LETTERAAPIETRO ELLERO(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena di morte.)Mio riverito signore ed amico,La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto, in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese, che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò meritamente fama di munificentissimo.Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomentoscarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto; ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco. Valga il vero, o che ha che fare lasentinella con l'uomo? Alla prima furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si accampino contro la tua esistenzain acie ordinata, come scrive il re David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la sentinella davvero non si comprende.Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora, non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie, voluto sopprimere leSouttie, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietassela pena di morte come sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia. I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto. Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici, che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì, come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona, respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno propiziando a Mercurio, che con leneviaggio la conducesse agl'Inferi. Io non ho letto i libri sacri degl'Indus, bensì trovo in parecchi luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire migliore del vivere. —Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, idiluvi o i vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni, che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria fatto impedimento il non potere.Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del Demonio infermodel male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra, o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è Dio.Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzioumano ha facoltà di affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi; ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma, diceva:«Sicchè l'alta vendetta è già matura,Che fa dolce di Dio nel suo segretoL'ira.....Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:«. . . . . la sofferta ingiuriaChiama da lungi la seconda offesa.Il filosofo non si ha da gingillare con equivoci di parole, e tu il debito che contrae il colpevole verso la società, e l'obbligo che corre a questa di farglielo pagare, o chiami vendetta, o castigo, o in quale altro modo tu il chiami fie sempre il compenso al male fatto. Ancora io penso che se il singolo cittadino possiede facultà di perdonare, questa manchi al Magistrato, sia pure supremo; e vi ha chi disse la grazia bellissimo fiore della corona reale, mentre all'opposto è ingiustizia enorme. Le leggi barbare davano ai parenti dello ucciso e del mutilato un diritto, ed era il prezzo del sangue, che la legge indicava; il reo l'offeriva, e non poteva ricusarsi dagli altri; ciò parve enorme, ed era; perocchè nel delitto si abbiano a considerare due offese; una al cittadino e l'altra alla città; nè parve bene che, soddisfatto quello questa avesse a quetare; ora nei delitti nocivi alla sicurezza pubblica il perdono degli offesi nonleva di mezzo l'accusa, e la città tira innanzi per conto suo; dunque per correspettività il magistrato (quando anco ne avesse procura dall'universo corpo dei cittadini) non può rimettere la ingiuria del privato. Qui mi cade a taglio avvertire come i Legislatori nel classare i delitti abbiano avuto meno in pensiero la gravità del reato, che il modo di commetterlo, ovvero la potenza di difendersene. Formidabile di fecondità è la famiglia delle truffe e degli stellionati, facile si propaga come la gramigna, ti s'insinua in casa coperta o palese; si larva con tutte le maschere, e più spesso con quella dell'amicizia, e tuttavia la truffa come delitto di azione privata con la rimessione dell'offeso si lascia impunita; al contrario il furto con frattura di serrame, o in altro modo qualificato per la quietanza dell'offeso non si perdona. Perchè questo? e sì che rompere una toppa parrebbe avesse a riuscire più agevole che abbindolare un uomo; ma poichè la truffa non accade se non giungi a ingannarlo, ognuno per naturale prosunzione sè reputa sicurissimo, altri per singolare semplicità deluso; mentre simile estimativa di superiorità non può riporre nella sua serratura, a meno che ei non sia di suo mestiero magnano. — La vendetta, afferma il Guicciardino, conserva la riputazione dei cittadini e troppo più degli Stati, la quale veruna cosa più spegne, che il cadere in concetto di uomini incapaci o per pochezza di animo, o per manco divolontà a risentirsi delle ingiurie, nè essere pronto a vendicarle. Cosa sommamente necessaria, non pel piacere della vendetta, bensì perchè la penitenza di cui ti ha offeso sia di tale esempio agli altri che non si attentino violare la legge. — Che se il parere di Messere Francesco, il quale certo non fu dolce di sangue, non vi andasse a genio, io conchiuderò con la sentenza di Plutarco giudicato dall'universale mitissimo dei filosofi: — ora, egli scrive, come l'arcatore insegnandoci ad arcare non ci vieta già di scoccare quadrelli, ma sì di colpire di riscontro, così non s'interdice la vendetta; solo tempo, e modo desidera. — Però ancora io credo che, se non solo, almanco uno dei fini della pena abbia ad essere la vendetta. —Predicasi ancora che lo scopo della pena non ha da essere la vendetta, bensì il miglioramento del colpevole. Anco questo scopo possono proporsi a fine le pene; non però esclusivamente; ma come io lo confesso santo, così per pratica ho da affermarlo in molti casi impossibile; in tutti difficile. Nè a smentirmi allegateStatistiche, perchè io vi dico in verità che se esse non sono bugiarde quanto un diario ministeriale, però stanno a pari con gli epitaffi. Forse dopo la prima o la seconda colpa ti fie dato guarire l'animo guasto; commessa la terza sai tu, che puoi insegnare al pertinace nel male? L'ottavo peccato mortale, che consiste nella ipocrisia di onestare o ricoprire glialtri sette. Ed ho detto forse, imperciocchè il primo delitto, sebbene sia il primo fatto, che si palesa con le qualità degne di punizione in ordine alle leggi, ciò non significa che altri consimili non ne siano stati commessi in segreto; e quando pure non accada così, quanta rovina di morale, quale strazio di educazione e di religione non si è menato prima che lo spirito dal peccato veniale sdrucciolasse giù fino al delitto! Quanti sforzi, che io dirò atroci, perchè l'occhio stornandosi dalla culla della infanzia, dalla immagine materna sia condotto a fissare senza battito di palpebra la galera e il patibolo! Io dubito forte, che quando il delitto consegna il colpevole in mano della legge, a questa poco più altro rimanga a fare che a punire. La madre, il maestro e il sacerdote sono i ministri a cui si commise la cura di educare la innocenza umana, così che per procella di passioni non si rompa; se non riuscì a questi, altri non isperi riuscire. Lo ufficio della madre si mantiene buono, e, con poco di cura, può diventare ottimo, però che la natura ne susurri perenne i rudimenti negli orecchi alla donna. Per me ho sempre stimato la Confessione instituto di bontà e di efficacia supreme; ora la sbertano come quella che partorì sequele spesso funeste e non si nega, ma io vorrei sapere quale sia l'ordinamento umano che non sia stato guasto, e poi io non intendo la confessione come ora si pratica e si praticava prima nella Chiesa, che allora si costumavapubblica. Egli è argomento di non mediocre meraviglia considerare come in tutto il mondo la confessione dei propri peccati sia, o fosse instituto religioso; anco adesso in China i ministri e i governatori hanno l'obbligo di dettare le colpe commesse rendendole note al popolo... I Greci e i Latini si confessarono nei misteri di Cerere, d'Iside e di Orfeo: presso di loro la confessione si faceva da uomo ad uomo; anco Marcaurelio si confessò allo Jerofante nei misteri di Samotracia. Il Voltaire narra di un Greco a cui lo Jerofante persuadeva si confessasse: a cui il Greco: — Devo confessarmi a te, o a Dio? — A Dio — rispose l'Jerofante. — La cosa non istà così: il Greco fu Lisandro, e come lo Jerofante lo confortava ad aprirgli i suoi peccati quantunque ripostissimi, Lisandro che covava il disegno di farsi tiranno, e non lo voleva dire, interrogò se questo gli domandasse per sua elezione, ovvero per volontà degli Dei; e udendo che ciò faceva per volere del Nume, quegli soggiunse: tratti in disparte, e se il Nume me ne ricercherà a lui lo confesserò. I Cristiani forse tolsero la confessione dagli Ebrei, non già dai Greci o dai Latini, ma o dall'uno, o dall'altro, o da ambedue la pigliassero, o da nessuno; questo non monta, e giudico che la confessione, come si adopera adesso, sia pel modo, sia per le persone non può fruttare che male. Il prete dovrebbe essere prete, cioè