PARTE SECONDA.

PARTE SECONDA.

Andando in Sardegna per chiedere alla terra di suo padre una tomba e un avvenire, il conte Rodriguez non solo non si era fatto illusioni, ma aveva immaginato cose nere. L’anima sua, debole quando era abbandonata a sè stessa, fortissima se la confortava la parola o lo sguardo d’una persona cara, si era preparata a resistere e a cozzare; a resistere contro l’umiliazione, a cozzare contro il pregiudizio e l’inerzia. Nell’ultima ora, entrando nel misero porto dell’antica Torres, attraversando le vie rotte, disuguali e fangose, e poi la landa malsana, che si stende alle spalle della città turrita, come una piaga maligna, egli aveva raccomandato a sua moglie di non affrettarsi a giudicare l’isola da quelle promesse, e le aveva annunziato da lontano i primi ulivi, che cingono come una fascia il territorio di Sassari, ed arrestano l’insidiadella landa. Ma Beatrice era salda; in Porto Torres essa aveva ammirato il Palazzo del Re Barbaro, le colonne e la travatura del tetto di San Gavino, chiudendo gli occhi al resto, e di poi non si era sgomentata alla vista della campagna nuda, ed aveva salutato con festa il primonuraghe. E solo quando si era trovata in mezzo agli ulivi, e aveva visto serpeggiare qua e là, sul terreno generoso, i sarmenti della vite, e stendersi i campi verdeggianti di biade, solo allora aveva confessato di aver avuto un po’ di sgomento.

— Ora sono contenta, aveva detto, questa campagna melanconica mi piace; se i vostri ulivi riesciranno a temperare le tinte chiassose del mio umore, dovranno esser bravi; vedrai che saremo felici.

— Vedrai che saremo felici! aveva risposto Cosimo con baldanza: io porterò la mia sventura a testa alta; e se avranno l’aria di chiedermi conto delle ricchezze de’ miei morti... io domanderò loro che cosa fanno del tempo, che è la ricchezza della gente viva.

Un po’ sul serio, ma con accento di celia, Beatrice gli aveva detto:bravo!poi aveva chiesto chi mai voleva che si occupasse dei fatti loro.

Ah! Beatrice non sapeva che agonia sarebbe stata giungere impreparati agli sguardi curiosi, alle interrogazioni maligne, alle compassioni crudeli della gente oziosa, che in una piccola città non manca mai. Ma per sua fortuna, Cosimo esagerava le difficoltà di quel cimento, e portava seco la malìa che doveva renderlo invulnerabile: viaggiava con sua madre morta.

Si sa; non fa viaggiare un cadavere chi vuole; lalocomozione per terra e per mare è un lusso che pochi morti si possono permettere. E poi, se le ipoteche e le vendite avevano aperto gli occhi alla gente, se in Sorso ed in Ploaghe nessuno più credeva al milione di casa Rodriguez, bastava la semplice venuta del conte Cosimo a guadagnargli nuove simpatie. Giudicando così, a lume di naso, qualche maligno aveva sentenziato che la casa Rodriguez era spacciata come tante altre della vecchia nobiltà, e che il conte Cosimo non avrebbe più osato rimettere il piede in Sardegna; e invece egli vi tornava come un trionfatore col suo seguito di vivi e di morti! La sera stessa del suo arrivo a Sassari, nei caffè e nello farmacie, più d’uno, commentando quell’avvenimento, aveva notato accortamente che non bisognava credere tutto quello che si diceva della casa Rodriguez; e quando il giorno dopo la contessa Veronica fu seppellita nel cimitero di Sassari, fra i cipressi che tenevano luogo della palma, inutilmente desiderata dalla povera morta, molti biglietti di visita vennero a dire al conte che la nobiltà sassarese era sorda alle dicerie maligne. Così dove Cosimo si aspettava la compassione falsa, non trovò che una curiosità inquieta. Un Ploaghese, che aveva comperato gran parte dei terreni dell’antico feudo Rodriguez, era venuto colla diligenza a Sassari, pervedere un poco; ma, poveretto! aveva visto tanto poco, che era quasi nulla.

Aiutato da Silvio, il conte, dopo una breve sosta nel principale albergo di Sassari, aveva preso a pigione una casina tra la città e la campagna, sul vialedel Molino a vento, una casina piccola e bianca, non ancora raggiunta dal grosso dell’abitato; e appena erano arrivati i mobili scampati all’artiglio del Cilecca, il conte li aveva fatti disporre in modo che a sua moglie potesse qualche volta sembrare di non aver abbandonato il quartierino di Milano.

