VI.

VI.

Il professore non potè sbrigare la faccenda del filone di piombo argentifero così presto, come si era immaginato. Prima di tutto riconobbe che bisognava fare una stima probabile della ricchezza nascosta sotto il podere di Cosimo, per determinare in quali rapporti presumibili fosse la spesa col frutto; e poi sebbene egli avesse dall’amico suo pieni poteri, al momento di stringere il contratto sociale si trovò che gli mancava una procura regolare, fatta in carta da bollo, dinanzi al notaio. Nel mandargli la procura, Cosimo gli scrisse che le uve annerivano a vista d’occhio sotto il bel sole d’agosto, che i tini erano pronti e che l’albero in faccia alla casa diSperanza Nostradava ogni mattina a Beatrice e ad Angela i più bei fichi del territorio di Sassari.

Allora Silvio fece le sue valigie e dichiarò a queidella miniera che se ne andava; fu impossibile tenerlo; l’amabile ingegnere Marini sprecò con lui tutte le sue risatine compiacenti; bisognò accompagnarlo ad Iglesias in biroccino, e là, dinanzi al notaio Masia, fare il contratto in carta da bollo. In virtù di questo contratto, il conte Cosimo cedeva ai proprietari della miniera il diritto di penetrare con gallerie nelle viscere del proprio podere, per cavarne tutto il piombo argentifero; prometteva di cedere a giusto prezzo quelle parti del fondo in cui bisognasse aprire nuovi pozzi per agevolare l’estrazione del minerale e far giungere l’aria respirabile ai minatori. Gli utili, dedotte le spese, dovevano essere spartiti fra il conte Cosimo e i proprietari della miniera, escluso in ogni caso, a favore del conte, il rischio dell’impresa, se mai non dovesse riuscire rimuneratrice.

Quest’ultima clausola aveva fatto ridere molto l’ingegnere Marini, e l’altro ingegnere, e i minatori, i quali erano sicuri del fatto loro; ma a buon conto Silvio aveva voluto che fosse scritta nel contratto, — perchè, diceva lui, la mia scienza finisce a poco più d’un metro sotto la superficie terrestre, dove termina il lavoro delle forze vegetative; e di quello che segue più sotto io non me ne intendo affatto.

Poi Silvio proseguì la sua strada, e giunto alla viottola che menava aSperanza Nostra, fece arrestare la diligenza, raccomandando al postiglione il proprio bagaglio. — Lo manderò a prendere domattina, disse. — La diligenza si avviò con gran rumore di sonagli e il professore imboccò la viottola. Strana cosa! Glibatteva il cuore, come ad un innamorato. Dove i muricciuoli si abbassavano, dove si apriva un cancello, egli spingeva l’occhio fra gli ulivi; riconosceva le piante mutilate dall’ultimo uragano, diceva: — ecco il fico moresco, ecco l’agrifoglio; dietro quella svolta, vedrò spuntare il noce che s’affaccia sulla strada per buttare i suoi frutti ai monelli.

E intanto pensava che era prossimo il tramonto e che se la diligenza avesse tardato ancora un poco, egli, trovando chiuso il portone dell’oliveto, avrebbe dovuto scavalcare il muricciuolo come un ladroncello.

L’idea di scavalcare il muricciuolo lo tentò; sì, invece di entrare dalla porta, per esser veduto da lontano, egli, con un giro lungo, andrebbe a cacciarsi in mezzo agli amici all’improvviso, come un fantasma. A quell’ora comare Beatrice, Cosimo ed Angela dovevano essere sulla panca di sasso fra le palme.

Silvio conosceva un sentiero, che lo condurrebbe alle loro spalle.

S’immaginava la meraviglia allegra di Beatrice, di Angela e di Cosimo. In quel punto udì rumore di passi dietro la svolta, ebbe paura d’esser veduto e scavalcò il muricciuolo a sinistra senza riflettere.

Solo quando ebbe toccato terra dall’altra parte e si sentì circondato dall’alto silenzio degli ulivi, disse: — Sono entrato nell’oliveto di Don Giacomo.

I passi si avvicinavano nella via sassosa, e col rumore dei passi giungeva anche una voce grave interrotta da una risatina di donna. I due svoltarono. La voce grossa diceva:

— Comare mia, non dite di no, ve ne potreste pentire.

— Compare mio, rispondeva la vocetta ridente, siete più vano di un pavone; che cosa volete che ne faccia d’un uomo tondo come un barile?

La voce grossa insistè.

— Ci è barile e barile, comare mia, ci è il barile pieno d’acqua piovana...

La vocetta interruppe:

— Ci è anche il barile vuoto.

— E ci è quello che contiene vino generoso, proseguì la voce grossa.

— Vino vecchio, ribattè la risanciona.

Erano passati oltre; si udì ancora:

— Comare mia, non fate lo sproposito di preferire Pantaleo.

Silvio non potè udir altro, ma alzando il capo sopra il muricciuolo, vide alle spalle quei due e riconobbe di non essersi ingannato. Erano Giovanni ed Annetta.