vecchio, e provato per lunga vita bene spesain opere di carità, discreto molto, e perito in questa matassa arruffata delle passioni umane; nè dovrebbe preporsi a udire la confessione di cui per età ha ormai messo il tetto; costoro, bene nota il Voltaire, confessansi a mo' che i ghiotti si purgano; per avere più appetito; all'opposto a lui arieno a confessarsi giovanetti, i quali per avventura senza malizia gli svelerebbero la mala disposizione dell'animo; e il medico spirituale, senza ch'essi il sapessero o se ne accorgessero, ordinerebbe i rimedi più acconci a svellere il male dalla radice, o a imprimergli moto verso scopo lodevole; dacchè le sorgenti del bene e del male sgorghino dal medesimo sasso, appunto come quelle del Tevere e dell'Arno.E poi date mente, io vo' bene che le pene propongansi lo scopo di migliorare i rei, e ci si spenda attorno, ma non prima di avere con ogni industria provveduto all'allevamento ed alla educazione dei buoni: altramente in rattoppare un mal cristiano tu verrai a spendere tre o quattro volte più di filo, che a cucire di pianta un uomo dabbene. Mio caro signore, questa nostra società casca a pezzi, e mentre veruno edile pensa ad appuntellare gran parte della fabbrica, che minaccia ruina, altri si diletta di dipingerne alla raffaellesca il salottino della signora: a questo modo non si opera in virtù di disegno preconcetto, e con senno ordinato: mettesi sovente il carro innanzi ai buoi; manca il necessario, abbondail superfluo; qui brindelli e ciarpe, là porpore o broccati; e volenti o no, e improvvidi o consulti alla imitazione altrui, noi consentiamo, all'andazzo, all'agonia di un po' di vanità; e talora a cause anco più biasimevoli. — Non muto sillaba di quanto ho scritto sopra intorno agl'istituti carcerari, o vogliamo dire penitenziari; pure sarebbe ad un punto argomento d'ira e di riso, e di ambedue forse come la più parte delle cose umane, considerare che negletti del tutto o poco curati gl'instituti di bene nudrire ed educare i giovani innocenti, per acquistare titoli ad essere bene allevati fosse mestieri comparire dannosi. — Altrove significo questo mio pensiero forse con la capestreria consueta al mio modo di scrivere; ma ormai io non posso emendarmi, e potendo non vorrei, imperciocchè io desidero piuttosto scrivere turco, caffro, esquimese; breve in qualunque più strana guisa, piuttosto che in quella sazievole e non pertanto malefica tisana, nella quale ai dì nostri ci troviamo inondati. Comunque sia non badate la scorza, attendete al midollo. Pertanto, in altra parte, così scrivo: parlo della prigione in genere, e dei penitenziari in ispecie. Laciviltàha preteso ordinarli in guisa, che se il popolo vuol essere tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello dei fratelli in Cristo, per qualche cosa in somma come sarebbe un'anima, ha mestiero di risolversi ad ammazzare uno o due deisuoi simili, o per lo meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto: cammina la notte co' piedi nella neve, sopra il capo ha neve, nè verun letto lo ricovra ospitale: le mani ha crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi? — Certo qualche cuore che non sia tutto pietra il poverino qualche volta lo trova. Ma tu osserva quanta passi diversità tra il ladro e l'onesto. Il ladro che ignudo e intirizzito dal freddo rubò nel mezzo della città in un dì di gennajo, cascato in mano ai giandarmi, veraci angioli custodi della società, per evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza dandogli il posto di dietro, e quello è già un diletto, che in vita sua il meschino non aveva provato mai: condotto al penitenziario cominciano a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere; poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado, per opera altrui giammai; gli tagliano i capelli: quando era onesto non aveva tanto da farsi tosare, ed ecco perchè la più parte dei poveri galantuomini vanno zazzeroni; lo rivestono; ed ecco la veste che non gli aveva voluto dare la carità o potuto il lavoro, gliela dà il delitto; ha stanza, ha letto, ed oh! miracolo nuovo, lenzuoli anco e coperte. All'ora debita pane, minestra e legumi; due volte la settimana carne, ed anchevino, certo da mettere il ribrezzo della febbre quartana per una mezza ora addosso; è tuttavolta vino. Che è questo mai? Pargli travedere, fregasi gli occhi e torna a guardare. Sì signore; egli non è punto ingannato, cotesti sono veri e vivi pane, legumi carne e vino. Allora si appiglia al cuore del misero un pensiero molesto: che avessi proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di mia madre, ai rimproveri di babbo, agli avvertimenti dello zio prete? Il cammino del galantuomo sia per lo appunto quello che mena diritto a fiaccarti il collo? Sente la contrizione rovesciarglisi addosso, e buttandosi di sfascio ginocchioni a terra recita ilconfiteor; e almea culpasi picchia più volte nel petto da spaccare un muro maestro per avere resistito tanto alla vocazione, che lo tirava al ladro. Dopo il primo giorno, le faccende procedono di bene in meglio; da un lato pigliano a educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole, e più gliene versano; in qualche buona arte lo istruiscono ancora, dandogli agio a perfezionarsi col non curare il guasto che mena della roba da principio, però che chi non fa, non falla; e dove onesto e libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e menatogli un calcio da mandarlo a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso ch'è ladro gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con carità. Anche i suoi bravi maestri di morale non mancano.Veramente stanno lì quasi a dimostrare il significato del proverbio: chiudere la stalla quando sono fuggiti i bovi: ma non fa caso, tanto gli recitano la predica: nè basta; letterati di fama,insignis pietatis viri, come sarebbe a dire preti e frati,eccetera, che, incontratolo onesto per la via, o lo arieno fuggito come il bue che cozza; o dettogli Dio te ne mandi; ovvero guardatolo a stracciasacco fatto un rabbuffo con le parole: — vattelo a guadagnare, sciagurataccio perdigiorno — adesso degnansi trattenersi con esso lui in geniali colloquii sostenendo strenuamente l'assalto della moltiforme famiglia degl'insetti annidiati dentro le celle dei ritenuti, quanto i nostri bersaglieri la mitraglia di un ridotto; e non si fermano qui che, uscito dal carcere, il nefario è messo sotto la protezione di un valentuomo, il quale lo accomoda con qualche operajo di sua conoscenza, perchè nel mestiere si perfezioni, e col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo s'ingegna a farlo diventare persona agiata. — Dunque sta bene che si ripeschi l'annegato, ma sta meglio che s'impedisca annegare; giova avere carità dei perduti, non però prima che siasi speso ogni studio perchè altri non si abbia a perdere. Insomma bada che un mezzo onesto od uno ipocrita di onestà non ti abbia a costare più di una dozzina di buoni ed innocenti figliuoli. Per ultimo dirò cosa che parrà crudele, ma io la sento,e la voglio manifestare: vale egli il pregio che tu ti affatichi intorno a colui, che notte tempo, per cupidità, si accostava al letto del padre, e a lui dormente tagliava la gola? Di quanti domatori di belve ho visto, nessuno tolse a mansuefare il serpente a sonagli. Ora può senza ingiustizia paragonarsi il parricida col serpente a sonagli? —Adesso io temo udirla, mio riverito signore, esclamare: ohimè! io aveva chiesto un parere, che rincalzasse la mia dottrina avversa alla pena di morte, e tutti questi discorsi, sembra che mettano capo a persuaderla. La non si sgomenti; e per non tenerla più oltre su la corda, vengo ad esporre la ragione per la quale io giudico che si deva abolire. Questa ragione io la trovo nello esempio; vale a dire per l'appunto colà dove altri deriva ragione, per conseguenza contraria alla mia; e perchè io possa chiarire il mio concetto intero chiedo venia di premettere certe mie brevi avvertenze.Così in politica, come da per tutto, occorre una maniera di cervelli, i quali per procacciarsi credito di sapienti (e quasi sempre riescono) pigliano in prestito certe idee astratte e parole, le quali avendo fin qui adombrato pratiche rinvenute utilissime, e ne rivestono o errori, o viltà, o astii, o tradimenti: il volgo deluso trae dietro all'antico suono, e scambiata la nuvola per Giunone,si accorge tardi e invano di essersi messo in casa un armento di Centauri. Lasciamo da parte la politica: nella materia che abbiamo tra mano, il moderato dire, e pargli dire gran che: la questione della pena di morte governa la opportunità, sicchè con profitto può abolirsi là dove per educazione diventarono mansueti i costumi, ma è forza mantenerla colà dov'essi durano feroci. Conseguenze di siffatto ragionamento sono, che i costumi devano precedere l'azione della legge, e la pena di morte si abbia a considerare come un mezzo per educare e incivilire i popoli. O questi sono errori, o nessuno. Il consorzio umano presenta due epoche principali; la prima quando l'uomo aspro tuttavia della nativa barbarie domanda