II.

II.

Il dottore... balbettò Ambrogio facendo un passo di fianco per lasciar passare il suo compagno; mentre il conte Cosimo rimaneva sull’uscio. E ildottorCilecca passò, senza la minima ombra di sussiego dottorale, ma dando un’occhiata dottissima tutt’intorno.

Nel fondo della camera, entro un baldacchino di damasco giallo, si vedeva un letto antico a colonne, e quivi una massa bianca, un corpo sollevato a mezzo sopra un monte di cuscini, e più su un’acconciatura cremisina, che spiccava dal fondo giallo. La faccia scolorita ed immobile della giacente si confondeva quasi col damasco. Al capezzale del letto stava un’infermiera mezzo addormentata, e in faccia a lei la contessaBeatrice, in piedi, col capo voltato verso l’uscio e una gran curiosità negli occhi.

— Che cos’è stato? domandò quando Ambrogio le fu vicino.

— Un medico... balbettò il poveraccio, facendosi rosso rosso.

Ma la contessa non parve avvedersi di nulla e si accostò all’ammalata per annunziarle all’orecchio con una vocetta dolce e penetrante: — un medico!

— Ah! sospirò l’inferma, e rimosse a fatica il braccio destro, senza riuscire a sollevarlo: allora col braccio mancino accennò al Cilecca di accostarsi: e il Cilecca si accostò, senza punto scomporsi, fino a cacciare il capo sotto il baldacchino che misurò con un’occhiata, mentre veniva brancicando il damasco in un certo suo modo speciale, per farcantarela stoffa sotto le dita.

— Mi tocchi il polso, disse l’ammalata.

Il Cilecca toccò il polso.

— La febbre non ci è, disse la giacente.

— La febbre non ci è, signora contessa.

L’ammalata girò intorno uno sguardo di compiacenza, a cui Beatrice fu la sola a rispondere con un sorriso, perchè l’infermiera dondolava il capo lottando col sonno, e il conte Cosimo aveva afferrato una sedia per star ritto e ne tormentava lo schienale con tutte e due le mani.

— Lo vedi, Beatrice, balbettò la contessa Veronica, lo vedi — febbre non ci è, e senza febbre non si muore — non ho voglia di morire così presto, non è vero, dottore?

L’occhialetto del Cilecca cadde in questo punto; e appena il proprietario l’ebbe trattenuto e rimesso a posto, lanciò prima un’occhiata per passare da parte a parte il vecchio Ambrogio, che era sulle spine, poi disse: — Sono della sua opinione, contessa.

E non disse altro — ma quando volle scostarsi dal letto, l’ammalata lo trattenne dicendo: che cosa mi ordina?

— Che cosa le ordino? ripetè il Cilecca e sembrò chiederlo a quanti gli stavano intorno, compresa la contessa Beatrice, che lo guardava a bocca aperta — io non sono il medico curante, non le posso ordinare nulla; sono venuto per un negozio — per un certo negozio... il conte Cosimo ha voluto che la vedessi anch’io. Ora l’ho veduta e sono contento, perchè il negozio si può accomodare... la febbre non c’è... dunque si può accomodare.

L’occhialetto aiutava quella parlantina scucita, ma la distrazione vi metteva intoppo. Il signor Cilecca aveva fissato gli occhi sopra una gran chicchera d’argento niellato e non li sapeva staccare; all’ultimo non potè frenarsi, e accostandosi al tavolino da notte, prese la preziosa chicchera in mano...

— Mi fanno bere del brodo che non posso soffrire, balbettò l’ammalata.

Il signor Cilecca depose la chicchera con precauzione, salutò la contessa Veronica, si lasciò cadere l’occhialetto dinanzi alla contessa Beatrice, che non cessava di guardarlo curiosamente, ed uscì, dando le ultime occhiate al soffitto, al pavimento, alle pareti. Ambrogio lo seguiva come uno spettro.

Appena l’uscio si fu chiuso alle loro spalle, il Cilecca si addossò allo stipite per lanciare questa frase ad Ambrogio, il quale se l’aspettava:

— Non ne facciamo nulla.

