Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia apersenuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta:mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri moltivirtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste.La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seniche l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si conoscesse.Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i quali veramente la trovarono qualequel re del cantol'aveva giudicata. L'oda diceva così:Il funerale di sire Giovanni Moore.Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi trasportavamo anelanti il suocadavere su i baluardi: non soldato scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro eroe[12].A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso chiarore delle lanterne.Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello di guerra.Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e pensammo amaramente all'indomani.Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva per assalirci alla sprovvista.Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista, glireggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa americana, e avere per titolo:L'orologio di per le scale. Invitato a palesarlo, recitò:Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su la soglia pare che dica a cui passa:Sempre e mai.Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri:Sempre e mai.Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata, come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta di ogni camera si accosta, e pare che dica:Sempre e mai; mai e sempre.Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole solenni:Sempre e mai; mai e sempre.Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia, questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto:Sempre e mai; mai e sempre.Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva sentire la voce del vecchio orologio:Sempre e mai; mai e sempre.Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi? Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico risponde:Sempre e mai; mai e sempre.Quaggiùmai, eper semprelassù dove non sono cure, nè affanni, nè tempo che separa, nè morte che distrugge.Semprelassù; quaggiùmai. L'orologio dell'eternità batte indefesso:Sempre e mai; mai e sempre.E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini per copia di passione ed'immagini, comecchè svariate congiunte strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni, varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche piene di diamanti quali appena s'incontrano nelleMille ed una notte; io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile, a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama l'Invalido, e suona così:Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone scarmigliata.La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il bicchiere.Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co' capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli, antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del vecchio amico.Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le brutte bruciature che tu hai sul braccio!Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della storia del mondo.Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia bella della donna mia.Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i baiocconi di rame.Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire, pensava fra me:gatta ci cova. Chi avrebbe detto allora che io sarei stato profeta!Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido:alle armi!E la gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe picche urlando inebriata:Libertà! libertà!A cui centinaia di migliaia di voci rispondevano urlando:Libertà! libertà!Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente sul braccio questo berretto vermiglio.Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono:per la patria e per la gloria!Ci garbò il grido, e con immenso ululato ciprecipitammo dietro i passi di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui stesso trasformato in aquila.L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi: quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle onde senza fine.Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il mio braccio.L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè! noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.Perchè bene essi urlavano:pace! giustizia!maintanto mandavano in fiamme le nostre città e disertavano le campagne.Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli bianchi.Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da indi in poi non se n'è andato più via.Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono testimonianza fedele.Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro, nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei poemi di Omero.Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli lascio.E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh! rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattatoad usum Delphini.Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo ilCinque Maggiodel conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare apetto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi unvocèro[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questovocèro. Ivocèrivoi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellanomirologi; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsida lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:Or eccu la miò figliolaZitella di sedici anni,Eccula sopra la tolaDopu cusì lunghi affanni;Or eccula bestitaDe li so più belli panni.Cu li so panni più belliSe ni vole perte avà:Perchè lu signore quiNun la vole più lascià.Chi nascì pe' u ParadisuA stu mondo un po' imbecchià.O figliola, lu to visuCusì biancu e rusulatuFattu pe lu ParadisuMorte cumme l'ha cambiatu!Quando eo lo vecu cusìMi pare un sole oscuratu.Eri tu fra le miglioriE le più belle zitelle,Cumme rosa tra li fiori,Cumme luna fra le stelle:Tanto eri più bella tuAncu in mezu a le più belle.I giovani d'u paese,Quandu t'eranu in presenzaParianu fiaccule accese;Ma pieni di riverenza:Tu cun tutti eri corteseMa cun nimmu in confidenza.Nella jesa tutti quantiDall'ultimu fino a u primmuGuerdavanu sola a te,Ma tu non guerdava nimmu,E appena detta messaMi dicii: mamma partimmu.Eri cusì stimmata,E cusì piena di onore,E poi cusì addutrinataNelle cose d'u Signore:Altru che divuzioneNon ti si truvava nel core.Chi mi cunsulerà mai,O speranza di a to mamma,Avà che tu ne vaiDuve u Signore ti chiamma?Oh! perchè u' Segnore anch'elluEbbe di te tanta bramma?Ma tu ti riposi in celuTutta festa, tutta risu,Perchè unn'era degnu u munduD'avè cusì bellu visu.Oh quantu sarà più belluAvale lu Paradisu!Ma quantu pienu di affanniSarà lu mundu per me!Un ghiornu solu mille anniMi sarà pensandu a te.Domandendu sempre a tutti:La miò figliola dov'è?Oh! perchè mi strappi, morte,Da lu senu a miò figliola,E perchè di più mi lasciQuinci a pienghie sempre sola?Cosa voi ch'eo faccia quiS'ella più nun mi cunsola?Tra parenti senza affettu,Tra bicini senz'amore,S'eo cascu malata in lettuChi mi asciuverà u sudore?Chi mi derà un gottu d'acqua?Chi nun mi lascerà more?O cara la miò figliola,Pensu che sarà di meBecchia, disperata e sola,Quandu mai pudrachiù avèUn'ora di contentezza,Un mumentu di piacè!S'eu pudissi almeno moreCome tu se' morta tu,O speranza di u miò core,E po' anch'eo piglià all'insùE truvatti; e sta cun tecuSenza perderti ma' più!Prega dunque lu SignoreChe mi cacci via di qui,O speranza d'u miò core;Ch'eo non possu sta cusì:Altrimenti u miò duloreUn pudrà mai più finì.Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, nientemanca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo diregladiatorio. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare:a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento:Excelsior!Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitatoil Paternostro di San Giuliano, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.
