IV.
In campo rosso seminato di bisanti d’oro, una croce nera di Sant’Andrea; sullo scudo, un elmo disposto a mezzo profilo, tutto d’argento rabescato, bordato ed ingraticolato di diciasette pezzi d’oro, colla gorgeretta dello stesso metallo, e su quest’elmo, unico cimiero, una penna d’aquila; sopra un listello svolazzante il motto:semper olet!
Era questo lo stemma glorioso della nobilissima famiglia De Nardi, che aveva attraversato i secoli serbando intatta la sua gloria primitiva e raccogliendone dell’altra. Quando nel 1326 i Pisani sconfitti dagli Aragonesi abbandonarono l’isola per sempre, si erano già innestati nella famiglia De Nardi i più puri elementi della vecchia nobiltà sarda. I Pisani se ne andarono, ma i De Nardi rimasero. Ne troviamo uno — CosimoDe Nardi — delegato dal giudice di Arborea aglistamentiche si tennero in Alghero dal re Pietro d’Aragona per pacificare i vassalli tumultuanti; e uno ne troviamo segretario intimo di quel Guglielmo di Narbona che si sottomise alla corona aragonese. Fra quello deglistamentie questo della sottomissione, ve ne sarebbe dovuto essere almeno un altro, più fortunato ancora, vissuto al fianco della grande Eleonora, — ma l’albero della famiglia De Nardi in quel tempo glorioso intristì, e non produsse che un Martino De Nardi, sospetto di aver voluto far parte coi repubblicani, contro la savia giudicessa.
Poi l’antico seme dell’albero gigantesco si prese la rivincita con una serie di De Nardi uno più meraviglioso dell’altro.
Un Imperio De Nardi nel 1535 si trovò alla conquista di Tunisi con Carlo V, e un Mattia De Nardi fu giudice della Corte Criminale fondata da Filippo IV; a quel tempo la famiglia De Nardi si era già riconciliata colla Spagna e le rimase fedele, attraverso le generazioni, fino al trattato di Utrecht, che dava la Sardegna all’Austria. Allora il più disgraziato dei De Nardi, per non offrirsi vittima alle persecuzioni succedute alla guerra civile, se ne andò in Ispagna, d’onde ritornava glorioso nella spedizione navale del cardinale Alberoni; ma mettendo il piede nella sua terra riconquistata, cadde ai primi colpi.
Ci furono dei De Nardi assolutamente infelici; i quali patirono la confisca dei beni, quando l’Austria riebbe la Sardegna in forza del trattato di Londra; e ce nefu uno, il vescovo Giaime De Nardi, il quale ottenne da Vittorio Amedeo II il bene intenzionato, la restituzione dei beni alla famiglia e il riconoscimento dei diritti feudali.
I De Nardi non tralignarono più; e per tutto un secolo noi ne vediamo qualcuno del ramo laterale giudice della reale udienza, professore o monsignore; ma il capo della famiglia, il conte glorioso, non lasciò più una sua casa di Ploaghe, onorandola del nome di palazzo e della propria presenza.
L’ultimo De Nardi, padre della contessa Veronica, portò degnamente per 70 anni la gloria d’essere il rampollo autentico d’una grande famiglia, il dolore di essere il rampollo ultimo; e visse, per colpa dei tempi volgari, in guerra col cinghiale, col cervo, colla grammatica e coll’ortografia.
Sì, perchè il conte Gavino De Nardi era ignorante come un bue, ma non se ne vergognava perchè era superbo e vano come un eroe d’Omero. Quand’egli, circondato da’ suoi cortigiani, mandava in giro la vecchia malvasia e la vecchia arguzia, tutto il coro sentenziava che erano squisite entrambe. Al quarto bicchiere di malvasia, alternato coll’almadrase collavernaccia, il conte De Nardi era intimamente persuaso di valere assai più di certi dottoruzzi dei tempi novissimi. E quando, dopo aver vantato prodezze ed accortezze ad un pubblico sonnolento, si alzava barcollando per mettere gentilmente alla porta i proprii ammiratori, se gli veniva fra le mani la gazzetta che si faceva mandare dal continente, gli bastava leggeresulla fascia:All’Illmo signor conte Gavino De Nardiper provare una segreta compiacenza, una contentezza di sè, ignota agli uomini volgari. Egli non leggeva quasi mai altro, nella sua gazzetta; quel foglio di carta stampata attraversava il mare ogni settimana per venire come un postulante in casa del magnifico conte De Nardi, che non gli dava retta. In questo modo di trattare la stampa, il vecchio metteva una certa vanagloria, di cui sarebbe stato imbarazzatissimo a dichiarare la natura, dove avesse mai avuto l’ingenuità di perdere il tempo nel ricercare l’origine e la composizione dei proprii sentimenti. «Questa è roba per lor signori, diceva un bel giorno al curato ed al giudice di mandamento, spingendo sulla tavola un fascio di gazzette intatte; se le spartiscano da buoni fratelli.» Gli altri ridevano, ma il magnifico conte Gavino De Nardi rimaneva serio per non guastare il sapore della celia.