Ha il vecchio trionfò di quell’arte sopraffina colla semplice natura.

— Sta bene, disse dispettosamente, se ne vada.

Il Cilecca si dondolò due volte e non si mosse.

— Quella chicchera d’argento niellato in cui la contessa piglia il brodo, disse con lentezza, non ce l’ho vista nell’inventario che mi ha dato.

— Non ce l’ha vista perchè non ci è, rispose Ambrogio brusco brusco — e s’avviava deliberatamente per indurre l’altro a smettere la positura di cariatide — ma l’altro lo lasciò andare, e solo quando Ambrogio fu giunto alla porta dirimpetto e non vedendosi seguito gli toccò voltarsi a guardare estatico, solo allora egli ripigliò a dire a sè stesso, guardando fisso in terra:

— Trenta mila lire senza pigliar la roba chi sa fino a quando... sto per fare uno sproposito... pure se mi pagano gl’interessi fino al giorno della consegna, parola d’onore, lo faccio.

— E glieli pagheranno gl’interessi, e glieli pagheranno in buon’ora, gemette Ambrogio con accento di misericordia, mentre dall’altra estremità della sala lasciava spenzolare le braccia e dondolava il capo in un modo canzonatorio. — Mimica inutile.

Il signor Cilecca non vide nulla, e ripetè alzando finalmente il capo:

— Sì, se mi pagano gl’interessid’uso, io faccio lo sproposito.

— Gl’interessid’usoquali sono?

— Lo sa bene...

— Lo so benone, sospirò Ambrogio, glieli pagheremo.

Allora il signor Cilecca abbandonò la sua positura, ed attraversò la sala con passo svelto, per raggiungere l’avversario placato.

L’uscita del falso dottore dalla camera della inferma era stata così singolare, che la stessa ammalata ne fece l’osservazione:

— Che visita curiosa! disse.

E la contessa Beatrice ripetè allegramente:

— Sì, una visita curiosa!

L’infermiera intanto si era svegliata, e per resistere al sonno fissava innanzi a sè il vuoto, con un’occhiata severa.

— Cosimo! chiamò l’ammalata.

E Cosimo abbandonò i propri pensieri per accorrere sorridendo al capezzale della madre.

— Cosimo! balbettò la vecchia, manda quella povera donna a letto; è un’infermiera bizzarra, non fa che dormire ed ha sempre sonno; mi fa pena.

Ma questo era uffizio di Beatrice; la vezzosa donnina prima rise a fior di labbro, come se fosse un suo ufficio doveroso quello di gettare un po’ di allegria intorno a sè, poi fece il giro del letto, accennando al marito di lasciar fare a lei, e venne pressoall’infermiera, la quale aveva chiuso un occhio per intero e colla inutile severità dell’altro occhio socchiuso continuava a fissare il proprio avversario.

— Geromina, le disse...

Geromina s’immaginò di aprire anche meglio gli occhi, spalancando la bocca.

— Geromina, insistè la contessa, andate a riposare.

— Non ho sonno, asserì coraggiosamente la povera donna.

Beatrice accolse la dichiarazione con una risatina, poi ripetè: Andate a riposare; la mamma non ha bisogno di voi, andate.

E Geromina se ne andò con dignità.

— Siamo soli? domandò la vecchia.

— Soli, rispose Cosimo, stringendo la mano irrigidita della madre.

— Mi promettete di non piangere, di non disperarvi? ripigliò la contessa Veronica quando ebbe visto il visino bianco di Beatrice curvo sopra di lei; io devo morire....

— Non dica così...

— Sì, lo so, lo sento, poco mi rimane da stare al mondo, qualche anno ancora e dovrò andarmene. Mi hanno mandato questa malattia come un avviso; e sarei cieca e sorda se non dessi ascolto. Che fare, bimba mia? Ad uno ad uno ce ne andiamo tutti. Ho ancora il cervello a segno, e potrei perderlo... Sentite, figliuoli; vorrei far testamento. Non mi dite di no...

— Che idea! balbettò Cosimo.

