XI.

XI.

La notte medesima del ritorno a Sassari, Silvio aveva visto suo fratello, e trovandolo risoluto a sfidare ogni cosa meglio che vivere lontano da sua figlia, gli aveva aperto la casa diSperanza Nostra, dove, colla prudenza, Efisio Pacis avrebbe potuto forse vivere senza destar sospetti.

A Giovanni ed a Pantaleo il nuovo ospite del podere era stato presentato come un parente di Silvio, che aveva sempre vissuto in campagna, fra i pastori, e che veniva appunto dalla Gallura coll’intenzione di dirigere la manipolazione del cacio e del burro. Angela aveva trovato la cosa naturalissima; essa non si era fatta un’idea chiara della gita allo stazzo, e la venuta d’un pastore nel podere dava almeno uno scopo a quel viaggio.

Ora capiva: prima Efisio Pacis non si sapeva risolvere ad abbandonare lo stazzo, perchè non si sentiva molto bene, ed aveva male al cuore; poi sentendosi meglio, aveva mutato parere, e senza perdere tempo, era venuto.

Così pochi giorni dopo il falso Efisio aveva il governo diSperanza Nostra. Egli fin dal primo giorno si era tenuto in disparte il più possibile per non gettare ombra sul cuoco Giovanni, il quale aveva preso sul serio le parole del professore e si preparava ad esercitare sugli uomini e sulle cose del padrone una dolce tirannia; ma Giorgio era subito entrato nelle sue grazie, non abusando della confidenza che Silvio gli dimostrava, nè dei vincoli di parentela che lo univano ai proprietari legittimi diSperanza Nostra.

Aveva la parola misurata e l’accento grave, il nuovo ospite, ma quando sorrideva si lasciava leggere in faccia un’anima generosa e forte. Ne aveva fatta l’osservazione Giovanni.

— Vedi — egli aveva detto a Pantaleo la sera stessa dell’arrivo delparente— non devi già metterti in capo che qui si abbia ad esser noi soli padroni e signori, qui verrà molta gente e ciascuno di noi dovrà stare al suo posto; il tuo posto è sul biroccino e sul carro; il mio è in casa e in campagna a invigilare i lavori e a darvi una mano; questo Efisio che è arrivato ora pare forte nel burro e nel cacio, ed io lo rispetto; è un po’ melanconico, ma ha un bel sorriso, hai notato? guarda, egli fa così quando sorride; a me non riesce proprio bene, perchè non ho la barba come lui, e poisono più grasso: rispettiamoci tutti e tre; se domani ne verrà un altro, domani dirò: rispettiamoci tutti e quattro. La casa è grande abbastanza e la campagna è grande fin troppo.

Pantaleo, che non aveva dubitato un momento della bontà di questo metodo, anche senza afferrare bene il significato delle raccomandazioni del suo collega, gli diede un sacco di ragioni, e le cose si avviarono benone.

Già erano cominciati i lavori che il professore stesso veniva a dirigere ogni giorno; la mattina, un’ora dopo il levar del sole, arrivava da Sassari un drappello di zappatori colla zappetta sull’omero e la pipa di terra in bocca; appena arrivati, supponendo d’essere stanchi della camminata che avrebbe potuto essere più lunga, si buttavano sopra le panche di sasso a riposarsi, facendo una seconda pipata, oppure addentando una pagnotta bianca sfornata da poco e ancora tiepida. Giovanni passeggiava su e giù in mezzo a quei singolari contadini, non sapendo decidere se dovesse ammirarli in silenzio o colmarli d’invettive a voce alta; solamente se il falso Efisio, pigliando qualche volta animo, veniva a mettersi in mezzo a tutta quella gente riunita e domandava al cuoco che cosa facesse, Giovanni rispondeva con un risolino: Sorveglio i lavori. Gli zappatori intendevano subito la celia e ridevano, finchè uno dei più scrupolosi si alzava a guardare il sole, e trovandolo abbastanza alto, diceva schiettamente ai compagni: «Andiamo, poltroni!»

