Consoli
Giulio CostanzoeCeionio Rufio Albino.
Fratello di Costantino Augusto, ma da altra madre nato, cioè da Teodora figliastra di Massimiano Erculio, fu questoGiulio Costanzoconsole. Oltre allo onore del consolato, ebbe egli anche la eminente dignità di patrizio, il titolo di nobilissimo, e la facoltà di portar la veste rossa orlata d'oro[Zosimus, lib. 2, cap. 39.]. La cognizion di questo personaggio importa molto alla storia, perchè noi troveremoGallo Cesarea lui nato dalla prima moglie, eGiuliano, a lui procreato da Basilina sua seconda moglie, Giuliano, dissi, che arrivò poi ad essere imperadore, ma d'infame memoria per la sua apostasia. Il secondo console, cioèCeionio Rufio Albino, era figliuolo di Rufio Volusiano, stato due volte console, come apparisce da un'antica iscrizione[Panvin., in Fast. Gruterus, in Thesaur. Inscript. Reland., in Fast.]. Dal Catalogo[Cuspin. Bucher., de Cyclo.]del Cuspiniano e del Bucherio si ricava che a lui stesso nel dì 30 di dicembre dell'anno presente fu conferita la prefettura di Roma, nella quale egli continuò per tutto l'anno seguente. Entrava l'Augusto Costantino nel dì 25 di luglio del presente anno nell'anno trentesimo del suo regno, o imperiocesareo. Il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]pretende che questi fossero i tricennali dell'imperioaugustaledi Costantino, e che da lui nell'anno precedente fossero stati celebrati quei del cesareo. Ma, secondo i miei conti, avendo egli veramente preso il titolo di Augusto nell'anno di Cristo 307, non poteva aver principio nell'anno presente il trentesimo dell'augustale imperio. Nè può stare che egli nel precedente anno celebrasse i tricennali del regno cesareo, perchè nell'anno 305 non fu, per quanto abbiam detto, dichiarato Cesare, ma solamente nel 306. Comunque sia con grande magnificenza[Idacius, in Fastis. Chronic. Alexandr.]e con una non minor divozione e pietà solennizzò Costantino questa festa, giacchè, fuorchè a Cesare Augusto, a niun altro degli imperadori era riuscito di giugnere così avanti nel godimento del regno. Perciòumili azioni di grazie rendè all'Altissimo[Euseb., in Vita Constantin., lib. 4, cap. 40.]; ed in questo medesimo anno fece la dedicazione dell'insigne chiesa della Resurrezione ch'egli avea fatto fabbricare in Gerusalemme. Ma che? La stessa pietà di sì glorioso Augusto incorse in questi medesimi tempi in una gravissima macchia, di cui parla diffusamente la storia ecclesiastica, e che a me basta di accennare in poche parole. Più che mai si trovava sconvolta la Chiesa di Dio per l'eresia d'Ario, e per la prepotenza de' suoi partigiani e protettori. Costantino, per mettere fine a tanti torbidi, ordinò nel presente anno che si tenessero[Baron., Annal. Eccl. Collectio Concilior. Labbe, Fleury, et alii.]due concilii, l'uno in Tiro, e l'altro in Gerusalemme. La intenzione sua si può credere che fosse buona; ma non badò egli d'aver presso di sè lo scaltro Eusebio vescovo di Nicomedia, ed altri o segreti o palesi campioni d'Ario, che s'abusavano della di lui confidenza ed autorità in favore di quell'eresiarca, e in pregiudizio della dottrina della Chiesa cattolica e del santo concilio di Nicea. Avvenne dunque che nel concilio di Tiro, Atanasio, insigne e santo vescovo d'Alessandria, scudo de' cattolici, fu deposto, e in quello di Gerusalemme Ario ed i suoi seguaci furono ammessi alla comunion della Chiesa cattolica; tutti passi che offuscarono non poco la gloria di Costantino sulla terra, e che abbisognarono della misericordia di Dio per lui nell'altra vita. Portatosi a dimandargli giustizia sant'Atanasio, in vece di ottenerla, fu relegato nelle Gallie. Altra novità nell'anno presente, novità pregiudiziale alla sua politica, fece l'Augusto Costantino; perchè, non contento di aver dichiaratiCesarii suoi tre figliuoli, cioèCostantino,CostanzoeCostante[Idacius, in Fastis. Chronicon Alexandr. Hieron., in Chron.]: nel settembre di quest'anno conferì il medesimo titolo diCesaree di principe dellagioventù aFlavio Giulio Delmaziosuo nipote, perchè figliuolo di Delmazio suo fratello. Un altro nipote, nato dal medesimo suo fratello, avea Costantino, per nomeFlavio Claudio Annibaliano. Il creò re del Ponto, della Cappadocia e dell'Armenia minore. Per attestato ancora dell'Anonimo Valesiano[Anonymus Vales.], gli diede in moglieCostantinao siaCostanzianasua figlia, decorata del titolo d'Augusta. Disavvedutamente con questi atti di munificenza, lodevoli per altro in sè stessi, trattandosi di esaltare parenti suoi sì stretti, non badò il saggio Augusto che egli seminava le discordie fra i proprii figliuoli e i lor cugini. Non andrà molto che ce ne accorgeremo. Benchè sia incerto il tempo, in cui ad un certoCalocero, uomo vilissimo, saltò in capo la follia di farsi imperadore, pure non è fuor di proposito il darne qui un barlume di conoscenza (che di più egli non meritava), giacchè san Girolamo[Hieronymus, in Chronico.]e Teofane[Theophan., Chronographia.]ne parlano all'anno 29 di Costantino. Costui pare che occupasse l'isola di Cipri; ma un fuoco di paglia fu questo: dall'armi imperiali egli restò in breve oppresso, e condannato ai supplizii degli schiavi ed assassini. Recitò Eusebio vescovo di Cesarea nel settembre di quest'anno in Costantinopoli quel panegirico[Euseb., in Vita Constant., lib. 4]che di lui abbiamo in onore di Costantino Augusto. E nell'ultimo dì parimente dell'anno presente passò a miglior vita sanSilvestro papa[Anastas. Bibliothec.], pontefice gloriosissimo, perchè a' suoi tempi, ed anche, siccome possiam conghietturare, per cura sua, si vide trionfar la croce di Cristo nel cuore di Costantino, ed alzar bandiera la religion cristiana sopra l'antica superstizione di Roma pagana; di Roma, dico, dove tanti insigni templi sotto di lui si cominciarono a dedicare al vero Dio, siccome può vedersi nella storia ecclesiastica.
