X.
Il trasporto del cadavere della contessa Veronica, dalla stazione ferroviaria di Livorno al porto, era stato fatto all’alba, subito dopo l’arrivo del treno notturno. A quell’ora le vie erano deserte, e pochi avevano badato alla forma insolita del cassone; ma se la città dormiva ancora, il mare era sveglio, e lungo la ripa si radunò molta gente a vedere il morto, che s’imbarcava a bordo dellaLombardia. La notizia uscita dal porto, sopra alcune barche pescarecce, corse in brev’ora un gran tratto di mare, e per tutta la giornata quanto fu lunga, non rientrò un pescatore senza che passasse col naso per aria rasente la chiglia dellaLombardia.
Un magnifico sole baciava la faccia serena del mare; ma alitava ogni tanto una brezzolina primaverile che la copriva di rughe passeggiere. Si vedevano sullatersa superficie quelle scie capricciose d’invisibili navigli, che solcano variamente il mare in bonaccia. E pure i più vecchi marinai del porto assicuravano che il tempo si sarebbe guastato nella notte e che laLombardianon l’avrebbe passata senza ballare una tarantella.
«Avere a bordo un morto, dicevano, non fa mai comodo; solo che sia un’anima del purgatorio ce n’è d’avanzo. Se è un’anima dannata che ci abbia il demonio al capezzale, non se ne parla.» Intanto un viaggiatore che si voleva imbarcare sullaLombardia, saputo del compagno che avrebbe avuto a bordo, rinunziò al viaggio e fece riportare le valigie all’albergo del Giappone; e dei pochi passeggieri che s’affidavano al mare quel giorno, qualcun altro forse avrebbe fatto altrettanto, se non fossero arrivati all’ultimo momento, quando già avevano mandato a bordo il bagaglio, e la campana dava il primo segnale della partenza.
Erano tutti là, i nostri amici di Milano; mancava solo Ambrogio, il quale era rimasto per intendersela col Cilecca; ma invece sua si vedeva a poppa, a prua, sul casseretto, affacciato alle impagliettature, al boccaporto della stiva, ai camerini del capitano e del secondo, qua, là, da per tutto, un giovinetto di grandi speranze, Cecchino Misirolli. Egli aveva ottenuto facilmente il permesso di accompagnare i padroni, e senza avere speso un quattrino, viaggiava come un signore, in seconda classe.
Nessuno, vedendolo, avrebbe sospettato in lui l’antico guattero; colle suo braccia troppo lunghe, egliaveva tutta l’aria d’un indiscreto, che, come ora metteva il dito da per tutto, così fra poco domanderebbe al mare nuove terre per regalarle all’umanità.
Annetta, ritta sulla persona, colla testina eretta e gli occhi inquieti, metteva tutto il suo studio nel rappresentare la parte d’una inglesina magra e nervosa; e vi riusciva benissimo, aiutata in ciò da un gran velo verde, sotto la cui salvaguardia la contessa Veronica buon’anima aveva fatto il suo primo viaggio di mare. L’onesta ragazza non voleva già ingannare il suo prossimo; era incapace di nascondere lungamente il vero esser suo, ma provava un diletto inesplicabile nel pensare che i marinai e i passeggieri la piglierebbero per un’inglese finchè essa non si degnasse di toglierli dall’errore facendo una domanda in buon italiano.
La contessa Beatrice, Cosimo e Silvio, raccolti in un crocchio, parevano non avvedersi neppure che uno degli ultimi passeggieri arrivati, dopo di essere andato in cerca deiproprietarii del cadavere, aveva gli occhi fissi con severità sopra di loro. Seguivano sbadatamente la fatica misurata dei marinai occupati a tirar su l’àncora.
Non parlavano quasi; la partenza imminente empiva il loro cuore di sensazioni nuove, non tutte dolci; e da certe domande brevi, fatte unicamente per rompere il silenzio, dalle risposte sollecite, ma disadatte, appariva chiaro che un pensiero occulto incombeva su quelle anime. Ogni tanto la faccetta soave di Angela s’illuminava di un sorriso; ma invano; anche la fanciulla, al momento di partire, sembrava sotto l’oppressione d’un pensiero poco allegro.
— Avremo bel tempo! diceva Silvio; vedete come è liscio il mare, come è lucente.
Ah! Sì, il mare aperto era liscio e lucente. Il sole al tramonto lo tingeva di riflessi rossigni, che facevano contrasto col colore freddo delle acque chiuse nel bacino del porto. Le vele delle barche pescarecce splendevano come fuochi lontani; e facendo correre l’occhio per l’immenso piano si vedeva ogni tanto uscire dalle acque, come freccia scoccata da un arciero sottomarino, un pesce volante.
