IV.
Silvio intanto continuava il suo sogno vano, ma non ne soffriva. Si era fatto un’abitudine del lavoro, come già dello studio; e nel suo sonnambulismo egli poteva rasentare tutte le trappole preparate all’umana stoltezza, senza mai lasciarvisi pigliare per davvero. Una mezza ebrietà da filosofo solitario, in uno stanzone chiuso, colle finestre aperte sulla campagna, per potervi gettare i suoi piccoli gridi baldanzosi e versare le sue lagrime innocenti, — ecco il suo stato. Se ne compiaceva. Aveva attraversato l’età più bella della vita in lotta con sè stesso, era passato cento volte accanto alla felicità senza riconoscerla; oggi amava per l’ultima volta, ma non isperando nulla, e gli piaceva che fosse così; per combattere ancora, si dava vinto. In lui una stanchezza non prodotta dalla sazietà, una sfiducia senza nausea, quasi un godimento.
Vi erano due persone nel professore: una sana, l’altra malaticcia e fantastica; ma non si davano più alcuna noia. Silvio aveva ogni giorno un disegno, una impresa ardita, e non gli veniva mai meno la volontà necessaria ad incominciare una cosa nuova. Egli si era avvezzato a volere prontamente, perchè il suo spirito attento gli aveva dimostrato che di tutte le molle umane la volontà è la prima ad irrugginire.
Aveva per sè stesso indulgenza e rigore; entro certi limiti tollerava le proprie miserie con animo di padre e di amico. Sentiva che la miglior parte della vita già gli sfuggiva, e ancora non vedeva bene che cosa gli proponesse in cambio l’avvenire — ma aveva una coscienza indeterminata che la vita dovesse compiersi così, a gran tappe, per via di baratti non vantaggiosi forse, necessari.
Fallita l’impresa di riabilitare solennemente la memoria del fratello, egli aveva dato un altro trastullo alla propria immaginazione; si era messo in capo di gettare in Sassari la semente d’una pianta, che non vi aveva voluto mai attecchire, l’associazione.
In un giornaletto che si pubblicava allora due volte la settimana, egli cominciò una serie d’articoli per dimostrare che tutti i mali dell’isola provenivano non tanto dalla scarsità di popolazione, che anzi questa sotto certi aspetti si poteva considerare come un vantaggio, perchè escludeva la miseria; non tanto dal clima in alcuni luoghi malsano, perchè in molti luoghi invece e per regioni estese era ottimo; non tanto dalla legislazione, dall’abbandono del governo, secondo assicuravanoi pessimisti, quanto da un poco di accidia individuale e da moltissima diffidenza. Egli affermava coraggiosamente, facendo ridere ogni giorno il suo prossimo, che anche in pochi, pur di lavorare tutti e di mettere insieme le proprie forze e i propri risparmi, si potrebbe fare gran cose in Sardegna. Additava la via dei commerci d’esportazione, quella delle industrie agricole e minerarie, quella della gran pesca, il miglioramento delle coltivazioni e delle produzioni, ai ricchi possidenti avidi d’impadronirsi delle terre, per il gusto di cingerle d’un muricciuolo.
Affermava alla buona, in forma semplice ma convinta, una verità economica che non aveva letto nei libri; diceva che il primo fattore dell’aumento della popolazione è la formazione del capitale. Voleva le banche, consigliava le grandi imprese collettive, e dallo spirito di associazione, si riprometteva una forza morale capace per sè sola del risorgimento della razza sarda.
Il nome di Silvio Boni, prima ignoto, a poco a poco si faceva strada fra i suoi conterranei; venne un giorno che le sue idee non fecero più ridere, ma furono lette, discusse, approvate. Ma chi mai le metterebbe in pratica?
— Il tempo, rispondeva Silvio, ne dubitate voi dei miracoli che fa il tempo?
Due ne veniva facendo sotto gli occhi stessi di Silvio, il quale non se ne avvedeva: una sposa diventava madre, e una fanciulla donna.
Era il primo capriccio, e bisognava rispettarlo; Beatricenon voleva che nessuno sapesse il suo stato, e si era fatta promettere da Cosimo la segretezza. Volendo sottrarsi all’esercizio di una virtù difficile a un padre novellino, Cosimo aveva messo innanzi la considerazione che tanto tanto un giorno tutto il negozio si svelerebbe da sè, ma era stato inutile; aveva dovuto promettere.
Non gli fu penoso serbare il segreto coi pochi conoscenti di Sassari; ma offendere l’amicizia una volta il giorno, andando incontro a Silvio senza gridargli da lontano, come ne aveva voglia: «Allegro, amico, io sono felice!» — questo gli costava.
E una mattina, inSperanza Nostra, il desiderio fu più forte della promessa.
Cosimo si mise innanzi un preambolo lungo, si fece promettere il segreto, e svelò all’amico ogni cosa.
La notizia cadde come una mazzata sul cervello di Silvio, il quale per un poco non disse nulla; poi esclamò ingenuamente: «possibile!»
— Tanto possibile, che è vero, rispose il marito crudele; essa non vuole che si sappia ancora, e tu capisci....
— Pudore materno, rispose Silvio.
— Lo chiami pudore materno? Sarà pudore materno, lo chiamerò così anch’io. Però è inteso che tu terrai a battesimo la creatura. Si chiamerà Silvio come te.
— È un maschio? domandò il professore, serio serio.
Cosimo intese benissimo lo scherzo, e rispose, anche lui serio: — È un maschio.
Poi il padre contento andò a visitare i tini preparatiper la prossima vendemmia, e Silvio si cacciò sotto l’ombra degli ulivi. Nel suo cuore era un gran silenzio e una gran pace, come dopo una rovina.
Era caduto un ramoscello d’ulivo ai suoi piedi, e Silvio camminava a passi lenti, spingendoselo innanzi di zolla in zolla; era un ramoscello disseccato, come la sua giovinezza, il simbolo della sua vita avvenire.
No, non sentiva alcun rammarico. Uscito dal cerchio magico in cui si moveva da tanto tempo come un pazzo, vedeva chiaro dentro di sè e stupiva d’essere stato così cieco.
La natura gli aveva fatto vedere la verità nuda nuda per uno di quegli spiragli che essa apre improvvisamente all’anima umana. E la verità nuda nuda era questa, che egli aveva fatto un giuoco pazzo in cui poteva perdere la coscienza.
Ebbe bisogno di tastare tutte le parti addolorate dell’anima, per accertare la propria guarigione.
Ma non gli rimase dubbio — la maternità di Beatrice lo aveva proprio guarito.