Consoli
Flavio Popilio NepozianoeFacondo.
Benchè i fasti e le leggi non ci porgano se non il cognome del primo console, cioèNepoziano, pure difficilmente si fallerà in credere ch'egli fosse quelFlavio Popilio Nepoziano, a cui fu madreEutropiasorella di Costantino Augusto. Noi torneremo a vedere questo personaggio, all'anno 350, proclamato imperadore, ma imperadore di poca durata. Seguitò ancora in quest'annoRufio Albinoad esercitare la prefettura di Roma. In luogo del defunto s. Silvestro fu creato romano pontefice[Anastas., in Bibl. sive Chron. Damasi.]Marconel gennaio dell'anno presente. Cosa alquanto pellegrina può parere a talun il vederlo appellato solamenteMarco, perchè questo era un solo prenome; e non già un nome o cognome de' Romani. Ma s. Marco evangelista avea fatto divenir nome questo prenome, per tacere altri esempli. Non durò più di otto mesi e venti giorni la vita di esso pontefice, registrato dipoi nel catalogo de' santi. Fu di parere il cardinal Baronio[Baron., in Annal.]cheGiulioa lui succedesse nella cattedra di san Pietro sul fine d'ottobre; ma il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.], fondato nella Cronica di Damaso, differisce la di lui esaltazione sino al febbraio del susseguente anno, senza apparire il perchè in questi pacifici tempi restasse vacante per tanto tempo la sedia di san Pietro. Appartengono a quest'anno le prime nozze diCostanzo Cesare, secondo figliuolo dell'imperadore[Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 49.], celebrate con gran pompa dalla corte: nella qual congiuntura l'Augusto suo padre distribuì ai popoli e alle città moltissimi doni.Il Du-Cange[Du-Cange, Hist. Byz.]inclinò a credere che questa prima moglie di Costanzo (perchè n'ebbe più d'una) fosse figliuola di Giulio Costanzo, cioè d'un fratello di esso Costantino Augusto e di Galla; ma resta tuttavia scuro questo punto. Una solenne ambasciata dall'India circa questi medesimi tempi venne a trovar Costantino, portandogli in dono delle gemme preziose, e delle stravaganti bestie di que' paesi sconosciute presso i Romani. Aggiugne Eusebio, che i re e i popoli dell'India in certa maniera si suggettarono alla signoria di Costantino, con riconoscerlo per loro imperadore e re, alzando in onore di lui statue ed immagini. Si potrebbe dubitare se Eusebio in questo sito la facesse più da oratore o poeta, che da storico. Volle dopo le nozze di Costanzo, e conseguentemente nel presente anno, e non già nel precedente, come fu d'avviso il Tillemont[Tillemont, Mémoires des Empereurs.], l'Augusto Costantino provvedere alla succession de' figliuoli, forse perchè qualche incomodo della sanità gli faceva già presentire non lontano il fin de' suoi giorni; nè i saggi aspettano a regolar le loro faccende allorchè la morte picchia alla porta. Divise dunque l'imperio fra i suoi tre figliuoli e due nipoti nella seguente maniera. Al primogenito suoCostantino, già ammogliato, ma senza sapersi con chi, lasciò tutto il paese che è di là dalle Alpi, ed era stato della giurisdizion di suo padre, cioè tutte le Gallie coll'Alpi Cozie, le Spagne colla Mauritania Tingitana e la Bretagna, porzione che oggidì forma tre potenti e fioriti regni. A questo principe, abitante allora in Treveri, fece ricorso l'esiliato sant'Atanasio, e ne fu ben ricevuto. ACostanzosecondogenito assegnò il padre tutto l'Oriente coll'Egitto, a riserva della porzione che già dissi data adAnnibalianosuo nipote. Pretese l'Apostata Giuliano[Julian., Orat. III.]che per favore particolareCostantino concedesse le provincie d'Oriente a Costanzo, perchè più degli altri l'amava a cagion della sua sommessione e compiacenza. ACostanteterzogenito fu assegnata[Anonym. Valesianus. Zonaras, in Ann. Aurelius Victor, in Epitome.]l'Italia, l'Africa e l'Illirico: vasta porzione anche essa, perchè si stendeva per tutta la Pannonia, per le Mesie, Dacia, Grecia, Macedonia, ed altri paesi già attinenti all'Illirico, e verisimilmente abbracciava anche il Norico e le Rezie. Il Valesio e il Tillemont, correggendo un passo di Aurelio Vittore, con leggereDelmatioin vece diDelmatiam, pretendono che Costantino lasciasse la Tracia, la Macedonia e l'Acaia, cioè la Grecia, aDelmaziosuo nipote. Ma non è da credere che Costantino della sua diletta città di Costantinopoli volesse privare i suoi figliuoli, e darla al nipote con dote tanto inferiore di paese annesso. O non s'ha dunque da emendare il passo di Vittore che attribuisce aCostantel'Illirico, la Italia, la Tracia, la Macedonia e la Grecia; o, quando pur si voglia fallato il suo testo, si dee stare con Zonara[Zonaras, in Annal.], il quale chiaramente scrive che aCostantetoccò, oltre all'Oriente, anche la Tracia colla città del padre, cioè con Costantinopoli. E a farci credere che così fosse, concorre quanto poco fa dicemmo della parzialità a lui mostrata dal padre Augusto. Quanto aDelmazio, altra parte, a mio credere, non fu assegnata che laRipa Gotica, come ha l'Anonimo Valesiano[Anonym. Vales.], cioè verisimilmente la Dacia nuova, o pur la Mesia inferiore. Di qual parte divenisse o restasse signoreAnnibalianocon titolo di re, già s'è detto all'anno precedente. Ed ecco il romano imperio trinciato in tante parti, e con tal divisione infievolito in maniera da prepararsi alla rovina; ma Diocleziano avea già somministrato a Costantino questo modello, e Costantino dovette anch'eglifigurarsi meglio assicurata la sussistenza di questi regni con provvederli di principi, de' quali cadauno dal suo canto gareggerebbe per difendere dai Barbari la sua porzione, senza prevedere o sospettar egli che l'ambizione e gelosia potesse poi con tutta facilità attizzar la discordia fra tanti principi, ed anche fra gli stessi fratelli.
Consoli
FelicianoeTiberio Fabio Tiziano.
