XII.
Il professore trovò quello stesso giorno molte cose da fare che quasi aveva dimenticato. Prima di tutto il direttore del giornale gli mandò a dire che aspettava il seguito di un articolo sulla colonizzazione della Sardegna, troncato sul più bello, come già era seguito e doveva seguire più tardi alla colonizzazione medesima; e si rammentò in tempo che aveva dato la posta a due dei consiglieri più danarosi della Banca Nazionale, per trattare insieme della fondazione d’una Banca-agricola-commerciale. Poteva dunque far tacere tutte le vocette di rimprovero dell’amor ferito — non era punto vero che egli avrebbe potuto accompagnare la comitiva ad Iglesias, affidando le proprie faccende al cuoco.
Egli si chiuse in camera per quattro lunghe ore ein dodici paginette finì di colonizzare tutta l’isola. Poi distribuì i lavori primaverili ai contadini, gettò colle proprie mani il seme delle pianticelle annuali, che dovevano ornare il giardino di comare Beatrice e d’Angela, radunò le idee e rifece certi calcoli per tenersi pronto alla conferenza sulla Banca agricola. — Trovò anche tempo di pensare ad Angela.
La fanciulla aveva lasciato molta parte di sè nella sua cameretta gentile; Silvio vi trovò un pettine che aveva strappato alcuni capelli biondi e li teneva ancora fra i denti; vi trovò un mazzolino di rose bianche staccate la mattina e una pagina su cui l’innamorata aveva scritto: «parto, ma non ti lascio; io sono qui; aspettami. Angela tua.»
E Silvio era così docile all’amore, che stava lungamente nella cameretta di Angela, appoggiato alla seggiola dove essa si era seduta per iscrivere, contemplando il letticciuolo colle cortine bianche di mussola e lasciando parlare il mazzolino di rose. «Io t’adoro,» diceva il mazzolino di rose, e non sapeva dire altro — ma ce n’era d’avanzo.
Invece quante cose disse Angela, nella sua prima lettera! E non bastarono.
«La miniera mi ha innamorata, diceva, ma per carità bada di non diventare geloso.» Essa parlava con entusiasmo degli androni bui sotto terra. Passeggiare colle fiaccole fra quelle pareti affumicate, lontano dalla superficie terrestre; udire lo scoppio sordo d’una mina in lontananza; ovvero, stando sull’orlo d’una galleria, affacciarsi al pozzo d’estrazione e vedere venire su su,lentamente, la gabbia — tutto ciò l’aveva sbigottita e commossa. Confessava che non si era immaginata neppure una cosa simile, sebbene avesse letto tante descrizioni di miniere e di minatori, e cominciava a credere che tutto quanto si può leggere nei libri è sempre nulla in confronto di ciò che si vede e si tocca. Poi le parlava del loro amore; lui forse ne riderebbe, ma essa era sicura che in fondo al pozzo principale aveva sentito d’amarlo in un modo nuovo.
Quella lettera che Silvio aveva aperta col batticuore — strana cosa! — lo lasciò quasi freddo. Il suo egoismo d’innamorato accettava di mala voglia la verità; forse avrebbe preferito la bugia. Certo, l’inverisimile soltanto poteva contentarlo: che Angela, arrivata alla miniera, gli avesse scritto fra le lagrime: «Accorri, Silvio, vola; io non posso più vivere senza di te.»
Invece in quella prima lettera d’amore, la fanciulla accennava appena al vuoto che essa sentiva senza di lui; e una volta sola, nel poscritto, gli raccomandava di sbrigarsi delle faccende più urgenti per poter fare una giterella alla miniera egli pure.
Se non avesse avuto tanto da fare per la Banca Agricola, tutto quel giorno Silvio avrebbe ruminato il magro pascolo dato al suo grande amore. Più tardi, dopo l’adunanza per la Banca Agricola, seppe comprendere la sua piccola innamorata e fu così magnanimo da consigliarle di star allegra e di divertirsi.
