IX.

IX.

A Silvio era toccato un letto portentoso, una vera sepoltura imbottita, in cui si doveva sprofondare sconfinatamente nella regione dei sogni; ma appena egli fu arrivato al fondo della sua buca, ed ebbe augurato la buona notte a Cosimo, aprì gli occhi nel buio, e stette in ascolto.

Nella vicina camera, Angela e Beatrice ridevano ancora, prima di cacciarsi nel lettone del patriarca. Dall’altra stanza, in cui si supponeva che dormissero i giovani pastori, giungeva uno strano rumorio, come di risate sommesse, di paglia rimossa, e di spintoni che ogni tanto facevano tremare la parete di canne; era chiaro che i bravi ragazzi prima d’abbandonarsi al sonno, si tiravano addosso i letti. Il professore seguiva colla mente quella scenetta; non era vero cheegli avesse trentatre anni sonati; si sentiva capace anche lui di cacciarsi ad occhi chiusi in un monte di paglia, e di aprirsi la via colla testa e colle mani sino a venir fuori dalla parte opposta. Ma a poco a poco ogni rumore cessò, si spensero i raggi di luce che infilavano le fessure sotto gli usci, dormirono tutti.

Silvio no.

Tendendo l’orecchio nel buio, egli sentiva la respirazione di Cosimo. Quella era la respirazione tranquilla di un uomo sicuro della propria felicità, dalla quale non lo separavano che un tramezzo di canne e una notte di sonno — e perciò egli si era affrettato a dormire, perchè sapeva di ritrovare all’alba la sua donna, la compagna di tutta la sua vita.

Pensando così, Silvio non era invidioso, nè indiscreto; riconosceva di buon grado che Cosimo era nel suo diritto, e si compiaceva di vedere che l’amore, entrando ancora una volta nel suo vecchio cuore disoccupato, non vi svegliava nè desiderii, nè speranze, ma solo una musica, una gran musica.

Quante volte aveva amato Silvio?

Egli stesso si faceva questa domanda maligna, ma per rispondere che l’uomo non ama se non una sola volta, l’ultima.

Ora soltanto, egli aveva fiducia in sè stesso; ai fantasmi amorosi che avevano vissuto un’ora nel suo cervello di giovinetto, non nel suo cuore maturo, egli poteva dire senza rancore nè ira: «svanite, voi non foste mai altro che le promesse dell’amore!»

E veramente questa volta, dopo la lunga tregua concessaagli studii di agronomia e di filosofia sociale, l’amore si annunziava al professore molto diversamente da quello che era apparso allo studente; dava all’agronomo, dava al filosofo lusinghe affatto dissimili, salvo in questo che erano innocenti del pari. — A diciasette anni — se lo ricordava ancora! — Silvio aveva amato una donna di trentacinque, bella e piena di giudizio; l’aveva amata perchè a quell’età si ama l’avvenire, e l’avvenire a quell’età è l’amore. Non così ora, lo sentiva bene — ma sarebbe stato imbarazzatissimo a dire com’era. Ecco: era come se, dopo aver camminato lungamente, senza riflettere, per vie ignote e faticose, si arrestasse a un tratto a guardarsi intorno, e tentasse invano di riconoscere i luoghi e sè stesso — ed era come se Beatrice pigliasse per mano questo povero Dante della commedia umana e gli dicesse: «Amami, e ritroverai te stesso e avrai potenza di arrestare il tempo che t’inghiotte.»

Nulla di ciò che poteva offendere l’amicizia appannava la lucentezza di quell’amore, che nasceva appena e già sembrava essere sempre stato. Silvio si era fatto delle domande brutali, e la coscienza, dopo averlo torturato un istante, gli aveva risposto tranquillamente: «Amali.Sì,amali!Lei e lui, entrambi; confondili nella segreta adorazione dell’anima tua, veglia tu sulla loro felicità.»

Silvio, quella notte, poichè ebbe così sognato lungamente ad occhi aperti, si addormentò, continuando il suo sogno. Ma egli era levato prima del sole e pensava a suo fratello.

L’amoroso egoismo lo aveva trattenuto abbastanza; ora si accusava di non aver quasi pensato a quel povero padre agonizzante sul limitare d’un altro amore.