al legislatore modo e norma di più urbano vivere; la seconda quando di rovina in rovina sceso all'ultimo grado della corruzione e dello avvilimento, tocco come Saule caduto dalla voce di Dio, sente che ha da rilevarsi, ma fatto cieco non conosce la via, e chiede che altri gliela mostri. Nella epoca prima tu hai dinanzi il sasso che hai da riquadrare; non ardua impresa: basta scemarlo con discrezione, che ti secondano le voglie come le facultà degli uomini: questo toccò a Licurgo, a Romolo, a Numa e ad altri più antichi: all'opposto nell'epoca seconda tu miri un sozzo pattume dove tutto è logoro, virtù e vizii diventati una roba sfatta: vintoil ribrezzo di tuffarci dentro le mani, la società umana ti schizza fuori delle dita; qualche frammento rimasto intero meglio degli altri, ricoperto dalla infamia universale, non avvertito, te le feriva; e questo è stato come più miserabile, infinitamente più difficile ad acconciarsi del primo. Qui se il legislatore per dettare le sue leggi ha da attendere la miglioria dei costumi, in fede di Dio aspetterà un pezzo; adesso egli ha mestieri con le leggi fecondare non solo, bensì creare senso morale, coscienza pubblica, amore della virtù, costumi buoni, santità di vincoli, gentilezza di uffici; e tutto in somma. Noi Italiani usciti appena da lunga e vergognosa servitù veruna parte possediamo della prima epoca, ed, ahimè! troppo più che non si vorrebbe della seconda.... In questa epoca pertanto la legge importa sia educatrice per eccellenza, corregga i costumi rei, non attenda i buoni costumi a correggersi, e norma di vita ella si presenti agli occhi di tutti come un Cristo sul colle a predicare alle turbe i precetti dell'onesto vivere.Ho detto che la società nostra rovina, e mentre corrono dietro alle farfalle, non badano al terreno che trema, e si spacca sotto ai piedi degl'improvvidi; e tra mille vi fia argomento la discordia delle istituzioni umane, la quale cresce di tutti i partiti, che tu avvisi adoperare per rimediarci.Date ascolto alle mie osservazioni, che io mi diletto delle cose pratiche, e quantunque ammiri chi va su pei sentieri delle dottrine, io non gli so imitare. Io vivo qui in Genova su di un colle a piè del quale il Municipio ha murato uno edificio, che, quantunque sia buttato là con la simmetria con la quale vediamo disposte in città tutte le altre fabbriche, e le balle, e le botti, ed i barili in porto franco, pure non cessa di essere bello e profittevole molto; forse più questo, che quello. Lo edifizio di che ragiono serve di pubblico macello, perocchè meritamente i cittadini procedendo per le vie anguste di Genova rimanessero percossi dal grido di dolore, e da rantoli di agonia, e quasi a forza sospinti a guardare vedevano uomini a mezzo rischiarati da sinistre lucerne avventarsi con le coltella ignude sugli animali, e scannarli, e scoiarli, e squartarli tutti imbrodolati di sangue. Simile spettacolo partoriva doppio effetto, e disforme; in parecchi gentili, una tristezza da non potersi significare con parole; nei più feroci libidine di sangue. Provvedendo al pubblico costume il Municipio non solo ordinò il pubblico macello, ma prescrisse altresì che i quarti delle bestie macellate, per non contristare o insalvatichire i passeggieri, alle botteghe dentro carrette chiuse si trasportassero, dove poi ridotti in minuti tagli si vendono; e sta bene. Ma in faccia al medesimo colle, dove io abito, giace il molo pienod'innumeri legni, frequenti di popoli convenuti da ogni lato della terra; qui vidi, e quante volte occorra rivedrò, piantare una o più forche e sul rompere del giorno impiccarvi due o tre sciagurati... Il pilota innanzi l'aurora avrà spinto nel firmamento lo sguardo per salutare Lucifero, prima che scompaia avrà veduto un uomo spiccare un salto su le spalle di un altro, e dipinto per lo azzurro sereno dell'orizzonte una baruffa immane fra una creatura che impunita e pagata viene ad ammazzare, ed un'altra che si punisce di morte per avere ammazzato. Vero inferno d'iniquità! Così in un medesimo paese l'occhio non deviando dalla linea retta vede in un luogo il Municipio sottrarre alla pubblica vista la uccisione delle bestie da cibarsi, perchè il costume se ne avvantaggi, in un altro il Governo che espone alla pubblica vista la impiccatura di uno, di due e fino di tre uomini, perchè i costumi si emendino...Certo non è nuovo il vezzo di abusare della parola; ma che, come ai dì nostri, si sia posto studio a crescere la dignità del discorso alla stregua della indegnità del fatto io dubito assai; comunque vada adesso le parole non contano o poco, e se non quanto rispondono ad opere oneste; però soli gli esempi possiedono la virtù di persuadere e di educare; donde come per via di corollario la conseguenza, che male possono mansuefarsi i costumi colà dove la legge ordinando i sagrifizi umanicome norma dell'ottimo vivere civile si pretende venerata; e gli uomini che la morte del proprio simile comandano, ricevono onori e stipendio.Fallacia di giudizio e supposta necessità hanno indotto il legislatore, e chi ci ha interesse, in un accordo tacito a cumulare da un lato con ogni diligenza gli onori... sopra alcuni capi, dall'altro con industria maggiore a raccogliere la infamia di tutti, ed avventarla sopra un capo solo, e questo consacrare vittima espiatoria alla pubblica esecrazione. Simile bindoleria tanto non potè pervertire la coscienza degli uomini, che d'ora in ora non le si sollevasse contra, e come accade sovente, eccessiva: così Aristotile nellaPoliticaannovera il carnefice fra i magistrati, anzi pure fra i meglio spettabili a cagione della necessità; e gli altri di mano in mano crescono la posta sino al Rousseau, il quale trova conveniente nel suoEmilioche il principe gl'impalmi la propria figliuola: con mente più retta e con giustizia il popolo, invece di levare il carnefice alla dignità del magistrato, ha tratto giù il magistrato che condanna a morte il suo simile fino alla indegnità del carnefice.Di vero come, e perchè dovria abborrirsi il boia, e il giudice no? — Il boia, dicono, è salariato: sta bene; forse non tirano paga i giudici? — Questi non mettono le mani addosso, l'altro sì: e questo che monta? Gli uni mettono ilpane su la pala, l'altro lo inforna. Forse il carnefice si attenterebbe torcere pure un capello al paziente se non glielo comandassero? No di certo; dunque la penna prima della corda lo ammazza. Pigliarsela col sasso, e non con chi lo ha scagliato cosa è bestiale. Il carnefice uccide con animo pacato, si obbietta ancora, e il giudice ordina forse la morte con animo iracondo? Anzi il carnefice sia tristo o pessimo rileva poco essendo il suo atto meramente materiale, ma nel giudice ogni lieve alterazione, comechè transitoria, torna funestissima. Il giudice adopera intelletto, volere e potere; il carnefice è infelicissimo arnese. — Ma in che nocque il paziente al boia? — E in che nocque al giudice? Ancora, in che i nemici a cui indisse guerra il Principe ingiuriarono i soldati, che levano a cielo come eroi, quando per 20 centesimi al dì e un gotto di acqua arzente movono a menarne macello? Oh! ingiuria grande loro fanno minacciando la Patria; e sia così; ma i facinorosi non guastano la Patria? E avverti, i nemici di tratto in tratto, ma questi senza tregua, sempre. Nè il carnefice impiccandoti tre, quattro, sei e più, se il Giudice comanda, immagina condurre tal gesto di cui gliene sarà tenuto ricordo nell'epitaffio, nè, io penso, presumerà chiederne collare, o croce, nè anco quella di San Giuseppe in Toscana, tanto, poverina! decaduta ai giorni nostri; mentre i Magistrati e i Soldati mietono apiene mani onori, allori, ricchezze, e taluno così dei primi come dei secondi (ma più dei secondi) i sorrisi«Della tenera altrui moglie a te cara!Conchiudo pertanto che volendo tôrre via dagli animi la ferocia, onde altri desume la necessità di conservare la pena di morte, bisogna per lo appunto come esempio supremo di educazione abolirla, e con essa removere dalla mente del popolo lo spettacolo d'iniquità e di contraddizione, pel quale chi ordina la morte dell'uomo si pretende onorato, chi mette a compimento il comando si dà in balìa alla pubblica esecrazione.Rimarrebbe, e questo massimamente importa, a discorrere qual sistema di pena possa surrogarsi affinchè un reo non aggravi più di dieci innocenti, e come il suo lavoro possa tornare proficuo alla società ed alla famiglia offese; quali opere dovrieno affidargli, dove, in che termini; con altre assai più ricerche che ometto. Questo dipende da studiare le isole, le maremme, le miniere, e simili argomenti; ed io non ho modo, nè tempo di farlo. —Con ben'altra scienza ella persuaderà altrui l'abolizione della pena di morte; e lo ha già mostro col suo trattatello stampato a Venezia l'anno scorso; ma per diverse vie si giunge a Corinto,dicevano gli antichi. Mi piacerebbe le tornasse grato lo scritto, ma questo o non importa, o poco; quello che preme si è che duri ad esserle gradito lo scrittore, che la saluta, e le si raccomanda.AffezionatissimoF. D. Guerrazzi.Genova, 5 marzo 1861 — Villa Giuseppina.