Quell’indulgenza ebbe il giusto premio; Angela nella seconda lettera disse cose strazianti: essa faceva il possibile per accontentare Silvio e divertirsi, ma quandoera riuscita, ne aveva dispetto, e si nascondeva agli occhi della gente per piangere. Voleva un esempio? L’ingegnere Marini aveva combinato una rappresentazione a beneficio della Società di mutuo soccorso fra i minatori; il teatro doveva essere il camerone della scuola; reciterebbero Annetta, l’ingegnere Marini, due caporali minatori e lei. Sì, anche lei; aveva accettato la parte di amorosa, Annetta faceva l’ingenua. Angela sapeva già tutta la parte senza suggeritore, le prove andavano benissimo — ebbene? — Silvio sapeva quanto gusto trovasse Angela a recitare la commedia? — ebbene? — quando alla prova le battevano le mani (perchè le battevano le mani anche alle prove) — ebbene, essa sentiva una cosa venirle su su, dal cuore fino alla gola, ed era inutile, doveva fuggire e piangere di nascosto per non soffocare.
Che cosa era mai questo, se non era il grand’amore?
Ci pensò anche Silvio. Veramente, se non era il grande amore, che cosa era mai questo?
Il professore non perdette un minuto; scrisse subito una lettera melanconica; volendo confortare la sua fanciulla, chiedeva conforti egli stesso; chiedeva anche il titolo della commedia in cui Angela doveva fare la parte di amorosa e Annetta quella d’ingenua. La risposta fu crudele; non era già una commedia, era laFrancesca da Rimini, tragedia di Silvio Pellico; Annetta recitava solo nella farsa. Le prove andavano a gonfie vele; la rappresentazione doveva seguire prontamente.
In quei giorni Silvio ebbe il primo segno di stimadei suoi concittadini; dovendosi eleggere alcuni consiglieri comunali, gli vennero a proporre di farsi innanzi, assicurandogli la riuscita; ilGiornale di Sassariera disposto aportarlocon tutte le sue forze; Silvio non doveva far altro che scrivere una lettera programma, manifestando brevemente tutte le sue idee amministrative.
Il professore non aveva molta voglia d’essere consigliere comunale; mettendo una mano sulla coscienza, non poteva nemmeno dire d’aver molte idee amministrative, era però quasi sicuro che il modo migliore di amministrare la cosa pubblica fosse l’onestà operosa ed attenta. Scrisse queste cose alla buona al direttore per iscusarsi se non si faceva avanti — e il direttore le stampò gridando in prima pagina che la migliore amministrazione della cosa pubblica, Sassari la doveva chiedere all’onestà operosa ed attenta. Conchiudeva: «Mandate al Municipio degli uomini onesti, mandate il professore Silvio Boni, le cui doti d’ingegno e di cuore, ecc.»
Così Silvio si vide preso dal suo eremo, eportatoin piazza. Non ne fu scontento, aveva anch’egli il suo amor proprio, e non era indifferente ad una dimostrazione di stima; credeva inoltre che la qualità di consigliere comunale dovesse rendergli più facile il fare un po’ di bene al suo paese — e in questo forse s’ingannava. Intanto la qualità di candidato fu per due settimane la sua croce. Si pubblicò in quei giorni un foglietto a posta per combattere i consiglieri proposti dalGiornale di Sassari; a Silvio facevano il rimproverod’aver passata tutta la vita nel continente, di vivere ancora come un eremita, di non conoscere i bisogni veri di Sassari, di vagheggiare certe utopie che non conducono a nulla, e infine d’essere, in buona fede, uno di quei novatori spesso fatali, sempre pericolosi.
Finalmente la tortura finì; Silvio fu consigliere comunale.
Egli ne diede la notizia ai suoi amici e ad Angela; la quale rispose che era molto contenta, sebbene non si facesse un’idea chiara del valore di questa nomina. Aveva anch’essa una gran notizia da dargli; la recita dellaFrancesca da Riminiera stata un trionfo; battimani ad ogni scena; grida di brava! chiamate — ma il più bel momento era stato la morte di Francesca, dopo il duello fra i due fratelli. Angela era caduta magnificamente sul fianco; si era perfino fatta un pochino male ad un braccio, ma non era nulla; costretta dagli applausi, così morta com’era, aveva dovuto sollevarsi un tantino per ringraziare. Veramente essa voleva tener duro, perchè non si è mai visto che i morti ringrazino, ma sì, quel pubblico di minatori non la voleva intendere.Francesca da Riminidoveva essere replicata la settimana dopo.