Bei momenti quelli! e in sostanza i soli in cui trovasse un po’ di conforto l’ultimo rampollo di un albero genealogico, che aveva sfidato i secoli, e che doveva inevitabilmente cadere. La faccetta tonda e vivace della sua figliuola Veronica, il visino soave e patito della piccola Mimmia gli sorridevano inutilmente. Egli aveva pensato perfino ad un secondo matrimonio; sebbene avesse fatto il primo a quarantacinque anni e fosse rimasto vedovo a sessanta, anzi per questo appunto, dopo alcuni bicchieri di vernaccia saviamente alternati, come si è detto, coll’almadras e colla malvasia, si sentiva capace ancora di grandi cose. Ma ladifficoltà di trovare una sposa giovine e di antica nobiltà, la quale fosse disposta a tentare con lui la impresa malsicura di far nascere un rampollo maschio ai piedi della vecchia pianta, questa e parecchie altre difficoltà, non confessate ma intravedute a digiuno, lo avevano serbato fedele alla memoria della sua defunta compagna.
Un giorno la contessina Veronica, il senno in persona, era venuta a dire al babbo che pensasse a darle marito.
— È vero, aveva risposto il conte, guardando sua figlia, è vero, tu hai diciannove anni — («Diciannove e mezzo,» aveva corretto la contessina) — è vero, non ci avevo mai pensato.
La contessina, arrossendo modestamente, aveva lasciato intendere d’averci pensato lei. Allora il magnifico conte aveva sentito ad un tratto il grave pericolo che lo minacciava, ma sua figlia lo ebbe rassicurato prontamente.
Non aveva fatto altro la poverina che mandare uno sguardo in giro, e pigliare informazioni e note. Di quanti nobili erano capitati a Ploaghe essa conosceva l’origine, i fasti, le ricchezze; e a conti fatti, il solo che le potesse convenire interamente era, — Chi era? aveva chiesto il conte De Nardi trattenendo il fiato — era il conte Rodriguez di Florinas.
Allora il vecchio padre tirando il fiato lungo, aveva detto:
— Il conte Rodriguez è di vecchia nobiltà...
— Vecchia quanto la nostra, aveva risposto la saviafanciulla; ci furono dei Rodriguez in tutte le crociate; lo scudo dei Rodriguez porta un’aquila in campo azzurro, e tre bisanti d’argento; l’elmo è di mezzo profilo, come il nostro, tutto d’argento rabescato, come il nostro, ingraticolato di diciasette...
A questo punto Gavino De Nardi non aveva potuto vincere i sentimenti paterni e stringendosi al petto la testina tonda di sua figlia, aveva esclamato: tu sei il mio orgoglio, tu sarai contessa Rodriguez!
Del conte Rodriguez non si erano occupati nè l’uno nè l’altra, tanto si tenevano sicuri di pigliarlo quando volessero. Infatti era notorio che quell’avanzo di tutte le crociate pativa il martirio dei creditori, ed aveva tante ipoteche sul suo feudo, che era presso a poco come se non avesse feudo, s’intende agli occhi della gente plebea. In oltre non era più molto giovine; aveva quarant’anni sonati, e non era mai stato bello.
Se non era il senno esemplare della contessina Veronica, il conte Rodriguez sarebbe morto celibe ed indebitato. Breve; si fecero i negoziati, l’alleanza fra il crociato di Florinas e quello di Ploaghe fu conchiusa, e la contessina Veronica divenne contessa Rodriguez.
