XX.

—Sì—disse poco dopo Leonardo porgendo ascolto,—pare proprio che dica:—è lui!… Ma se pure fosse un inganno della fantasia, ecco un inganno santo! Credere che i nostri cari, anche quando pare ci abbiano lasciato, ci siano vicini, ci vedano, e giudichino le nostre azioni; e ad ogni atto che stiamo per compiere domandarci:—che ne dirà mia madre?—ecco il vero culto dei morti; tu educhi il semprevivo in cuore, mentre la volgare pietà lo educa nei cimiteri!

—Prendi anche questo—interruppe Ernesta—perchè tu parli come un angelo.—

Leonardo prese e restituì, e ancora si udì per l'aria la musica di due baci sonori…….

Verso il crepuscolo venne il dottor Agenore, e trovò i coniugi dinanzi alla finestra spalancata, muti, estatici, intenti ad ascoltare il canto dell'usignuolo, a cui i grilli facevano l'accompagnamento.

—Ah!—disse Ernesta voltandosi.

—Agenore!—aggiunse il cieco.

—Io proprio; avrei potuto star qui fino a domani, che non vi sareste accorti di me.

—Io me n'era accorto—disse Leonardo,—ma credevo che tu pure ascoltassi quello che dice l'usignuolo.

—Non ne ho l'abitudine, la piglierò quando avrò moglie….

—E prego Dio che sia presto!—disse Ernesta scherzando.

—Ed io prego il suo Dio di tapparsi le orecchie….—

—Vediamo, siamo stati savi?… Leonardo…. si sono fatte poche ciancie? Si sono evitate le commozioni troppo forti?…—

Ad ogni domanda. Leonardo ed Ernesta facevano di sì col capo come due scolari che vogliono farla al signor maestro.

—Sentiamo il polso…. abbastanza regolare.—

I complici, respirarono liberamente; il momento difficile era passato.

Nella faccia ilare, nell'accento scherzoso, nei modi composti ad un sussiego straordinario, il dottore dimostrava un'intenzione che sfuggiva alle occhiate scrutatoci d'Ernesta.

—Cara signora,—uscì egli a dire all'improvviso,—vorrebbe usarci la cortesia di lasciarci un momento soli? Scusi la ruvidezza…. è il vizio dei medici….

—Mi manda via….—rispose Ernesta ridendo,—me ne andrò!…

—Perchè la mandi via?—chiese Leonardo, e udendo il passo della moglie che si allontanava, stette in ascolto finchè fu uscita, poi disse sospirando:—Che cosa vuoi da me ora?

—La lingua—disse il medico.

Leonardo cavò la lingua.

—Come ti senti?

—Bene.

—Saprai resistere ad una commozione?

—Sì.

—Ebbene, allora sappi che io ti ho ingannato…, ho detto tutto a tua moglie.

—Ah!

—E tua moglie, indovina…. è innamorata di te.—

La rivelazione che Agenore aveva circondata di tanto mistero, non fece l'impressione temuta sull'animo del cieco; un dolce sorriso apparve sulle sue labbra, null'altro.

—Grazie,—disse Leonardo.

—Si figuri,—rispose Agenore, canzonandolo—niente, è una bazzecola!

—Grazie,—ripetè Leonardo—lo sapeva.—

Allora il dottore diè un balzo, spalancò l'uscio del salotto e chiamò Ernesta.

—Venga, venga, signora mia; sono io di troppo…. e me ne vado.—

Due risate squillanti lo accompagnarono un tratto. Poi il medico ritornò a raccomandare serio serio «non si commettessero imprudenze» e ad avvertire che sarebbe venuto il domani molto di buon'ora.

—A domani—disse Agenore.

—A domani—ripeterono melanconicamente Ernesta e Leonardo.

Di nuovo l'allegria si spense sulle faccie dei poveretti.

La luce?

Venne l'alba aspettata con desiderio e con trepidanza.

Agenore, come aveva promesso, anticipò di molto la sua visita.

—Sono contento di trovarti a letto—disse—bravissimo.

Ernesta notò che la sua voce aveva un lieve tremito, e che volendola assicurare riusciva solo ad ingrossarla. Anch'essa voleva parer serena, ma aveva l'ansia, ed Agenore se ne avvide; le venne presso, le strinse la mano. Tremavano leggermente tutti e due.