Quante volte comparisce un libro di poesia fra noi lo dobbiamo salutare stella mattutina promettitrice di giorno glorioso; e laddove il libro parli di amore, deh! non vi dia fastidio l'abbondanza di amore, conciossiachè ben comincia chi su l'alba del suo ingegno arde qualche grano d'incenso su l'ara della Venere celeste; lì presso vivono le Grazie, ed egli verrà propiziandosele per via di quel suo sagrificio offerto con mente pura: ora chi non ha amiche le Grazie non presuma salire in fama qualunque scienza intenda coltivare, fosse anco quella di Euclide. Trista però è la stella che nasce e tramonta nello emisfero dello amore; a mano a mano che salisce l'erta dei cieli, forza è che raddoppiando colla luce il calore più largamente e più intensamente illumini e scaldi. Poche poesie liriche abbiamo noi altri Italiani che parlino di altro che di affetti femminili, e fra queste le famose scarsissime: a parte la miseria delle condizioni pubbliche, la quale in tempi barbari seppe ispirare persino ai rudi monaci sassoni lamentazioni da non disgradarne a petto di quelle di Geremia; qui male si fanno parlare le Muse di famiglia, di fortune private, di necessità, di malattie spirituali; di tutto quanto insomma agita l'umano consorzio. Giuseppe Giusti dotò il paese di liriche satiriche ed accrescendo il nostro retaggio di poesia apersenuovi e fecondissimi sentieri: a noi però non apparisce la ragione per la quale altri non ce lo abbia seguitato. Forse atterrì l'altezza alla quale egli seppe condurre questa maniera di poesia e il terso stile; però il cerchio del poeta comparisce adesso dilatato, che i casi succedentisi di giorno in giorno dissuadendo il riso si accostano al gemito di Geremia, per quindi trascorrere al furore di Ezechielle, od allo entusiasmo dell'Apocalisse, conciossiachè parrebbe che non dovesse farsi attendere troppo il tempo in cui l'angiolo con voce magna griderà al figlio dell'uomo che siede incoronato sopra il suo trono tenendo in mano una gran falce acuta:mena giù la tua falce e mieti, che l'ora del mietere è venuta, e la messe è secca davanti la faccia del sole. E per la parte dello stile, quantunque il Giusti molto abbia fatto ricercando argutamente l'eleganze dello idioma materno, ciò non toglie che non si possa fare anche più, apparendo or qua or là in taluna delle sue scritture un certo tal qual intralciamento; chè la semplicità in lui non era spontanea, bensì con indefesso studio conseguita: e per fermo se da un lato senza molto studio non si arriva all'eccellente nelle arti, dall'altro però bisogna dire che il soverchio lascia vestigia di stentatezza nelle opere; così, comecchè magnificentissime apparissero le orazioni di Ortensio e di Crasso, tuttavolta fino dai loro tempi per testimonianza di Cicerone solevano dire che sapevano di lucerna. Altri moltivirtuosamente in altre maniere si adoperarono, ma mentre la nostra letteratura, mercè lo eloquio soave dovrebbe essere ricca di tale poesia, non solo al paragone degli altri popoli, ma in astratto apparisce oltre ogni credere grama. Gl'Inglesi, i Tedeschi, gli Scandinavi, gli Spagnoli possiedono a ribocco illustri canti così antichi come moderni di avventure, di gesti eroici, di casi fortunosi, i quali hanno virtù di commovere altamente il popolo che ne fa sua delizia. Presso noi niente di questo: pii deliri paionci quelli di rimettere in onore gl'inni di san Francesco e le seguenze d'Iacopone da Todi; ma lasciamo di loro, e che dovremo dire di Guittone di Arezzo, di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di altri cotali; anzi pure delle canzoni dello stesso Alighieri? In cotesti versi tutto parla, la teologia, l'astronomia, la fisica, la metafisica e via discorrendo; una sola cosa per ordinario vi tace, il cuore e quel verace ridondante affetto che trasportando sublima: però i popoli li tengono a fastidio, e gli studiosi nel prenderne notizia hanno a combattere un senso di sazietà che s'impadronisce di loro. Gl'Inglesi e gli Americani vantano poeti pastori, fabbri, calzolai, i quali non già come tra noi, indossata la giubba del dì delle feste, si recano in Parnaso, diventando coda di leone da capo di botta che erano prima: bensì convitando le Muse nelle loro officine, con molte lusinghe le inducono a trattare gli arnesi fabbrili con le mani nudrite d'icore celeste.La libertà del commercio destò uno stormo di cigni popolani, un altro la riforma elettorale; forse un terzo sta per destarsi a cagione del taglio dello stretto di Suez avversato dal Palmerston con più caparbietà che sapienza. La Musa italiana procede schifiltosa, teme scottarsi e bruttarsi le dita toccando gli arnesi del fabbro; anche in campagna ostenta modi non pure urbani, ma cortigianeschi, nè sa cantare un rispetto villereccio se non lo spolverizza col fiore di farina comperato alla canova della Crusca. Che se vogliamo trovare qualche cosa da contrapporre a queste poesie civili, ecci mestieri ridurci in qualche alpe remota dove prorompono dal vivo masso poesie ed acqua del pari schiette e del pari ignorate, o in qualche paese lontano che non piegò la testa sotto le forche caudine della nostra pretesa civiltà.