Fu un bel giorno nella vita del conte De Nardi. Giorno bello, ma fuggevole. Quando suo genero se ne fu andato da Ploaghe a Milano, portandosi via la sposa e la dote, il padre abbandonato si guardò intorno cercando qualche cosa che lo compensasse di quanto perdeva, e non trovò che il visino lagrimoso di Mimmia, un visino di Madonna, con certi occhioni in cui nonluceva mai lampo d’orgoglio, con una bocca troppo dolce ed un sorriso troppo buono — un angelo borghese.
Su quella fronte bianca nemmeno l’ombra del lucido senno di Veronica.
Il vecchio De Nardi comprese tutto ciò in una sola occhiata indagatrice — ma non vide il resto.
Ohimè! il resto era già l’amore!
Sì, la piccola Mimmia, a sedici anni non compiti, era innamorata. Tutte le notti, mentre suo padre si copriva della gloria degli avi al cospetto del giudice e del farmacista, essa se ne veniva sul balcone ad interrogare l’avvenire. E l’avvenire le parlava nel buio, dal ciglio d’un muricciuolo, per bocca di Gaspare Boni, giovinetto ventenne, che non aveva due goccie di sangue di crociati nelle vene, ma faceva ogni sera molta strada a piedi per dire a Mimmia che l’amava più della vita.
Quando il conte De Nardi seppe il disastro di cui era minacciata la sua casa, fu pronto a deliberare. Le porte del convento di Santa Elisabetta in Sassari si aprirono per ricevere una novizia, e fu Mimmia.
La timida fanciulla entrando nel convento non pianse; al contrario, alzò gli occhi sereni al cielo, in un certo modo rassegnato, in cui le superiore non seppero leggere altro che una rinunzia alle vanità del mondo. Ma la notte, quando la novizia andò in coro ed affacciò il viso alla grata di legno, spingendo lo sguardo nel buio della chiesa, rotto dalla lampada dell’altare maggiore, essa interrogò ancora l’avvenire,come già sul balcone della propria casa feudale. Alle funzioni religiose Mimmia cantava, e la sua voce limpida, mentre si innalzava al cielo invocando l’ostia della salvezza, scendeva pure in chiesa a ricercare fra le navate un’eco del mondo che la chiamava.
Una notte, quando la chiesa fu piena d’ombra e di silenzio, qualche cosa, che ai riflessi rossigni della lampada lontana pareva un ragno attaccato al suo filo, fece un’audace ascensione fino al coro delle monache; e un’altra notte scese e risalì. Quella cosa, che non era un ragno, sebbene fosse un’insidia del mondo, portava nel cuore di Mimmia e di Gaspare una felicità sacrilega. E dal più vicino altare un santo alzava la mano a benedire.
Vennero i giorni pasquali; le monache di Santa Elisabetta furono occupatissime a preparare colle loro mani i pasticcini di mandorle, che forse non a caso furono chiamatisospiri. A questa manipolazione importante pigliavano parte tutte le suore; le più abili davano lezione alle inesperte, e la notte della grande infornata, una pallida gioia accendeva tutti quei volti scoloriti dalla clausura. Mimmia volle vedere ogni cosa, venne anch’essa dinanzi alla gran bocca del forno, e si affacciò a guardarvi dentro ridendo e battendo le mani, poi finse d’andare nella sua cella, ma entrò invece nello stanzino della portinaia, prese una chiave e scese le scale al buio.
Il cuore non le batteva più; e quando fu dinanzi alla porta del piccolo giardino, per poco Mimmia non cadde — ma le fanciulle timide pigliano a volte ungran coraggio nella stessa paura; Mimmia trovò la toppa ed aprì.
Eccola in giardino, fra le braccia di Gaspare. Un’altra porticina che metteva sulla strada era socchiusa; Mimmia allora sciolse la veste d’educanda che lasciò sulla soglia di quel luogo profanato, ed apparve agli occhi dell’amante in una succinta veste di fanciulla. Uscirono. L’aria della libertà e dell’amore diede il capogiro a Mimmia, ch’ebbe bisogno d’essere sorretta da Gaspare; ma fu una debolezza passeggiera.
— Dove andiamo? — disse.
— A sposarci prima, poi a casa di mia zia, che ti accoglierà come sua figlia.
I due fidanzati attraversarono frettolosi la città addormentata, vennero a picchiare ad una casa modesta.