—Dovrò rimanere a letto?—chiese Leonardo.

—Sarebbe meglio; ma il dottor Q…. dice che, se preferisci alzarti, nel tuo stato non vi è pericolo.

—Lo preferisco—disse il cieco.

—Sentiamo il polso…. vediamo la lingua…. a meraviglia…. a meraviglia….

—E sarà proprio molto dolorosa l'operazione?

—Tutt'altro…. una bazzecola…. un paio di minuti per occhio, supponendo, come credo, che il dottor Q…. voglia operare i due occhi in una volta….

—Come?—balbettò Ernesta.

—Gli autori sono in contrasto,—disse il dottor Agenore con molta disinvoltura; si danno ragioni di peso da una parte e dall'altra; le probabilità di buona riuscita si equilibrano nei due sistemi; da quanto dicono i propugnatori di questo o di quello sembra potersi conchiudere così: quando l'operazione è dubbia, meglio tentare prima l'operazione sopra un occhio solo; quando invece è sicura, meglio le due operazioni in una volta.

—Ed a lei pare sicura?—domandò Ernesta.

—A me pare sicura…. sicurezza medica, s'intende, che non è sicurezza matematica.—

Per quanto Agenore ingrossasse la sua voce di falsetto, aveva l'ansia quasi al par di Ernesta.

Il più sereno dei tre era Leonardo, il quale in un attimo fu vestito ed accomodato sul seggiolone.

Venne il dottor Q…. tranquillo, determinato, schietto nei movimenti e nelle parole; si indovinava in lui l'uomo padrone di sè; vedendolo tornò subito un po' di coraggio ad Ernesta, e si rianimò la disinvoltura agonizzante d'Agenore.

Si parlò dinarcotizzazione; Leonardo rifiutò.

—Bravo!—disse l'oculista—tanto meglio!

—Bravo!—ripetè Agenore con un po' di tremito nella voce—tanto meglio…. già è una bazzecola…. bisogna esser forti.—

Ernesta guardava sbigottita ora l'uno ora l'altro, mentre il vecchio Bortolo andava e veniva obbedendo agli ordini brevi e frequenti.

—Ernesta!—chiamò il cieco.

—Eccomi.—

Si fè presso al disgraziato e pose la mano nelle sue.

—Così—disse Leonardo—sarò più forte.—La povera donna non rispose; cogli occhi sbarrati dallo sgomento seguiva ogni movenza del dottore.

Vedeva preparare le fasciature di flanella bianca, le compresse, i filacci, levar da un piccolo astuccio certi ferretti lucenti, ed Agenore affaccendarsi per far poco più di nulla, senza potere star fermo, e l'altro solenne, pacato, silenzioso. E girando lo sguardo intorno intorno con un movimento automatico del capo, contemplava il letto, le seggiole, gli armadi, i quadri appesi alle pareti, non parendole vero che in un momento così solenne potessero ancora essere i quadri, le seggiole, il letto d'ogni giorno e serbare in tanto affanno essi soli l'aspetto più indifferente dell'usato.

E ancora girava il capo come un automa, e ancora fissava gli occhi sbarrati nel dottore…. Poco stante lo vide muovere verso l'infermo e tremò tutta.

—Ci siamo?—domandò il cieco.

Nessuno gli rispose.

Il dottor Q…. volse il seggiolone in modo che la luce non battesse sulla faccia del paziente, poi spalancò la finestra, e guardò verso Agenore. Costui era occupatissimo intorno alle compresse e se ne distaccò a malincuore.

—Bisogna star fermo,—disse l'operatore con voce amorevole.

—Starò fermo,—rispose Leonardo.

Inginocchiata innanzi al marito, le labbra ardenti impresse sulla mano che stringeva forte la sua, Ernesta intese ancora la voce sommessa dell'oculista che diceva: «Lei, dottore, tenga ben sollevate le palpebre, così… mi raccomando—» poi chiuse gli occhi.

Seguì un gran silenzio.