Come nella vita attiva un fatto vale più di cento parole, così nelle discipline speculative un esempio vince in bontà qualsivoglia insegnamento, massime nelle poetiche, dove per precetti non riescirai mai a esplicare intero il tuo pensiero, nè altri potrà concepirlo; ond'è che per noi si domanda licenza di raccontare un caso, il quale confidiamo che, come atto ad allietare l'aridità dei raziocinii, così conferisca a farci comprendere meglio che non ci verrebbe concesso in diversa maniera.
Immaginate due archi congiunti insieme con una delle parti estreme, e questi archi dilatarsi di parecchie miglia, voi avrete idea di due seniche l'isola di Corsica fa dirimpetto alla Italia, l'uno a sinistra termina con la punta del Capo Sacro, quello a destra con la foce del Golo, di qua il Capo Corso rigido per ardui colli, brulli in cima, da mezza costa in giù chiomati di olivi di ombra mesta più che altrove, fitti, intricati nei moltiplici rami così da diventare paurosi come altrettanti capi di Medusa seminati costà; e casolari sospesi a scogli, dove parrebbe non si potessero reggere a brucare le capre: ville più popolose immerse quasi nella marina, talchè dalle finestre di talune si pesca: di là la inamabile città di Bastìa, e dietro la Bastìa, la bella pianura di Biguglia, i colli placidi, lo stagno immenso di Chiurlino, clima beato, suolo fecondo, e che potrebbe per molti conti tenerci luogo di paradiso terrestre se non si opponessero la poca solerzia (chè dire trascuranza degli uomini da un pezzo in qua non sarebbe giusto) e l'aere pestifero che esala lo stagno: il punto nel quale si congiungono gli archi forma quasi un promontorio quinci e quindi battuto dal mare, e sul promontorio sorge una casa isolata, asilo maraviglioso ai cuori feriti se avesse copia, come pur troppo patisce scarsezza di ombre e di acque; molto più che dinanzi a lei stanno l'Elba, Montecristo, la Capraia ed altre isole minori, a mo' di branco di foche che si spassino nelle acque tirrene: più oltre in anfiteatro le vette dei colli etruschi e dei liguri, donde ne viene il presagio dei tempi foschi e dei sereni.
Su la terrazza di questa villa, certa sera di state stavano raccolti taluni toscani e taluni côrsi lasciando vagare lo spirito loro in balìa di vari ragionamenti, come le nuvole che in quel momento dondolavano ai fiati vespertini per lo azzurro dei cieli. Di cosa in cosa il discorso venne a fermarsi sopra la povertà dei lirici civili in Italia, e sopra le cause di questa inopia; quindi con naturale trapasso l'uno l'altro interrogava quale fosse per suo avviso la migliore lirica che da lui si conoscesse.
Il primo, cultore appassionato del Byron, così rispose: — Cose note favello, ma se non so dirvene delle nuove non è mia la colpa. Voi rammenterete i colloqui del capitano Medwin avuti col Byron, quando ei si condusse a visitarlo a Pisa. Or be': fra loro ed altri compagni certa volta accadde di ragionare sul proposito che adesso ci è capitato dinanzi; chi dava la palma a Coleridge, chi a Moore, chi a Campbell; il Byron affermò non conoscere oda che superasse quella composta da incerto poeta intorno la morte di sire Giovanni Moore, e la recitò agli amici, i quali veramente la trovarono qualequel re del cantol'aveva giudicata. L'oda diceva così:
Il funerale di sire Giovanni Moore.
Il funerale di sire Giovanni Moore.
Non fu sentito un tamburo, non un canto funerale, mentre noi trasportavamo anelanti il suocadavere su i baluardi: non soldato scaricò l'ultimo addio sopra la tomba dove seppellimmo il nostro eroe[12].
A mezza notte squallidamente lo seppellimmo, scavando la terra colle baionette, al dubbio lume della luna velata di caligine, al fumoso chiarore delle lanterne.
Noi non chiudemmo il suo cadavere dentro inutile cassa; bastò un lenzuolo: egli giacque come dorme il soldato, avvolto nel suo mantello di guerra.
Brevi le preghiere che proferimmo, verun rammarichio proruppe dalle nostre labbra; solo fissammo i nostri occhi su la faccia del morto, e pensammo amaramente all'indomani.
Pensammo, mentre lo componevamo nella stretta fossa ed acconciavamo il suo solingo guanciale, che in breve calpesterebbe la sua testa il nemico straniero, e noi pressava la necessità di allontanarci sul mare.
Egli dirà vituperio a cotest'anima che aperse le ale; egli ne oltraggerà le fredde ceneri: lui avventuroso! se lo lasceranno dormire tranquillo nel sepolcro dove i suoi compatriotti lo hanno deposto!
Appena avevamo compita la metà del nostro ufficio che suonò l'ora della partenza, ed il rombo del cannone ci fece accorti che il nemico veniva per assalirci alla sprovvista.