Certo è il cognome del secondo console, cioè diTiziano, non egualmente è sembrato tale il suo nome e prenome a cagion dei dubbii mossi al consolato dell'anno 391, siccome vedremo. Nel dì 10 di marzo a Rufio Albino succedette nella dignità di prefetto di RomaValerio Procolo. La saviezza con cui Costantino reggeva i suoi popoli, la sterminata sua potenza, e il credito con tante vittorie acquistato, aveano per più anni tenuto in dovere i Barbari e fatta godere a tutte le parti del romano imperio un'invidiabil pace: quando eccoli dare all'armi i Persiani, e muover guerra al romano imperio. Un racconto di Cedreno[Cedren., in Histor.], a cui il Valesio[Valesius, in Annot. ad Ammian., lib. 25, cap. 4.]prestò fede, fa originata questa rottura de' Persiani coi Romani dopo una pace per circa quaranta anni durata fra loro, da un certoMetrodoro, filosofo persiano, il quale, adunata gran copia di pietre preziose nell'India, parte da lui rubate e parte a lui consegnate da un re indiano da portare in suo nome all'Augusto Costantino, venne veramente a trovar l'imperadore, a cui diede le gioie, ma senza far parola del re donatore, conaggiugnere ancora di avergliene consegnata quel re un'altra gran quantità, ma che, in passando per la Persia, erano state occupate da quel re Sapore II. Perchè Costantino ne fece delle istanze ad esso re con assai altura, e non ne ricevè risposta, si allumò la guerra fra loro. Altre particolarità aggiunte da esso Cedreno a una tal relazione da niuno degli antichi conosciute, han ciera di favole, delle quali per altro è fecondo quello scrittore troppo lontano dai tempi di Costantino. Tuttavia Ammiano[Ammianus, lib. 25, cap. 4.]ha qualche cosa di questo Metrodoro, con dire che Costanzo, e non già Costantino, badando alle bugie di Metrodoro, fu istigato a far guerra ai Persiani. Intanto a noi gioverà l'attenerci ad autori più classici, cioè ad Eusebio[Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 56.], Libanio[Liban., Orat. III.]ed Aurelio Vittore[Aurelius Victor, de Caesarib.]. Vanno essi d'accordo in dire che il re di Persia, Sapore, da gran tempo faceva de' preparamenti per muovere guerra al romano imperio. Allorchè ebbe disposto tutto, inviò ambasciatori a Costantino, ridomandando gli Stati che una volta appartenevano alla corona persiana. La risposta di Costantino fu che verrebbe egli in persona ad informarlo de' suoi sentimenti; ed in fatti allestite armi e milizie, chiamate in gran copia da tutte le parti del suo imperio, con vigore si preparò per questa importante spedizione. Un così potente armamento d'un imperadore avvezzo alle vittorie fece calar ben tosto gli orgogliosi spiriti del re persiano, le cui armate aveano già dato principio alle scorrerie nella Mesopotamia, di modo che spedì nuovi ambasciatori a Costantino per trattar di pace. Eusebio[Euseb., in Vita Constantini, cap. 57.]qui più degli altri merita fede, e ci assicura che l'ottennero; laddove Rufo Festo[Rufus Festus, in Breviar.]e l'Anonimo Valesiano[Anonym. Valesianus. Libanius. Julianus.], Libanio eGiuliano l'Apostata pretendono che Costantino continuasse i preparamenti militari per la guerra; e noi vedremo che Costanzo suo figliuolo fu da lì a non molto alle mani col re di Persia. Tuttavia Ammiano è di parere che Costanzo, e non già i Persiani, quegli fu che volle rompere, sedotto, siccome già accennammo, dal suddetto Metrodoro.
Avea l'Augusto Costantino goduta in addietro una prosperosa sanità, accompagnata con gran vigore di corpo e d'animo[Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 53.], ed era già pervenuto al principio dell'anno sessantesimo terzo di sua età. Ma convien credere che anche nel precedente anno qualche interna debolezza o malore più vivamente che mai il facesse accorto dell'inevitabile nostra mortalità. Però, siccome dicemmo, assettò gl'interessi domestici; più che mai si applicò alle opere di pietà; fece fabbricare il sepolcro suo presso il magnifico tempio degli Apostoli, eretto e dedicato da lui in Costantinopoli, e spesso trattava dell'immortalità dell'anima, insegnata dalla religion di Cristo e dalla migliore filosofia. Ora, dopo aver egli con gran divozione celebrato il giorno santo della Pasqua, cominciò a sentir de' più gravi sconcerti nella sanità, e si portò ai bagni, ma senza provarne profitto. Venuto che fu ad Elenopoli, si aggravò il suo male; ed allora, conoscendo approssimarsi ormai il fine dei suoi giorni[Euseb., ibid., cap. 61.], con tutta umiltà confessò i suoi peccati in quella chiesa, e fece istanza ai vescovi dimoranti nella sua corte di ricevere il sacro battesimo, differito da lui fin qui, secondo l'uso od abuso d'alcuni in que' tempi, per cancellare e purgare prima di morire in un punto solo tutti i peccati della vita passata coll'efficacia di quel sacramento. Questa funzione fu celebrata poco appresso, essendo egli passato da una sua villa presso di Nicomedia[Hieron., in Chron.]; e chi ilbattezzò, fu Eusebio vescovo di quella città, uomo per altro screditato per la sua aderenza agli errori d'Ario. Non v'ha oggidì persona alquanto applicata all'erudizione che non conosca essere stato conferito il battesimo a questo celebre imperadore, e primo fra gl'imperadori cristiani, non già in Roma per mano di san Silvestro papa nell'anno 324, come ne' secoli dell'ignoranza le leggende favolose fecero credere, ma bensì nell'anno presente in Nicomedia sul fine della di lui vita. Se altro testimonio che Eusebio Cesariense non avessimo di questo fatto, potrebbesi forse dubitare della di lui fede, perchè vescovo almen sospetto di aver favorito il partito dell'eresiarca Ario, contuttochè non sia mai probabile che scrittore sì riguardevole volesse e potesse spacciare un fatto, che così agevolmente si sarebbe potuto con sua vergogna smentire, qualora fosse pubblicamente seguito in Roma tanti anni prima il battesimo d'esso Augusto. Ma il punto sta, che con Eusebio, in raccontar questo fatto, s'accordano il santo vescovo[Ambrosius. Hieronym. Socrates. Sozomenus. Theodoret. Evagrius. Chron. Alexandrinum.]Ambrosio, san Girolamo e tanti vescovi del concilio di Rimini nell'anno di Cristo 359; e Socrate, Sozomeno, Teodoreto, Evagrio e la Cronica Alessandrina. Non ne cito i passi, potendo il lettore informarsi meglio di questo da chiex professoha ventilata cotal quistione. Posto poi il battesimo così tardi ricevuto da Costantino, per cui egli cominciò veramente a chiamarsi cristiano, e ad essere partecipe dei divini misteri[Valesius, Adnot. ad Euseb. Tillemont, Mémoires des Emper.]; s'è cercato se Costantino fosse almeno in addietro nel numero de' catecumeni, nè si son trovati bastanti lumi per decidere questo punto. Quel che è certo, da gran tempo l'impareggiabil Augusto, con aver abiurato l'empio culto degli idoli, era cristiano in suo cuore, e adorava Gesù Cristo, e promoveva a tuttosuo potere gl'interessi della sua santa religione, benchè non si sottomettesse per anche al giogo soave del Vangelo, e all'obbrobrio della Croce; e si sa che egli superava col suo zelo e colla sua divozione anche molti veterani nella scuola del Crocifisso. Dopo il battesimo, che il piissimo Augusto ricevè con gran compunzione ed ilarità insieme d'animo al veder quelle sacre cerimonie, vesti l'abito bianco, e diedesi a far varii regolamenti, l'uno dei quali fu il richiamar dall'esilio sant'Atanasio[Athan., Apolog. II.], e, secondo tutte le apparenze, anche gli altri vescovi banditi. Confermò ancora nel testamento la division fatta degli Stati ne' suoi figliuoli, con chiamare a sè, come più vicino, Costanzo, il quale non giunse a tempo di vederlo vivo.