La povera donna radunava nel buio i fantasmi del suo passato, andava raccogliendo gli atomi in un caos vertiginoso per comporli a forme note—tutto ciò senza coscienza; rivedeva Leonardo come la prima volta gli era apparso, indifferente e cortese, poi galante, poi assiduo, poi fidanzato, sposo, marito—e di nuovo annoiato, freddo, indocile al giogo della famiglia, e finalmente cieco, pentito… e seguendo come trasognata i quadri di questa visione, parevale d'udire un martello assiduo; era il suo povero cuore in tumulto. Quanto tempo durò quella visione? Un baleno. All'improvviso sentì tremar forte il braccio di Leonardo e la mano di lui avvinghiarsi alla propria; strinse vie più gli occhi e le labbra, si sprofondò più addentro nel caos che le si apriva dinanzi…. ancora uno di quegli istanti che contano per anni nell'eternità, e finalmente un grido acuto, penetrante, accompagnato dal tremito convulso di tutto il corpo del paziente.

—Ecco, ecco, è fatto;—disse il dottor Q…

—È fatto,—balbettò Agenore.

Ernesta aprì gli occhi attonita.

Il dottore veniva assicurando una compressa sopra l'occhio destro, da cui colavano lagrime e sangue. Sul volto contratto dell'infermo ancora combattevano il dolore e l'energia della volontà.

Nessuno vide l'occhiata supplichevole della povera donna accasciata sul pavimento; Agenore toccava il polso dell'amico, ma aveva tutta l'aria di non saper quello che si facesse.

Il dottor Q… sembrava aspettare qualche cosa, e un momento dopo disse con voce carezzevole:

—L'operazione è riuscita benissimo da una parte; ora dall'altra.—

Ernesta diede un lieve grido e ancora s'accasciò e nascose la faccia fra le ginocchia di Leonardo, il quale tentò un sorriso ed accarezzò colla mano tremante la testa dell'amata donna.

Nuovo silenzio, nuovi terrori, nuove visioni, e finalmente un sospiro rumoroso di Agenore che ripigliava fiato, e un grido selvaggio di dolore e di gioia.

—Zitto!—ordinò il medico con bontà.

—La luce!—mormorò Leonardo abbassando docilmente la voce.

Ernesta fu in piedi d'un balzo; aveva nello sguardo il baleno d'una gran gioia….

Ma la fasciatura copriva già gli occhi del paziente—l'operazione era finita.

—La luce?…—-ripetè la povera donna interrogando trasognata.

Agenore le venne presso, le strinse la mano, volle dire qualche cosa e non potè dir nulla.

—Speriamo,—balbettò Ernesta come fuor di sè,—speriamo, bisogna farci coraggio….

—Giusto,—rispose Agenore,—è quello che volevo dir io…. speriamo, bisogna farsi coraggio….

La luce.

Il medico aveva ordinato il buio, l'immobilità, il silenzio.

Adagiato l'infermo nel letto, sopra un monte di cuscini, per sei giorni non doveva più moversi, nè per sei giorni parlare o cibarsi d'altro che di minestrine. Le imposte della finestra furono chiuse sì che a stento gli occhi avvezzi potevano vedere il nero profilo degli oggetti. Un'ombra, non una donna, vagolava assiduamente in quel buio—Ernesta, col cuore traboccante, col labbro muto.

Più volte in uno stesso giorno la porta di quella camera si apriva lentamente, un'altra ombra colossale chiudeva il vano, stava un istante immobile, poi si accostava al letto sulla punta dei piedi, un bisbiglio sommesso rompeva quell'aria muta; allora Leonardo sospirava dal suo letto per farsi intendere; non gli si rispondeva: l'ombra si muoveva poco dopo, la porta cigolava un'altra volta—Agenore se n'andava com'era venuto.

Silenzio.

A quando a quando l'infermo chiamava sottovoce:—Ernesta?…—

Accorreva essa e gli ordinava con un bacio:—silenzio!—

Quanti fantasmi luminosi in quel buio, quante parole confortatici mormorate da invisibili creature!

Le ore scorrevano lente, il cuore della povera donna le misurava con un battito tranquillo.

Sentiva una vigoria insolita, le pareva d'essere come una fortezza chiusa, in cui non potesse entrare alcun affanno; e se uno, insistente, se ne affacciava ogni tanto, ella vedeva accorrere mille giocondi pensieri a cacciarlo, ed assisteva come impassibile a quella breve lotta. Non sapeva altro che sperare, altro non faceva che sognare ad occhi aperti.