Tristi e dolenti ci affrettammo a coprire di terra lo eroe insanguinato e rapito ai campi dei suoi gesti: non gli tracciammo un motto, non gli levammo una pietra: noi lo lasciammo solo con la sua gloria.
L'ora del tempo che imbruniva contribuì a dare risalto alla profonda melanconia di cotesta oda; però non istette guari che un altro degli amici, commendando come meritava la poesia, pretese poterle contrapporre un altro canto, il quale, secondo lui, lo superava, o alla più trista, glireggeva il paragone: aggiunse venirci d'oltre Oceano, figlio di Musa americana, e avere per titolo:L'orologio di per le scale. Invitato a palesarlo, recitò:
Poco innanzi al sentiero che mena al villaggio si trova il vecchio castello: altissimi pioppi di qua e di là ne guardano il portone, e l'orologio antico posto sul pianerottolo della prima scala visto di su la soglia pare che dica a cui passa:Sempre e mai.
Eccolo lì in capo della prima scala con le sue lunghe dita di ferro di dietro alla grave cappa di quercia alterna cenni misteriosi come il frate, il quale per di sotto la veste di bigello si fa il segno della croce e sospira: poi con suono lugubre saluta i passaggeri:Sempre e mai.
Mentrechè il giorno dura, l'antico orologio manda fuori la voce abbastanza soave, ma durante la notte casca giù con misura avvicendata, come un passo che alternando desti l'eco nelle sale solitarie. Pei soffitti, su i pavimenti cotesto passo corre, e da per tutto. Alla porta di ogni camera si accosta, e pare che dica:Sempre e mai; mai e sempre.
Traverso i giorni della gioia e dello affanno; traverso quelli delle nascite e delle morti; traverso le fuggevoli vicende che il tempo muta perpetuamente, egli solo invariabile ripete senza posa le parole solenni:Sempre e mai; mai e sempre.
Un dì in questa casa l'ospitalità aveva messo stanza: immensi fuochi dentro il focolare crepitavano; qualunque straniero vi capitasse sedeva a mensa convitato; ma pari allo scheletro dei festini di Babilonia, questo simbolo del tempo che consumandosi consuma avvertiva irrequieto:Sempre e mai; mai e sempre.
Costà gruppi di bimbi folleggiando ruzzavano: là le ragazze porgevano ascolto pensose ai lusinghieri favellii dei dami: da questa camera uscì nella notte nuziale la sposa bianco vestita: giù in quello androne muto stettero distesi i morti ravvolti dentro il lenzuolo di neve: poi, in mezzo al silenzio che tiene dietro alle preghiere dei morti, si faceva sentire la voce del vecchio orologio:Sempre e mai; mai e sempre.
Tutti adesso andarono dispersi; chi si accasò, chi morì, e quando nel fondo del cuore amareggiato io domando: dove e come si troveranno essi? Vedremo tornare un'altra volta i giorni che passarono? Il pendolo antico risponde:Sempre e mai; mai e sempre.
Quaggiùmai, eper semprelassù dove non sono cure, nè affanni, nè tempo che separa, nè morte che distrugge.Semprelassù; quaggiùmai. L'orologio dell'eternità batte indefesso:Sempre e mai; mai e sempre.
E il terzo amico a sua volta favellò: belli questi canti, anzi divini per copia di passione ed'immagini, comecchè svariate congiunte strettamente al soggetto, ed a questi che ricordaste del Wolfe britanno e del Longfellow americano potrebbonsi aggiungere a cento a cento altri non meno portentosi; però importa che voi notiate che se i Sassoni non lasciarono agl'Inglesi la loro lingua intera, che questa ebbero a spartire co' Normanni; quanto a sentire, il sangue sassone primeggia; e in ogni caso anco i Normanni venivano da tramontana: ond'è che se per affetti ed eloquio derivano dalla contrada immensa che si chiama Alemagna, non vi parrà cosa strana nè forte se io vi affermi cotesta terra possedere due cotanti più poeti lirici così antichi come moderni, varii, moltiplici e tutti sublimi: ve ne ha taluni aerei quasi fiocco di nebbia che scivoli traverso il disco della luna, ve ne ha dei caldi da digradarne il reverbero del sole su le sabbie del deserto, ve ne ha dei precisi quanto le pitture domestiche dei fiamminghi; insomma vasche piene di diamanti quali appena s'incontrano nelleMille ed una notte; io ve ne dirò una del conte Alessandro d'Aversperg austriaco, notabile, a parer mio, pel modo nuovo col quale ci dipinge la storia di trent'anni di vicissitudini che capovolsero il mondo: udite; questo canto si chiama l'Invalido, e suona così:
Nel prato dirimpetto all'osteria siede il povero veterano; colà ei narra sovente battaglie e vittorie, e qualche volta canta una canzone scarmigliata.
La gioventù turbolenta del villaggio lo circonda seduta su l'erba: le zitelle dalla guancia vermiglia badano a tenergli sempre pieno il bicchiere.
Un ragazzo gli sta cavalcioni sopra le ginocchia e si trastulla co' capelli grigi e le basette di lui: due altri montano la guardia col bastone e la sciabola che hanno preso al veterano.