Si vestì in silenzio, aprì l’uscio, e guidato dalla luce crepuscolare, attraversò lo stanzone in cui giacevano confusamente i pastori mezzo sepolti nella paglia. La porta dello stazzo era chiusa con una stanga; egli l’aprì senza far rumore, e venne all’aperto. L’aria era rinfrescata da un venticello che correva in silenzio sulla campagna nuda; una pecora belava sommessamente nel vicino chiuso senza risvegliare il mastino di guardia; le ultime stelle rimaste accese nel cielo, lasciavano cadere un raggio melanconico.

Silvio aprì il petto largamente a quell’aria mattutina, e disse ai campi una nota della musica che gli empiva il cuore; una parola, un nome: Beatrice!

— Silvio! mormorò una voce accanto a lui.

Si volse — gli stava dinanzi suo fratello.

— Non ho potuto dormire, disse Giorgio, stanotte la mia capanna era piena di melanconia;Su Mazzoneè di malumore, perchè Mariantonia ritorna a Tempio col suo fidanzato; ma ora dorme almeno; a me non è stato possibile; il cuore mi ha servito tutto ieri, oggi si vendica.

— Povero Giorgio!

— Non mi compiangere, fratello mio; io sono contento; tutto va bene; mia figlia non mi conosce, e non sospetta di nulla — mi torneranno le forze, verrò a vedervi.

Silvio aveva gettato un braccio al collo del fratello,e cercava di condurlo verso la capanna, per parlare aSu Mazzone, ma Giorgio non faceva un passo.

— A quest’ora, disse Silvio,Su Mazzoneè sveglio, andiamogli incontro.

— No, rispose Giorgio, egli verrà qui; eccolo!

Infatti il bandito svoltava allora dal muricciuolo d’un chiuso; camminava diritto, guardando innanzi a sè, eBrigadierespiccava salti per mettere la testa sotto le mani del padrone, che penzolavano senza carezze.

Il bandito s’avanzava, svegliando intorno a sè le rondini e le cingallegre che si levavano a volo con un grido di festa; un momento dopo, vide i due fratelli, e gridò loroBuongiornoaffrettando il passo e sorridendo; comprendeva che il suo piccolo dolore non aveva diritto di manifestarsi dove era un padre messo a quella tortura.

I tre amici, andando su o giù senza scostarsi dalla casa, perchè Giorgio voleva essere là quando sua figlia affacciasse il visino bianco alla finestra, combinarono lungamente il da fare.

Poco dopo i giovani pastori uscirono dallo stazzo, colle teste ravvolte ancora nelle pezzuole, e colle festuche di paglia attaccate al cappotto; per scuotersi il sonno di dosso, si davano a vicenda gran palmate sulle spalle; i greggi si svegliavano nei chiusi empiendo l’aria di belati e di muggiti, e i mastini aggiungevano le loro grosse voci al concerto.

Nessuno avrebbe potuto trattenere il sonno in quel frastuono. Infatti pochi minuti dopo, erano tutti nel cortile, o alle finestre che si spalancavano rumorosamente;Bastiana, Anna Maria, Nicoletta, Giannandreail Lungo, Ciccito Scano e gli altri. Una finestra sola non si aprì, e Beatrice venne sull’uscio, con suo marito, ad annunziare che Angela dormiva ancora.

Ma quando arrivarono i pastori con le gran tinozze di latte appena munto, la finestra si aprì, e Angela si affacciò a chiedere la sua porzione.

— Babbo Efisio, disse, ho un appetito, un appetito!

Beatrice anch’essa aveva appetito.

E Silvio? Silvio niente affatto.

— Lei vive d’aria, gli disse la contessa accettando da lui una ciotola di latte.

— Come gl’innamorati! aggiunse Cosimo.

Il professore si chinò prontamente ad attingere nella tinozza una ciotola di latte, e la bevve d’un fiato. Rialzando il capo dalla ciotola, trovò che Beatrice aveva preso la mano di Cosimo e lo trascinava per fargli ammirare il curioso spettacolo d’un gregge che voleva saltare un chiuso, ma che era tenuto a segno dai latrati del mastino. Silvio, come spinto dal suo demonio, li volle seguire. «Ho freddo» disse allora Beatrice stringendo le spalle in un brivido, e il professore si precipitò a prenderle uno sciallo — ma tutta la sua baldanza era svanita, perchè comprendeva che Beatrice aveva voluto rimaner sola col marito.