Il buio della camera era per lei come un velo nero, dietro cui si nascondesse la felicità.

Cessato lo spasimo della ferita, Leonardo chiamava ogni tanto la sua compagna—e la poveretta era, ratta a chiudergli le labbra colle labbra.

—Sai? Ho visto la luce! disse una volta l'infermo, ribellandosi al savio consiglio; mi è sembrato di vedere i colori; non sono più cieco!

—Zitto! Zitto!

—E vedrò te, mia bella!…

—Zitto….—

Tornava il silenzio.

Mille fantasmi ridenti accorrevano ad ingannare il tempo lungo.

Per ore intere al capezzale del marito, una mano di lui stretta nelle proprie, Ernesta rimaneva immobile nella contemplazione della tranquilla festa dell'avvenire. Si vedeva al braccio di Leonardo non più cieco, essa colla faccia rivolta in su, egli col capo piegato teneramente verso di lei, e vedeva due sorrisi d'amore scendere e salire per le fila tese da due sguardi d'amore.

Camminavano sopra sentieri appena tracciati sull'erba dei prati; le farfalle, gli uccelli, le piante, li guardavano attoniti, e quante creature avevano un movimento s'inchinavano a salutarli, e quante avevano una voce intonavano un inno. Un mondo ignorato si schiudeva ai loro cuori, comprendevano la gran festa della fiducia senza reticenze, dell'amore senza civetterie, del sentimento che non ha ridicole paure, della poesia che ripudia ogni inganno di metafora o di rima.

Guardavano in faccia agli spettri temuti, la noia, la sazietà—parole vuote dovunque non entra spasimo o febbre.

Così fantasticava Ernesta; e un sorriso dolcissimo, che s'indovinava sulle labbra dell'infermo, diceva che così pure fantasticava Leonardo.

Dal di fuori, attraverso le imposte serrate, giungeva talvolta affievolita la nota dello stornello, unica voce dell'immensa natura. Allora Ernesta si sentiva voglia di correre a spalancare le finestre, di lasciar entrare l'aria, la luce, i canti semplici, e di gridare alle innocenti creature la buona novella…

Silenzio!… Bisogna star paghi alle visioni della cameretta, al tranquillo tripudio del cuore. Un giorno ancora!… Silenzio.

Il suo posto favorito era al capezzale dell'infermo, dove poteva vedere il sorriso di Leonardo. Aveva un modo così dolce di sorridere Leonardo! Non mai per lo innanzi se n'era avveduta. Quel sorriso era un madrigale; e chi sa quante volte gliel'avea visto sulle labbra senza saperlo leggere!

Era bello Leonardo? Sì, era bello; dalla fasciatura usciva la sua fronte alta, serena, il naso affilato; le guancie aveva un po' smunte, ma non incavate, il mento tondo; bei capelli ricciuti, baffetti neri e belli… Era bello Leonardo!

E non poterglielo dire, non poterglisi buttar fra le braccia, coprire di baci la sua fronte, le sue guancie, dirgli cento volte:—sei bello, sei bello!—

Silenzio! È l'alba del sesto giorno, poche ore ancora!…Silenzio.

Venne l'ora sospirata, venne il dottore, e dietro a lui, frettoloso per timore d'essere in ritardo, Agenore.

Fu data un po' di luce alla camera, poi il dottore fece a voce alta alcune interrogazioni all'infermo, gli toccò il polso. Tutto andava benissimo. Allora tornò alla finestra, temperò la luce studiandone la direzione e di nuovo venne al capezzale e tirò la coperta di colore fin sopra la rimboccatura, perchè la bianchezza del lenzuolo non ferisse troppo vivamente l'organo indebolito… Era venuto il momento. Ernesta tremò e dovette reggersi al braccio di Agenore.

La lunga lotta combattuta con apparenza di vittoria, quella lotta che aveva per premio la speranza, era stata un inganno; ecco, i baldi fantasmi fuggono dalla sua mente come un esercito di vigliacchi—e quell'unico nemico, che pareva sopraffatto e meschino, si rialza, ed è un gigante.

Se Leonardo non vedesse nulla!