Ma quando Beatrice aveva dato un’occhiata rapida a tutto ciò e ripetuto senza entusiasmo che era un magnifico spettacolo, si affacciava di nuovo al parapetto per veder la grave àncora di ferro, che veniva su lentamente, come un gran mostro marino allettato dalla cantilena monotona dei marinai. Poi Beatrice si mosse, sollevò il capo e cercò Angela, la quale, ritta sopra un mucchio di cordami, guardava la città incendiata dal sole.
— Che cosa guardi, Angela?
— Guarda quella finestra, rispose la fanciulla, quella finestra laggiù; non pare che sia tutto in fiamme là dentro?
Silvio spiegò gravemente il fenomeno, dicendo che era il tramonto del sole, e Beatrice ed Angela voltarono verso di lui le faccie animate da un falso stupore. Alla luce di quei quattro occhi bellissimi che lo corbellavano, Silvio vide la propria sbadataggine e se ne vergognò più del necessario.
— Lo zio pensava ad altro, disse Angela, si è fatto rosso.
Infatti la faccia del professore era in fiamme, ma egli fu abbastanza pronto da darne la medesima spiegazione di prima collo stesso accento grave.
— Effetto del sole che tramonta! disse.
Beatrice rise per la prima volta, e Cosimo, invitato da quella musica che taceva da un poco, si avvicinò; ma sua moglie lo guardò e non rise più.
— Che cosa hai detto? domandò Cosimo all’amico.
La campana della partenza impedì la risposta.
L’àncora aveva toccato l’estremità della poppa e pendeva assicurata al suo uncino; le scale erano già tirate su, chiuso il parapetto, e il fumaiuolo della macchina cominciava a spingere in alto gran boccate di fumo. LaLombardiasi mosse.
— Ci siamo! dichiarò Angela; e si portarono tutti istintivamente all’estremità di poppa, come per essere più vicini alla terra che stavano per lasciare. Silvio soltanto rimase; egli ripeteva a fior di labbro: effetto del sole che tramonta! e continuando a scavare in queste parole innocenti, vi trovava qualche cosa che egli non vi aveva messo.
Le navi ancorate nel porto gli passarono dinanzi come fantasmi e non gli dissero nulla; egli contava sbadatamente le nuove fiammate che il sole veniva accendendo sui vetri della città, man mano che se ne spegneva qualcuna. E quando Silvio si tolse ai suoi pensieri, la nave aveva passato l’imboccatura del porto e si era spinta in alto mare. Ora la spiaggia si spiegava come un gran ventaglio, e pareva che laLombardianavigasse verso un’altura, da cui si dominava sempre meglio l’orizzonte.
Tutti i viaggiatori erano sul cassero e stavano ritti, colla faccia rivolta a quella gran città, che veniva mostrando loro terrazzini, comignoli, campanili tenuti nascosti fino a quel momento. Poi Livorno non fu più sola allettatrice impotente; cominciò la tentazione inutile delle belle campagne circostanti; si alzarono alle spalle della vecchia città di mercanti leggiadre colline tutte verdi; le si stesero ai fianchi alberghi e ville e ricami d’alberi scendenti fino al greto sassoso e frastagliato, che metteva una superba orlatura a quella veste primaverile. Un quarto d’ora dopo tutta quella campagna non fu che una lunga striscia di verde pallido all’orizzonte, e la città una gran macchia bruna indorata dal sole.
Allora l’attenzione dei passeggieri si rivolse al mare, che si stendeva senza confini dinanzi alla prora della nave. Angela confessò che si era fatta un’altra idea del mare. Come credeva che fosse? Prima di tutto più piccolo e poi diverso — non sapeva come, ma diverso — quell’andar sempre e non vedere mai altro confine all’occhio fuorchè la linea in cui cielo ed acqua si toccano, le ispirava un’ammirazione strana, una specie di sgomento piacevole, e una curiosità instancata. Essa stava là, appoggiata all’impagliettatura di babordo, e spingeva l’occhio a ricercare le lontananze, come in aspettazione di qualche spettacolo. Man mano che si andava perdendo di vista la terra, il mare usciva dalla sua falsa impassibilità di prigioniero ribelle e spingeva le onde basse e lunghe come per trastullarsi. Ma si vedeva bene che era svogliato.
Vedendo la fanciulla così attenta, Beatrice prese in una valigetta uno sciallo e glielo pose sulle spalle; poi attraversò il ponte barcollando un poco e scese nel camerino.