Il maestro di scuola del villaggio, il Dionigi tiranno dei fanciulli, antichissimo compagno dello invalido, siede a sua posta allato del vecchio amico.
Di un tratto il veterano si tira su le maniche del vestito, e dice: orsù io vo' raccontarvi una storia, date retta, ragazzi! E i ragazzi, vedendo il braccio ignudo, strepitosi schiamazzano intorno al vecchio: Oh! le brutte bruciature che tu hai sul braccio!
Ed io mi fo capace di spiegarvi questi segni che vi ammonisco a rispettare, però che essi, vedete, raccontano una buona metà della storia del mondo.
Io passai i primi anni sul margine della Loira tutto fiori; colà un dì la pace parve che mi volesse sorridere giocondamente sopra la faccia bella della donna mia.
Conciossiachè sul margine della Loira tutto fiori, voi avete a sapere che una donzella leggiadra mi promettesse amore: allora io feci incidere per bene questo coricino sul mio braccio e circondarlo da due nomi.
In quel torno andando fino a Parigi riconobbi di colta il Re, quantunque io non avessi contemplato la sua degna faccia, eccettochè sopra i baiocconi di rame.
Più volte m'era venuto fatto di domandare a che diacine rappresentassero del Re su i baiocconi la testa sola. E poichè veruno me lo sapeva dire, pensava fra me:gatta ci cova. Chi avrebbe detto allora che io sarei stato profeta!
Un giorno per valli e per monti rimbombò il grido:alle armi!E la gente mezzo ignuda, tratta fuori di sè, corse sotto le bandiere!
E dimenava i berretti rossi come lingue di sangue in cima a lunghe picche urlando inebriata:Libertà! libertà!A cui centinaia di migliaia di voci rispondevano urlando:Libertà! libertà!
Il suono di questa parola mi solleticò forte l'orecchio, onde io mi resi soldato: allora in gaggio di amistanza m'impressero col ferro rovente sul braccio questo berretto vermiglio.
Un altro giorno poi passò davanti alle nostre file certo uomo pallido e arcigno, il quale ci chiese se gli volevamo obbedire: noi non gli rispondemmo sì nè no: egli prese a comandare, e noi gli andammo dietro.
Sopra la destra potente egli portava un'aquila orgogliosa, e dopo avercela mostrata gridò con voce che ci parve un tuono:per la patria e per la gloria!
Ci garbò il grido, e con immenso ululato ciprecipitammo dietro i passi di lui; egli trascorreva così veloce che qualche volta credemmo lui stesso trasformato in aquila.
L'aquila incominciò ad aliare da mettere spavento: appena si posò un attimo in Africa su le piramidi, in Russia sul palazzo delli Tzari, in Vienna sul campanile di Santo Stefano, in Roma sul Vaticano: ma dove più le piacque fermarsi fu in cima alle torri di Nostra Donna a Parigi: quinci tuffava giù gli occhi sopra il fiume dei popoli — fiume dalle onde senza fine.
Fra lo strepito dei cannoni, dei comandi sul campo e dei canti trionfali nelle città, io incisi con la punta della spada quest'aquila sopra il mio braccio.
L'aquila dalle ali poderose un bel giorno ci sparve davanti. — Ohimè! noi non la rivedemmo più; l'aquila sparì per sempre.
Subito dopo turbe di stranieri ci calarono addosso da tutte le parti e fu quasi un diluvio di nemici, — e non pertanto da galantuomo! io li conosceva tutti da un pezzo — ci eravamo veduti spesso su i campi di battaglia a mezzogiorno, a levante ed a tramontana.
E tutte queste turbe raccolte insieme andavano urlando: pace! Correvano anni parecchi che questo grido usciva da casa loro; ma allora ce lo rinnovarono con tale suono di voce che ci parve curioso.
Perchè bene essi urlavano:pace! giustizia!maintanto mandavano in fiamme le nostre città e disertavano le campagne.
Costoro con la punta insanguinata della spada gettavano all'aria copia di palme, e dalla gola dei cannoni ci lanciavano nuvoli di gigli bianchi.
Uno di cotesti gigli infiammato mi cascò sul braccio, e, come vedete, da indi in poi non se n'è andato più via.
Per questo modo io porto sul braccio metà della storia del mondo. Questo cuore, questo berretto, questa aquila e questo giglio ve ne porgono testimonianza fedele.
Il berretto da molto tempo fu messo in brani: l'aquila se n'è salita diritta al sole; i gigli anch'essi appassirono nel modo istesso che questo coricino un certo giorno mi scivolò per terra e si ruppe.
Adesso istituisco mio erede il Re: egli rederà questo braccio rabescato di figure strane; gli raccomando a custodirselo dentro uno stipo di oro, nè più nè meno di quello che ho inteso costumasse fare Alessandro dei poemi di Omero.
Alessandro è fama non preterisse giorno senza leggerne un verso; io raccomando al mio Re adoperare lo stesso col mio libro di storia che gli lascio.
E adesso, maestro, che ti par egli del mio libro di storia? — Eh! rispose il maestro, purgato e corretto mi pare adattatoad usum Delphini.