Fu l'ansia d'un solo istante; cadde la benda, Leonardo aprì gli occhi, li girò intorno e fissandoli estatico sulla faccia paurosa di Ernesta, protese le braccia chiamandola col gesto.

—Ti vedo! ti vedo!—

Ma la voce si ruppe in un grido, e il grido in un singhiozzo.

Ernesta gli si gettò fra le braccia e mescolò alle sue le proprie lagrime di gioia; anche Agenore piangeva, ma voltava il capo dall'altra parte per non farsi scorgere.

Emicrania e mal di nervi.

La signora Virginia Rinucci venne troppo tardi, quando il medico aveva rimesso la benda a Leonardo e se n'era andato.

Non lo disse espressamente, ma lasciò capire che era una disgrazia.

—Peccato!—mormorò; e mormorò quel peccato! in guisa, che Ernesta dovette proporsi il quesito se il danno fosse di Leonardo, di Virginia Rinucci o di tutti quanti.

Ma l'amabile cuginetta non la lasciò lungamente in dubbio, e dopo aver diluviato domande su ciò che aveva detto e fatto il cieco rivedendo la luce, concluse candidamente: «peccato! se ci fossi stata, avrebbe visto anche me.»

—Sicuro,—disse il dottor Agenore,

—Sicuro,—ripetè Ernesta sorridendo.

Queste ciancie si facevano nel salotto, dovendosi, per ordine del dottore, lasciare in pace l'infermo.

—Tornerò domani,—disse Virginia;—e siccome non mi aspettereste, anticiperò.

—Brava!

—Brava!—

Alla prima approvazione scherzosa, che era di Ernesta, la cuginetta rizzò il capo ed appuntò le labbra pronta a combattere come un'eroina; alla seconda approvazione, ch'era del dottore, chinò gli occhi a terra al par d'una vergine imbelle.

—Non ha altr'arme che il pudore, ma evidentemente ne abusa—pensò Agenore—fa il mulinello continuo.—

Il giorno successivo Virginia anticipò, e giunse appena in tempo; il dottor Q… entrava appunto allora.

—Vedi un po' se avessi tardato qualche minuto!—disse ad Ernesta entrando, dietro al medico, nella stanza di Leonardo.

Ma ecco il dottor Agenore farsi presso alla signorinaRinucci, e colla sua voce di falsetto dirle:

—Signorina, se Leonardo la vede corre rischio di restare abbagliato….—

E siccome la vergine incominciava più disperatamente che mai a fare il mulinello col suo pudore, egli si affrettò a soggiungere ingrossando la voce:

—Il bianco della sua veste può infiammargli la retina, è meglio la si tiri in disparte.—

Lo stesso consiglio fu dato con un cenno dal dottor Q…; e allora Agenore dimenticò la prudenza e trasse dolcemente la signorina dietro il seggiolone.

Leonardo ed Ernesta si abbracciarono stretti, senza parole, senza lagrime….

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tante commozioni e tanti contrasti furono funesti all'amabile cuginetta.

Due giorni dopo il dottor Agenore, recandosi a far visita a Leonardo, si vide venire incontro Ernesta con modi da indovinello, tra il serio ed il burlesco.

—Presto, presto, dottore, si ha bisogno di lei.

—Leonardo?

—Sta benissimo, non si tratta di lui, ma di mia cugina Rinucci….

—Oh!

—Sicuro, è stata colta da un'emicrania orribile, ha il suo mal di nervi, un mal di nervi tutto suo, come dice lei, nessuno ha mai provato l'uguale…. sono stati a cercarlo a casa e non l'hanno trovato, allora sono venuti qui.

—Sono venuti a cercar me?

—Già!…

—Proprio me?

—Proprio lei.—

—Agenore non sapeva uscire dallo stupore; sentiva un curioso imbarazzo in faccia ad Ernesta, e senza una ragione al mondo, invece di spicciare la sua visita medica, tirò in lungo.

—Cattivo!—gli disse Ernesta quando fu per andarsene.

E rise.

L'eco di quella risata, accompagnò lungamente il disgraziato dottore.

Nessuno seppe mai che cosa avvenisse in quel primo incontro del medico colla pudibonda ammalata, al cospetto solenne di babbo e mamma Rinucci.