— Testamento! esclamò Beatrice, facciamolo pure! Purchè sia un testamento allegro!

— Rondinella mia, disse la vecchia, tu sarai la mia musica fino all’ultimo.

— Un testamento è un dovere, soggiunse, e il dovere è sempre una cosa allegra.

A queste gravi parole, Beatrice sospirò gravemente; Cosimo non rispose nulla, ma colla mano cacciò dalla fronte un pensiero importuno.

— Cosimo! insistè l’inferma, cercando invano di sollevare il braccio già avvinghiato dalla morte. — Cosimo, manda a chiamare il notaio.

Allora il conte rialzò il capo, guardò sua moglie, che lo guardava con una specie di curiosità ingenua, e si accostò al letto della madre.

— Lo vuoi proprio? chiese con disinvoltura nervosa. Che premura hai?

— Chi ha tempo, sentenziò la vecchia, non aspetti tempo. Va, figliuolo mio, e fammi venire il notaio. Intanto che io raccolgo le idee, tu, bimba, mi toglierai questa orribile cuffia cremisina, e me ne darai una tutta nera o tutta bianca. Chi ha mai visto far testamento con una cuffia cremisina?

— Io no, rispose Beatrice, mentre veniva togliendo la cuffia alla suocera.

— Cosimo, ripigliò la contessa, sei ancora lì? Tanto meglio, chiama Ambrogio.

Cosimo toccò tre volte il bottone di un campanello elettrico, e Ambrogio apparve quasi subito nel vano dell’uscio.

— Ambrogio, disse la contessa madre con voce sonora, sebbene la sua lingua incespicasse tratto trattofra i denti — va tu stesso dal mio notaio... come si chiama?... aspetta... Beatrice, aiutami tu, come si chiama il mio notaio?

— Parolini... rispose la contessina, dando un’occhiata fuggitiva al marito.

— Parolini, ripetè la contessa, e digli che venga subito da me.

Anche Ambrogio, prima d’uscire, diede un’occhiata al conte Cosimo, il quale non battè ciglio.

Appena il vecchio servo se ne fu andato, l’inferma disse:

— Ho bisogno di te, Cosimo; perciò ho mandato lui. Tu che hai da parecchi anni l’amministrazione del mio patrimonio mi devi informare di certe cose che io non so affatto. Me lo puoi credere, ho dimenticato perfino il nome di qualche podere. Por esempio, la gran cascina nel territorio di Sassari si chiama... come si chiama?

— Serra Secca.

— Proprio, Serra Secca! Chi avrebbe creduto che era così facile? Serra Secca! E quanto vale Serra Secca?

— Valeva sei mila scudi, balbettò Cosimo.

— Così poco! una cascina in cui mi ricordo d’essermi smarrita quand’ero bambina.... Tu sbagli Cosimo... e allora Giuncheddu, il mio piccolo Giuncheddu di Sorso, quanto dovrebbe valere?

— Era costato mille scudi.

— Mille scudi soltanto! il suo rivo, la sua sorgente freschissima, i suoi quattro pioppi, tutto per mille scudi! Beatrice cara, la lista della sarta pel carnevale passato non era appunto di mille scudi?

— Cinquemila e ottanta franchi, rispose Beatrice prontamente; gli ottanta franchi non gli abbiamo pagati, se ne ricorda? E sono stata io a sostenere che le cifre devono essere tonde. Madame Josephine diceva di no, che è un pregiudizio, ma io le feci notare che anche i pregiudizii bisogna rispettarli.

— Bambina! disse la contessa Veronica con un sorriso indulgente, poi mutando accento: ricapitoliamo: in Sassari... Serra Secca, non me lo dimentico più, finchè campo, il mulino, la casa grande, le case terrene e... nient’altro... Proprio nient’altro?

— L’orto di Acqua Chiara.

— Ah! sì, l’orto e l’aranceto... quanti aranci vi ho sbucciato! Me ne ricordo, mi piaceva sbucciarli e poi infastidivo ad uno ad uno tutti gli amici di casa perchè li mangiassero... Cosimo, ci ho dell’altro nel territorio di Sassari?