Fu aperto da prete Serafino in persona.
— Dio grande! — esclamò il prete con uno stupore eccessivo.
— «Questa è la mia sposa davanti a Dio» — disse Gaspare.
— «Questo è il mio sposo davanti a Dio» — disse Mimmia.
Prete Serafino si tappava le orecchie, ma Gaspare gli fece osservare che era inutile, perchè aveva udito benissimo e non poteva più negare la benedizione.
— Io vi benedico in nome del Padre — disse allora solennemente prete Serafino; — io vi benedico in nome del Figliuolo; io vi benedico in nome dello Spirito Santo. Ma badate, ragazzi — soggiunse cambiando tono — che mi avete preso a tradimento; intendiamoci, non mi fate avere dei grattacapi col vescovo.
Così Mimmia e Gaspare furono marito e moglie a dispetto dei crociati e del convento.
Sebbene a quel tempoi matrimoni colla fugafossero frequenti in tutta l’isola, questo di Mimmia fece chiasso per le circostanze che lo accompagnavano. Il vecchio conte De Nardi empì la casa feudale d’invettive, tempestò la curia vescovile di querele, ma tutto inutilmente.
Mimmia era divenuta una borghesuccia. E allora il vecchio conte fece testamento. Diseredò la figlia degenere e raggiunse gli antenati in un mondo migliore.
Mimmia era la nonna di Angela, di quella piccina che si annoiava in collegio e della quale la contessa Veronica, che era il senno in persona, non aveva mai parlato senza crollare il capo.
Più d’una volta anzi aveva aggiunto una frasetta sibillina a quella mimica di mal’augurio; e la frasetta, come la mimica, diceva press’a poco che Angela un giorno o l’altro avrebbe fatto la sua corbelleria, perchè aveva nelle vene il sangue della nonna buon’anima, quello della madre che non valeva molto più, e per sua maggior disgrazia anche quello di suo padre, che valeva meno di nulla.
La madre di Angela, l’unico frutto delle nozze celebrate da prete Serafino, era stata dotata di una di quelle bellezze che mozzano il respiro alla gente. Buona ragazza del resto, essa appena appena sapeva di esser bella; si chiamava Bebbia. Si era lasciata amare da tutti i giovinotti senza preferirne alcuno, e si era lasciata promettere in moglie per l’appunto a quelloche le piaceva meno. Il fidanzato però era nobile, e alla buona Mimmia, che per unirsi al suo Gaspare aveva sceso tutta la scala dell’araldica, non ispiaceva di farne risalire qualche gradino a sua figlia, mettendola al braccio del cavalier Maurizio.
Ma intervenne l’amore, che era sempre rimasto in disparte in tutto questo negozio, ed intervenne proprio all’ultim’ora, quando i preparativi delle nozze erano fatti e le nozze imminenti. Un brutto giorno il cavalier Maurizio in persona fu testimonio dell’estasi che colpì un certo signor Giorgio vedendo la bellissima Bebbia, e del turbamento e del pallore che resero Bebbia ancora più leggiadra. Quel signor Giorgio era plebeo, ma bello, più bello del cavalier Maurizio, che non era bello niente affatto; in compenso il cavalier Maurizio era impertinente e s’immaginò di dare una lezione a Giorgio; vi riuscì male; apparve chiaro a tutti, e prima che ad ogni altro a Bebbia, che non solo Giorgio era un bel giovinotto, ma aveva spirito e cuore. E quindici giorni dopo, Bebbia, per sottrarsi al cavalier Maurizio che ormai la minacciava da vicino, se ne fuggì con Giorgio e divenne sua sposa al cospetto di Dio e dello stesso prete Serafino, che aveva unito in matrimonio suo padre e sua madre.
Questa volta la storiella fu gaia, ma non per il cavalier Maurizio e per il suo parentado; tutta Sassari ne parlò allegramente, e prete Serafino, oramai vecchio, ne empì le orecchie della gente sfidando senza paura i fulmini della curia vescovile. Giorgio condusse la sposa conquistata a Castelsardo, e visse colà solitario,nella casa dei suoi padri, in compagnia di un fratello minore, Silvio. Ma un giorno Gaspare si ammalò gravemente e volle vedere la figlia prima di morire. Da Castelsardo a Sassari, per un buon tratto di via, tutta una carovana di amici e di servi a cavallo accompagnò la bellissima Bebbia; poi i due sposi proseguirono soli con l’unica compagnia d’un vecchio pastore soprannominatoSu mazzone[1], che aveva lo schioppo lungo e la vista lunga.