Angela e Beatrice avevano chiesto d’esser lasciate l’una all’altra, e Silvio aveva acconsentito di buon grado, perchè ciò gli risparmiava il pensiero di metter su casa in Sassari, e gli permetteva di stare gran parte del giorno in campagna.

Tutto codesto, fatto con giudizio, ma senza grettezze, era già sembrato magnifico a chi guardava la casina della strada, senza potervi entrare; fu ancora meglio quando si seppe che Silvio Boni e il conte Cosimo avevano comperato, a breve distanza dal Molino a vento, tutta una vallata splendida e insidiosa, che dopo aver buttato sul lastrico di Sassari cinque proprietari legittimi, aspettava da un anno, sotto la protezione del conservatore delle ipoteche, il corbello che volesse fare la mezza dozzina giusta.

La compera era stata fatta con regolare contratto notarile, e col pagamento immediato di quarantamila lire tonde. Quarantamila lire non erano molte, poichè la vallata era ampia, e comprendeva i due versanti della collina, per un’estensione di territorio che l’occhio stentava ad abbracciare; ma messe lì, sul tavolino d’un notaio, una sull’altra, in biglietti puliti della Banca Nazionale, avevano fatto una figura che si stenta ad immaginare, quando non si ha vissuto in una cittàagricola, dove, i più ricchi proprietari, quelli che possono viaggiare un giorno intero a cavallo nei propri poderi, tante volte non sanno dove metter le mani, per trovare poche migliaia di franchi.

E che diamine voleva fare il conto Cosimo, di quella vallata, che richiedeva una coltura grande per fruttare poco più di nulla? Ciccio Maria, il vecchio Ciccio Maria, che aveva cominciato zappando a giornata i campi degli altri ed ora faceva il cittadino possidente, senza smettere la berretta lunga e i calzoni a campana; Ciccio Maria, il famoso Ciccio Maria che aveva sulle dita il conto delle piante d’ulivo e dei ceppi di vite d’ogni podere del territorio, diceva chiaro a chi lo voleva intendere (e ce n’era sempre qualcuno) che il negozio del conte Cosimo e delprofessoreera una rovina.

— Statemi a sentire, compare Baingio, diceva; la vallata maledetta io la conosco come la palma della mia mano; entrando, ci è l’oliveto; è piantato in terreno buono, asciutto, calcinoso; ma è vecchio; vi sono piante là dentro che non fruttano più che pei tordi; erano ottocento ai miei tempi, il temporale di tre anni fa ne ha spezzato una trentina; i proprietari che vi si sono rovinati ne hanno tagliato altrettante, per far legna da ardere; facciamo un conto tondo e diciamo settecento alberi di ulivo, vecchi e un po’ malandati. — Va bene? compare Leonardo?

— Va benone.

— Andiamo innanzi, compare Baingio; dopo l’oliveto, vi è la casa; di questa non me ne intendo, masi sa che è stata una pazzia di Don Antonio Mela; una casa grande, a due piani, con troppe stanze tutte tappezzate e il bagno... il bagno!... cose da manicomio. Il tetto avrà bisogno di riparazioni, ci sarà qualche trave da cambiare, lasciamo stare... s’ingegnerà ilprofessore. Poi vi è una gran vasca d’acqua; ilprofessorevi metterà dei pesci rossi, immagino; poi ci è il giardino, colle due palme secolari, gli oleandri, le rose arboree, e tante altre belle cose che danno da fare al giardiniere, e non fruttano un soldo; e poi comincia la vigna; anche qui le piante sono vecchie, rare, il terreno cede ad ogni pioggia e mette le radici a nudo; ilprofessorerincalzerà le viti e dirà al terreno di non andarsene alla vallata. Del piano della vallata non ci è nulla a dire; il grano e l’orzo vi vengono su bene, l’ortaglia ha dell’acqua fin troppa; e il frutteto dà delle frutta saporite, se però un vento di levante non infila la gola una bella mattina, e soffia la fioritura sotto il naso delprofessore. Dico bene, compare Leonardo?

Ottenuta l’approvazione di compare Baingio e di compare Leonardo, Ciccio Maria lasciava il piano della vallata maledetta e saliva il versante opposto, che era tutto un bosco di olivastri, di faggi e di pini, in cui correva il muricciuolo di cinta; faceva il conto della rendita che poteva dare un taglio giudizioso, e finiva col conchiudere che gli dispiaceva per il conte Cosimo, il quale aveva fatto una corbelleria, senza averne colpa, ma che quanto al professore, non avrebbe che il fatto suo.