Cosimo fece di no col capo.

— Sono povera! disse l’inferma con un sorriso di compiacenza. Sono povera a Sassari! Andiamo a Ploaghe.... i nostri antenati avevano là il feudo.... a noi è rimasto... che cosa è rimasto, Cosimo?

— Un campo a pascolo, qualche terreno arativo...

La contessa per ascoltare meglio aveva chiuso gli occhi, ma suo figlio sembrava fare una strana fatica a contentarla.

— Un oliveto...

— Ci è dell’altro... il palazzo della galleria, dove i miei passi di bambina sembravano animare i quadri appesi alle pareti; io camminava su e giù come unapiccola castellana, e gli antenati mi venivano dietro a passi sonori... era l’eco.

Tacque un momento per guardare ad occhi chiusi in quel tempo lontano, poi mormorò: — Ho fatto male ad abbandonare tutte quelle brave persone, volevano bene alla loro nipotina, la guardavano con indulgenza, me ne ricordo; ce n’era uno, il vescovo Giaime de Nardi, che non mi perdeva mai di vista un momento; dovunque andassi, mi accompagnava coll’occhio.... Mi dava noia qualche volta e qualche volta mi faceva perfino paura.... quando era sola.... Nella mia testa di bimba non poteva entrare che un vescovo dipinto movesse gli occhi come le Madonne. Aspettate, ora mi affaccio all’uscio per pigliarlo alla sprovveduta, come facevo allora; eccolo, è sempre lì ed ha gli occhi fissi sopra di me, e colle due dita alzate per benedire ha l’aria di dirmi che egli la sa lunga e che non gliela posso fare... Bei tempi! sospirò.

Nessuno le rispose; il conte Cosimo teneva le labbra strette e tormentava la catena del proprio orologio con tutte e due le mani. Beatrice veniva guardando ora la madre ora il figlio.

— E ilnuraghe? esclamò ad un tratto l’inferma, che cosa ne abbiamo fatto delnuraghe?

— Quello non muta, rispose Cosimo con uno strano accento; ci è ancora.

— Quand’ero fanciulla, disse la contessa, avevo deciso di farne il sepolcro di famiglia, ora non mi piacerebbe più essere sepolta sotto quel mucchio di macigni, e nemmeno a Ploaghe mi piacerebbe essere sepolta... Dove mi piacerebbe? Non lo so nemmen io.

Chiuse un’altra volta gli occhi e parve addormentarsi. Cosimo guardava innanzi a sè, come chi fissa un’immagine del proprio pensiero; la contessina Beatrice si moveva lentamente, senza far rumore, andava di qua e di là per la camera, con certe mosse di uccelletto in gabbia, facendo nascere l’ordine e la simmetria dove metteva le manine bianche. A un certo punto, dopo d’aver ottenuto un risultato mirabile, col semplice spostamento d’una sedia e senza fare il minimo rumore per non destare l’ammalata, la vaga donnina cercò nel volto del marito un sorriso od almeno uno sguardo d’approvazione, ed ebbe l’uno e l’altro, e parve contenta e proseguì l’opera sua, non badando a leggere il pensiero che rimaneva sul volto del marito quando il sorriso si era cancellato. Quel pensiero diceva: «La pazzerella ama l’ordine, è la sua monomania; amore di gran dama per un borghesuccio spiantato, la metterà in rovina.»

— In cimitero no, disse a un tratto la vecchia contessa, senza aprire gli occhi; ed aprendoli ripetè più forte: in cimitero no, figliuoli miei, tenetelo bene in mente, non voglio essere sepolta in cimitero. Farete trasportare il mio corpo in Sardegna e lo seppellirete in qualcuna delle mie terre, a Sassari, o a Ploaghe, o a Iglesias, vicino alla miniera — e sulla mia tomba pianterete una palma...

Furono picchiati due colpi all’uscio.

— Avanti, disse Beatrice.

La porta si aprì appena tanto da lasciar passare la testa di Ambrogio.

— Il notaio! disse; e la testa scomparve.

Il dottor Parolini, notaio, fece il suo ingresso con faccia ridente, con passo leggiero.