Curiosa come donna e come cuginetta, Ernesta assediò di domande Agenore, il quale si tenne sulle sue un pezzo, finchè un bel giorno, in faccia ai due coniugi riuniti, uscì in questo aforisma balzano:

«Ogni donna è un'amazzone, o combatte colla civetteria o col pudore; la civetteria, che assalisce da lontano e tira a cimento i paladini, può fallire; il pudore no; è impossibile accostarsi ad una donna che faccia il mulinello con quello spadone a due tagli senza buscarsele.

—E significa?

—Significa…. significa…. non lo so nemmeno io che cosa significa.

—Ah!… ed è proprio guarita bene la mia Virginia?

—Proprio bene.—

L'ultimo tiro del dottor Agenore.

Leonardo entrò presto in convalescenza; mano mano gli fu concesso di star senza la benda nelle ore del crepuscolo, di andarsene in campagna, di far uso degli occhi con occhiali; e finalmente Agenore disse all'amico con una solennità insolita:—la cura è finita; tu ci vedi meglio di me, e solo che rinunzi alla vita di stravizzi, che non vegli di notte….—

Leonardo lo interruppe:

—Che non perda il mio tempo al caffè od al circolo, che non mi avveleni a stilla a stilla colla noia, che non intorpidisca le fibre coll'ozio, che non corra pazzamente dietro alla felicità colla felicità stretta nel pugno…. solo ch'io faccia tutto ciò, sono al sicuro da una ricaduta. È questo che vuoi dire?

—È questo.

E appena Agenore se ne andò a girare pei campi col fucile ad armacollo, il poveretto corse in una stanzetta piccina e gentile, si arrestò sull'uscio come sul limitare d'un tempio, finchè la sacerdotessa gli venne incontro ad introdurlo colla cerimonia d'un sorriso e d'un bacio. Ed allora essa sedette sopra una poltroncina, egli se le inginocchiò ai piedi e cercò il suo cielo in quegl'occhi neri lucenti; e fra il sorriso amoroso ed una stretta di mano tenace ed un amplesso misurato dal palpito robusto e sereno del cuore, sentì il bisogno di ripeterle per la centesima volta:

—Ti ricordi, quando vivevo al tuo fianco senza saperti leggere dentro, quando te bella, gentile, appassionata possedevo indifferente, ed i tuoi sentimenti ed i tuoi affetti non comprendevo o sdegnavo come un impaccio?

—Sta zitto—disse Ernesta,—sta zitto.

—No, non sto zitto; te ne ricordi? Ti ricordi il giorno che ti rimproverai l'amore innocente dei tuoi fiori, e beffai la canzone del tuo canarino, e risi del santo culto dei tuoi poveri morti? Te ne ricordi? Ebbene, allora, allora più che mai, allora solo ero cieco.

—Sta zitto.

—No, non sto zitto. Io che le ho provate entrambe, lo posso dire: più della cecità degli occhi, è paurosa e crudele la cecità dello spirito. E se la notte, quando sogno di essere ancora cieco o mi sveglio d'improvviso nel buio e mi coglie una terribile paura, se allora mi si proponesse di scegliere tra la luce che illumina la mia pupilla e quella che m'illumina il cuore….

—Sta zitto…. ascolta….—

E così dicendo, si levò in piedi, socchiuse un'imposta della finestra, e col braccio tenne lontano Leonardo, perchè il raggio che penetrò nella cameretta non gli battesse sul viso.

Era l'ora del mezzodì; sotto la sferza del sole nessun uccello si avventurava sugli alberelli vicini, nessun passero saltellava sulle sabbie ardenti dei viali, ma giù nel boschetto, che pareva tuffarsi nel lago, l'usignuolo levava ogni tanto la voce di mezzo al confuso chiacchierio di mille voci.

Un pezzo stettero silenziosi, colle mani strette; si guardavano ogni tanto e si sorridevano a vicenda. All'improvviso s'udì uno sbatter d'ali, e un corpo nero fendette l'aria. Ernesta, che l'aveva visto colla coda dell'occhio, ebbe appena tempo di voltarsi; in mezzo al verde chiaro d'una robinia essa riconobbe uno stornello. L'audace pennuto pareva proprio rivolgersi a lei, spiegando tutta la sonorità della propria voce di contralto, in un saluto.