La notizia non rallegrò niente affatto Silvio; egli si risovvenne che nellaFrancesca da Riminivi è un Paolo, il quale dice delle cose audaci a Francesca, e gliele dice in versi sciolti, che dispiacciono molto a Gianciotto.
Se non fosse stato per assistere alla prima adunanza del Consiglio comunale rimesso a nuovo, Silvio avrebbedato retta ad una voce che gli raccomandava di far subito la valigia e pigliare la diligenza. Invece d’andare, scrisse una lettera di quattro pagine fitte, tutta piena diespressionicome piacevano ad Angela, una lettera in cui parlava del proprio cuore e del cuore della fanciulla come di due persone separate, poste a mezza via fra cielo e terra, e incaricate unicamente di custodire il loro amore, o per dire con più esattezza, la fiamma sacra del loro amore.
La risposta a quelle quattro pagine tardò a venire, ma fu piena d’amore. Angela confessava d’aver avuto torto non scrivendogli subito; ma non sapeva come era; le fuggiva iltempo; del resto non faceva che rileggere la sue lettere, e pensare a lui; e l’amava, oh! l’amava come una pazza, e non vedeva l’ora d’essere di lui per sempre, di lui o di nessun altro, di lui o della morte.
Fu un gran silenzio nella mente di Silvio, dopo la lettura di questo foglio, il quale non era giunto da Iglesias solo. Ce n’era un altro di cui gli pareva di conoscere i caratteri; il professore l’aprì e lesse:
«Caro professore,«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote...»
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote...»
Silvio si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e non lesse altro. La mattina successiva prima del passaggiodella diligenza egli era sullo stradone, con una valigia in mano, un po’ pallido ma sorridente ancora. Dava le ultime istruzioni a Giovanni, il quale gli raccomandava dal canto suo di dire tante cose ad Annetta. Poi la diligenza si annunziò col rumore dei sonagli, il professore fece un cenno, il carrozzone si arrestò, lo accolse sull’imperiale, partì. Subito Silvio cavò di tasca la lettera dell’ingegnere Marini che aveva già letto parecchie volte, e la rilesse ancora.
«Caro professore,«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote. Io ho ventiquattro anni compiuti, sono padrone di me stesso, ho una professione abbastanza lucrosa, e qualche pezzo di terra nel Campidano di Cagliari.«Del mio temperamento, del mio passato, potrà avere informazioni a Cagliari, ad Iglesias e qui alla miniera. Mi sento capace di far felice la donna che acconsentirà a legare la sua sorte alla mia. Ho detto tutto; amo ardentemente la signorina Angela, e voglio consacrare la mia vita a rendermi degno dell’amor suo...»
«Caro professore,
«Nelle poche settimane che la contessa Beatrice, la signorina Angela e il conte Cosimo sono con noi, ho potuto apprezzare le doti del cuore e dell’ingegno della sua amabilissima nipote. Io ho ventiquattro anni compiuti, sono padrone di me stesso, ho una professione abbastanza lucrosa, e qualche pezzo di terra nel Campidano di Cagliari.
«Del mio temperamento, del mio passato, potrà avere informazioni a Cagliari, ad Iglesias e qui alla miniera. Mi sento capace di far felice la donna che acconsentirà a legare la sua sorte alla mia. Ho detto tutto; amo ardentemente la signorina Angela, e voglio consacrare la mia vita a rendermi degno dell’amor suo...»
Silvio fece parecchie domande a questa lettera. Prima di tutto l’ingegnere Marini, che andava per le vie spicciative, aveva detto nulla alla ragazza? Nella lettera non era fatta alcuna allusione ai sentimenti diAngela, non vi si vedeva traccia di lusinga, fuorchè la fiducia generica di render felice la donna che acconsentisse a legare, ecc.