Certo vecchio Côrso, cultore felice e innamorato della Musa italiana, dacchè la dea non senza molto rammarico lascia cotesta isola, e gettandovi dietro uno sguardo infuocato ne accende di tratto in tratto qualche anima degna di sentirla e di significarla, pianamente favellò:
— Certo cotanto non ardì la Musa nostra, e nuovi modi mi paiono questi, degni veramente di molta considerazione. Però non è vero che di questa maniera poesie difettiamo noi, piuttosto è vero che delle note ne possediamo poche e delle notissime anco meno: ciò in parte colpa dei poeti che schivano esercitarvisi, parte, come credo, per la soverchia schifiltà della lingua, il verso troppo breve, la rima tiranna. Fra le note pongo ilCinque Maggiodel conte Manzoni, ed a ragione non diventò notissima perchè arduo a comprendersi il principio, e compreso invenusto, parole lontane dall'uso del popolo, anzi dalla lingua italiana, così ch'egli ebbe o volle mutuarle dalla latina, e qua e là immagini, se non nel concepimento, certo nella espressione contorte: senza queste mende la si potrebbe contrapporre a qualsivoglia oda straniera, sicuri di non restare vinti al paragone: ma che andiamo noi cercando altrove? La poesia popolare cerchisi fra il popolo, e presso di lui anche noi la troveremo; ed io vo' che sappiate che se un ingegno arguto si accingesse a siffatta raccolta, noi altri Côrsi saremmo primi o fra i primi a contribuire con poesie da stare apetto con le più reputate. — Siccome gli ascoltanti, increspando le labbra, pareva piuttosto compatissero cotesto eccesso di patrio zelo che credessero al vanto, il vecchio aggiunse: — Nè da quello che dissi dibatto un iota; in prova di che ecco io voglio recitarvi unvocèro[13], il quale se quanto a immagini impallidisce a fronte delle vostre ode, le supera lunga pezza di affetto; imparatelo a mente, posatevi a poco a poco lo spirito, e troverete che come l'uomo, il quale torna più spesso a contemplare le madonne del Raffaello vie più sempre se ne innamora, così vi accadrà, recitandolo, di questovocèro. Ivocèrivoi sapete che sieno, e se nol sapete, in breve vi dirò io: sono canzoni funebri cantate da amici o da parenti sopra il morto innanzi che lo portino via di casa: la più parte dei popoli chiamati barbari conobbero e conoscono simili nenie: i Greci anco ai dì nostri gli appellanomirologi; di eterna bellezza quello di Andromaca sopra il capo di Ettore. Ora immaginate voi una povera vedova, madre di unica figliuola, stella della pieve, pupilla degli occhi suoi, che se la vede morta stesa su la tola, ornata di fiori, vestita delle sue più vaghe vesti, sul punto di esserle portata via per sempre... capite! per sempre, e che innanzi di staccarsida lei sfoghi l'angoscia che le passa l'anima, voi certo penserete nel duro caso che possano profferirsi accenti mirabili: sentite adesso se questi accenti prorotti dal cuore di Dariola Danesi sopra la salma della sua figliuola Romana corrispondano alla vostra aspettativa:
Or eccu la miò figliolaZitella di sedici anni,Eccula sopra la tolaDopu cusì lunghi affanni;Or eccula bestitaDe li so più belli panni.Cu li so panni più belliSe ni vole perte avà:Perchè lu signore quiNun la vole più lascià.Chi nascì pe' u ParadisuA stu mondo un po' imbecchià.O figliola, lu to visuCusì biancu e rusulatuFattu pe lu ParadisuMorte cumme l'ha cambiatu!Quando eo lo vecu cusìMi pare un sole oscuratu.Eri tu fra le miglioriE le più belle zitelle,Cumme rosa tra li fiori,Cumme luna fra le stelle:Tanto eri più bella tuAncu in mezu a le più belle.I giovani d'u paese,Quandu t'eranu in presenzaParianu fiaccule accese;Ma pieni di riverenza:Tu cun tutti eri corteseMa cun nimmu in confidenza.Nella jesa tutti quantiDall'ultimu fino a u primmuGuerdavanu sola a te,Ma tu non guerdava nimmu,E appena detta messaMi dicii: mamma partimmu.Eri cusì stimmata,E cusì piena di onore,E poi cusì addutrinataNelle cose d'u Signore:Altru che divuzioneNon ti si truvava nel core.Chi mi cunsulerà mai,O speranza di a to mamma,Avà che tu ne vaiDuve u Signore ti chiamma?Oh! perchè u' Segnore anch'elluEbbe di te tanta bramma?Ma tu ti riposi in celuTutta festa, tutta risu,Perchè unn'era degnu u munduD'avè cusì bellu visu.Oh quantu sarà più belluAvale lu Paradisu!Ma quantu pienu di affanniSarà lu mundu per me!Un ghiornu solu mille anniMi sarà pensandu a te.Domandendu sempre a tutti:La miò figliola dov'è?Oh! perchè mi strappi, morte,Da lu senu a miò figliola,E perchè di più mi lasciQuinci a pienghie sempre sola?Cosa voi ch'eo faccia quiS'ella più nun mi cunsola?Tra parenti senza affettu,Tra bicini senz'amore,S'eo cascu malata in lettuChi mi asciuverà u sudore?Chi mi derà un gottu d'acqua?Chi nun mi lascerà more?O cara la miò figliola,Pensu che sarà di meBecchia, disperata e sola,Quandu mai pudrachiù avèUn'ora di contentezza,Un mumentu di piacè!S'eu pudissi almeno moreCome tu se' morta tu,O speranza di u miò core,E po' anch'eo piglià all'insùE truvatti; e sta cun tecuSenza perderti ma' più!Prega dunque lu SignoreChe mi cacci via di qui,O speranza d'u miò core;Ch'eo non possu sta cusì:Altrimenti u miò duloreUn pudrà mai più finì.