— La signora contessa, disse accostandosi confidenzialmente al letto dell’ammalata, vuol fare testamento, per vivere poi lungamente senza fastidii; benone — è un’astuzia che non isbaglia mai — auguro cent’anni di vita alla signora contessa. E come sta?

— Sto bene, grazie, rispose l’ammalata; oggi mi sento meglio.

— Possiamo diresana di corpo?domandò il notaio mettendosi a sedere dinanzi ad una scrivania, mentre la contessa Beatrice gli presentava l’occorrente per iscrivere.

— Temo di no, Parolini.

— Peccato! sospirò il Parolini; io sono felice quando posso mettere ne’ miei atti:sano di corpo e di mente. — Della signora contessa, diremo invece: nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da una leggiera indisposizione...

— Mettetemalattia, gemè la contessa; la verità è una sola, anche quando ci affligge.

Il dottor Parolini fece omaggio alla profondità di questa massima, scrivendo e pronunziando forte: «nel pieno possesso dituttele facoltà mentali: sebbene costretta a letto da una leggiera malattia...»

— Non metteteleggiera, disse la contessa; non bisogna fingersi più rassegnati di quello che si è, ma non mettete nemmenograve, perchè io non voglio aver l’aria di lamentarmi troppo.

—Malattia, ripetè allora il Parolini, con accento melanconico; poi si voltò e chiese: i testimoni?

— Mio figlio, disse la contessa, e mia nuora; meglio che non ci siano altri.

— Domando mille scuse, contessa Veronica, se non le obbedisco; ma la legge vuole che i testimoni siano idonei, e la contessa Beatrice, agli occhi della legge, non è un testimonio idoneo.

— Perchè? chiese la contessa Beatrice.

— Perchè sei donna, perchè siamo donne, rispose l’inferma.

— La legge non l’ho fatta io, protestò il Parolini: e l’innocenza parlava sulle sue labbra.

— Chiamate Ambrogio, disse la contessa Veronica.

— Non basta ancora.

— O che non è idoneo nemmeno lui?

— La legge (compatiamola), disse il Parolini, vuole un notaio e quattro testimoni.

— Chiamate il cuoco, suggerì la contessa con amarezza, chiamate lo sguattero, chiamate lo stalliere — la legge vuole che la contessa Rodriguez De Nardi faccia testamento alla presenza de’ suoi servi.

— La legge non pretende questo, osservò umilmente il Parolini: e siccome ha compreso la difficoltà di trovare quattro testimonii, consente che il testamento sia fatto alla presenza di due soli testimoni, ma con due notai... Ho preveduto il caso anch’io e mi sono permesso di condurre meco il dottor Larucci, mio socio, il quale è di là che aspetta.

— In buon’ora, disse la contessa, fatelo venire innanzi.

Beatrice toccò il bottone del campanello; apparve Ambrogio.

Il Parolini, che era rimasto a sedere colle braccia sulla scrivania, e la testa alzata verso l’uscio, si volse un tantino al letto dell’inferma a chiedere licenza, poi disse:

— Dica al dottor Larucci che può venire, e venga anche lei, signor Ambrogio, ne abbiamo bisogno.

Un momento dopo entrava il più magro dei dottori.

Vestiva interamente di nero, certi abiti di taglio antico ridotti a pessima condizione dall’abuso della spazzola, e si vedeva chiaro che egli trattava la propria sorte colla medesima severità con cui era trattato.

— Signora contessa, disse il Parolini, fingendo di alzarsi da sedere senza farne nulla, le presento il dottor Larucci mio egregio collega.

Non passò neppure l’ombra d’una lontana compiacenza sulla faccia scolorita del notaio magro, il quale fece un inchino e continuò a fissare severamente la propria sorte.

Il notaio grasso — appariva ora luminosamente che il Parolini era grasso — continuò, rivolgendosi al suo egregio collega:

— Dottor Larucci, si accomodi qui, vicino a me: la signora contessa Rodriguez De Nardi richiede l’opera nostra, perchè vuol fare testamento; è nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbenedegenteper momentanea infermità; i testimoni idonei e qui presenti (egli si voltò per assicurarsene, e il dottor Larucci seguì quell’atto colla coda dell’occhio)sono il signor conte Rodriguez, unico figlio della contessa, e il signor Ambrogio... che Ambrogio?