Quell’ingegnere, col suo risolino d’uomo contento, si comportava onestamente; non empiva la testa d’una ragazza, prima di scrivere al tutore; ma anche senza empire la testa di Angela, qualche parolina, qualche occhiata, avevano dovuto tradirlo, e se con tutto ciò scriveva, era indizio che Angela... Orribile pensiero! Ma no, solo che Angela avesse notato qualche cosa d’insolito nella parte dell’ingegnere, qualche cosa che Paolo non fosse in tutto il suo diritto di dire o di fare a Francesca, subito gli avrebbe lasciato intendere che essa era già fidanzata ad un altro.
Anche comare Beatrice, anche Cosimo, se avessero avuto il minimo sospetto, si sarebbero affrettati a scrivergli, e invece gli avevano mandato i saluti per mezzo di Angela. No, no; quell’ingegnere era savio; non sapendo che Angela era d’un altro, la voleva per sè, e si rivolgeva al tutore prima d’aprirsi colla ragazza. Uomo esemplare!
A Silvio basterebbe pigliarlo in disparte, dirgli bonariamente come stavano le cose, magari fargli leggere l’ultima lettera di Angela, quella in cui la fidanzata «non vedeva l’ora di essere di Silvio per sempre, di Silvio o di nessun altro, di Silvio o della morte.»
Bizzarro fenomeno; queste ultime parole che, a dirle con un accento da stordito, gli davano una compiacenza baldanzosa, rivedute da vicino, sulla carta, gli fecero il medesimo effetto della prima volta.
E quest’idea fu un cattivo compagno di viaggio per Silvio; il quale arrivando il giorno dopo ad Iglesias, non aveva soltanto le ossa rotte dai trabalzi della diligenza, ma anche la testa stordita.
Non era ancora il mezzodì quando la diligenza arrivò ad Iglesias; secondo il suo vecchio costume, Silvio non aveva avvertito nessuno del suo arrivo, affidò la valigia ad un oste, coll’incarico di mandarla alla miniera, e si avviò sconosciuto e pedestre.
Aveva già almanaccato in viaggio, ma all’ultimo momento gli bisognava ancora raccogliere le idee.
Nell’immaginare disastri egli era andato fino all’inverisimile; aveva preveduto il caso che Angela si fosse innamorata dell’ingegnere Marini, e perfino — orribile a dirsi — che l’ingegnere gli avesse scritto colla complicità della fanciulla.
Ed era sopratutto in queste ipotesi disgraziate che importava arrivare inaspettato, per leggere subito nel turbamento dei colpevoli e salvare... che cosa mai? la dignità offesa. Ahi! il professore era giunto a quel punto della vita in cui le piaghe dell’amore si medicano coi cerotti dell’amor proprio.
Affrettando i passi su per l’erta, egli si rallegrava melanconicamente della propria accortezza: — Supponiamo sempre il peggio, pensava, cioè che si amino; se io prima di giungere fra loro due mi fossi fatto annunziare dal telegrafo, che cosa seguirebbe? Che troverei probabilmente Angela ammalata, lui assente — comare Beatrice e Cosimo si piglierebbero la briga di spiegarmi il resto.
Al mezzodì egli era arrivato alle case della miniera, allora rallentò il passo perchè non si potesse dire che aveva l’aria di accorrere a smorzare un incendio amoroso, e penetrò nell’abitazione del direttore, senza che nessuno l’avesse visto. Un momento dopo era alla presenza di Beatrice, la quale, vedendolo, mandò un piccolo grido e si rizzò per fargli festa. Silvio notò subito che l’aria montanina aveva fatto molto bene a Beatrice. Le sue guance erano rifiorite; nel suo corpo ingentilito e rassodato un’altra volta non si vedeva più traccia del lavoro troppo casto della maternità.
— Compare mio! diceva la contessa; e le brillavano gli occhi e le tremava un tantino la voce — compare mio, siete proprio voi? Oh! perchè non ci avete avvisato? Il mio Cosimo vi sarebbe venuto incontro ad Iglesias col biroccino, si sarebbe tutti qui a farvi festa. Le improvvisate hanno un lato brutto.... Ecco, mi trovate sola; e se non fosse del mio bimbo, forse non sarei qui nemmeno io...