Or eccu la miò figliolaZitella di sedici anni,Eccula sopra la tolaDopu cusì lunghi affanni;Or eccula bestitaDe li so più belli panni.
Or eccu la miò figliola
Zitella di sedici anni,
Eccula sopra la tola
Dopu cusì lunghi affanni;
Or eccula bestita
De li so più belli panni.
Cu li so panni più belliSe ni vole perte avà:Perchè lu signore quiNun la vole più lascià.Chi nascì pe' u ParadisuA stu mondo un po' imbecchià.
Cu li so panni più belli
Se ni vole perte avà:
Perchè lu signore qui
Nun la vole più lascià.
Chi nascì pe' u Paradisu
A stu mondo un po' imbecchià.
O figliola, lu to visuCusì biancu e rusulatuFattu pe lu ParadisuMorte cumme l'ha cambiatu!Quando eo lo vecu cusìMi pare un sole oscuratu.
O figliola, lu to visu
Cusì biancu e rusulatu
Fattu pe lu Paradisu
Morte cumme l'ha cambiatu!
Quando eo lo vecu cusì
Mi pare un sole oscuratu.
Eri tu fra le miglioriE le più belle zitelle,Cumme rosa tra li fiori,Cumme luna fra le stelle:Tanto eri più bella tuAncu in mezu a le più belle.
Eri tu fra le migliori
E le più belle zitelle,
Cumme rosa tra li fiori,
Cumme luna fra le stelle:
Tanto eri più bella tu
Ancu in mezu a le più belle.
I giovani d'u paese,Quandu t'eranu in presenzaParianu fiaccule accese;Ma pieni di riverenza:Tu cun tutti eri corteseMa cun nimmu in confidenza.
I giovani d'u paese,
Quandu t'eranu in presenza
Parianu fiaccule accese;
Ma pieni di riverenza:
Tu cun tutti eri cortese
Ma cun nimmu in confidenza.
Nella jesa tutti quantiDall'ultimu fino a u primmuGuerdavanu sola a te,Ma tu non guerdava nimmu,E appena detta messaMi dicii: mamma partimmu.
Nella jesa tutti quanti
Dall'ultimu fino a u primmu
Guerdavanu sola a te,
Ma tu non guerdava nimmu,
E appena detta messa
Mi dicii: mamma partimmu.
Eri cusì stimmata,E cusì piena di onore,E poi cusì addutrinataNelle cose d'u Signore:Altru che divuzioneNon ti si truvava nel core.
Eri cusì stimmata,
E cusì piena di onore,
E poi cusì addutrinata
Nelle cose d'u Signore:
Altru che divuzione
Non ti si truvava nel core.
Chi mi cunsulerà mai,O speranza di a to mamma,Avà che tu ne vaiDuve u Signore ti chiamma?Oh! perchè u' Segnore anch'elluEbbe di te tanta bramma?
Chi mi cunsulerà mai,
O speranza di a to mamma,
Avà che tu ne vai
Duve u Signore ti chiamma?
Oh! perchè u' Segnore anch'ellu
Ebbe di te tanta bramma?
Ma tu ti riposi in celuTutta festa, tutta risu,Perchè unn'era degnu u munduD'avè cusì bellu visu.Oh quantu sarà più belluAvale lu Paradisu!
Ma tu ti riposi in celu
Tutta festa, tutta risu,
Perchè unn'era degnu u mundu
D'avè cusì bellu visu.
Oh quantu sarà più bellu
Avale lu Paradisu!
Ma quantu pienu di affanniSarà lu mundu per me!Un ghiornu solu mille anniMi sarà pensandu a te.Domandendu sempre a tutti:La miò figliola dov'è?
Ma quantu pienu di affanni
Sarà lu mundu per me!
Un ghiornu solu mille anni
Mi sarà pensandu a te.
Domandendu sempre a tutti:
La miò figliola dov'è?
Oh! perchè mi strappi, morte,Da lu senu a miò figliola,E perchè di più mi lasciQuinci a pienghie sempre sola?Cosa voi ch'eo faccia quiS'ella più nun mi cunsola?
Oh! perchè mi strappi, morte,
Da lu senu a miò figliola,
E perchè di più mi lasci
Quinci a pienghie sempre sola?
Cosa voi ch'eo faccia qui
S'ella più nun mi cunsola?
Tra parenti senza affettu,Tra bicini senz'amore,S'eo cascu malata in lettuChi mi asciuverà u sudore?Chi mi derà un gottu d'acqua?Chi nun mi lascerà more?
Tra parenti senza affettu,
Tra bicini senz'amore,
S'eo cascu malata in lettu
Chi mi asciuverà u sudore?
Chi mi derà un gottu d'acqua?
Chi nun mi lascerà more?
O cara la miò figliola,Pensu che sarà di meBecchia, disperata e sola,Quandu mai pudrachiù avèUn'ora di contentezza,Un mumentu di piacè!