Nella sacra festa adunque della Pentecoste, caduta in quest'anno nel dì 22 di maggio, fu chiamato, come si può credere, alla gloria de' beati questo insigne imperadore, in età di sessantatrè anni e tre mesi, per quanto si deduce con varie conghietture dagli antichi scrittori[Euseb., in Vit. Const. Socrates, in Histor. Eccl. Idacius, in Fastis. Cron. Alexandr.], correndo l'anno trentunesimo, dacchè egli fu creato Cesare. Nè sussiste che egli nell'ultimo della vita inclinasse agli errori d'Ario, come si lasciò scappar dalla penna san Girolamo[Hieron., in Chronico.], avendo assai fatto conoscere alcuni letterati ch'egli morì nella credenza e comunione della Chiesa cattolica: al che certamente nulla pregiudicò l'avergli Eusebio di Nicomedia somministrato il battesimo, la cui virtù non dipende dal ministro. Fu il corpo del defunto Augusto[Theodoretus, Histor., lib. 1, cap. 34.]con lugubre pompa portalo a Costantinopoli, accompagnato da tutta l'armata di quelle parti; ed esposto nella gran sala del palazzo, parata a lutto, e illuminata da assaissimi doppieri su candellieri d'oro, quivi restò,finchè arrivato dalla Soria Costanzo di lui figliuolo, solennemente lo condusse al sepolcro, ch'egli stesso s'era preparato, e che fu posto alla porta del tempio de' santi Apostoli in Costantinopoli. Incredibile ed universale fu il dolore[Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 69.]dei popoli per la perdita di questo incomparabile imperadore; e spezialmente il senato e popolo romano[Aurel. Vict., de Caesarib.]se ne afflisse, riflettendo che egli coll'armi, colle leggi e colla clemenza avea, per così dire, fatta rinascere Roma, e procacciata con tanta cura in addietro una mirabil tranquillità di pace al suo imperio. Perciò furono in essa Roma sospesi tutti gli spettacoli ed altri divertimenti; si serrarono i bagni, e con alte grida il popolo fece istanza che il di lui corpo venisse trasportato colà, con provar poscia estremo dolore, allorchè intese data ad esso sepoltura in Costantinopoli. I pagani stessi[Eutrop., in Brev.], secondo il sacrilego loro stile, ne fecero un dio, come eziandio si raccoglie da varie medaglie[Mediobarb., Numismat. Imper.], onore certamente detestato da quella grande anima che adorò il solo vero Dio in vita, e dopo morte possiam credere che passasse a godere i premii riserbati ai buoni in un regno più stabile e migliore. Il titolo diGrande, che noi comunemente diamo a Costantino, parve poco ai popoli, anche vivente lui; e però gli diedero quel diMassimo, che s'incontra nelle suddette medaglie e nelle iscrizioni. Ed, in vero, per quanto ebbe a confessare lo stesso Eutropio[Eutrop., in Brev.], benchè scrittore pagano, innumerabili pregi di corpo e d'animo, e una rara fortuna concorsero a formare di lui uno dei maggiori eroi dell'antichità. Videsi ritornato dal valore delle sue armi sotto un solo capo il romano imperio; cessarono pel suo saggio e clemente governo i gravissimi mali e disordini internamente patiti sotto i precedenti cattivi Augusti;e calato l'orgoglio alle nazioni barbare, niuna d'esse inferiva più molestia alcuna alle provincie romane, per timore di questo invitto Augusto. Ma la principal gloria di Costantino fu, e sempre sarà presso di noi cristiani, l'esser egli stato il primo ad abbandonare il culto degli idoli con abbracciare la vera religione di Cristo; e non solo di aver profittato per sè stesso di questa luce, ma d'essersi studiato a tutto potere di dilatarla pel vasto suo imperio, senza nondimeno forzare le coscienze altrui: studio che, secondato da' suoi successori, giunse in fine ad atterrar affatto il paganesimo, e a far solamente regnare la Croce per tutte le provincie romane. Quanto egli operasse, affinchè ciascuno aprisse gli occhi al lume del Vangelo, quante chiese egli fabbricasse, quanti templi famosi della idolatria distruggesse, e tanti altri saggi della sua umiltà e pietà, all'istituto mio non convien di riferire, rimettendo io il lettore, desideroso di chiarirsene, alla Vita di lui scritta da Eusebio, e alla storia ecclesiastica. Ma non posso tacere che, per attestato del medesimo storico[Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 23 et 25.], lo zelo di Costantino giunse a proibire l'esterno culto degl'idoli, e a far chiudere le porte de' loro templi, e a vietare i sagrifizii, l'aruspicina e varie altre superstizioni del gentilesimo. Che s'egli non potè sradicar tutto, il potente crollo nondimeno che gli diede, servì ai successori suoi Augusti di campo per compiere quella grande impresa. Per questo la memoria di Costantino si rendè venerabile per tutta la Chiesa, e tanto innanzi andò presso i Greci la stima di questo imperadore, che ne fecero un santo, e ne celebrano tuttavia la festa. Anzi nello Occidente stesso non sono mancate chiese che han fatto altrettanto, e scrittori che han compilata la Vita disan Costantinoil Grande.