(Estratta dal primo fascicolo del Giornale per l'abolizione della pena di morte.)
Mio riverito signore ed amico,
La pena di morte è una questione intorno alla quale si sono piuttosto affaticate, che esercitate le menti degli uomini; e con quanto frutto non so; certo se ne dovessimo giudicare dal resultato, dovremmo dire poco; imperciocchè i Governi che in ogni altra cosa peccano del gretto, in questa poi procedono liberali, anzi spreconi; massime il Piemontese, che per la morte a piene mani nel suo codice largita si acquistò meritamente fama di munificentissimo.
Voi avete richiesto il mio parere su questa materia, e poichè non bastò a dispensarmene la scusa che l'autorità mia, in ogni altro argomentoscarsissima, in questo poi non aveva importanza veruna, io antepongo espormi piuttosto ad essere reputato da altri di poco discorso, che da voi di poca cortesia. Esporrò parco e liberissimo quello che io ne sento; e voi nella discretezza vostra ne farete il caso che merita.
La quistione della pena di morte, per mio avviso, non si approfitta niente, anzi scapita mescendosi co' dommi della religione, e avviluppandosi con le astrattezze della filosofia. Di fatti supponendo che il nostro consorzio sia stato primitivamente composto per via di contratto, s'inferisce da ciò che veruno abbia potuto cedere diritti che non aveva: ora l'uomo manca per l'appunto del diritto di essere violento contro la sua vita. Pitagora prima, poi Platone, in seguito i padri della Chiesa, Ambrogio di certo, ed Agostino, parmi, uno dopo l'altro vanno ripetendo l'uomo essere quasi sentinella messa di guardia, a cui non lice disertare dal suo posto senza il comando del superiore. E qui noto innanzi tratto che le sentenze dei primi per noi cristiani hanno pregio come apotegmi morali: unicamente i santi Ambrogio ed Agostino valgono come autorità religiosa. Torno poi a considerare (però che io l'abbia avvertito altrove) come i ragionatori, quando messo da parte il modo dimostrativo danno mano alle similitudini, mi cadono in sospetto; ciò per ordinario significa che di ragioni si trovano proprio al secco. Valga il vero, o che ha che fare lasentinella con l'uomo? Alla prima furono trasmessi ordini chiari e precisi, e assieme con gli ordini le facoltà per eseguirli. Ma quali furono gli ordini dati all'uomo nell'uscire alla vita? Chi gli udì, chi gli lesse? Certo nessuno: ma, si dice, che bisogna argomentarli: e sia così; ma allora sapete voi che mormora il cuore se ci apponete l'orecchio pacato? Provvedi alla tua felicità; il fine della vita è il piacere; non già il turpe o volgare piacere, chè cotesto proviamo gravezza ed affanno, bensì l'uso delle facoltà nostre per procurarci la maggiore copia di diletti onesti quanto al fisico, e di diletti divini quanto allo spirito. Lasciate pur dire gli spigolistri essere questa dottrina epicurea, chè Epicuro non nocque mai, bensì Aristippo; e se questa dottrina ai nostri dì vediamo professata da chiarissimi e piissimi uomini, quali sono gli onorevoli amici miei barone Vito D'Ondes e cavaliere Emerico Amari, giudico non mi rechi disdoro a chiarirmene parziale ancora io. Quando pertanto le angoscie superino le gioie, massime poi allorchè le angoscie sole si accampino contro la tua esistenzain acie ordinata, come scrive il re David, e in modo irremediabilmente perenne, le ragioni del vivere ti verranno meno, o vogli pei fini della natura o vogli eziandio pel fine figurato dai filosofi e dai santi padri: imperciocchè lo sprofondato nei mali così del corpo come dell'anima, a che cosa abbia a fare la sentinella davvero non si comprende.
Occorre un'altra ragione, la quale è questa, che io chiamerò di ritorcimento. La legge vecchia come la nuova, base della nostra credenza, nell'Esodo, nel Levitico, e nei Numeri, e nel Vangelo stesso la morte o prescrive, o attesta come pena all'omicidio: ciò messo in sodo come possiamo supporre che la mente divina ordinasse all'uomo quello che per istituto di natura gli è vietato di fare?
Inoltre hassi ad avvertire che, favellando della umanità, non si hanno a confinare le ricerche dentro una parte più o meno numerosa della medesima, bensì a tutta. Quindi importa desiderare, e giova sperare che il cristianesimo un dì raccolga nel suo grembo le divise famiglie degli uomini, ma per adesso egli è mestieri dire che nè tutti nè la più parte degli uomini si confessano cristiani, invece neppure la frazione maggiore segue la dottrina di Cristo, bensì di Budda. Nell'Asia, che senza fallo fu cuna della razza umana, i sacrifizi di sè durano ancora, non mica abborriti; all'opposto dalla religione persuasi, e dai costumi promossi. Non è antico esempio quello del Bengala, dove avendo il Bentink, che vi governava presidente per la Compagnia delle Indie, voluto sopprimere leSouttie, a scanso di sommosse, ebbe a dire alle donne indiane: — poichè così vi piace, arrostitevi quanto volete, chè non dobbiamo guastare per questo la nostra amicizia.