O cara la miò figliola,
Pensu che sarà di me
Becchia, disperata e sola,
Quandu mai pudrachiù avè
Un'ora di contentezza,
Un mumentu di piacè!
S'eu pudissi almeno moreCome tu se' morta tu,O speranza di u miò core,E po' anch'eo piglià all'insùE truvatti; e sta cun tecuSenza perderti ma' più!
S'eu pudissi almeno more
Come tu se' morta tu,
O speranza di u miò core,
E po' anch'eo piglià all'insù
E truvatti; e sta cun tecu
Senza perderti ma' più!
Prega dunque lu SignoreChe mi cacci via di qui,O speranza d'u miò core;Ch'eo non possu sta cusì:Altrimenti u miò duloreUn pudrà mai più finì.
Prega dunque lu Signore
Che mi cacci via di qui,
O speranza d'u miò core;
Ch'eo non possu sta cusì:
Altrimenti u miò dulore
Un pudrà mai più finì.
Causa d'insegnamento perenne il teatro, come di lunga meditazione. Molti in varia maniera vi scrissero sopra, e certo i pericoli dello esporre le passioni domestiche ci parvero sempre gravi; egli è ben vero che per ordinario il poeta mette il segno a mostrarci come queste passioni, se trasmodate continuino la corsa scarmigliata, rovinino, e come o a mezza corsa contenendosi, e stornando in tempo ed anco fuori di tempo, valgano a confermare o restituire con la quiete dell'animo proprio la estimazione altrui; nè il poeta ai giorni nostri potrebbe adoperare diversamente, costumando gli uomini prendersi cura tenerissima delle apparenze, quanto più si discostano dalla sostanza della virtù; ma a che pro questo? La esperienza chiarisce che il sangue risente maggiore spinta al disordine dello spettacolo della passione sfrenata, che l'anima valore a contenersi dal pentimento di quella. Forse gioverebbe mantenere i drammi alquanto appartati dal vero, e per così dire dentro certe forme convenzionali: a ciò siamo condotti per analogia dal vedere come nelle arti che imitano la natura fisica dell'uomo ci percuota maravigliando lo aspetto di una statua condotta da valoroso maestro, e ci spaventi il simulacro di cera. Ora come succede questo? Forse rassomiglia il simulacro di marmo e quello di cera apparisce deforme? Al contrario perfetta è la riproduzione del vero nella immagine di cera, uguali i capelli, gli occhi, le labbra, nientemanca, perfino le palpebre e il tessuto dei vasi linfatici; che più? lo stesso moto degli occhi. Invece la statua di marmo rammenta bene l'originale, ma tale e quale non lo effigia. Donde parrebbe potersi ricavare questa regola che come nelle belle arti il preciso ritratto del corpo infastidisce, così nella poesia drammatica il troppo puntuale sponimento della passione nuoca. Ancora, se vogliamo favellare col cuore in mano, lo scopo che affermano proporsi la commedia, ch'è quello di emendare, castigando, i costumi, se vogliamo favellare sincero, è precetto rugginoso, rimasto dentro le poetiche come un mangano dei tempi di mezzo in qualche museo di armi. Amore, e sempre amore, argomento dei drammi, il quale partorisce diletto più acuto quanto più si manifesta, o immane, o scellerato, o furbesco, di ogni maniera insomma, purchè fuori del consueto, e se non paresse troppo grande traslato, vorremmo diregladiatorio. Fra tanto deviamento di scopo del poeta teatrale ci parve sempre degno di molta commendazione Vittore Hugo, il quale co' suoi drammi si propose persuadere una verità confortante davvero, ed è che alla creatura umana comunque sprofondata nel delitto e nel vituperio rimarrà sempre aperta la via della redenzione quante volte o conservi o le sorga nell'anima un alto e puro affetto. S'egli abbia conseguito sempre il suo assunto, o se altri il potesse più e meglio di lui ci asterremo cercare:a noi basti averlo proposto ad esempio. Presso noi il teatro, se veracemente intende assumere le parti di educatore (e se lo vuole lo può), badi a provvedere al massimo nostro bisogno: bisogno supremo nostro non istà nello ingannare zii avari, tutori gelosi, sbertare arcifanfani e via discorrendo; i vizi che adesso ci fanno guerra sono ipocrisia, viltà, frivolezza, ignoranza di domestiche storie, amore di patria nessuno, la turpe gara dei debiti e dei fallimenti con la ostentazione del lusso corruttore di ogni buono ordinamento vuoi domestico o vuoi pubblico.
Siccome queste parole s'indirizzano a cui, se vuole, saprà troppo bene comprenderle, così le cesseremo raccomandandogli sopra tutto a non disperare mai e a non fermarsi un momento:Excelsior!
Hanno detto che la Buona fede, bandita dalla terra, dovrebbe refugiarsi nel cuore dei re. Se fosse o no per trovarcisi ad agio anco dopo avere recitatoil Paternostro di San Giuliano, ora qui non fa mestieri indagare; questo è certo però che la speranza, mandata fuori dall'anima del poeta nel dì del finimondo, vi ritorna col ramo di olivo; il giorno in cui non vi ritornerà più, le stelle chiuderanno le palpebre, e le tenebre si distenderanno su l'universo come il tappeto nero sopra la bara del morto.