Ma qui si vuol avvertire i lettori, che quantunque riguardevoli sieno stati i meriti di questo glorioso imperadore;tuttavia, se noi prendiamo nella sua vera significazione il titolo disanto, indicante il complesso d'ogni virtù cristiana, e l'essere affatto privo di vizii e di sostanziali difetti: ben lontano fu Costantino dal conseguir sì decoroso titolo, che la sola pia adulazione de' secoli barbari a lui contribuì. Imperciocchè, a guisa di tanti altri principi che grandi sono appellati, non mancarono in lui varii difetti, che ebbero bisogno di misericordia presso Dio, e di scusa presso i mortali. Non son già qui sì facilmente da credere tanti biasimi a lui dati da Giuliano Apostata, e massimamente da Zosimo, il qual ultimo fece quanto sforzo potè per isminuire o denigrar la fama di Costantino. Scrittori tali, perchè ostinati nel paganesimo, maraviglia non è se sparlassero d'un imperadore che, quanto potè, diroccò il regno della lor superstizione. Ora tanto Giuliano[Julian., Oratione VII.]che Aurelio Vittore[Aurel. Victor, in Epitome.]ed Eutropio[Eutropius, in Breviar.]ci rappresentano Costantino, non solo avidissimo della gloria (passione per altro che in sè merita scusa, per non dire anche lode, qualora è di stimolo alle sole belle opere), ma ancora pieno d'ambizione, avendo egli cercato sempre d'ingrandirsi, senza mettersi pensiero se per vie giuste od ingiuste. Ma chi vuol male, tutte le altrui opere interpreta in sinistro. Gli attribuiscono ancora[Aurelius Victor, in Epitome.]un eccesso di lusso nell'ornamento del suo corpo, per aver portato, ed anche continuamente, il diadema; dal che si guardarono i suoi predecessori: accusa nondimeno di poco momento, perchè ai monarchi non è disdetto il sostenere la propria maestà colla magnificenza esteriore, purchè non giungano, come facea Diocleziano, a farsi trattare da iddii. Che poi Costantino negli ultimi suoi anni si desse ad una vita voluttuosa, amando i piaceri e glispettacoli, lo scrissero bensì Giuliano[Julian., de Caesarib.]e Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 32.]; ma lo stesso Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.]e Libanio[Liban., Or. III.], amendue gentili, difendono qui la di lui memoria, con dire ch'egli continuamente leggeva, scriveva, meditavo, ascoltava le ambascerie e le querele delle provincie; e molto più parla esso Libanio delle continue di lui occupazioni per promuovere il pubblico bene; nè alcuno certamente mai fu che potesse imputargli l'aver trasgredite le leggi della continenza, nè commessi eccessi di gola. Se vero poi fosse che Costantino, come vuol Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 38], e si ricava anche da Aurelio Vittore, dall'una parte scorticava i popoli colle imposte e coi tributi, e dall'altra scialacquava i tesori in fabbriche e in arricchir persone inutili ed immeritevoli, di maniera che, secondo esso Vittore, governò ben egli come buon principe ne' primi dieci anni, ma ne' dieci seguenti comparve un ladrone, e ne' dieci ultimi si trovò come uno spelato pupillo: se vero, dissi, ciò fosse, avrebbe senza dubbio pregiudicato non poco alla di lui riputazione. Ma Evagrio[Evagr., lib. 3, cap. 40.]difende qui la fama di Costantino; e di sopra vedemmo, coll'autorità d'Eusebio, che questo regnante levò via un quarto degli aggravii sopra le terre; oltre di che, le sue leggi il danno a conoscere per nemico, e certo non tollerante delle avanie sopra i sudditi. Quel forse che con più ragione fu ripreso in questo gran principe, fu la sua troppa bontà, amorevolezza e clemenza; male procedente da buon principio, ma che non lascia d'essere male in chi è posto da Dio a governar popoli, se tale eccesso va a finire in danno del pubblico. Confessa lo stesso Eusebio[Euseb., in Vita Constantini, lib. 4, cap. 51 et 54.]che Costantino fu proverbiato, perchè niuno temendo, acagione della soverchia di lui clemenza, di soggiacere all'ultimo supplizio, e poco o nulla affaticandosi i governatori delle provincie per frenare i delinquenti, ne pativa la pubblica quiete, e frequenti erano i lamenti de' sudditi. Aggiugne che due gravi disordini si provarono in quei tempi, cioè la prepotenza ed insaziabil cupidigia dei ministri di corte, che travagliavano tutti i mortali, e la furberia di molte inique persone che, fingendosi convertite alla religion cristiana, s'introducevano nella confidenza dell'imperadore, con abusarsene poi in pregiudizio del pubblico e della religione stessa, facendo credere quel che volevano all'incauto Augusto. Che anche appresso dei buoni principi si veggano cattivi, scellerati ministri, non è cosa forestiera; ma non sono esentati i principi stessi dal rendere conto a Dio e al pubblico di valersi di sì fatte braccia, senza prendersi pensiero delle lor malvage azioni. E Costantino ben li conosceva[Euseb., in Vita Constant., lib. 4, cap. 55.], e gridava, ma non provvedeva. E per conto degl'impostori che colla maschera del Cristianesimo ingannavano il troppo buono imperadore, sappiamo ch'egli, badando ad Eusebio di Nicomedia, e verisimilmente anche allo stesso Eusebio di Cesarea, fece de' passi falsi contra del sacrosanto concilio di Nicea, e in danno della dottrina e religione cattolica. Contuttociò si vuol ripetere che ad un principe tale, per tanti versi tutto dato alla pietà cristiana, e pieno di retta intenzione, possiam fondatamente credere che il misericordioso Dio avrà fatto godere un'abbondante misura della sua clemenza nel mondo di là; e che s'egli, al pari di un altro suo eguale, cioè di Carlo Magno, non meritò già d'essere venerato qual indubitato santo sugli altari, non l'abbia almeno Iddio escluso da un invidiabil riposo nel regno suo. Finalmente non vo' tralasciar di dire che sotto Costantino il Grande fiorirono non poco le lettere e i letterati, sì fra i cristiani chefra i pagani, perch'egli, per attestato di Aurelio Vittore[Aurelius Victor, in Epitome.], cura particolare ebbe che si coltivassero l'arti e le scienze, e costituì ancora salarii ai maestri delle medesime. Si sa ch'egli stesso componeva orazioni e discorsi, e scriveva lettere con eloquenza, e ne restano tuttavia le pruove. Gli autori della Storia Augusta, tante volte menzionati di sopra, fiorirono quasi tutti sotto di lui, e alcuni d'essi ancora d'ordine suo scrissero le Vite de' precedenti imperadori, comeSparziano,LampridioeCapitolino. Di sopra ancora parlammo diEumene, diNazarioe d'Optazianopanegiristi,Jamblicofilosofo platonico,Commodiano(se pur non è più antico) eGiuvencopoeti cristiani,Arnobio,Giulio Firmico,Eusebio Cesariense, e probabilmenteGregorioedErmogeniano, autori di due codici, una volta celebri, delle leggi romane, con altri che io tralascio, e intorno a' quali è da vedere la storia ecclesiastica e letteraria. Quel poi che dopo la morte di Costantino succedette, ancorchè appartenente al presente anno, sia a me lecito di trasferirlo al seguente, perchè assai si è parlato di questo.