Innanzi al cristianesimo (postochè questo vietassela pena di morte come sequela del principio, che all'uomo non è dato disporre della propria vita) furono religioni di cui talune scomparvero, altre durano tuttavia. I Greci non pensavano fare cosa contraria alla religione uccidendosi: ho letto che i violenti contro a sè non potessero passare lo Stige; ma questo non sembra vero, però che Ulisse incontrava nell'Averno tanto Achille che rimase ucciso, quanto Ajace che si ammazzò; ed Ercole dal rogo sorse fra i Semidei: ad ogni modo coll'attaccare due fantocci ad una corda e dondolarli per un pezzo all'aria si rimediava a tutto. Rispetto ai Romani, non riputavano commettere peccato, uccidendosi; e taciuto ogni altro esempio, basti a persuadere quel mite e gentile Pomponio Attico, di cui la morte volontaria e i ragionamenti agli amici, che ne lo voleano rimovere, riferisce Cornelio Nipote con elegantissima narrazione. A Marsiglia si conservava nel pubblico tesoro certa composizione venefica, deliziosa al gusto, la quale largivasi a qualunque giustificasse dinanzi al Senato dei Seicento le cause che lo consigliavano a morire, e queste si cavavano così dalla prospera come dalla iniqua fortuna; ciò narra Valerio Massimo, ed afferma altresì, come cosa di cui fu testimone insieme con Sesto Pompeo, avere veduto nell'isola di Ceo praticato un siffatto costume; dove certa matrona, respinti i prieghi dei congiunti e dello stesso Pompeo, libò il veleno propiziando a Mercurio, che con leneviaggio la conducesse agl'Inferi. Io non ho letto i libri sacri degl'Indus, bensì trovo in parecchi luoghi affermato che s'incontrano non che vietati descritti vari modi violenti per lasciare la vita o col morir di fame, o col bruciarsi mercè il letame di vacca, o col seppellirsi nelle nevi del Tibet, o col farsi divorare dai caimani, o col fiaccarsi il collo sulle rive del Gange. Da Plutarco si ha di Calano, che molestato di dolori di ventre si bruciò secondo il patrio costume; e attesta che lo stesso pure fece un altro indiano in Atene dov'era insieme con Cesare. Apertamente poi ricaviamo che tale avesse ad essere la dottrina dei Bramani, quando narra che Alessandro avendo interrogato uno dei Ginnosofisti: fino a quando fosse buono vivere; n'ebbe in risposta: fintantochè non reputi il morire migliore del vivere. —
Io non so, nè altri, io dubito, sanno, quando e come questo consorzio umano accadesse, ma di sicuro quando per prova dolorosa gli uomini conobbero che con le forze riunite si potevano meglio difendere dalle ingiurie degli elementi, o tuttavia discordi o impazienti della frasca concordia, delle belve feroci, e da quelle dei loro simili non meno paurose: in questo periodo di tempo l'uomo sbigottito di sè poca cura doveva avere; affetto primo il tremore; e sotto il perpetuo spavento il pensiero impietrito. A paragone di vita così infelice poco più amara la morte; gl'Iddii quali potevano insegnare i terremoti, idiluvi o i vulcani; i sacrifizi conformi alle Deità; e poi, dalle proprie carni, che altro possedevano allora gli uomini da offerire sugli altari? Di qui i sacrifizi di sangue, e la truce fede, che quanto più caro a cui l'offeriva, tanto più accetto a cui era offerto, onde il proprio accettissimo. E questa fede come domina i primordi delle religioni, così s'insinua nei processi, quando la cresciuta civiltà le ammansisce. Il sacrifizio di Gesù figlio per placare la vendetta di Dio padre scende giù diritto da cotesta premessa di sangue: il medesimo mistero della Messa che adombra un Dio, il quale consentì ad essere sagrificato, anzi cibato mille volte il dì per isconto dei peccati degli uomini, non deriva da altro principio. Ben' è il sacrificio incruento, ma attesta il sangue; la spiga venne sostituita alla carne, ma la spiga è simbolo della carne. Ora riesce difficile sostenere che l'uomo non possedesse, o non estimasse possedere diritto sopra la propria vita nei primordi della società umana; se lo cedesse non so; so bene che al volere non gli avria fatto impedimento il non potere.
Considera altresì, che se all'uomo manca la potestà di consentire che la sua vita si disperda per modo subitaneo, molto meno avrà volere e potere di concedere che gli si tormenti con una sequela di dolori. Adesso io vorrei sapere che cosa mai sia la pena se non tribolazione? Lascio dei carceri penitenziali nella rigidità della prima invenzione, trovato del Demonio infermodel male di fegato: imperciocchè per essi si pigliava l'anima, e, tempratala a punta di acciaio, si metteva in mano alla disperazione, affinchè ne trapanasse i visceri dell'uomo: favelliamo degli altri sistemi, tossico più o meno annacquato, e pigliamo il più mite, non pertanto tu vedrai in tutti il corpo intristirsi, le infermità frequenti, l'anima farsi selvatica; spirito guasto in corpo guasto. Pel cibo non abbastanza nutritivo il prigione scema di peso; per l'aere chiuso, e le molecole maligne, ch'emanano dalle lane o dalle canapi filate dentro le celle, si dispone all'etisia, e a questo contribuisce anco e più il sangue sferzato dalla lascivia: io ho esaminato questi prigioni, tutti malesci, dipinti in volto con le sfumature di quanti verdi presentano l'erbe putrefatte pei pantani; gli occhi vitrei; appena usciti di carcere vacillare all'azione dell'aria com'ebbri presi dal vino. Quanto alla miglioria dello spirito, questa la vicenda, non altra, o stupidezza, o ipocrisia spaventevole. Hanno provvisto a nuovi concieri; e' sono novelle. Il lavoro comune, ma in silenzio, sembra il supplizio di Tantalo. E parvi poca pena tôrre la parola all'uomo? E reputate voi che scarso sia il danno che ne deriva? Per emendare l'uomo parmi strano, che gli si abbia a tôrre o a scemare l'attributo per cui si differenzia dalle bestie. La parola è la umanità, anzi la parola è Dio.
Qui mi fermo, e conchiudo che se il consorzioumano ha facoltà di affliggere, e co' dolori alterare e scemare la vita dell'uomo, la possiede eziandio per toglierla; ovvero se manca del diritto di spegnerlo, difetta eziandio dell'altro di tormentarlo.
E non mi muove neppure la considerazione che la pena non si abbia a proporre per fine la vendetta, perchè anzi io giudico che se l'abbia a proporre. Che vi abbiano di più maniere vendette si accorda; e che l'uomo ridotto a vivere in comunanza civile deve cedere il suo diritto a vendicarsi in mano al magistrato s'intende; come si capisce altresì che vi hanno vendette ingiuste o per l'affetto che le partorisce, o pel modo e per lo eccesso co' quali vengono eseguite, e queste tutte condannansi; ma la vendetta giusta, pacata, correspettiva alla offesa non si può condannare. In tutte le religioni, segnatamente in quelle che più governano il vivere nostro, massimo attributo della Divinità è la vendetta delle opere prave; anzi per la vecchia e per la nuova legge si ordina espresso che la vendetta si lasci a Dio e ai magistrati; nel linguaggio o sia filosofico o poetico o comune occorrono perpetue la idea e la parola della vendetta: il Monti sacerdotale, e in Roma, diceva:
«Sicchè l'alta vendetta è già matura,Che fa dolce di Dio nel suo segretoL'ira.....
«Sicchè l'alta vendetta è già matura,
Che fa dolce di Dio nel suo segreto
L'ira.....
Le pubbliche e le private sventure si apprendono per ordinario come castigo di Dio. Insomma la vendetta costituisce un compenso al male patito ed una difesa, perchè a danno nostro non si rinnovi, e quanto è feroce appetirla immane, altrettanto abbietto non cercarla onesta, e tale sentenzia anco Cicerone. Infatti:
«. . . . . la sofferta ingiuriaChiama da lungi la seconda offesa.
«. . . . . la sofferta ingiuria
Chiama da lungi la seconda offesa.