— Cima, disse il vecchio senza muoversi dal suo cantuccio.

— Cima, ripetè il Parolini. Ho preparato, come può vedere, tutta la parte che serve di preambolo... Oggi (la data è in bianco) regnando felicemente Vittorio Emanuele II.... Vegga se le pare che sia in ordine.

Il dottor Larucci, notaio che non si faceva illusioni, respinse la carta bollata e le carezze, si cavò un guanto che cacciò diligentemente in una tasca, prese una penna in mano e stette ad aspettare.

Il Parolini si volse verso l’inferma ed accennò che poteva incominciare.

— Nomino, incominciò la contessa con gran solennità, erede universale...

— Ed esecutore testamentario... suggerì il Parolini.

— Che cosa significa? Non importa... ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo; e gli raccomando la esecuzione delle mie ultime volontà.

— Ecco, ecco, disse il Parolini con compiacenza — ecco che cosa è un esecutore testamentario... lei ne ha dato la definizione giusta.... Non è così, dottor Larucci?

— Mio figlio, proseguì l’inferma, ha già l’amministrazione del mio patrimonio da parecchi anni e sa che esso ascende ad un milione e dugento mila franchi, sui quali gravano alcune piccole... alcune piccole...

— Ipoteche? suggerì timidamente il Parolini.

— Bravo! ipoteche.

Non disse altro. Si udì la penna del notaio magro passare stridendo sulla carta bollata, mentre il notaio grasso, piegandosi un tantino, seguiva coll’occhio ogni parola. Finchè durò quel silenzio, la contessa Veronica e la contessa Beatrice cercarono allo stesso tempo lo sguardo di Cosimo, il quale si ostinava a spingere l’occhio per entro ad una via buia e profonda che si apriva nella parete dirimpetto. Anche Ambrogio fissava lo stesso punto della parete, ma se ne seppe staccare due volte per rivolgere un’occhiata fuggitiva al conte Cosimo ed agli altri personaggi di quella scena singolare.

— Pic... co... le, disse forte il Parolini, leggendo sopra il braccio del suo collega e staccando le sillabe,ipotecheconchiuse brevemente. Possiamo proseguire.

— Voglio, disse l’ammalata, che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora — coll’obbligo, soggiunse voltandosi a ricercare con uno sguardo carezzevole la vaga donnina, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.

Beatrice era venuta al capezzale del letto senza far rumore, e fu pronta a ringraziare ed a promettere solennemente con un bacio.

Il Parolini ed il suo egregio collega consegnarono alla carta bollata anche questa suprema volontà della testatrice, la quale poco dopo proseguì:

— Al mio caro amico Ambrogio Cima....

Ambrogio si svegliò dal suo sogno ed aprì tanto d’occhi.

— Lascio l’orticello Giuncheddu che posseggo inSorso, oppure una somma di lirecinquemilain denaro, a sua scelta.

— Ma io... cominciò Ambrogio con cupo accento...

Gli fu imposto silenzio, e la penna del dottor Larucci ripetè scricchiolando questo legato.

— Ognuno de’ miei servi avrà alla mia morte lire mille.

— Quanti servi? chiese il notaio magro senza staccare gli occhi dalla carta bollata.

— Quanti sono i suoi servi, signora contessa? ripetè il Parolini.

— Il cuoco, lo sguattero, lo stalliere, il cocchiere, il domestico...

— E si chiamano? insistè il Larucci.

— Il nome de’ suoi servi, signora contessa... Ce lo vuol dire il nome?

— Chi vuole che sappia il nome dei propri servi? Il cuoco si chiama Giovanni, lo stalliere Stefano, il cocchiere... Lo sai tu Beatrice come si chiamano i miei servi?

Beatrice rispose ridendo, segno che non lo sapeva.