Essa si voltava a guardare una culla di vimini, dove il piccolo Silvio dormiva coi pugni chiusi.
— Siete sola? disse il professore facendo l’allegro; non me ne lagno; dov’è Cosimo?
— Cosimo è uscito col direttore della miniera; sapete? cominciamo ad ammalarci di nostalgia, non vediamo l’ora di tornare aSperanza Nostra; mio marito faceva conto di sbrigare ogni cosa questa mattina e di partire...
— E Angela?
— Angela... per parlarvi del mio bimbo dimenticavoAngela; siamo tutti un poco egoisti... Angela dorme. L’ho vista poc’anzi, è incomodata... ma si sente meglio...
— È ammalata? balbettò il professore.
— Una cosa da nulla... è stata bene fino ad un’ora fa: era abbastanza allegra, ma si è sentita venire il capogiro... e si è messa a letto.
— E ora dorme, conchiuse Silvio.
— Vado a vedere se dorme, disse Beatrice; quando sappia che siete arrivato, guarirà subito.
— E l’ingegnere Marini?
— Ah! stamattina era qua; ma ha ricevuto un telegramma da Iglesias ed ha detto che andava via.... Vado a vedere se Angela è sveglia; vi lascio con vostro figlioccio.
Essa escì, e il professore rimase solo in faccia a quell’innocente, che, dormendo, stringeva i pugni, come era tentato di fare anche Silvio, per resistere ad un brutto sogno.
Non rimaneva nemmeno un’ombra al suo disastro. La commedia tutta quanta, eccola: un telegramma ha annunciato l’arrivo del padre nobile corbellato; subito la prima amorosa si è fatta venire il capogiro, il primo amoroso si è nascosto.
E tutto ciò perchè? Perchè il tutore abbia agio di comprendere il grosso della faccenda senza farsela spiegare e si prepari alla scena ultima.
— Dorme! annunciò comare Beatrice entrando; non l’ho svegliata perchè potrebbe farle male.
Silvio guardò fissamente in volto la sua bella comare e la costrinse ad arrossire.
— Comare mia, le disse melanconicamente; voi non sapete nascondere la verità; subito vi piglia la paura di dire una bugia.
— Compare mio, mormorò Beatrice, stringendogli la mano; vi assicuro che dorme.
— So tutto, insistè Silvio freddamente; l’ingegnere mi ha scritto.
— Vi ha scritto! Ha proprio perduto la testa... Ma quello che non vi avrà detto lui ve lo dirò io, ve lo diremo noi; a noi presterete fede, compare mio? ebbene, non ci è nulla, altro che una di quelle vampate di un’ora... una ragazzata... Appena essa vi vedrà, sarà tutto finito, e quando saremo aSperanza Nostranon ce ne ricorderemo neppure... giusto per questo Cosimo voleva partire la settimana ventura...
Silvio, volendo salvare almeno la propria dignità, sorrideva e crollava il capo.
— Angela dorme? domandò dopo un breve silenzio.
— Ve lo assicuro.
— Grazie, sono contento che dorma; addio, comare mia, vado in cerca di Cosimo...
— State allegro, compare... io non posso venire con voi perchè questo piccolo monello mi sente anche dormendo; se lo abbandono si sveglia, è pieno di giudizio...
Lo accompagnò nondimeno fino all’uscio, e di là gli raccomandò ancora una volta:
— Tornate presto, compare, state allegro.
Il professore non andò in cerca di Cosimo, ma diresse tranquillamente i suoi passi alla scuola, per vedereil teatro in cui si erano rappresentate le scene precedenti della sua piccola tragedia.
La scuola era a terreno, e la porta di strada era socchiusa; entrò.
Attraverso la gran tenda che separava la sala dal vestibolo giungeva il suono d’una voce cadenzata.
Era Annetta, che provava la sua parte.
Scena seconda; il professore e detta.