Appena si fu allontanata, Silvio e Cosimo si guardarono come due colpevoli, e Cosimo disse:
— Non ti sembra più mesta del solito?
— Sì, rispose il professore; non è punto allegra.
— Mi fa male, insistè Cosimo; mi pare che sarei più tranquillo se le dicessi tutto, a costo di vederla piangere fra le mie braccia.
— Non sa nulla, e soffre, mormorò Silvio.
— È vero; non sa nulla, e soffre!
— Zio, interrogò Angela senza voltarsi, dove vanno queste onde che s’inseguono?
— Alla spiaggia.
— E perchè ci vanno? E che cosa fanno?
— Non fanno nulla!
— Non fanno nulla e continuano tutto il giorno così, e tutta la notte... forse...
— Se non cambia il vento.
— Io voglio che facciano qualche cosa; dirò a quella là che è più grossa delle altre, che porti alla spiaggia il mio mazzolino di viole...
E senz’altro buttò il mazzolino, ma l’onda prese i fiori, li portò un tratto e li abbandonò ad un’altr’onda che sopraggiungeva. Per un poco Angela, che aveva buona vista, seguì la corsa di quelle spensierate, che si trastullavano col suo mazzolino di viole.
— Sono contenta, dichiarò poi burlescamente, se non altro ora fanno qualche cosa.
Stette un poco in silenzio, poi soggiunse:
— Chi troverà il mio mazzolino di viole in alto mare, sì, che sarà fortunato! Ma lo troverà poi qualcuno? Potrebbe essere un naufrago....
— Potrebbe essere un pesce, disse Silvio.
E perchè no? Dei pesci con un mazzolino in bocca Angela ne aveva visti... A tavola? Appunto a tavola!
Si rise molto; poi la fanciulla appoggiò ancora la testina romantica al parapetto e il professore gettò un braccio sull’omero di Cosimo.
— Andiamo a veder Cecchino, gli disse per distrarlo, dov’è Cecchino?
Il piccolo sguattero, insensibile alla poesia del mare, non ammirava altro che il meraviglioso scafo e le singolari attrezzature della nave; appena vide da lontano il suo padrone, venne a dirgli che a bordo ci era anche la buca delle lettere.
— E che altro ci è a bordo?
Oh! tante cose; Cecchino aveva scoperto che il cuoco, per fare il brodo, invece di gettare nel pentolone dell’acqua, una manata di sale, vi mesceva una ramaiolata di acqua marina, e che i liquidi dell’acquaio andavano pure direttamente in mare.
Cadeva il giorno; il disco del sole ingrossato e rovente, sospeso sul limite estremo dell’orizzonte, era già roso dal mare; pochi minuti dopo, di tutti i riflessi rossigni che giungevano, sull’acqua e sull’aria, dall’uno all’altro orizzonte, non ne rimaneva più alcuno sulle onde; nel cielo qualche cirro vagante raccoglieva ancora una pennellata di sangue; poi si cancellaronoanche quelle tinte, e solo un bagliore, come riflesso d’incendio lontano, persistette lungamente nell’aria. A levante l’azzurro si era oscurato, e il mare aveva preso una tinta bigia uniforme. Cominciò allora la corsa scapigliata dei delfini, che giungevano a frotte spingendo in aria zampilli di acqua e presentando ora il dorso nero ora il grosso muso ai viaggiatori.
Angela li credette balene, e Annetta, che le si era posta accanto, non la tolse dall’errore.
Quei monelli del mare accompagnarono un tratto laLombardia, poi mutarono gioco, si rituffarono e sparvero.
— Peccato! disse Angela.
Poco dopo era notte; la campana di quarto diede tre tocchi; un vecchio marinaio venne a prendere il timone, in vece del suo compagno; ritto sulla piattaforma un uomo che pareva un fantasma dava ogni tanto un ordine entro un portavoce; i fanali di posizione salirono lentamente in cima agli alberi. Poi fu un gran silenzio. Girando gli occhi per lo spazio nero, Angela s’avvide d’essere rimasta sola.
Allora trasse di tasca un ritratto, lo presentò al raggio del lampione dell’albero maestro e lo guardò lungamente.
— Angela! chiamò la voce di Silvio, Angela, che fai? La notte è fredda, soffia un po’ di tramontana... Scendiamo.
Angela nascose il ritratto e scese con suo zio.
Cosimo continuò a passeggiare sul cassero.
La gran voce del mare non gli dava ancora un consiglio.