A Bebbia, sebbene sempre innamorata del marito, non piaceva viaggiare standogli in groppa e stringendoselo al petto; essa preferiva cavalcare liberamente il suo bel baio, il quale la conosceva e voltava la testa a guardare la mano bianca che gli lisciava la criniera.
Nulla si seppe mai di quel viaggio; solo quando Bebbia giunse alla casa paterna e vi trovò suo padre morto e la madre in lagrime, fu notato che essa tremava per tutta la persona, ma non pianse. Suo marito eSu Mazzonelasciarono Sassari frettolosamente con un pretesto che non accontentò nessuno, e il giorno dopo, in un campo aperto sulla strada di Castelsardo, fu trovato il cadavere del cavalier Maurizio; una palla gli era penetrata in bocca spezzandogli i denti; un’altra palla gli aveva passato il cuore.
Il parentado del cavalier Maurizio accusò ad alta voce Giorgio, e la voce pubblica si unì sordamente ad accusarlo, dandogli un complice,Su Mazzone.
Due giorni dopola giustiziacon una buona scortadi cavalleggieri entrava in Castelsardo come a dar battaglia, e veniva a schierarsi dinanzi alla casa di Giorgio, al cospetto di tutta la popolazione sbigottita. La porta era chiusa, ma al primo colpo del martello, si aprì. Apparve un giovinetto poco più che ventenne, Silvio; egli era pallidissimo, perchè la tremenda notizia era giunta fino a lui; ma quando fu interrogato, non seppe o non volle dir nulla, se non questo: suo fratello era partito colla sposa, e non si era più visto. I servi confermarono le parole del giovine; la giustizia volle guardare sotto i letti, nel granaio e nella cantina, feceprocesso verbalee se n’andò solennemente com’era venuta.
La scomparsa di Giorgio aggravava l’accusa, la quale, sostenuta vigorosamente in contumacia dal rappresentante della legge, produsse una magnifica sentenza capitale, che per parecchi giorni fu letta con avidità su tutte le cantonate di Sassari e di Castelsardo.
Dov’era intanto Giorgio? Si diceva che avesse lasciato l’isola di notte, sopra una barca di contrabbandieri, salpando dalla spiaggia di Castelsardo. Era stata una fuga ardita e difficile; durante un uragano, si diceva, oppure in una notte di bonaccia, ma senza luna; — Giorgio aveva acceso un fuoco sulla costa, od aveva sparato due schioppettate al vento, per dare il segnale ai contrabbandieri; la barcaccia si era accostata, l’omicida aveva però dovuto fare un tratto a nuoto fra gli scogli, ed era andato.... dove? a Tunisi, oppure sopra un’isoletta del Mediterraneo a vivere di rimorsi e di digiuni.
La sostanza di tutte le ciance è che Giorgio, scomparso veramente, non aveva più dato notizie di sè, almeno allagiustizia. Forse la giovine moglie abbandonata ne sapeva qualche cosa, ma essa non parlava più dopo la sciagura che l’aveva colpita, e molti credevano che il terrore le avesse veramente tolto la favella. La poverina pagava cara la sua scappatella, era questa l’opinione di tutti; già, di matrimoni colla fuga non ne riesce mai bene uno; è la morale pubblica che lo insegna. Sì, la bellissima Bebbia pagava caro, fin troppo, perch’era stata buona colla gente e si trovava alla vigilia di diventar madre. Se non parlava più di sua volontà, faceva bene; che cosa mai avrebbe potuto dire la disgraziata? Quando la gran mano che ci sta sopra, ci cade addosso e ci schiaccia, è meglio star zitti....
Così diceva la gente con cui Bebbia era sempre stata buona. Dell’altra gente, a cui la poverina non aveva fatto nè bene nè male, sentenziava: «Aveva gli occhi troppo belli, e si è sempre visto che gli occhi troppo belli sono fatti per piangere o per far piangere; povera la creatura che nascerà da lei! povera la mamma che l’ha fatta!»