— Nozze! mormorò il professore. Egli proseguì la sua via, fra gli ulivi, mentre i due si allontanavano nella viottola. Giunto al muricciuolo di cinta che separava il podere di Don Giacomo da Speranza Nostra, Silvio si arrestò e stette un poco affacciato ad una breccia del muro. Da quel luogo egli vedeva la casa biancheggiante fra gli alberi, la via tortuosa che scendeva al sedile di sasso fra le palme, ma non vedeva le palme, nè il sedile. Era anche là un grave silenzio fra gli ulivi, ma tendendo l’orecchio si poteva udire il canto degli usignuoli e delle passere solitarie che salivadal fondo della vallata. Silvio scavalcò facilmente il muricciuolo, e fu contento di sè, perchè nessuno lo aveva veduto. Pensava avviandosi: — chi sa quanto mi credono lontano! — Ma fatti appena pochi passi, si arrestò. Dinanzi a sè, in un sentiero, ecco due figure femminili.

— Sono desse! Angela e Beatrice.

Le due donne camminavano lentamente, e parevano dirette alla vigna; erano sole.

Il professore le seguì da lontano, rallentando il passo; ma quelle andavano più lente di lui, voltandogli le spalle, ed egli non tardò ad avvicinarsi. Allora guardando bene, riconobbe di aver sbagliato: di quelle due donne una non aveva il corpicino snello di Beatrice; tutt’altro, era grossa, discinta, un po’ sformata; l’altra era più piccola di Beatrice, ma certamente più alta di Angela. Chi erano dunque quelle donne?

Silvio si arrestò per lasciarle dilungare senza abbandonarle cogli occhi — poi riprese le sue mosse prudenti. Le due donne erano giunte al vigneto; una, la più snella, sparve fra i vitigni e gridò a un tratto:

— Corri, Bice, un grappolo maturo!

E siccome Bice non correva, Angela tornò tenendo in alto un bel grappolo nero e mostrando il viso splendente di bellezza giovanile.

Silvio comprese subito perchè comare Beatrice gli fosse sembrata un’altra; ma come mai Angela fosse tanto cresciuta in meno di due mesi, non lo intendeva affatto. Egli se ne stava dietro un melo nano, e così nascosto poteva abbracciare coll’occhio le amiche sue.Ancora Beatrice non si era voltata, ed egli era curioso di accertare da lontano se il lavoro occulto — anzi non più occulto — della maternità le avesse pure guastato il visino furbo e soave. In compenso gli si mostrava appieno la luminosa bellezza di Angela, sul cui volto pareva che il sole deponesse ogni giorno un raggio.

La fanciulla e Bice reggevano insieme con una mano il bel grappolo nero e coll’altra lo venivano piluccando di conserva; quando non rimasero più che pochi acini al raspo, Angela consigliò di buttarlo via. — Vado a prenderne un altro maturo, disse, ce n’è ancora... — ma la contessa volle serbare il raspo, perchè le piaceva l’aspretto degli acini acerbi. E Silvio comprese anche questo.

In quel punto Beatrice buttò via il raspo, che, andato a cadere sopra un arbusto, vi rimase appeso. La contessa si volse.

Ah! povera donnina, quanto era mutata!

Non si poteva dire che non fosse ancora bella, ma aveva le guance scarne, gli occhi ingranditi, sporgenti, le labbro scolorite. Beatrice era di quelle donne nelle quali il lavoro casto della maternità si compie a spese della bellezza.

Il professore vide agonizzare un’altra volta il suo vecchio ideale che credeva morto e sepolto, e quasi quasi ne fu contento. Stette ancora un poco nel suo nascondiglio, poi si mosse; ma per non ispaventare Beatrice, che in quello stato poteva averne danno, attraversò di corsa gli alberelli del pometo, si cacciòfra i vitigni ed apparve come un Dio silvestre agli occhi innamorati di Angela.

La fanciulla lo vide, mandò un grido e venne a buttarglisi fra le braccia.

Beatrice accorse e stette tranquilla e sorridente ad osservare quel cattivo zio, che tentava inutilmente di svincolarsi dalla nipote.

Diceva, come rispondendo ad una domanda sommessa: — Sì, sono io, sono proprio io, lo zio Silvio, tornato or ora colla diligenza. Ho lasciato andare la valigia a Sassari, io sono sceso nella viottola, sapeva che vi avrei trovate qui, ed ho voluto farvi l’improvvisata. Ma non ci è nessuna ragione di piangere; che ragazzata è questa? Comare Beatrice, come vanno le cose? Benone, si vede. E il mio figlioccio come sta? Ingrossa, si vede... Ma che cosa ha questa ragazza che piange?

Angela si staccò allora dal petto di quell’uomo tanto amato e tanto indifferente e volle fuggire.

— Dove vai ora?

— Vado ad avvertire il conte Cosimo, rispose la fanciulla, cercando di svincolarsi.

Ma Silvio l’aveva presa per le due mani, e tirando il capo indietro la guardava:

— Sai che non ci capisco nulla; ho lasciato una ragazza che rideva e trovo una signorina, una vera signorina, che piange. Ma che cosa è dunque avvenuto?

Egli aveva l’aria di domandarlo a Beatrice, ad Angela e a tutto quanto il vigneto circostante, il malaccorto.

— È avvenuto che ora porta le vesti lunghe, dichiarò Beatrice.

— To’, è vero! esclamò il professore, lasciando andare Angela, che si allontanò di corsa.

— E che altro è avvenuto? domandò Silvio.

Comare Beatrice prima sorrise ad un’idea tentatrice, poi si lasciò tentare, e cacciando una mano sotto il braccio dell’ingenuo:

— Compare mio, lo volete proprio sapere che cos’è avvenuto ad Angela? È avvenuto che si è innamorata. Indovinate ora il resto, io non ve lo dico.

Silvio fece una risatina stupida, non indovinò il resto, ma non insistette neppure per farselo dire.


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