I primi lavori che Silvio ordinò furono certi scavinel letto del ruscello, in fondo alla valle, perchè l’acqua non facesse pozzanghere e scorresse libera nel suo pendìo naturale; erano lavori difficili, nei quali non tutti gli zappatori facevano buona prova, ma solamente quelli che non avevano timore di cacciarsi, al bisogno, nell’acqua fino alle ginocchia e di adoperare qualche volta la odiata vanga, invece della zappa. Quando le acque del ruscelletto si furono confuse in un solo bacino, bisognò regolare il letto, dargli un’arginatura e impedire che le pioggie autunnali lo colmassero un’altra volta facendovi rotolare il terriccio. I lavori si portarono ai due versanti, e consisterono nell’aumentare le piantagioni diradate del bosco e quelle del vigneto quasi calvo, aggiungendovi qualche centinaio di vitigni delle migliori qualità isolane, quanti ce ne potevano stare, poi nello scavare dei solchi paralleli, dall’alto al basso, adattandovi delle tegole per farne una specie di canale. In ultimo Silvio ordinò la ricerca delle sorgenti, che erano molte inSperanza Nostra, dove ogni rupe stillava acqua da bere. Siccome quel lavoro richiedeva l’opera dei muratori, Silvio andò una sera alla porta Macello, ed ebbe subito la fortuna di trovare una mezza dozzina di muratori senza lavoro, che il giorno dopo arrivarono coi picconi e colle cazzuole. Silvio era stato prudente ed aveva fatto trovare sull’atrio un mucchio di calce ed uno di sabbia, e parecchi secchioni, così non si perdette tempo; i muratori attaccarono la rupe in più luoghi, costrinsero le acque, turando alcune fessure per cui trapelavano, a pigliare un’uscita sola, e le avviarono poi, lungo i canaletti, al ruscello.

Tutti questi lavori ed altri che si venivano dimostrando necessari man mano, occuparono molte giornate, durante le quali Silvio era in campagna giorno e notte, e suo fratello tornava a poco a poco alla salute.

Cosimo dal canto suo non rimaneva inerte; egli s’era preso anzi la parte più difficile; aveva pensato a fornire le macchine necessarie alle varie fabbricazioni, i torchi di nuovo modello, tutti di ferro, in luogo dell’unico torchio di legno, mezzo sconquassato, che si vedeva nella casa diSperanza Nostra, un torchio vecchio quanto le più vecchie piante dell’oliveto, le quali, per risparmiargli la fatica, da molti anni non davano più frutto. Ci erano volute pure macine nuove, attrezzi e forme per il burro e per il cacio; ed era bisognato pensare anche all’adattamento dell’edifizio. Tutto ciò teneva il conte Cosimo in faccende dalla mattina alla sera; egli era spesso sulla spianata dinanzi alla casa, col capomastro e coi muratori, quando Silvio era nel bosco per regolare il taglio o disporre le nuove piantagioni; Pantaleo era sempre in moto, colla carretta o col carrettone, a trasportare pezzi di macchine, attrezzi e macine che si venivano accumulando in uno stanzone a terreno; il cuoco Giovanni, ancora non interamente rapito dal suo destino alle esalazioni delle casseruole, era un po’ da per tutto, sorvegliando i lavori; ma due volte il giorno, a certe ore determinate, si trovava sempre dinanzi ai fornelli rovinati della cucina a preparare alla meglio la colazione e il desinare, per Silvio, per ilparentee per sèstesso, e quando veniva Beatrice ed Angela, il che seguiva di frequente, coll’accompagnatura di Annetta, del vecchio Ambrogio e di Cecchino, l’antico cuoco riappariva sfolgorante ma nervoso, per causa dei fornelli che nessuno pensava ad accomodare, dopo tante promesse.