Consoli
OrsoePolemio.
Mecilio Ilarianoesercitò in questo anno la prefettura di Roma. Da che giunto a CostantinopoliCostanzoCesare ebbe data solenne sepoltura al cadavero del defunto padre, nell'anno addietro si applicò a dar sesto agli affari del pubblico. Intanto giunsero gli altri due suoi fratelli[Euseb., in Vit. Const., lib. 4, cap. 68.], cioèCostantinojuniore eCostante. Niun d'essi finora avea portato senon il nome diCesare. Le milizie, verisimilmente bene istruite da essi, fecero istanza che tutti e tre prendessero quello diAugusto, e questo di consenso delle altre armate, alle quali fu significata la morte di Costantino, e l'intenzione di crear imperadori tutti e tre i suoi figliuoli. Perchè si volle anche far l'onore al senato romano di aspettare il di lui assenso, che non mancò, tanto si andò innanzi, che solamente nel dì 9 di settembre[Idacius, in Fastis.]dell'anno prossimo passato furono essi pienamente proclamati Imperadori ed Augusti; e ne presero il titolo. Avea, siccome già dicemmo, l'Augusto Costantino creato CesareDelmaziosuo nipote, con assegnargli ancora alcuni Stati; e dichiarato re del Ponto, della Cappadocia ed ArmeniaAnnibalianodi lui fratello. Non seppero sofferire i tre ambiziosi fratelli Augusti che, fuor d'essi, alcuno avesse parte nella signoria del romano imperio; e però furono a consiglio per escluderli. La maniera di ottener l'intento fu barbarica, e fa orrore, perchè si conchiuse di levar loro la vita. Ma prima di eseguire così crudele risoluzione, cominciarono essi ad esercitare la sovrana autorità, con levare il posto di prefetto del pretorio adAblavio[Gregorius Nazianzenus, Orat. 3.], benchè lasciato da Costantino per consigliere di Costanzo. Era stato costui onnipotente sotto il medesimo Costantino; ed uno di coloro che Eusebio Cesariense volle indicare, accennando que' ministri che, abusandosi della bontà d'esso Costantino, s'erano renduti odiosi a tutti per le loro violenze e per l'ingordigia della roba. Ritirossi Ablavio ad un suo palazzo di villa nella Bitinia, credendosi assoluto colla sola perdita del grado; tua abbiamo da Eunapio[Eunap., de Vit. Sophistar., cap. 4.]che Costanzo sotto mano spedì alcuni uffiziali con lettere dell'armata che lo invitava a tornarsene per suo gran vantaggio. Gli furono presentate quelle lettere con tuttasommessione dagli uffiziali, come s'egli fosse stato un imperadore; ed egli infatti si persuase che l'intenzione de' soldati fosse di crearlo Augusto. Ma dove è la porpora? domandò egli con volto e voce fiera. Risposero gli uffiziali di non aver eglino se non le lettere; ma che altri stavano alla porta per eseguire il resto. Ordinò Ablavio che entrassero; ma, in vece della porpora, gli presentarono le punte delle spade, e il tagliarono a pezzi. Fu insinuato forse nei medesimi tempi, se non prima, all'armata di far tumulto, con protestare ad alte grida di non volere se non i tre figliuoli del defunto Augusto per signori ed imperadori. E perciocchè erano venuti alla corte i suddettiDelmazio CesareedAnnibaliano reeGiulio Costanzo, quelli cugini, e questi zio paterno d'essi tre Augusti, in quel bollore fu loro dai soldati tolta la vita[Zosimus, lib. 2, c. 40. Eutrop., in Breviar.]. Un altro fratello del defunto Augusto (forseAnnibaliano) e cinque altri del medesimo sangue, tutti innocenti, incorsero nella stessa sciagura, per attestato di Giuliano Apostata[Julian., Epist. ad Athen.]. Anzi poco mancò che lo stessoGiulianoeGallosuo fratello, figliuoli amendue del suddettoGiulio Costanzo, e per conseguente cugini anche essi dei tre Augusti, non fossero involti in questa rovina. Gallo restò illeso, perchè la infelice sua sanità il rappresentava, senza fargli maggior fretta, assai vicino alla tomba. L'età poi di soli sette anni quella fu che salvò la vita a Giuliano. Potrebbe essere che a questi principi scappasse detta qualche parola, che a loro, più che a' figliuoli di Costantino, fosse dovuto l'imperio per le ragioni della lor nascita; e che di qua procedesse il loro esterminio.