Il filosofo non si ha da gingillare con equivoci di parole, e tu il debito che contrae il colpevole verso la società, e l'obbligo che corre a questa di farglielo pagare, o chiami vendetta, o castigo, o in quale altro modo tu il chiami fie sempre il compenso al male fatto. Ancora io penso che se il singolo cittadino possiede facultà di perdonare, questa manchi al Magistrato, sia pure supremo; e vi ha chi disse la grazia bellissimo fiore della corona reale, mentre all'opposto è ingiustizia enorme. Le leggi barbare davano ai parenti dello ucciso e del mutilato un diritto, ed era il prezzo del sangue, che la legge indicava; il reo l'offeriva, e non poteva ricusarsi dagli altri; ciò parve enorme, ed era; perocchè nel delitto si abbiano a considerare due offese; una al cittadino e l'altra alla città; nè parve bene che, soddisfatto quello questa avesse a quetare; ora nei delitti nocivi alla sicurezza pubblica il perdono degli offesi nonleva di mezzo l'accusa, e la città tira innanzi per conto suo; dunque per correspettività il magistrato (quando anco ne avesse procura dall'universo corpo dei cittadini) non può rimettere la ingiuria del privato. Qui mi cade a taglio avvertire come i Legislatori nel classare i delitti abbiano avuto meno in pensiero la gravità del reato, che il modo di commetterlo, ovvero la potenza di difendersene. Formidabile di fecondità è la famiglia delle truffe e degli stellionati, facile si propaga come la gramigna, ti s'insinua in casa coperta o palese; si larva con tutte le maschere, e più spesso con quella dell'amicizia, e tuttavia la truffa come delitto di azione privata con la rimessione dell'offeso si lascia impunita; al contrario il furto con frattura di serrame, o in altro modo qualificato per la quietanza dell'offeso non si perdona. Perchè questo? e sì che rompere una toppa parrebbe avesse a riuscire più agevole che abbindolare un uomo; ma poichè la truffa non accade se non giungi a ingannarlo, ognuno per naturale prosunzione sè reputa sicurissimo, altri per singolare semplicità deluso; mentre simile estimativa di superiorità non può riporre nella sua serratura, a meno che ei non sia di suo mestiero magnano. — La vendetta, afferma il Guicciardino, conserva la riputazione dei cittadini e troppo più degli Stati, la quale veruna cosa più spegne, che il cadere in concetto di uomini incapaci o per pochezza di animo, o per manco divolontà a risentirsi delle ingiurie, nè essere pronto a vendicarle. Cosa sommamente necessaria, non pel piacere della vendetta, bensì perchè la penitenza di cui ti ha offeso sia di tale esempio agli altri che non si attentino violare la legge. — Che se il parere di Messere Francesco, il quale certo non fu dolce di sangue, non vi andasse a genio, io conchiuderò con la sentenza di Plutarco giudicato dall'universale mitissimo dei filosofi: — ora, egli scrive, come l'arcatore insegnandoci ad arcare non ci vieta già di scoccare quadrelli, ma sì di colpire di riscontro, così non s'interdice la vendetta; solo tempo, e modo desidera. — Però ancora io credo che, se non solo, almanco uno dei fini della pena abbia ad essere la vendetta. —
Predicasi ancora che lo scopo della pena non ha da essere la vendetta, bensì il miglioramento del colpevole. Anco questo scopo possono proporsi a fine le pene; non però esclusivamente; ma come io lo confesso santo, così per pratica ho da affermarlo in molti casi impossibile; in tutti difficile. Nè a smentirmi allegateStatistiche, perchè io vi dico in verità che se esse non sono bugiarde quanto un diario ministeriale, però stanno a pari con gli epitaffi. Forse dopo la prima o la seconda colpa ti fie dato guarire l'animo guasto; commessa la terza sai tu, che puoi insegnare al pertinace nel male? L'ottavo peccato mortale, che consiste nella ipocrisia di onestare o ricoprire glialtri sette. Ed ho detto forse, imperciocchè il primo delitto, sebbene sia il primo fatto, che si palesa con le qualità degne di punizione in ordine alle leggi, ciò non significa che altri consimili non ne siano stati commessi in segreto; e quando pure non accada così, quanta rovina di morale, quale strazio di educazione e di religione non si è menato prima che lo spirito dal peccato veniale sdrucciolasse giù fino al delitto! Quanti sforzi, che io dirò atroci, perchè l'occhio stornandosi dalla culla della infanzia, dalla immagine materna sia condotto a fissare senza battito di palpebra la galera e il patibolo! Io dubito forte, che quando il delitto consegna il colpevole in mano della legge, a questa poco più altro rimanga a fare che a punire. La madre, il maestro e il sacerdote sono i ministri a cui si commise la cura di educare la innocenza umana, così che per procella di passioni non si rompa; se non riuscì a questi, altri non isperi riuscire. Lo ufficio della madre si mantiene buono, e, con poco di cura, può diventare ottimo, però che la natura ne susurri perenne i rudimenti negli orecchi alla donna. Per me ho sempre stimato la Confessione instituto di bontà e di efficacia supreme; ora la sbertano come quella che partorì sequele spesso funeste e non si nega, ma io vorrei sapere quale sia l'ordinamento umano che non sia stato guasto, e poi io non intendo la confessione come ora si pratica e si praticava prima nella Chiesa, che allora si costumavapubblica. Egli è argomento di non mediocre meraviglia considerare come in tutto il mondo la confessione dei propri peccati sia, o fosse instituto religioso; anco adesso in China i ministri e i governatori hanno l'obbligo di dettare le colpe commesse rendendole note al popolo... I Greci e i Latini si confessarono nei misteri di Cerere, d'Iside e di Orfeo: presso di loro la confessione si faceva da uomo ad uomo; anco Marcaurelio si confessò allo Jerofante nei misteri di Samotracia. Il Voltaire narra di un Greco a cui lo Jerofante persuadeva si confessasse: a cui il Greco: — Devo confessarmi a te, o a Dio? — A Dio — rispose l'Jerofante. — La cosa non istà così: il Greco fu Lisandro, e come lo Jerofante lo confortava ad aprirgli i suoi peccati quantunque ripostissimi, Lisandro che covava il disegno di farsi tiranno, e non lo voleva dire, interrogò se questo gli domandasse per sua elezione, ovvero per volontà degli Dei; e udendo che ciò faceva per volere del Nume, quegli soggiunse: tratti in disparte, e se il Nume me ne ricercherà a lui lo confesserò. I Cristiani forse tolsero la confessione dagli Ebrei, non già dai Greci o dai Latini, ma o dall'uno, o dall'altro, o da ambedue la pigliassero, o da nessuno; questo non monta, e giudico che la confessione, come si adopera adesso, sia pel modo, sia per le persone non può fruttare che male. Il prete dovrebbe essere prete, cioè vecchio, e provato per lunga vita bene spesain opere di carità, discreto molto, e perito in questa matassa arruffata delle passioni umane; nè dovrebbe preporsi a udire la confessione di cui per età ha ormai messo il tetto; costoro, bene nota il Voltaire, confessansi a mo' che i ghiotti si purgano; per avere più appetito; all'opposto a lui arieno a confessarsi giovanetti, i quali per avventura senza malizia gli svelerebbero la mala disposizione dell'animo; e il medico spirituale, senza ch'essi il sapessero o se ne accorgessero, ordinerebbe i rimedi più acconci a svellere il male dalla radice, o a imprimergli moto verso scopo lodevole; dacchè le sorgenti del bene e del male sgorghino dal medesimo sasso, appunto come quelle del Tevere e dell'Arno.