Finchè era durato il lavoro affannoso, Silvio era stato benone; quell’inquilino bisbetico, a cui egli aveva concesso alloggio nel proprio cuore, non gli dava noia; tutt’altro. Fin dal primo giorno nel cortile dello stazzo, passato appena il nuovo sgomento, il professore aveva capito che il mal d’amore può essere un bene, e che egli potrebbe vivere in pace colla propria coscienza portando l’immagine di Beatrice dentro il cuore come in un altare, ed adorandola ogni tanto in segreto. Quasi quasi era tentato di dire che non era Beatrice quella che egli amava, ma l’amore soltanto — paradosso, profanazione, ma insomma, a voler esser sinceri, quasi quasi era così. Ed era meglio.

I lavori diSperanza Nostraavevano afferrato Silvio appena tornato a Sassari, per non lasciargli più requie; il secondo giorno, invece di tornare alla casetta delMulino a ventoa desinare, gli parve più spiccio e più comodo ricorrere alla cucina di Giovanni, e accettare il letto che gli poteva offrireSperanza Nostra. E quel giorno, rinunziando a vedere Beatrice, immaginò d’essere forte, e si compiacque di avere tanta padronanza sul proprio cuore. La mattina successiva, al momento di ripigliare la direzione dei lavori, sentì, è vero, che gli battevano i polsi, come perfebbre, e che l’immagine di Beatrice lo precedeva d’un passo dovunque andasse; e durante il giorno confessò più volte a sè stesso che quella giornata non finiva più; ma quando fu l’ora di lasciare il podere per tornare alla casetta, andò fino allo stradone e tornò indietro a capo basso. E il suo amor proprio fu ingegnoso nel fargli credere che anche questa volta, passando la notte in campagna, egli non faceva se non dimostrare la propria forza. In seguito, presa la precauzione di giustificarsi col pretesto di una grande stanchezza, Silvio non solo non tornò alMulino a vento, per passarvi la notte, ma se Beatrice veniva al podere e chiedeva di lui, o gli andava incontro addirittura cercandolo nel vigneto o nel bosco, egli, come la vedeva da lontano, si sentiva martellare il petto, e qualche volta si nascondeva nel bosco e nel vigneto, meglio d’un ladroncello. Quando questo gli fu accaduto un paio di volte, non ebbe più l’ipocrisia di dire a sè stesso che, rimanendo in campagna, dava una prova di saldezza — e per riguadagnare quella forza che gli pareva di venir perdendo col sottrarsi alla lotta, decise di accettare la battaglia.

Una mattina, mettendosi dinanzi a uno specchietto appeso alla finestra, tanto per parlare a qualcuno, disse forte: «stasera dopo i lavori, tornerò a casa, è meglio vederla.» E lo specchietto gli rispose: «hai la barba lunga, non faresti male a raderti.»

Egli non aveva rasoio; ma a Pantaleo ne erano rimasti due, inglesi e sopraffini, diventati inutili dacchè la faccia dell’antico cocchiere si veniva rimboscandoa vista d’occhio. Silvio, poichè fu sbarbato, scese per distribuire i lavori; e accadde che, dati alcuni ordini, affidato il compito della vigilanza a suo fratello ed a Giovanni, non gli rimaneva proprio nulla d’urgente a fare, e nessuna voglia di fare cose che non urgessero.

— Vado a casa, disse baldanzosamente a Giorgio, se posso indurre Angela a venire, te la conduco.

Per via, Silvio si rappresentò in più modi la scenetta che doveva seguire; s’immaginò di piombare a casa e di trovare Beatrice, Cosimo ed Angela, riuniti nella sala da pranzo, la casa echeggiante di allegre rampogne e di proteste e di risate; oppure d’essere veduto dalla finestra e che gli venissero incontro per un tratto di via; ovvero ancora di non trovar nessuno in casa e di piantarsi in salotto, nel seggiolone a dondolo, per fare un’improvvisata agli amici quando tornassero. Egli era preparato in tutti i modi; aveva le scuse pronte, la celia in serbo, la risata sulle labbra.

A poca distanza dalla casetta delMulino a vento, rallentò il passo per istinto e sulla soglia il cuore gli batteva forte; attraversò il corridoio senza dar tempo ad Annetta di improvvisare una bellissima scena di meraviglia, e corse alla sala da pranzo.

