PARTE TERZA.

PARTE TERZA.

Vi erano dei momenti in cui Angela non comprendeva più sè medesima; essa aveva finalmente trovato una grossa vena di lagrime per la memoria del suo povero padre, una vena che prometteva d’essere perenne; ma quando aveva pianto molto, era poi così contenta di sè, che, pensandoci, inorridiva quasi dei propri sentimenti. Non era nemmeno sicura che sotto certi aspetti la morte di suo padre non fosse una bella cosa; sotto l’aspetto del lutto grave, per esempio, che le era toccato vestire e che si adattava bene alla bianchezza del visino tondo ed alla capigliatura bionda; ed anche sotto l’aspetto del giornale in cui ogni sera, prima d’andare a letto, poteva rileggere, correggere ed aumentare la propriasventura. E sotto quale altro aspetto? Ah! questo era il segreto di Angela; ancora essa non ne aveva detto nulla al suo libriccino di memorie, nè a Bice, nè quasi a sè stessa, se non in maniera dubitativa, perchè si era proposta di aspettare con rassegnazione che parlasselui. Già un giorno o l’altro, dovrebbe pur parlare, so non volesse sposarla alla muta.

Però Angela non si faceva illusioni; forse le toccherebbe aspettare un pezzo. Non già che non si sentisse capace di far la moglie anche fra un anno, anche subito; era un dito appena più piccola di Bice; se andava incontro allo specchio, a testa alta, poco mancava che non sembrasse una matrona. Che cosa le mancava? Un po’ di strascico; quattro palmi di coda, due palmi di coda, un palmo solo — non le mancava altro. Invece portava ancora le vesti corte! Perchè mai le gonnelle delle ragazze stentano tanto a crescere?

Ad ogni modo era contenta anche così; non s’ha a chiedere troppo alla sorte; la quale, quando ad una fanciulla di tredici anni ha fatto vedere lo sposo che le tiene in serbo, non ha fatto poco.

Signorine Sassaresi di venti anni sonati e magari di venticinque, le quali a messa, alla benedizione, alla predica, giravano gli occhi peggio di Madonne miracolose ricercando nella folla un devoto che tardava a venire, Angela ne conosceva parecchie. Alla passeggiata dei giardini pubblici, quando la banda sonava:Tutte le feste al tempio o M’apparì tutto amore, e le meschine a cui ancora non era apparso nessuno,gettavano le loro occhiate di qua e di là, e si voltavano col batticuore ad ogni tintinnio di sciabola, Angela poteva fare la sua via tranquillamente, andare su e giù nel viale, non si curando degli studenti di liceo, i quali parlavano forte dell’amore di Platone e di quello di Shopenahuer per farsi udire da lei.

Si sentiva arrivata, si sentiva a cavallo della vita; e se non l’avessero trattenuta le convenienze, si sarebbe voltata per dire alla scolaresca che il venirle dietro era tempo buttato, che lei lo sposo forse ce l’aveva, e non uno sposo da burla, ma uno sposo colla barba nera e perfino con qualche pelo bianco, uno sposo che non era studente, perchè era professore. Forse si chiamava Silvio, ma essa non ne sapeva nulla; toccava a lui parlare, ed egli non aveva aperto bocca.

Il solo che avesse aperto bocca era il parroco. Quel prete consumato si era lasciato pigliare in una trappola veramente primitiva che la fanciulla, a cui piacevano le notizie sicure e le cose nette, aveva preparato col suo garbo d’ingenua. Essa era andata a dirgli piangendo che sapeva tutto, che aveva udito il sogno di suo padre, e che le era sacro — e lui: «Non so nulla,» aveva risposto, baciandola in fronte, e se non le aveva dato la benedizione nuziale, poco vi era mancato. Solo più tardi prete Emanuele ebbe un sospetto che Angela gliel’avesse fatta; ma l’ingenua era già partita nel biroccino a fianco del suo fidanzato.

Era stato un gran lavoro per il cervellino di Angela il provarsi ad immaginare le parole, l’accento, le maniere con cui il suo Silvio le avrebbe svelato tutta lafaccenda. Preparare la risposta le era riuscito più facile. «So tutto,» avrebbe detto, e gli si sarebbe buttata al collo; forse avrebbe soggiunto: «e ti amo,» forse no; secondo i casi. Ma tutta la strada, da Tempio a Sassari, Silvio non disse quattro parole più del necessario; e tornati alla casina del mulino a vento, egli era ancora lo zio d’una volta, tale e quale; e così rimase.

