbarazzante. D'altronde a una certa età vi è una paura che assedia l'uomo: è la paura d'essere ridicolo. Ora, prendetevela col mondo finchè volete, ma non vi è dato negarmi che un giovinotto il quale si lascia sfuggire il destro d'insinuarsi nell'animo d'una bella donna passa per ridicolo presso alla grande maggioranza de' propri simili.

« — Povera Giulietta! — egli mormorò dolcemente avvicinandosele alquanto.

«Ella lo guardò, e poi gli chiese:

« — Non sarete mica così se prenderete moglie voi?

« — Se trovassi una Giulietta, no certo.

«La giovine si fece rossa rossa e vi fu un istante di silenzio. Indi balzò subitamente dalla sedia e disse:

« — Scendiamo in giardino. Sentite come fa fresco.

«Ugo la precedette officioso nell'andito, aprendo per lei l'uscio a vetri che dava sulla scaletta. Scesero entrambi.

«Ai due pilastrini dell'ultimo gradino erano due vasi di geranii. Giulietta si abbassò con la persona ad odorarne i fiori cosparsi di rugiada: i capelli bruni le svolazzavano sul collo candidissimo, le trine ondeggianti lasciavano indovinare allo sguardo le curve dilicatedel seno. Una panchina di marmo si trovava all'altro capo del giardino sotto un padiglione d'acacie. Giulietta prese là via più breve per giungervi, attraverso un praticello smaltato di margherite: l'erba era umida, ond'ella raccolse le vesti, e le tenne sollevate alquanto sopra il piede. Si assise sulla panchina e Ugo le fu vicino. Di repente cominciò a soffiare un vento gagliardo, e delle grandi masse di nubi si videro avanzarsi rapidissime sull'orizzonte. Il sole brillava per poi tornava a nascondersi un istante in uno squarcio azzurro del firmamento, poi faceva capolino di nuovo, sinchè scomparve del tutto. Gli alberi dondolavano il capo con un gemito sordo, la polvere saliva con un moto turbinoso, le gallinelle sbucando dai cespugli correvano sbigottite a ripararsi nel pollaio. Ugo e Giulietta si affrettarono a rientrare in casa: stettero in forse se prendere un'altra scaletta che metteva allo studio di Alberto, ma questi comparve sulla soglia per assicurare le imposte sbattute, e fe' loro segno che lo lasciassero ancora un poco tranquillo. Onde ritornarono dond'erano venuti, con una mano tenendosi uniti, con l'altra facendosi scudo agli occhi contro la polvere. Quand'ebbero salito i pochi gradini che conducevano al gabinettino di Giulietta, si volsero indietro un istante come per guardare l'insieme dello spettacolo.... Io non so se tutti lo provino, ma mi sembra che il trovarsi all'aperto allo scoppiare d'un uragano abbia un fascino indescrivibile... Si direbbe che la vita fisica si raddoppi. Spirar quell'aria frizzante e piena d'elettricità che v'investe la persona e gli abiti, veder tuttele cose mutar tinte e contorni secondo l'oscurarsi o schiarirsi del cielo, e il rabbonire, o l'imperversare del vento, essere, insomma, in mezzo a tutta quella commozione della natura, vi fa provare, non so perchè, un senso d'orgoglio. È un orgoglio irragionevole, lo capisco, perchè in fin dei conti non si compie menomamente un atto di coraggio, ma non sarà la sola cosa di cui non si possa rendersi ragione a questo mondo.

«I due giovani non poterono rimanere a quel mondo che pochi secondi. La temperatura s'era fatta più rigida, il cielo più buio, la pioggia sembrava imminente, e anzi aveva principiato a caderne qualche grossa goccia isolata. Si ritirarono di nuovo nello stanzino di Giulietta, e si posero un istante al davanzale della finestra, rapiti in apparenza nella scena che avevano dinanzi agli occhi, ma in fatto assorti in ben altri pensieri. Pure nemmen lì poterono trattenersi, quantunque agli ultimi lembi dell'orizzonte ricomparisse il sereno, e la pioggia avesse cessato; tanta era ancora la furia del vento.

« — Che tempo indemoniato! — disse Giulietta con un accento di vaga inquietudine.

«E si ritrasse alquanto.

« — È vero, — rispose Ugo seguendola.

«La finestra si chiuse con impeto e poco mancò che le impannate non andassero in frantumi. La rosa che Giulietta aveva intrecciata ai suoi capelli cadde a terra col gambo spezzato. Si chinò a raccoglierla, ma Ugo era stato più pronto di lei e l'aveva ghermita,dicendo: — Lasciatela a me. — Intanto l'uscio, che fino a quel punto aveva serbato un'assoluta neutralità, si serrò per propria iniziativa con grande furia e fracasso.

«Giulietta si scosse impaurita, tanto che il suo compagno stimò opportuno di sorreggerla.

«Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: — O Dio, si soffoca. — Fece alcuni passi verso la porta, smarrita, confusa; poi si arrestò ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.

« — Giulietta, Giulietta, che avete mai? — esclamò Ugo correndo a sostenerla.

«Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul divano.

« — Giulietta, Giulietta, perchè piangete? — continuò a chiedere Ugo, piegandosi su di lei, e sfiorandole con la bocca i capelli.

«Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi; quand'ecco... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia mai cacciato nei fatti altrui inondò d'un tratto la stanza.

«Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo, rizzandosi con la persona, lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli erano passatinell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà cancellare. E abbenchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto, infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro le seduzioni che ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lacrime, di voluttà, di terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: — Se tu non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. — Ugo rammenta ancora la lotta breve ma terribile ch'egli dovette durare, quando a fronte della sperata ebbrezza dei sensi, egli pensò all'ignominia di cui stava per macchiarsi sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua creatura, al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano al cuore: l'una gli diceva —osa— l'altra lo ammoniva —fuggi. — Beato lui che udì la voce più onesta, beato lui che, composto il volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, esclamar —Perdonate. — Uscì frettolosodi quella stanza senza più guardar indietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente la lettura della sua memoria sulla legislazione mineraria, facendo le viste di approvarla quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore. Il fruscio d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo impallidì, ma quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.

«Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola e guardando gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul tavolino, chiese:

« — Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina?

«Egli si girò con mezza la persona, e fisando sua moglie con faccia sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse:

« — Guarda.

« — Oh, Dio buono — esclamò Giulietta — chi vuoi che possa capir nulla in mezzo a tutti questi sgorbi?

« — E bisogna pur che capiscano — rispose Alberto — perchè questo manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.

« — Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.

« — Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho segretario.

«Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce:

« — E se mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu lodavi tanto la mia calligrafia.

«Alberto la guardò trasognato.

« — È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.

« — Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.

« — Ma parli proprio sul serio?

« — Serissimamente.

«Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole di lei, soggiunse vivamente:

«Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il mio segretario?

« — Veramente non avevo detto questo — osservò ella con grazia — ma, insomma, non voglio dire di no.

« — Ah mio caro Ugo — proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza — quando tu capiti in casa mia ogni cosa mi va a seconda.

«Ugo scrollò le spalle un po' infastidito da questo complimento, e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura con cui lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo, lo si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega. Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età non son già quelle le vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città non fanno luminarie per ricevere un esercito il quale si sia ritirato spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovinotti di venticinque a ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma il mondo è così e non lo si cambia.

«Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiungerparole sarebbe stata una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione all'accaduto.

«Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti, e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo, affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè, e de' suoi studi, e della sua crescente riputazione, e beato di poter lasciar sdrucciolare fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto; forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro. Si capiva ch'esso non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e sfumate, ma mirava invece a una meta, a uno scopo.

«Stava assai di rado nel suo antico salottino, e invece soleva trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che ormai aveva bisogno di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sulla tavola come le rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo riparare a questi guai, e rimettere i libri neiloro scaffali, e ridar pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della penna di Alberto che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.

«E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta; quella del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studi; ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità d'una volta.

«Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la mano, e gli disse:

« — Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati che tu devi esser padrino al neonato.

«Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo calmo e sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, chequel cattivo quarto d'oranon sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di sì.... Ah, cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?... Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine, se sapeste quante volte l'amico mio si è indirizzato questa domanda; se sapeste quante volte egli ha benedettoquel raggio di sole che salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza rimorso.»

La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo, si scosse, e disse con una certa emozione.

— Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?

— Cara Anna — rispose il signor Maurizio — voi avete nella vostra piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero in questi ultimi anni,Monsieur de Camors. Rileggetevi l'episodio della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito, eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e la severità dei principi bastano a salvare la donna, che è tanto meno preparata alla difesa quanto più è inconscia del male. La donna sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste, nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via allorchè stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una rocca inespugnabile.

— Or via — disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e prendendo la mano alsuo interlocutore — or via, gettiamo la maschera. Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della vostra, e vi confesso che molti degli incidenti da voi narrati, o mi sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno, la lezione io me l'ero meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta di cui parlate può avere avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà mai riluttanza a confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero. Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo finchè non diede uno scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri. È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini possono aver la lealtà del vostro Ugo...

— Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a proposito.

— Non ischerziamo: lasciatemi credere piuttosto che i due personaggi del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi sull'orlo del precipizio....

— Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'oraa questa parte? — saltò a dire il professore Everardo che aveva chiuso in quel punto una sapientissima dissertazione sull'habeas corpusinglese, e che finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.

— Oh bella — rispose sorridendo il signor Maurizio — si discorreva d'un milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua nipote ha un grandissimo torto.

— E quale, di grazia? — soggiunse Everardo, avvicinandosi.

— Quello di somigliarti;... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere una moglie.

— Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.

— Ah sì — interpose la signora Anna — da quando ella si è risolta a farti da segretario.

— E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?

— Lo farà, lo farà: vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha consigliato Maurizio.

— Pare impossibile — osservò il Professore — Maurizio con quell'affettazione di spensieratezza ha sempre de' buoni consigli da dare.

— Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote, vi avrei dato quello di non prender moglie.

— E perchè?

— Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di più accademie, insigniti di più ordini, ma non siete nati per fare i mariti. Via, non ti corrucciare — concluse il signor Maurizio, levandosi dasedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore Everardo — gli uomini grandi vedono troppo di lontano, son presbiti, e invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.

— L'ho sempre detto anch'io — osservò con gravità il commendatore Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.

— C'era da scommettere — borbottò il signor Maurizio — che l'aveva detta lui anche questa!

Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse dopo essersi raschiato in gola:

«Del resto, caro professore, io non sono certamente della vostra opinione sul carattere e le origini dell'habeas corpus....

La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di chiamare a raccolta:

— Signor Belgini, del vostrohabeas corpusparlerete un altro giorno: intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè.

Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.

Nell'uscire, Maurizio si fece all'orecchio della signora Anna e in tuono semiserio le disse:

— Ricordatevi del raggio di sole.


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