Beatrice era sola.

Il professore non era più in tempo a fuggire, perchè la bella amica lo aveva veduto e gli sorrideva.

— Qual buon vento? disse, posando nel cestello il lavoro di ricamo, ed alzandosi prontamente in piedi.

Quell’accoglienza cordiale diede agio a Silvio di ricomporsi; una busta da lettere caduta dal grembo di Beatrice e che egli si chinò a raccogliere, l’aiutò pure a celare il proprio turbamento.

— Lasci stare, disse Beatrice, non è che una busta vuota; grazie.

Prese la busta e la cacciò in tasca, e Silvio vide scendere sul bel viso un velo di melanconia.

— Segga qui, disse Beatrice con un’allegria nervosa, e mi parli diSperanza Nostra; sa che l’altro ieri mi stancai a cercarla; sì lei... proprio lei...! io andava nel vigneto, e lei era nel bosco; io andava nel bosco, e lei era nel vigneto; allora mi posi a sedere sotto le palme per aspettarlo; oh! sì, aspetta! ho dovuto tornarmene a casa senza vederla.

— Lei cerca Cosimo od Angela; soggiunse la contessa senza dargli tempo a scusarsi. — Cosimo è uscito poco fa, Angela è ancora nella sua camera...

Silvio, ridiventato padrone di sè e non vedendo nulla di male sulla faccia della contessa, prese a spiegare all’amica sua le nuove disposizioni date al podere. Beatrice era curiosa, voleva sapere perchè erano stati turati certi forellini da cui una rupe mandava acqua, per lasciarne uno solo; voleva sapere se gli scavi paralleli fino al ruscello erano proprio necessari — e il professore le spiegò ogni cosa. Quando le disse che i lavori fatti finora non avevano che un solo intento: permettere alle acque di andarsene al fondo senza disperdersi inutilmente, e che tuttociò doveva rendere sana l’aria diSperanza Nostrae cacciare le terzaneche vi abitavano, benigne ma insistenti, tutte le estati, Beatrice battè le mani, ed annunziò che aveva intenzione di andare a stare tutto il mese di settembre in campagna.

— Qui mi annoio! confessò con una smorfietta infantile; il mio povero Cosimo lavora come un martire, è quasi sempre fuori di casa, e se non ci fosse Angela, mi toccherebbe starmene tutto il santo giorno sola colla cameriera... Atto unico, scena unica — aggiunse con malizia — la contessa Beatrice e Annetta.

Rise, poi si rifece seria per domandare a Silvio se gli pareva che Cosimo fosse proprio contento. A Silvio pareva di sì. — Proprio? — Proprio; perchè non doveva essere? — Perchè... perchè... gli uomini hanno tante cose per la testa; non sono come le donne, alle quali basta sapersi amate per credersi in Paradiso.

Il professore si assicurò con un’occhiata fuggitiva che non si trattava di lui. No, non si trattava di lui — si trattava sempre di Cosimo.

— E dica, professore, crede lei che mio marito non soffra della nuova vita? È contento di me? Non gli dica, sa? che io mi annoio... qualche volta... qualche volta soltanto; io non mi annoio se non quando lui va fuori di casa, appena torna, sono felice; siamo felici. Io lo dico ogni giorno che siamo felici! Veda, professore, io sono un poco superstiziosa, e qualche volta ho perfino paura della mia felicità, temo che mi debba toccare qualche dispiacere. L’altra mattina — ora la faccio ridere — l’altra mattina mi punsi un dito coll’ago di ricamo, e ne ebbi piacere; dicevo: è lamia porzione di dolore, per tutta la giornata posso essere felice. Io mi pungerei tutte le mattine coll’ago da ricamo, e lei professore? Lei no, perchè non ricama.

Invece sì, il professore assicurò che si pungerebbe anche lui. Quella ciancia allegra lo impacciava più d’un enigma; era venuto per combattere sè stesso da eroe, e trovava che il proprio avversario e lui, tutti e due, erano già messi fuori di combattimento.