Ah! sì, Mimmia era veramente da compiangere; era stata punita dove aveva peccato, perchè si sa anche questo, che le colpe dei genitori sono espiate dai figli. Mimmia, non più giovane, ma bella ancora, circondata dal cattivo mondo, in cui il suo Gaspare l’aveva lasciata sola; Mimmia, che aveva visto nella fuga della figliuola la propria condanna, ora, nella orribile sventurache la colpiva, intravide l’espiazione. E fu forte la povera Mimmia; nell’asciugare le lagrime di sua figlia, essa spese tesori di tenerezza materna. Accusando sè stessa del dolore della sua Bebbia, le aveva chiesto perdono umilmente ed era andata nella chiesa, già profanata coll’amor suo, per pregare santa Elisabetta di accontentarsi delle pene che erano entrate nella sua casa e di non far soffrire anche il nascituro di Bebbia.
Poi indusse il fratello del suo disgraziato genero a lasciare Castelsardo e venirsene a Sassari, per curare la faccende comuni, e chiuse la porta della propria casa al mondo.
Bebbia morì, sorridendo ad una creaturina innocente, che si chiamò Angela. Le donne che vegliavano il cadavere della povera madre, narrarono d’aver visto penetrare di notte nella stanza mortuaria un uomo alto, colla barba nera e folta che gli scendeva sul petto, i capelli lunghi ricadenti sulle spalle, e nello sguardo una gran luce, velata da un gran dolore. Quell’uomo, o quel fantasma, aveva imposto silenzio a tutti, senza dir nulla, si era accostato al cadavere di Bebbia, le aveva scoperto il volto per guardarla lungamente, poi era caduto in ginocchio ed aveva pianto come un fanciullo. A quel segnale tutti avevano incominciato a piangere, senza eccettuare la neonata, che gemeva nella vicina stanza, perchè non aveva il latte di sua madre.
Quell’uomo era scomparso nella medesima notte; e due giorni dopo lagiustiziaaveva mandato a fare una perquisizione nella casa della sventura. Mimmia, dopoaver chiuso i grand’occhi della sua morta e messole un crocifisso fra le mani, l’aveva vista andare al camposanto, senza piangere; poi si era presa in braccio la piccola Angela e le aveva detto mestamente: «la nonna vorrebbe vivere per te, bimba cara, ma non può.» Visse nondimeno parecchi anni ancora co’ suoi morti e con Angela, e prima che il dolore finisse di ucciderla, si fece promettere da Silvio, che egli sarebbe stato per la bambina come un padre.
Rimasto solo colla nipotina, Silvio si sentì imbarazzato della promessa fatta, e pensò di andare a Milano, per affidare l’educazione di Angela ad un buon collegio di fanciulle. Non a caso egli aveva scelto Milano; in questa città viveva la savia contessa Veronica, confortata nella vedovanza dallo splendore de’ suoi antenati, dalla pace della sua coscienza e da un figlio, il quale si era unito in matrimonio ad una signorina del più puro sangue lombardo.
Silvio immaginava che la sorella di Mimmia si sarebbe intenerita alla vista di quell’ultima gemma di un ramo fulminato, tanto più che Angela era bella come il suo nome, bianca e sorridente come l’innocenza.
Ma anche in questa congiuntura la contessa Veronica non ismentì il vecchio senno; essa accolse Silvio con molta indulgenza, sebbene fosse fratello d’un bandito, che aveva fatta la rovina di Bebbia; non disse, ma pensò e lo lasciò intendere, che Bebbia si sarebbe perduta ad ogni modo, perchè le era entrato nel sangue il sacrilegio di sua madre, disse invece che bisognaessere umili nel mondo e perdonare le diavolerie commesse dagli altri, pensando che il demonio poteva farle commettere a noi stessi.
A quest’ultima frase Silvio perdette la flemma e ricordò alla savia contessa che Mimmia e Bebbia erano morte entrambe. Osservazione imprudente che la savia Veronica ribattè con pacatezza, sentenziando che l’indulgenza è utile solo coi vivi, perchè i morti non ne hanno bisogno. Che cosa avrebbe potuto rispondere Silvio? Fortunatamente Cosimo e Beatrice gli vennero in aiuto pigliandogli di mano la piccola Angela e coprendola di baci e di domande.
Allora la contessa Veronica lanciò al fratello del bandito un ultimo sguardo severo, si rivolse anche lei ad Angela e si degnò di farle un interrogatorio.