E così rimaneva da parecchie settimane. Era andato a Sorso, era andato a Sennori; sebbene fosse sempre occupatissimo diSperanza Nostra, trovava tempo a colloqui lunghi con Cosimo, con Beatrice, cogli avvocati di Sassari. Una volta era ricomparso nella casina bianca Efisio Pacis, quell’altro, quello che faceva delle poesie, e una mattina il pastore e suo zio erano partiti insieme di buon’ora, poi lui era ritornato solo, poi... insomma, ci era in tutta la casa la presenza continua d’un’idea nuova. Angela da principio non vi badò, perchè anch’essa aveva un gran lavoro da fare per dar sesto al suo avvenire, ma quando vide che lui non si risolveva proprio a parlare, ed ebbe la prova sicura che nè Beatrice, nè il conte Cosimo erano informati del gran segreto, allora volle sapere che sorta di propositi togliessero il riposo al suo Silvio.

— Lo sai? gli disse una mattina, trattenendolo nell’uscio di casa mentre stava per andare pe’ fatti suoi. Lo sai che da qualche tempo non ti occupi di me?

Silvio la guardò un momentino e sorrise, assicurandola che sbagliava e che invece s’occupava molto di lei.

— Non mi guardi neppure! insistè Angela; non hai nemmeno badato al mutamento che ho fatto; vedi... soggiunse tirandosi indietro un passo e facendo un giro largo nel vestibolo.

Silvio la guardò e non vide nulla.

— Il vestito!... suggerì Angela con accento di misericordia, i vestiti!.... non ti sei accorto che sono più lunghi? Bice me gli ha fatti allungare tutti.... prima scendevano appena fin qua, ed ora guarda...

— Se non me lo dicevi, confessò Silvio, non me ne sarei accorto; manca ancora una spanna perchè tocchi terra, si vede tutto lo stivaletto.

Fu una rivelazione per la fanciulla; l’uomo che suo padre le aveva destinato per marito non si dichiarava ancora, perchè non credeva la sposa abbastanza matura.

— Quest’inverno li porterò lunghi, disse Angela, quest’inverno avrò quasi quattordici anni.

— Lo so, disse Silvio.

Non disse altro. Egli si avviò tranquillamente, almeno in apparenza, e ad Angela non venne neppure in pensiero di trattenerlo. Rimaneva lì, nel vestibolo, un po’ indispettita, ma punto scoraggiata da tanta freddezza; poi ricordandosi che le fidanzate non lasciano mai uscire di casa il loro promesso senza accompagnarlo cogli occhi da un uscio o da una finestra, venne ad affacciarsi al terrazzino. Egli se n’andava con passo celere, diritto e superbo. Guardato alle spalle, pareva un uomo incapace di voltarsi nella sua via per nulla al mondo, e invece... e invece prima di scantonare, si voltò.

A questo grave indizio d’amore, Angela non seppe, non volle resistere, e subito, senza mettere tempo in mezzo, andò a dire ogni cosa al suo giornale. Già, lo sapeva bene, fino a tanto che non avesse scritto nel quaderno che Silvio era lo sposo suo dinanzi al Cielo, l’uomo più bello, più amabile e più amato di questa terra, non potrebbe dire d’esserne innamorata abbastanza. Da questo momento ne era cotta; era scritto.

Ora non le pareva vero che avesse potuto vivere tanto tempo al fianco di Silvio senza vedere in lui altro che uno zio; però, a pensarci bene,qualche cosaci era sempre stata fra lui e lei; fin da quando era bambina, fin da quando gli saltava sulle ginocchia, essa aveva sempre sentitoqualche cosa. Ora se ne ricordava benissimo. Era forse l’istinto o il presentimento, forse il destino, ma qualche cosa era. E tutto ciò a dispetto della sua fantasia tanto diversa dal proprio cuore. Perchè, bisogna pur dirlo, l’ideale di Angela in altri tempi era stato uno sposo che avesse avuto vent’anni appena, i baffi e la mosca e nemmeno un pelo di più sulla faccia. Non sembra vero, ma è così. Gli uomini dell’età di Silvio le erano sembrati vecchi! Che poco giudizio aveva allora! Per fare ammenda onorevole, Angela sentenziò nel suo quaderno che l’uomo non dovrebbe mai prender moglie prima dei trent’anni.

Si può credere, sebbene Angela non abbia lasciato scritto nulla in proposito, che non sia così quanto alla donna.


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