— Gli vuol dire qualche cosa, — pensava — che cosa mai gli vuol dire?

Tornando collo sciallo, trovò infatti che Beatrice non ne avea più bisogno; non era stato altro che un brivido, ora era passato, e Silvio si domandò invano: «checosa mai gli ha detto?» Nulla che dovesse offendere lui, certamente, perchè gli sorridevano entrambi. — Lo ama tanto! pensò allora Silvio; ma non disse a sè stesso come la vigilia: «veglia tu sulla loro felicità!» Ora si sentiva troppo debole.

Un’ora dopo i cavalli venivano condotti dinanzi allo stazzo, e gli ospiti dissero addio ai pastori.

Giorgio si ora appoggiato ad un albero e chiedeva al proprio cuore un ultimo sforzo.

— Babbo Efisio, addio, gli venne a dire Angela.

Il falso Efisio non rispose, ma prese fra le sue mani la testina d’Angela e la baciò in fronte. Gli occhi degli amici erano fissi sopra di lui in quel gran momento, ma egli fu forte.

— Addio! disse; io verrò a Sassari e ci vedremo ancora.

Silvio, già montato a cavallo, aspettava la sua donna, senza fiatare. Suo fratello gli disse:

— Ciccito Scano riconduce a Tempio Mariantonia; chi porta in groppa Angela?

— E la Contessa? balbettò Silvio.

— Mi porta Cosimo, disse Beatrice, non abbiamo paura.

Allora Giorgio aiutò la fanciulla a salire in groppa del fratello, mentre Giannandrea aiutava Beatrice.

Salute! salute!.... Si avviarono.

Giorgio rimase in piedi finchè potè vedere sua figlia, che se n’andava lieta com’era venuta, empiendo l’aria di domande allegre. Quando la cavalcata sparve dietro un gruppo d’alberi, il povero padre abbandonato sentìche tutte le forze gli venivano meno e cadde bocconi mormorando: «il cuore non le ha detto nulla!...»

— Compare Efisio! Compare Efisio! Vi sentite male?

— Non è nulla, entrò a direSu Mazzone, egli è ancora debole, ed ha fatto uno sforzo per mettere in sella la ragazza — sono cose da lasciar fare ai sani!

Si curvò sul corpo dell’amico, e gli disse in un orecchio: «vuoi vederla ancora?»

— È possibile? chiese Giorgio balzando in piedi.

— Sì, se affrettiamo il passo; fra mezz’ora i cavalli saranno all’entrata del bosco, la strada fa un lungo giro; tagliando diritto pei campi, vi possiamo giungere in mezz’ora anche noi.... Ma dopo?

— Non importa, disse Giorgio, e si avviò, senza dare alcuna spiegazione ai pastori che lo guardavano maravigliati.Su Mazzone, voltandosi a Giannandrea, spiegò quel mistero così: — ha dimenticato di dire qualche cosa a Mariantonia, bisogna arrivare prima di loro al bosco.... si va e si torna.

E in pochi salti ebbe raggiunto il compagno.

— Anch’io mi sento solo, disse al bandito; Mariantonia se ne va!

— Dio mio! mormorava Giorgio, costringendo il suo compagno a fare ogni tanto un lieve tratto di corsa per istargli a paro; fatemi questa grazia!

E non si fidando nella bontà divina, affrettava ancora il passo.

Quando il giorno dopo, a tarda sera, la piccola brigata faceva ritorno a Sassari, nei due biroccini, laprima persona che Silvio, smontando, si vide venire al fianco nel buio fuSu Mazzone.

— Che cosa è stato?

— Egli è qua, rispose il bandito, stringendosi nelle spalle — non mi è stato possibile tenerlo; ora che ha visto sua figlia, dice che non può vivere lontano da essa. Bisogna compatirlo. Mi ha promesso che non farà pazzie.


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