Compare Leonardo gli dava ragione, compare Baingio non gli dava torto, e Ciccio Maria si tappava la bocca colla mano per annunziare che non aveva più nulla da dire, o che non voleva dire più nulla. Non bisognava però dimenticare l’acqua sorgente, che stillava da una rupe e mandava, per vie palesi e nascoste, un ruscelletto alla pianura. Il ruscelletto era pigro e si indugiava qua e là facendo pozzanghere, da cui nel mese di agosto si alzavano le zanzare e le terzane.

Ciccio Maria era convinto di quel che diceva, ma parlando delprofessoreSilvio, obbediva ad un segreto istinto di ribellione, e diventava maligno. Che cosa gli aveva fatto il povero Silvio? Era andato al continente a studiare il modo di coltivare la terra, ed era tornato a Sassariprofessore, il che significa: coll’opinione di aver molto da insegnare ai vecchi zappatori di Porta Sant’Antonio.

Così almeno si diceva, e finchè il professore non fosse andato a smentire questa diceria, domandando consiglio a Ciccio Maria, non isperasse mai di essere assolto.

Ma questa buona idea a Silvio non era ancora venuta. Egli andava e tornava periodicamente da Sassari a Castelsardo, da Sassari alla «vallata maledetta,» da Sassari a Muros, come un’anima in pena, senza che nessuno potesse indovinare perchè; ma fino a Ciccio Maria non si era spinto ancora.

Il conte Cosimo intanto viaggiava anche lui; era andato a Ploaghe, era andato a Florinas, colla giovine sposa e con Angela, aveva fatto un’apparizione fuggitivanel palazzo vuoto dei De Nardi, un’altra nella casa di suo padre, tanto per far sapere che avendo affittato le poche terre che gli rimanevano, non era sua intenzione di venderle per pochi quattrini, come si sperava; aveva tolto di mezzo o addormentato qualche creditore, cancellata qualche ipoteca. Così assestate alla meglio le proprie faccende, aveva detto a Beatrice: — Abbiamo cinquemila lire di rendita, una campagna che, per bocca di Silvio, ci promette più d’altrettanto, e i frutti della tua dote.

Di questa dote non si era mai parlato, e Beatrice si fece rossa di piacere, vedendo per la prima volta che essa era utile, e che suo marito non si vergognava di confessarlo. E fu lieta che si mostrasse un altro aspetto dell’indole generosa di Cosimo, il quale, se peccava di debolezza quando aveva timore di affliggere gli altri, non conosceva nessuno di quegli scrupoli che offendono il matrimonio colle sembianze del decoro.

— Quanto sono felice! aveva detto la povera donnina.

— Davvero?

— Sì, davvero, sono felice di vivere in questa isola, che è una grande decaduta come noi, con questi Sardi semplici e fieri, nella mia casina che è un ninnolo, nella nostra campagna che è un paradiso.

Una volta, durante l’assenza di Silvio, Cosimo aveva chiamato a consulto Beatrice ed Angela per fare una cosa seria: ribattezzare il podere acquistato.

— Come si chiama ora? — aveva chiesto Angela.

— Lo chiamano laValle maledetta, oppure la Valle indiavolata.

— Chiamiamolo ilParadiso— aveva suggerito la fanciulla.

— ChiamiamoloValle Angelica!

— ChiamiamoloValle Beatrice!

— ChiamiamoloSperanza nostra! — disse Beatrice gravemente.

— Dove hai preso questo nome? domandò Angela, dove hai preso questa gravità?

— In una barca di contrabbandieri, rispose la contessa guardando suo marito in faccia — e soggiunse allegramente: il battesimo s’intende, non la gravità; questa te la immagini tu, bambina mia.

Silvio, ritornando, avea trovato il podere ribattezzato, ed aveva detto egli pure cogli altri: «chiamiamoloSperanza nostra!»

Ma non era allegro Silvio! Egli combatteva, con un’operosità inquieta, il lavoro segreto d’un tarlo che gli rodeva il cuore; ma, in verità, non era punto allegro Silvio.

Alla fanciulla che gli chiedeva: «zio, che cos’hai?» rispondeva con una carezza; a Beatrice ed a Cosimo rispondeva che non era riuscito ancora ad avere notizie di Giorgio.

Che cosa rispondeva a sè stesso?


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