— E tu Ambrogio lo sai? chiese l’inferma.

— Lo so, sissignora, e se permette....

Si fece, in punta di piedi, alle spalle del dottor Larucci e gli suggerì ad uno ad uno i nomi richiesti, poi se ne tornò tranquillamente al suo cantuccio.

— Alla mia cameriera Annetta... che Annetta?... Beatrice mia, che Annetta?

Questa volta i neri occhi della giovine donna sfavillarono di malizia, e la compiacenza le scavò due fossette nelle guancie.

— Annetta Baroni... lo so benissimo.

Certo il conte Cosimo aveva trovato nelle sue fantasie nere uno spiraglio allegro, perchè a queste parole si volse, fingendo uno stupore eccessivo, e venne con gravità scherzosa a fare tante congratulazioni alla moglie, la quale non le avrebbe voluto tacite, e senza abbandonare la mano del marito protestò che non ci aveva poi molto merito, perchè Annetta, orgogliosa del proprio casato, a cui attribuiva una certa origine cavalleresca, non si era lasciata sfuggire nessuna occasione di ripeterlo.

— Alla mia cameriera Annetta Baroni, ripigliò a dire l’inferma, e subito si allentò la stretta che allacciava la mano di Beatrice, mentre le nuvole oscuravano un’altra volta l’orizzonte del conte Cosimo — lascio tutti i miei oggetti di vestiario, e un regalo di lire mille in denaro.

Proprio in quel punto, tale e quale come una servetta di commedia, Annetta Baroni si affacciò all’uscio; con un suo meraviglioso istinto comico indovinò la situazione, e ne fu lieta; e per istare degnamente in iscena si circondò d’una confusione eccessiva.

— Gran Dio! disse — posso entrare?

Essa interrogò successivamente tutti i personaggi di quella scena: la vecchia contessa, che aveva chiuso gli occhi, il conte Cosimo, che non le badava, il notaio Parolini, che si fregava le mani, seguendo la penna stridula del suo collega, e infine la contessa Beatrice, la quale era la sola che avesse lo sguardo rivolto a lei.

— Entra, le rispose costei ridendo, entra pure Annetta.

Ed Annetta entrò in punta di piedi, rialzando un tantino le ali, vogliamo dire le braccia, per farsi più leggiera, con qualche cosa da dire, visibile sulla bocca semi-aperta, ma trattenendo il fiato, perchè le parole non venissero fuori prima d’essere a tiro. Tutte queste precauzioni, consigliate dall’arte scenica, per non disturbare, ottennero il risultato opposto; l’inferma aprì gli occhi, il conte Cosimo si volse, Parolini alzò il capo.

— Che è stato? domandò forte la contessina Beatrice, e con questa domanda sembrava suggerire l’abbandono di tutte le grandi precauzioni prese dalla prudente Annetta; ma la prudente Annetta sapeva la sua parte a memoria e tenne duro; padroni gli altri di sbagliare l’accento, il gesto e magari le parole; padronissimi di confondere anche la scena prima colla scena ultima; essa però non doveva violare nemmeno uno dei grandi principii di un’arte ammaliatrice, e rispose con un filo di voce:

— Ci è di là il professore Silvio.

La contessa Beatrice battè le mani e disse che andava lei a riceverlo, invitando Annetta a seguirla. Ma nella parte della servetta ci era qualche cosa ancora.

— La signora contessa non desidera nulla da me?

La madre nobile non desiderava nulla; allora Annetta uscì, come era entrata, in punta di piedi, per la porta laterale.

— Dicevamo? chiese il notaio Parolini dopo un momento di silenzio.

— Per oggi punto e basta, rispose l’inferma.

— Punto e basta, ripetè il Parolini.

Il dottor Larucci era già in piedi, e si affrettava a nascondere un dito lordo d’inchiostro nel guanto.

— Domani alla stess’ora, disse la contessa.

— Siamo a’ suoi comandi, risposo il Parolini, intanto che abbottonava il farsettone da cima a fondo.