E poi date mente, io vo' bene che le pene propongansi lo scopo di migliorare i rei, e ci si spenda attorno, ma non prima di avere con ogni industria provveduto all'allevamento ed alla educazione dei buoni: altramente in rattoppare un mal cristiano tu verrai a spendere tre o quattro volte più di filo, che a cucire di pianta un uomo dabbene. Mio caro signore, questa nostra società casca a pezzi, e mentre veruno edile pensa ad appuntellare gran parte della fabbrica, che minaccia ruina, altri si diletta di dipingerne alla raffaellesca il salottino della signora: a questo modo non si opera in virtù di disegno preconcetto, e con senno ordinato: mettesi sovente il carro innanzi ai buoi; manca il necessario, abbondail superfluo; qui brindelli e ciarpe, là porpore o broccati; e volenti o no, e improvvidi o consulti alla imitazione altrui, noi consentiamo, all'andazzo, all'agonia di un po' di vanità; e talora a cause anco più biasimevoli. — Non muto sillaba di quanto ho scritto sopra intorno agl'istituti carcerari, o vogliamo dire penitenziari; pure sarebbe ad un punto argomento d'ira e di riso, e di ambedue forse come la più parte delle cose umane, considerare che negletti del tutto o poco curati gl'instituti di bene nudrire ed educare i giovani innocenti, per acquistare titoli ad essere bene allevati fosse mestieri comparire dannosi. — Altrove significo questo mio pensiero forse con la capestreria consueta al mio modo di scrivere; ma ormai io non posso emendarmi, e potendo non vorrei, imperciocchè io desidero piuttosto scrivere turco, caffro, esquimese; breve in qualunque più strana guisa, piuttosto che in quella sazievole e non pertanto malefica tisana, nella quale ai dì nostri ci troviamo inondati. Comunque sia non badate la scorza, attendete al midollo. Pertanto, in altra parte, così scrivo: parlo della prigione in genere, e dei penitenziari in ispecie. Laciviltàha preteso ordinarli in guisa, che se il popolo vuol essere tenuto per carne battezzata, per creatura di Dio, per fratello dei fratelli in Cristo, per qualche cosa in somma come sarebbe un'anima, ha mestiero di risolversi ad ammazzare uno o due deisuoi simili, o per lo meno a sfondare un magazzino. Ecco il figlio del popolo onesto: cammina la notte co' piedi nella neve, sopra il capo ha neve, nè verun letto lo ricovra ospitale: le mani ha crispate dal freddo, i piedi dolorosi dai pedignoni, e non trova chi gli faccia luogo al caldano. Chi lo ricopre ignudo? Chi lo sfama? Chi lo disseta? Chi? — Certo qualche cuore che non sia tutto pietra il poverino qualche volta lo trova. Ma tu osserva quanta passi diversità tra il ladro e l'onesto. Il ladro che ignudo e intirizzito dal freddo rubò nel mezzo della città in un dì di gennajo, cascato in mano ai giandarmi, veraci angioli custodi della società, per evitare scandali si trova prima di tutto ad essere messo in carrozza dandogli il posto di dietro, e quello è già un diletto, che in vita sua il meschino non aveva provato mai: condotto al penitenziario cominciano a ficcarlo nel bagno caldo, ed anco questo gli giunge insolito piacere; poi lo puliscono, e questo pure gli avveniva fare da sè di rado, per opera altrui giammai; gli tagliano i capelli: quando era onesto non aveva tanto da farsi tosare, ed ecco perchè la più parte dei poveri galantuomini vanno zazzeroni; lo rivestono; ed ecco la veste che non gli aveva voluto dare la carità o potuto il lavoro, gliela dà il delitto; ha stanza, ha letto, ed oh! miracolo nuovo, lenzuoli anco e coperte. All'ora debita pane, minestra e legumi; due volte la settimana carne, ed anchevino, certo da mettere il ribrezzo della febbre quartana per una mezza ora addosso; è tuttavolta vino. Che è questo mai? Pargli travedere, fregasi gli occhi e torna a guardare. Sì signore; egli non è punto ingannato, cotesti sono veri e vivi pane, legumi carne e vino. Allora si appiglia al cuore del misero un pensiero molesto: che avessi proprio sbagliato a dare retta fin lì ai ricordi di mia madre, ai rimproveri di babbo, agli avvertimenti dello zio prete? Il cammino del galantuomo sia per lo appunto quello che mena diritto a fiaccarti il collo? Sente la contrizione rovesciarglisi addosso, e buttandosi di sfascio ginocchioni a terra recita ilconfiteor; e almea culpasi picchia più volte nel petto da spaccare un muro maestro per avere resistito tanto alla vocazione, che lo tirava al ladro. Dopo il primo giorno, le faccende procedono di bene in meglio; da un lato pigliano a educarlo nella lettura, nella scrittura, nell'abbaco, e se più ne vuole, e più gliene versano; in qualche buona arte lo istruiscono ancora, dandogli agio a perfezionarsi col non curare il guasto che mena della roba da principio, però che chi non fa, non falla; e dove onesto e libero gli avrebbero rotto il regolo sciupato sul capo, e menatogli un calcio da mandarlo a ruzzolare in mezzo alla strada, adesso ch'è ladro gli mettono in mano un altro scorcio di tavola, e lo correggono con carità. Anche i suoi bravi maestri di morale non mancano.Veramente stanno lì quasi a dimostrare il significato del proverbio: chiudere la stalla quando sono fuggiti i bovi: ma non fa caso, tanto gli recitano la predica: nè basta; letterati di fama,insignis pietatis viri, come sarebbe a dire preti e frati,eccetera, che, incontratolo onesto per la via, o lo arieno fuggito come il bue che cozza; o dettogli Dio te ne mandi; ovvero guardatolo a stracciasacco fatto un rabbuffo con le parole: — vattelo a guadagnare, sciagurataccio perdigiorno — adesso degnansi trattenersi con esso lui in geniali colloquii sostenendo strenuamente l'assalto della moltiforme famiglia degl'insetti annidiati dentro le celle dei ritenuti, quanto i nostri bersaglieri la mitraglia di un ridotto; e non si fermano qui che, uscito dal carcere, il nefario è messo sotto la protezione di un valentuomo, il quale lo accomoda con qualche operajo di sua conoscenza, perchè nel mestiere si perfezioni, e col vigilarlo, ammonirlo, soccorrerlo s'ingegna a farlo diventare persona agiata. — Dunque sta bene che si ripeschi l'annegato, ma sta meglio che s'impedisca annegare; giova avere carità dei perduti, non però prima che siasi speso ogni studio perchè altri non si abbia a perdere. Insomma bada che un mezzo onesto od uno ipocrita di onestà non ti abbia a costare più di una dozzina di buoni ed innocenti figliuoli. Per ultimo dirò cosa che parrà crudele, ma io la sento,e la voglio manifestare: vale egli il pregio che tu ti affatichi intorno a colui, che notte tempo, per cupidità, si accostava al letto del padre, e a lui dormente tagliava la gola? Di quanti domatori di belve ho visto, nessuno tolse a mansuefare il serpente a sonagli. Ora può senza ingiustizia paragonarsi il parricida col serpente a sonagli? —
Adesso io temo udirla, mio riverito signore, esclamare: ohimè! io aveva chiesto un parere, che rincalzasse la mia dottrina avversa alla pena di morte, e tutti questi discorsi, sembra che mettano capo a persuaderla. La non si sgomenti; e per non tenerla più oltre su la corda, vengo ad esporre la ragione per la quale io giudico che si deva abolire. Questa ragione io la trovo nello esempio; vale a dire per l'appunto colà dove altri deriva ragione, per conseguenza contraria alla mia; e perchè io possa chiarire il mio concetto intero chiedo venia di premettere certe mie brevi avvertenze.
Così in politica, come da per tutto, occorre una maniera di cervelli, i quali per procacciarsi credito di sapienti (e quasi sempre riescono) pigliano in prestito certe idee astratte e parole, le quali avendo fin qui adombrato pratiche rinvenute utilissime, e ne rivestono o errori, o viltà, o astii, o tradimenti: il volgo deluso trae dietro all'antico suono, e scambiata la nuvola per Giunone,si accorge tardi e invano di essersi messo in casa un armento di Centauri. Lasciamo da parte la politica: nella materia che abbiamo tra mano, il moderato dire, e pargli dire gran che: la questione della pena di morte governa la opportunità, sicchè con profitto può abolirsi là dove per educazione diventarono mansueti i costumi, ma è forza mantenerla colà dov'essi durano feroci. Conseguenze di siffatto ragionamento sono, che i costumi devano precedere l'azione della legge, e la pena di morte si abbia a considerare come un mezzo per educare e incivilire i popoli. O questi sono errori, o nessuno. Il consorzio umano presenta due epoche principali; la prima quando l'uomo aspro tuttavia della nativa barbarie domanda al legislatore modo e norma di più urbano vivere; la seconda quando di rovina in rovina sceso all'ultimo grado della corruzione e dello avvilimento, tocco come Saule caduto dalla voce di Dio, sente che ha da rilevarsi, ma fatto cieco non conosce la via, e chiede che altri gliela mostri. Nella epoca prima tu hai dinanzi il sasso che hai da riquadrare; non ardua impresa: basta scemarlo con discrezione, che ti secondano le voglie come le facultà degli uomini: questo toccò a Licurgo, a Romolo, a Numa e ad altri più antichi: all'opposto nell'epoca seconda tu miri un sozzo pattume dove tutto è logoro, virtù e vizii diventati una roba sfatta: vintoil ribrezzo di tuffarci dentro le mani, la società umana ti schizza fuori delle dita; qualche frammento rimasto intero meglio degli altri, ricoperto dalla infamia universale, non avvertito, te le feriva; e questo è stato come più miserabile, infinitamente più difficile ad acconciarsi del primo. Qui se il legislatore per dettare le sue leggi ha da attendere la miglioria dei costumi, in fede di Dio aspetterà un pezzo; adesso egli ha mestieri con le leggi fecondare non solo, bensì creare senso morale, coscienza pubblica, amore della virtù, costumi buoni, santità di vincoli, gentilezza di uffici; e tutto in somma. Noi Italiani usciti appena da lunga e vergognosa servitù veruna parte possediamo della prima epoca, ed, ahimè! troppo più che non si vorrebbe della seconda.... In questa epoca pertanto la legge importa sia educatrice per eccellenza, corregga i costumi rei, non attenda i buoni costumi a correggersi, e norma di vita ella si presenti agli occhi di tutti come un Cristo sul colle a predicare alle turbe i precetti dell'onesto vivere.