Ed ecco con che turchesca crudeltà diede l'AugustoCostanzoincominciamento al suo governo, giacchè niuno degli antichi scrittori attribuisce questa sanguinaria esecuzione aCostantino junioreo aCostantedi lui fratelli, ma bensìa lui solo[Julian., Epist. ad Athen. Hieron., in Chron. Zosimus, lib. 2, cap. 40.]. Ed ancorchè egli palliasse l'iniquità sua, rifondendola sull'ammutinamento de' soldati, fu ognuno nondimeno persuaso che egli n'era stato segretamente il motore. Dopo la strage di questi principi, tutti del sangue imperiale, entrò anche la discordia fra i tre fratelli Augusti, o sia perchè cadaun d'essi pretendesse d'aver la sua parte negli Stati decaduti per la morte di Delmazio e di Annibaliano, o pure perchè la division de' regni fatta dal padre non piacesse a talun d'essi, o restasse esposta, per cagion de' confini, a varie controversie. È ignoto se allora, o pure dipoi, a motivo dell'Africa, insorgesse fiera lite fra Costantino e Costante, la quale poi andò a terminare in una brutta tragedia, forse perchè Costante pretendesse la Mauritania Tingitana, che soleva andar unita colla Spagna, o perchè Costantino credesse a sè dovuta qualche altra parte dell'Africa stessa. Unironsi, a cagion di tali dissensioni, i tre fratelli a Sirmio nella Pannonia, come attesta Giuliano l'Apostata[Julian., Orat. I et III.], e quivi Costanzo la fece da arbitrio, con tal saviezza nondimeno e moderazione, che non lasciò ai fratelli motivo di dolersi di lui; anzi nella partizion degli Stati più diede ad essi di quel che ritenne per sè, affinchè si mantenesse la buona unione e concordia fra tutti. Si disputa tuttavia fra gli eruditi se questo abboccamento ed accordo de' fratelli Augusti seguitasse nell'anno precedente o pure nel presente. Resta parimente controverso qual cambiamento si facesse nell'assegnamento degli Stati. Nulla io dirò del tempo, a noi bastando la certezza del fatto. Ma per conto della divisione, niuna apparenza di verità ha il dirsi dall'autore della Cronica Alessandrina[Chron. Alexandr.]che a Costantino, il maggiore dei fratelli, toccasse Costantinopoli colla Tracia, e ch'egli regnasse quivi un anno, quando, siccomedicemmo, le signorie di lui erano la Gallia, le Spagne e la Bretagna, paesi troppo disuniti e lontani dalla Tracia. Si può ben credere che la Cappadocia e l'Armenia, provincia allora assai sconvolta, venisse in poter di Costanzo; e che egli cedesse a Costantino il Ponto (il che vien asserito da Zosimo)[Zosimus, lib. 2, cap. 39.], e forse la Mesia inferiore; e che vicendevolmente Costante promettesse o rilasciasse a Costantino qualche parte dell'Africa, o pur altri paesi adiacenti all'Italia. Non si possono ben chiarire queste partite; quel che intanto è certo, l'ambizione, cioè quella fame che rode il cuore di quasi tutti i regnanti, nè mai si sazia, sconvolse di buon'ora i fratelli Augusti, e, non ostante il predetto accordo, poco stette a produr delle funestissime scene. Mentre poi fra loro bollivano queste dissensioni,Saporere di Persia, animato dalla morte di Costantino il Grande, e credendo venuto il tempo di mietere, entrò con potente armata nella Mesopotamia[Theophanes, Chronogr. Chron. Alexandr. Hieron., in Chron.], e mise l'assedio alla città di Nisibi. Più di due mesi vi tenne il campo, ma inutilmente, perchè quella guernigione co' cittadini fece sì gagliarda difesa, che il superbo re dovette battere la ritirata, probabilmente perchè Costanzo avea ammassata gran gente per darle soccorso. Ma è disputato se all'anno presente appartenga questo assedio: che per altro la guerra coi Persiani continuò dipoi per anni parecchi, e Nisibi altre volle si vide assediata con avvenimenti de' quali non si può assegnare il tempo preciso, e che solamente, andando innanzi, saran brevemente accennati. Belle son due leggi d'essi Augusti, spettanti a questo anno contro ai ribelli infamatorii[L. 4, de petition., et l. 5, de famos. libell., Cod. Theodos.]e alle lettere orbe, ed accuse secrete, con ordinare che, in vigor di questi atti clandestini, non fatti secondo le regole della giustizia, niuno de' giudici potesseprocedere contra degli accusati; e che si dessero alle fiamme quegl'iniqui libelli.
Consoli
Flavio Giulio Costanzo Augustoper la seconda volta eFlavio Giulio Costante Augusto.
Prefetto di Roma fu in quest'anno dal dì 14 di luglio sino al dì 25 d'ottobreLucio Turcio Secondo Aproniano Asterio, ed ebbe per successore pel resto dell'anno in quella dignitàTiberio Fabio Tiziano, creduto lo stesso che nell'anno 337 era stato console. Non mancano leggi e fasti che nonCostanzo, maCostantinochiamano il primo console, e va d'accordo con essi un'iscrizione[Thes. Novus Inscript., pag. 377.]da me data alla luce. Contuttociò non si può abbandonar la comune opinione che metteCostanzoAugusto console, altrimenti si imbroglierebbe la serie dei consolati susseguentemente da lui presi. Che se Costantino juniore avesse presa in questo anno tal dignità, dovea dirsiconsole per la quinta volta. Nulla di particolare ci somministra a quest'anno la storia. Abbiam solamente alcune leggi[Gothofred. Chronolog. Cod. Theodos.]che ci fan vedere, dove in varii giorni si trovassero gli Augusti, ma non senza confusione, per li testi guasti. Allora se uno d'essi imperadori pubblicava una legge, non il solo suo nome, ma quello ancora degli altri due fratelli Augusti vi si metteva in fronte, acciocchè paresse che il romano imperio, tuttochè diviso fra i tre regnanti, seguitasse nondimeno ad essere un corpo ed una cosa stessa. Tre d'esse leggi, date in Laodicea, in Eliopoli e in Antiochia, indicar possono che Costanzo Augusto dovea essere passato colà per accudire alla guerra dei Persiani, i quali si può dire cheogni anno venivano a dar mala ventura alla Mesopotamia, provincia de' Romani. In esse leggi Costanzo si studiò di liberare i pubblici giudizii dalle sofisticherie e formalità superflue che eternavano i processi e le liti. Proibì egli ancora, sotto pena della vita, i matrimonii fra zio e nipote; e ai Giudei il poter comperare schiavi d'altre nazioni, e molto più il circonciderli, specialmente liberando gli schiavi cristiani dalle lor mani.
Consoli
AcindinoeLucio Aradio Valerio Procolo.