—Stallo a sentire—disse Ernesta.

Ma in quella lo stornello spiccò il volo ed andò a posarsi in cima ad un noce altissimo, dove ripigliò il suo gorgheggio.

Ernesta mise il capo fuori della finestra per vedere chi l'avesse fatto fuggire, e vide…. orrore! il dottor Agenore che, col fucile spianato, toglieva la mira verso il noce. Un grido ed uno sparo…. tacque il gorgheggio…. un brevissimo istante di silenzio, e finalmente l'uccello si staccò dalla pianta volando in direzione del boschetto.

—Sbagliato!—gridò Ernesta battendo le mani;—bravissimo!

—Dica che sono un asino! venti metri di distanza al più, carica di pallini da lepre…. è la prima volta che sbaglio.—

In così dire Agenore entrava in casa. Ernesta eLeonardo gli vennero incontro.

—Sono un asino, non me la perdonerò mai….

—Ma perchè pigliarsela con uno stornello?

—Perchè? Per non pigliarmela cogli usignuoli e coi fringuelli; questo vostro boschetto non ha mai visto la coda d'una lepre e non ne vedrà probabilmente fino al prossimo cataclisma.

—E allora lei non ci sarà.

—È vero; ma pare impossibile…. ho mirato giusto, dovevo colpire.—

Ernesta non rispose nulla, ma, seria seria in viso, faceva di no col capo.

Agenore guardò la bella, poi la faccia sorridente di Leonardo; depose lo schioppo in un canto e ripigliò a dire beffandosi:

—Sarà…. ogni anno ne passa uno, s'invecchia, si perde la fermezza del braccio, la sicurezza dell'occhio….

—E quando si ha perduto la fermezza del braccio e la sicurezza dell'occhio…. si piglia moglie.—

La bella donna rideva dicendo queste parole, Agenore anch'esso si provò a ridere, ma non gli riuscì.

—Ernesta ha ragione,—aggiunse Leonardo.

—Trovatemi voi altri la sposa….

—L'ho bell'e trovata…. mia cugina!

—Ah! perchè no? Lunga, asciuttina, coi capelli color di stoppa…. una connocchia vestita…. perchè no? io sono grassoccio, ho i capelli neri….

—Arturo Shopenhauer benedirà le nozze—entrò a dire Leonardo.

—Mia cugina non legge altro; ha sempre il suo Arturo al capezzale…. non è mica geloso, dottore?

—Procurerò di farmi forza….—

…. Alla sera, quando Agenore, col fucile ad armacollo, fu scomparso allo svolto del viale, Ernesta si rivolse sorridendo al marito e gli disse con un bizzarro accento quest'unica parola:

—Scommetti?—

Catastrofe.

È passato un anno. Virginia Rinucci è riconoscibile solo al colore dei capelli ed alla linea corretta del naso; nel rimanente è mutata; prima di tutto ingrassa, il che la fa parere meno lunga, e poi, invece del sussiego ad intermittenze d'una volta, ha una serena gravità di modi che non dispiace; e poi, e più, non s'impunta per il minimo contrasto, nè le corrono i rossori al viso per ogni nonnulla…. è una donnetta piuttosto amabile, e tra per merito proprio e della sarta, belloccia; in fine Virginia Rinucci non è più Rinucci, nè Virginia. È sposa e madre e non sa se più adori il suo piccolo od il suo grosso Agenore.

Il dottore si lascia adorare, si lascia dire che è bello, bello, bello, e quando si specchia negli occhietti sbigottiti della sua creatura, trova che sua moglie ha proprio ragione. Fa spesso visita a Leonardo in campagna, e piglia gusto a dar deltualla cognatina; infine incomincia a credere che lagrossa corbellerianon sia così grossa come gliela facevano vedere.

—La mia Virginia,—disse una volta ad Ernesta,—si è proposta di assomigliarti; tienilo per te, e bada che così hai doppia responsabilità, tu sei il suo modello.—

Ed un'altra volta disse:—la trasformazione di mia moglie non ha nulla che non sia nell'ordine fisiologico; le fanciulle che rimangono troppo lungamente zitelle sono come i cardini delle porte che si aprono di rado—s'irruginiscono e stridono; l'igiene è questa: olio ai cardini, marito alle fanciulle….