Sull’uscio d’ingresso, si arrestò per aspettare il suo collega e costringerlo a passare prima, onore a cui il dottor Larucci, tutto intento ad abbottonarsi i guanti, giunse impreparato e che accettò senza nemmeno ringraziare, da uomo che comprendeva il valore della propria fortuna.

Ambrogio seguì i due notai alle spalle; madre e figlio rimasero soli.

Si poteva credere che la contessa Veronica, tenendo gli occhi chiusi, non avesse badato a nulla; invece appena Ambrogio fu scomparso, essa chiamò: Cosimo!

Il conte venne presso il letto della paralitica.

— Che vuoi? chiese dolcemente.

— Tu sai che io sono molto curiosa, ma non ti fai un’idea di quanto mi diverto andando di stanza in stanza coll’immaginazione, dacchè non lo posso fare per davvero...

— Non ti comprendo, balbettò Cosimo.

— Voglio andare liberamente per la mia casa, e tu hai chiuso una stanza...

— Io?...

— Sì, la camera gialla; essa è chiusa da quindici giorni e non vi entra più nessuno... Che cosa hai messo in quella camera?

Il conte Cosimo si battè la fronte e rispose con disinvoltura:

— Ah! alcuni quadri antichi che non ho potuto ordinare ancora.

— La tua mania, mormorò la vecchia con indulgenza; ti rovinerai, figliuolo mio.

Balenò uno strano sorriso sulle labbra del conte, il quale si chinò a baciare la mano fredda della vecchia.

— Te ne vai ora?

— Silvio è di là, mi aspetta... vuoi vederlo?

— No, disse l’ammalata con forza — dormo.

Il conte Cosimo cacciò le due mani in tasca e si avviò tranquillamente.

Egli era appena uscito, quando si affacciò, da un’altra porta, Annetta.

Essa mandò prima un’occhiata in giro, poi si accostò in punta di piedi all’uscio, sebbene l’inferma le facesse intendere che era inutile prendere tante precauzioni.

— Annetta, diceva la contessa Veronica, che cosa ti piglia ora?

Ma Annetta proseguì ad ogni modo.

— Sei matta? insistè l’altra.

La servetta non si scompose; aveva udito ben altre parole e in accenti più aspri. La contessa stessa in qualche scena precedente l’aveva chiamatabestia; ma che significava questo? Che la brutta parola era scritta nella parte della contessa. Non perciò Annetta aveva mai cessato di fare la parte propria con coscienza.

Ella adunque finì di assicurarsi che nessuno poteva udire quanto stava per isvelare alla padrona, e quando ebbe con questo artifizio preparato un orecchio più attento alle proprie parole:

— Ho scoperto! disse.

— Che cosa hai scoperto?

— Ciò che si nasconde nella camera gialla.

— Quadri, disse freddamente la contessa Veronica.

Annetta rimase un po’ sbigottita di quell’intoppo, che sorgeva impreveduto nella propria particina.

E la contessa, senza carità, insistè: quadri antichi.

— Per l’appunto balbettò la cameriera; come lo sa?

— L’ho chiesto a mio figlio. Tu invece come lo sai?

— Io, rispose Annetta con un turbamento delizioso, io, credendo di far piacere alla signora, prima ho guardato attraverso la toppa e non ho visto nulla; poi....

— Poi?

— Poi... stamane di bonissima ora, sono scesa in giardino, ho appoggiato al muro la scala del giardiniere, ho guardato attraverso i vetri della finestra ed ho visto tutto... Sono quattordici quadri con cornici verdi... Ve n’è uno che... ma la signora contessa non ha bisogno che io...

La contessa accennò col capo di proseguire.

— Ve n’è uno, ripigliò Annetta, che rappresenta un uffiziale a cavallo, dico un uffiziale così per dire.... tutto coperto di ferro, con una croce sul petto.

— Imperio de Nardi! mormorò l’inferma, e un sorriso d’orgoglio le illuminò la faccia patita.

— Ve n’è un altro colla toga rossa.

— Mio nonno.

— E ve n’è uno che pare un vescovo, e alza la mano per benedire.

— Monsignor Giaime De Nardi! mio prozio. Grazie Annetta.


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