— Mi parli di lei, diceva Beatrice, fissandolo con due occhioni ingenui, mi parli di Giorgio; mi dica, mi dica, come sta ora? Avevo timore che Angela entrasse in sospetto, che mi facesse le sue solite domande, a cui non so come rispondere; manco male che l’ho passata liscia, ma, diciamolo pure, ci siamo portati bene, professore. Io già non aspettava tanto da me; l’avevo detto al mio Cosimo: lasciami stare a casa, gli avevo detto, se tu mi conduci, ti assicuro che io guasto tutto; veder quel povero padre, e piangere, e fare la frittata, sarà tutt’uno — te lo prometto. Ma lui ha insistito, ha voluto che io vedessi uno stazzo di Gallura, povero Cosimo! non sa più che cosa farmi vedere per divagarmi; basta, ora tutto va bene. Proprio vero che tante volte l’immaginazione ingrossa le cose e ci fa sembrare troppo piccini; proprio vero, signor Silvio! Dunque mi parli di lei;... se sapesse! al mio Cosimo era venuta un’idea...

Istintivamente Silvio ebbe paura dell’idea che era venuta a Cosimo, e si affrettò a sviare il discorso, parlando di Cosimo stesso.

— Ah! sì, mi parli di mio marito;... dica, dica...

— Lei vuol sapere se egli è contento, se è felice, se ha tutto quello che può desiderare; ebbene sì, è felice, e si contenta. Non gli manca nulla.Speranza Nostragli dà da fare; fra poco comincerà l’opera sua più difficile, ha piantato i nuovi torchi e le nuove macine per le ulive, ora dovrà pensare alla fabbricazione del vino e ad un lambicco per distillare l’alcool dalle raspe... Anche dalle frutta che sono lasciate infracidire sulle piante, ci è da ricavare un buon prodotto di alcool e di glucosio.

Bisognò spiegare a Beatrice che cosa era il glucosio; e quando Silvio tacque, perchè del glucosio non gli rimaneva più nulla a dire, l’amica sua sospirò come se del glucosio non si fosse nemmeno parlato: «Povero Cosimo! è tanto buono! Se sapesse quanto vuol bene a lei!»

Il professore lo sapeva.

— E suo fratello, domandò la contessa, che cosa conta di fare?

Ah! — un gran sospiro — era impossibile ottenere la revisione del processo, se non si presentavano gli accusati — almeno uno.Su Mazzonel’avrebbe fatto, assicurandosi prima di qualche testimonianza favorevole; perchè oramai i rancori erano addormentati e non doveva essere difficile; ma il bandito aveva avuto la disgrazia d’ammazzare un cavalleggiere per difendersi e di storpiare nella stessa occasione un pastore che aveva fatto la spia; non poteva presentarsi alla giustizia, perchè in ogni modo l’avrebbero condannato. — Dunque? — Dunquenon vi era nulla a fare. — Impossibile! — come mai, trovando testimoni che deponessero in favore di Giorgio...? Ma allora che giustizia era?...

— La giustizia, conchiuse Silvio, dice all’accusato: se tu sei innocente, non aver paura di me, vieni ed io ti giudicherò un’altra volta.

— Grazie tante! esclamò la giovane donna; spero bene che suo fratello non darà retta a quello che dice la giustizia. — Ma non ci è altro modo?... possibile! ha provato a consultare qualche avvocato?

Silvio aveva temuto di chiamare l’attenzione sul caso di Giorgio; poteva bastare una parola imprudente a risvegliare i sospetti della giustizia...

— Scriva, consigliò Beatrice, scriva a un consulente di Milano.

— È vero! non ci aveva pensato! scriverò....

— Scriva subito.

E la contessa, con quella dolce autorità con cui si comandano le buone azioni, aprì al professore la propria scrivania a ribalta, e gli pose dinanzi la carta e il calamaio.