— Come ti chiami? le disse.
La fanciulla si voltò appena per rispondere frettolosamente: Angela! e immaginò d’essersi sbarazzata della seccatura.
— Quanti anni hai? insistè la contessa chinando il capo per guardare di sotto in su con un’occhiata scrutatrice.
— Sette.
— Dicono che questa è l’età del giudizio! sospirò la contessa Veronica.
— Lo dicono, confermò Silvio con un po’ di sarcasmo.
— Angela, proseguì la contessa senza badare al giovane; avvicinati; metti le tue mani nelle mie, e lascia che io ti guardi bene in faccia.
La piccina stentò ad adattarsi a quella positura incomoda; avrebbe preferito lasciarsi accarezzare da quella signora giovane, che rideva con tanto abbandono o da quel signore che aveva gli occhi tanto dolci, guardandola.
— Aspetta, disse alla signora giovine, mentre porgeva le mani alla vecchia, non te ne andare.
— Hai gli occhi di tua nonna, sentenziò gravemente la contessa Veronica.
Qualcuno sospirò in maniera d’essere udito, Silvio forse, ma la contessa Veronica non si degnò d’avvedersene.
— Chi può sapere che cosa celi tu in questa testina bionda? proseguì la donna savia; oggi i tuoi occhi sono sereni, il tuo sorriso è dolce, ma domani forse...
— Domani andrò in collegio, disse Angela.
— Domani andrà in collegio, ripetè Silvio.
Allora la contessa Veronica si rassegnò a baciare in fronte la fanciulla, e l’interrogatorio finì.
Quando Angela se ne fu andata, la contessa si affrettò a sospirare al cospetto di sua nuora, dichiarando che le era sembrato di vedere nella faccia della fanciulla qualche cosa di strano, come chi dicesse lo embrione di una corbelleria che doveva commettere più tardi.
Non si dichiarò neppure molto contenta di Silvio; prima di tutto egli era troppo grave per la sua età, — l’esperienza le aveva insegnato che la gravità anticipata va a male nell’età matura, — e poi aveva un sorriso corbellatorio, e poi... insomma non le piaceva.Basta, si consolava pensando che nel mondo ci è posto per tutti... non è così?
Beatrice, per non dire nè sì nè no, quella volta rise; in seguito, divenuta amica di Silvio e amicona di Angela, non rise più — e allora la contessa Veronica fece il sagrifizio di tenere celati i suoi cattivi presentimenti; non così però che non ne trapelasse ogni tanto qualche cosa; ma si sa bene, la verità è come il fumo, si fa strada da sè, ed è impossibile nasconderla.
Dal giorno in cui Angela aveva fatto la prima visita alla sorella di sua nonna erano passati cinque anni. In questo tempo la contessa Veronica aveva continuato a sostenere in Milano il decoro delle due casate Rodriguez e De Nardi, spendendo nella difficile impresa un po’ più delle sue rendite, e non risparmiando il suo grosso capitale di prudenti aforismi e di savie sentenze.
Silvio, per far qualche cosa, aveva studiato l’agronomia.
Angela aveva studiato il francese, il pianoforte e meno spontaneamente l’aritmetica.
La contessina Beatrice, docile ai voleri di sua suocera, aveva portato nelle feste milanesi gli strascichi più lunghi, le più belle spalle ed il sorriso più spensierato.
E in tutto questo tempo, Giorgio, non aveva dato segno di vita.Su Mazzone, il quale dopo l’affaresi era dato alla campagna sfidando col suo lungo schioppo tutta quanta la civiltà, era stato preso dieci volte — mala notizia era stata smentita dieci volte.Su Mazzoneera da per tutto, fuorchè in carcere; dicevano che avesse un sottile veleno nascosto nell’unghia del mignolo della mano mancina, e che, ridotto agli estremi, per non cadere vivo nelle mani della giustizia, gli sarebbe bastato succhiarsi il dito — ma persone meglio informate sostenevano che portasse invece una pistola corta, sempre carica e sempre pronta, appesa al collo per il grilletto, colla bocca in su; un giorno o l’altro, bruciata tutta la polvere della sua fiaschetta e stesi al suolo moltissimi cavalleggieri, gli basterebbe incrociare le braccia sul petto, e rialzare il capo bruscamente per presentarsi, carico d’un nuovo delitto, al tribunale celeste.