Ho detto che la società nostra rovina, e mentre corrono dietro alle farfalle, non badano al terreno che trema, e si spacca sotto ai piedi degl'improvvidi; e tra mille vi fia argomento la discordia delle istituzioni umane, la quale cresce di tutti i partiti, che tu avvisi adoperare per rimediarci.
Date ascolto alle mie osservazioni, che io mi diletto delle cose pratiche, e quantunque ammiri chi va su pei sentieri delle dottrine, io non gli so imitare. Io vivo qui in Genova su di un colle a piè del quale il Municipio ha murato uno edificio, che, quantunque sia buttato là con la simmetria con la quale vediamo disposte in città tutte le altre fabbriche, e le balle, e le botti, ed i barili in porto franco, pure non cessa di essere bello e profittevole molto; forse più questo, che quello. Lo edifizio di che ragiono serve di pubblico macello, perocchè meritamente i cittadini procedendo per le vie anguste di Genova rimanessero percossi dal grido di dolore, e da rantoli di agonia, e quasi a forza sospinti a guardare vedevano uomini a mezzo rischiarati da sinistre lucerne avventarsi con le coltella ignude sugli animali, e scannarli, e scoiarli, e squartarli tutti imbrodolati di sangue. Simile spettacolo partoriva doppio effetto, e disforme; in parecchi gentili, una tristezza da non potersi significare con parole; nei più feroci libidine di sangue. Provvedendo al pubblico costume il Municipio non solo ordinò il pubblico macello, ma prescrisse altresì che i quarti delle bestie macellate, per non contristare o insalvatichire i passeggieri, alle botteghe dentro carrette chiuse si trasportassero, dove poi ridotti in minuti tagli si vendono; e sta bene. Ma in faccia al medesimo colle, dove io abito, giace il molo pienod'innumeri legni, frequenti di popoli convenuti da ogni lato della terra; qui vidi, e quante volte occorra rivedrò, piantare una o più forche e sul rompere del giorno impiccarvi due o tre sciagurati... Il pilota innanzi l'aurora avrà spinto nel firmamento lo sguardo per salutare Lucifero, prima che scompaia avrà veduto un uomo spiccare un salto su le spalle di un altro, e dipinto per lo azzurro sereno dell'orizzonte una baruffa immane fra una creatura che impunita e pagata viene ad ammazzare, ed un'altra che si punisce di morte per avere ammazzato. Vero inferno d'iniquità! Così in un medesimo paese l'occhio non deviando dalla linea retta vede in un luogo il Municipio sottrarre alla pubblica vista la uccisione delle bestie da cibarsi, perchè il costume se ne avvantaggi, in un altro il Governo che espone alla pubblica vista la impiccatura di uno, di due e fino di tre uomini, perchè i costumi si emendino...
Certo non è nuovo il vezzo di abusare della parola; ma che, come ai dì nostri, si sia posto studio a crescere la dignità del discorso alla stregua della indegnità del fatto io dubito assai; comunque vada adesso le parole non contano o poco, e se non quanto rispondono ad opere oneste; però soli gli esempi possiedono la virtù di persuadere e di educare; donde come per via di corollario la conseguenza, che male possono mansuefarsi i costumi colà dove la legge ordinando i sagrifizi umanicome norma dell'ottimo vivere civile si pretende venerata; e gli uomini che la morte del proprio simile comandano, ricevono onori e stipendio.
Fallacia di giudizio e supposta necessità hanno indotto il legislatore, e chi ci ha interesse, in un accordo tacito a cumulare da un lato con ogni diligenza gli onori... sopra alcuni capi, dall'altro con industria maggiore a raccogliere la infamia di tutti, ed avventarla sopra un capo solo, e questo consacrare vittima espiatoria alla pubblica esecrazione. Simile bindoleria tanto non potè pervertire la coscienza degli uomini, che d'ora in ora non le si sollevasse contra, e come accade sovente, eccessiva: così Aristotile nellaPoliticaannovera il carnefice fra i magistrati, anzi pure fra i meglio spettabili a cagione della necessità; e gli altri di mano in mano crescono la posta sino al Rousseau, il quale trova conveniente nel suoEmilioche il principe gl'impalmi la propria figliuola: con mente più retta e con giustizia il popolo, invece di levare il carnefice alla dignità del magistrato, ha tratto giù il magistrato che condanna a morte il suo simile fino alla indegnità del carnefice.
Di vero come, e perchè dovria abborrirsi il boia, e il giudice no? — Il boia, dicono, è salariato: sta bene; forse non tirano paga i giudici? — Questi non mettono le mani addosso, l'altro sì: e questo che monta? Gli uni mettono ilpane su la pala, l'altro lo inforna. Forse il carnefice si attenterebbe torcere pure un capello al paziente se non glielo comandassero? No di certo; dunque la penna prima della corda lo ammazza. Pigliarsela col sasso, e non con chi lo ha scagliato cosa è bestiale. Il carnefice uccide con animo pacato, si obbietta ancora, e il giudice ordina forse la morte con animo iracondo? Anzi il carnefice sia tristo o pessimo rileva poco essendo il suo atto meramente materiale, ma nel giudice ogni lieve alterazione, comechè transitoria, torna funestissima. Il giudice adopera intelletto, volere e potere; il carnefice è infelicissimo arnese. — Ma in che nocque il paziente al boia? — E in che nocque al giudice? Ancora, in che i nemici a cui indisse guerra il Principe ingiuriarono i soldati, che levano a cielo come eroi, quando per 20 centesimi al dì e un gotto di acqua arzente movono a menarne macello? Oh! ingiuria grande loro fanno minacciando la Patria; e sia così; ma i facinorosi non guastano la Patria? E avverti, i nemici di tratto in tratto, ma questi senza tregua, sempre. Nè il carnefice impiccandoti tre, quattro, sei e più, se il Giudice comanda, immagina condurre tal gesto di cui gliene sarà tenuto ricordo nell'epitaffio, nè, io penso, presumerà chiederne collare, o croce, nè anco quella di San Giuseppe in Toscana, tanto, poverina! decaduta ai giorni nostri; mentre i Magistrati e i Soldati mietono apiene mani onori, allori, ricchezze, e taluno così dei primi come dei secondi (ma più dei secondi) i sorrisi
«Della tenera altrui moglie a te cara!
«Della tenera altrui moglie a te cara!
Conchiudo pertanto che volendo tôrre via dagli animi la ferocia, onde altri desume la necessità di conservare la pena di morte, bisogna per lo appunto come esempio supremo di educazione abolirla, e con essa removere dalla mente del popolo lo spettacolo d'iniquità e di contraddizione, pel quale chi ordina la morte dell'uomo si pretende onorato, chi mette a compimento il comando si dà in balìa alla pubblica esecrazione.
Rimarrebbe, e questo massimamente importa, a discorrere qual sistema di pena possa surrogarsi affinchè un reo non aggravi più di dieci innocenti, e come il suo lavoro possa tornare proficuo alla società ed alla famiglia offese; quali opere dovrieno affidargli, dove, in che termini; con altre assai più ricerche che ometto. Questo dipende da studiare le isole, le maremme, le miniere, e simili argomenti; ed io non ho modo, nè tempo di farlo. —
Con ben'altra scienza ella persuaderà altrui l'abolizione della pena di morte; e lo ha già mostro col suo trattatello stampato a Venezia l'anno scorso; ma per diverse vie si giunge a Corinto,dicevano gli antichi. Mi piacerebbe le tornasse grato lo scritto, ma questo o non importa, o poco; quello che preme si è che duri ad esserle gradito lo scrittore, che la saluta, e le si raccomanda.
AffezionatissimoF. D. Guerrazzi.
Genova, 5 marzo 1861 — Villa Giuseppina.