Dall’alto del calamaio quel tal amorino crudele scoccò una freccia oramai inutile.

Silvio stette un po’ a riflettere, prima per scegliere l’avvocato milanese a cui proporre il quesito, poi per trovare la forma migliore — e scrisse lentamente, sotto gli occhi della contessa, che gli stava alle spalle, incoraggiandolo e dicendogli: bravo!

Quand’ebbe finito: «la mandiamo subito; disse la contessa; non bisogna perder tempo, con permesso» — euscì chiamando: Cecchino! Annetta! mentre ci era lì, a due passi, il cordone del campanello.

Rimasto solo, il professore guardò l’ammattonato, poi rialzò il capo e seguì lungamente, dalla finestra aperta, un’idea che si moveva laggiù, nella campagna pallida d’ulivi. Gli era rimasta la penna fra le dita, ma prima che Beatrice ritornasse, egli restituì all’amorino del calamaio il suo dardo, ricollocandolo lentamente nell’arco teso.

— Vuole che le dica l’idea che ora venuta a Cosimo? domandò Beatrice rientrando.

— Dica...

— Però.... badi che mio marito le vuol sempre bene.

Al professore venivano meno lo forze, perchè gli pareva di comprendere.

— Se mi fa quella faccia, non gliela dico di sicuro...

— Che faccia?.... Dica...

— Rida prima, e poi gliela dico... così.... ebbene Cosimo aveva fatto la bella pensata di darle moglie....

Silvio rise con abbandono.

— Ora ride troppo. Sissignore! Cosimo afferma che alla sua età bisogna prender moglie; non dico già che sia vecchio; ma un buon marito non è necessario che sia vecchio... non rida così, mi fa quasi dispetto.

Allora Silvio si fece grave, per domandare alla contessa Beatrice un po’ di tempo a riflettere.

Da quel momento il professore non potè aspettare con pazienza il ritorno di Cosimo, guardò l’orologio quattro volte in dieci minuti, e finalmente se n’andò, accompagnato fino all’uscio dalla sua bella amica.Tornò aSperanza Nostradi buon passo, come se fosse aspettato, e venne diritto alle palme, dove Beatrice gli aveva detto d’essere stata un pezzo a fargli la posta. Ed era come se essa non fosse ancora andata via. Il professore sedette sulla panca; aveva bisogno di decidere se l’amica sua fosse un angelo, o semplicemente un po’ stupida, come tutte le donne innamorate del marito.

A chi gli andava ripetendo da un poco che era inutile, che bisognava strapparsi dal petto la cara immagine, tanto tantoessanon lo amerebbe mai, egli ancora non rispondeva.

Aveva abbassato la testa sul petto e guardava l’orizzonte di sotto in su, ma si rizzò di scatto e rispose:

— Ora la posso amare, perchè essa non mi amerà mai.

La contessa cavò di tasca quella busta vuota, che le aveva martellato il capo tutta la mattina, e se la pose dinanzi agli occhi con un atto dispettoso.

Era diretta a suo marito, e portava il bollo di Milano; non era affrancata; il recapito, scritto con grossi caratteri, svelava una penna malsicura, che era passata due volto sopra alcune lettere; ilMidiMilanoera separato troppo più del necessario dal rimanente della parola.

Non ci era altro da osservare in quella busta, se non che appariva spiegazzata da un atto di malumore del destinatario, il quale, prima di leggerne il contenuto, sembrava averlo indovinato.

Poi egli era uscito più presto del solito, ma senza tradire altrimenti il suo affanno; Beatrice, stando alla finestra, lo aveva visto allontanarsi colla medesima gravità posticcia che egli portava ancora in mezzo alla gente, per abitudine; l’aveva visto voltarsi nel punto consueto per salutarla colla mano e col sorriso. Poi egli era scomparso alla prima voltata, essa aveva ricercato quella busta, e se l’era distesa sopra il ginocchio — come ora.

— La scrittura non è sua! disse.

Quanto a questo, non vi poteva esser dubbio; la scrittura non era di Cesira.


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