—Hai ragione,—diceva Leonardo.

—E tu, cognatina, non mi dai ragione?

—Te ne do cento…. e come sta il piccino?

—Ingrassa, ingrossa. Virginia dice che è tutto il mio ritratto, mentre invece è tutto il suo; è biondo…

—Tutti i bambini sono biondi….

—Ma il mio ha un biondo speciale che non sbaglia…. io dico che, mutato il sesso e l'età, è Virginia tale e quale….

—Ha dell'uno e dell'altro,—entrò a dire Leonardo,—e non può essere altrimenti colla teorica del completamento.

—Povero completamento!—disse Ernesta quando fu sola col marito.

—Perchè?

—Perchè quella creaturina non assomiglia nè a Virginia nè ad Agenore; la mamma ha gli occhi azzurri, il babbo neri, e il piccino non li ha di nessun colore…. in compenso ha il naso rivolto in su, mentre la mamma lo ha affilato ed il babbo aquilino…. ha…. Via, diciamolo, non ce n'ha colpa…. ma è bruttino….

—Il nostro sarà più bello,—disse Leonardo.

—Sicuro che sarà più bello—conchiuse Ernesta ridendo.

Uscendo di casa verso il crepuscolo per far la solita passeggiata nel viale, i colombi si affacciarono dalla piccionaia per vederli passare, e gli stornelli si staccarono in nugolo dal tetto per formare in alto, in alto, una corona sul capo della coppia felice.

Ma ahi! sciagura!—ieri l'altro ancora, al caffèCovaed alCircolosi faceva un gran ridere alle spalle di Leonardo e del dottor Agenore.

Estratto dallaNuova Antologia.

I.—In cui la signora si confida col suo spirito famigliare………………………………………… 5

II.—In cui il signore si confida col suo medico …….. 17

III.—Missione diplomatica…………………………. 33

IV.—In cui si fa una rivelazione e si mostra un disegno………………………………………….. 41

V.—Il dottor Agenore intraprende una cura radicale…… 45

VI.—«Non è lui! Non è lui!»……………………….. 57

VII.—Voci della campagna………………………….. 69

VIII.—Voci della città……………………………. 73

IX.—In cui si leggono i caratteri dell'amabile cuginetta ………………………………………………… 87

X.—Cieco!……………………………………….. 95

XI.—Crepuscolo e notte…………………………… 103

XII.—Soliloquio…………………………………. 115

XIII.—In cui il dottor Agenore ne fa una grossa…….. 119

XIV.—Primi bagliori nel buio……………………… 127

XV.—Inventario di cose e d'uomini…………………. 133

XVI.—Risultato ultimo d'una discussione filosofica….. 141

XVII.—Un sogno ad occhi aperti……………………. 151

XVIII.—Una rivelazione del dottor Agenore………….. 159

XIX.—È lui, è lui!………………………………. 167

XX.—La luce?……………………………………. 179

XXI.—La luce……………………………………. 185

XXII.—Emicrania e mal di nervi……………………. 191

XXIII.—L'ultimo tiro del dottor Agenore……………. 197

XXIV.—Catastrofe………………………………… 203

Milano—TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA—Milano

Auerbach——La Scalza—Traduzione diE. DE BENEDETTI—Un volume in-16di pagine 300……………………………… L. 2—

Bersezio V.—Cavalieri, Armi ed Amori—Due volumi………………………………. » 5—

Cantù—Abisso e riscatto,scene domestiche per letture di famiglia—Un volume in-16 grande di pagine 200……………. » 1 50

De Amicis E.—Pagine sparse—Un volume in-16…………………………………….. » 1 50

Donati C.—Povera vita!—Un vol. in-16……….. » 3—

Farina S.—Il tesoro di Donnina—Unvolume di pagine 416……………………….. » 3——Fante di picche—Un eleg. vol. in-16……….. » 1 50—Amore bendato—Un vol. in-16………………. » 2—

Lioy—Chi dura la vince…………………….. » 2 50

Ruffini—Un angolo tranquillo nel Giura,—Un vol. in-16 grande di pag. 360…………… » 2 50

Dirigere commiss. e vaglia alla Tip. Editrice Lombarda, Milano.


Back to IndexNext