Non si dee sottrarre alla conoscenza dei lettori un'avventura di questoAcindino console, narrata da santo Agostino[August., de Serm. Dom., lib. 1, cap. 50.]come succeduta circa l'anno 343. Essendo egli prefetto dell'Oriente in Antiochia, fece imprigionar certuno che andava debitore al fisco di una libbra d'oro; e, simile a tant'altri che negli uffizii pubblici fanno a sè lecito tutto quel che loro cade in capriccio, con suo giuramento minacciò che se dentro al tal giorno colui non soddisfaceva, la sua vita la pagherebbe. A costui era impossibile il trovar quella somma. Per buona ventura aveva una moglie di rara bellezza, ma sprovveduta anch'essa di contante; quando un certo ricco, che le faceva la caccia, preso il buon vento, le esibì quel danaro, se ella voleva per una notte acconsentir alle sue voglie. Comunicò la donna tal esibizione al marito, che approvò il disonesto contratto. Ma, appagata che ebbe l'impuro la sua passione, giuocò di mano, e quando l'incauta donna si credè di avere in pugno l'oro promesso, non vi trovò che della terra. Qui si diede alle smanie e grida, e ricorsa ella ad Acindino prefetto, sinceramentegli espose il fatto. Allora egli riconobbe il suo fallo per le indebite minaccie fatte a quel misero. Obbligò l'adultero a pagar la somma dovuta al fisco, e alla donna assegnò quel campo, onde fu presa quella terra, con cui rimase beffata. Continuò nella carica di prefetto di RomaTiberio Fabio Tiziano[Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.]; ma perchè egli dovette nel maggio portarsi alla corte di Costante Augusto, dimorante allora nell'Illirico,Giunio Tertullosostenne le di lui veci finchè egli fu ritornato. Non erano sopite le pretensioni diCostantino juniorecontra diCostante, e mala intelligenza passava fra questi due fratelli Augusti, esigendo esso Costantino alcuni paesi dal fratello o nella Africa, o nei confini d'Italia, quasichè il dominio delle Gallie, Spagne e Bretagna fosse picciola porzione per appagare le di lui ambiziose voglie. Forse perchè parole sole, e non fatti, riportava da Costante, pensò di farsi ragione coll'armi, giacchè vi era chi soffiava nel fuoco, e massimamente un certo Anfiloco tribuno, gran seminatore di zizzanie fra i due fratelli, al quale, col tempo, la giustizia di Dio non mancò di dare il condegno gastigo. Mossosi dunque Costantino dalle Gallie coll'esercito suo, entrò in Italia, e giunse fino ad Aquileia. Copriva egli il movimento di queste armi col pretesto di voler marciare in Oriente, per prestare aiuto al fratello Costanzo, che ne abbisognava, per la guerra a lui mossa dai Persiani. Zonara[Zonaras, in Annalibus.], che assai fondatamente tratta di queste funesta lite, scrive che Costante Augusto si trovava allora nella Dacia; ed in effetto abbiamo due leggi[L. 29, de Decurion., et l. 5, de petition., Cod. Theodos.]date da lui nel febbraio dell'anno presente in Naisso, città di quella provincia. Sì fatta visita non se l'aspettava egli; ma appena gli giunse l'avviso dell'entrata di Costantino in Italia, che, per fermare i suoi passi, glispedì incontro i suoi generali con quelle milizie che raccorre potè nella scarsezza del tempo. Trovarono questi pervenuto ad Aquileia Costantino[Aurel. Victor, in Epitome.], e ch'egli attendeva più a saccheggiar il paese e ad ubbriacarsi, che a stare in guardia; perciò disposero un'imboscata nelle vicinanze di quella città presso il fiume Alsa, e col resto della loro gente lo impegnarono ad una battaglia. Tale fu questa, che le di lui schiere alla fronte e alla coda urtate, rimasero tagliate a pezzi, ed egli rovesciato a terra dal cavallo impennatosegli; e poi, trafitto da più spade, lasciò ivi la vita. Il suo cadavero, gittato nel vicino fiume, fu poi riscosso ed inviato a Costantinopoli, dove ottenne onorevole sepoltura. È giunta sino ai dì nostri una funebre orazione[Monod., in Const.], greca, composta da anonimo oratore, in lode di questo sconsigliato principe, da cui apparisce sparsa voce ch'egli dopo la battaglia morisse di peste in Aquileia. Faceva in fatti la pestilenza grande strage non meno nelle Gallie che nell'Italia in questi tempi. Ma i più convengono in dirlo privato di vita nel combattimento suddetto. E questo fine ebbe la di lui imprudente ambizione, e l'invidia portata al fratello Costante.
Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 41.], che in tutto si studiò di spargere il fiele nelle azioni degl'imperadori cristiani, lasciò scritto cheCostanteper tre anni dissimulò il mal animo suo contra diCostantino, e che, mentre questi era amichevolmente entrato in una provincia (senza dire qual fosse), Costante, fingendo d'inviar soccorsi d'armati a Costanzo in Oriente, col braccio d'essi fece assassinarlo. Anche l'autore anonimo dell'orazione suddetta sembra autenticar questo racconto, con dire ucciso Costantino juniore da sicarii inviati da Costante suo fratello; ma egli attesta ancora la battaglia seguita fra loro, ed aggiunge la voce ch'egli fossemorto di peste. Ci può anche essere dubbio se quell'orazione fosse fatta in quel tempo, potendo essere una declamazione di qualche sofista lontano da questo fatto. Sembra inoltre che Filostorgio[Philostorgius, Hist., lib. 3, cap. 1.], scrittore ariano, se pure non è fallato il suo testo, concorra nel sentimento di Zosimo. Ma noi abbiamo san Girolamo[Hieron., in Chron.], Socrate[Socrates, Histor. Eccles., lib. 2, cap. 5.], Sozomeno[Sozomen., in Histor. Eccl.], i due Vittori[Victor, in Epitome. Victor, de Caes.], Eutropio[Eutrop., in Brev.]e Zonara[Zonar., in Annal.]che asseriscono aver Costantino mossa la guerra al fratello, ed incontrata perciò la morte. E a buon conto non si può negare ch'egli non fosse calato in Italia armato, ch'è quanto dire entrato coll'armi in casa di Costante. Della verità fu e sarà giudice Iddio. Intanto la morte di questo principe fece slargar molto le ali ad esso Costante, perchè egli entrò in possesso di tutti i di lui Stati, di maniera che si videro unite sotto il suo comando l'Italia colle adiacenti isole, l'Illirico colla Grecia, Macedonia ed altre settentrionali provincie, e quelle dell'Africa sino allo stretto di Gibilterra, e le Gallie, le Spagne e la Bretagna: ch'è quanto dire tutto l'Occidente, a riserva di Costantinopoli colla Tracia. Avrebbe potuto Costanzo Augusto suo fratello pretendere la sua porzione di questa eredità; ma, se crediamo a Giuliano[Julian., Orat. III.], volontariamenterinunziò ad ogni sua pretensione, sapendo, dice egli, che la grandezza d'un principe non consiste in signoreggiar molto paese (perchè quanto più esso è, tanto maggiore è la pension delle cure ed inquietudini), ma bensì nel governare quello che si ha, con altre, che possiam chiamare sparate oratorie, credendo nello stesso tempo che non mancasse ambizione a Costanzo per desiderar di crescere in potenza, se avesse potuto. Ma egli avea allora sulle spalle i Persiani, e talmente s'era ingrandito il fratello Costante colla giunta di tanti Stati, che troppo pericoloso sarebbe riuscito il muovergli guerra, e il voler colla forza ciò che non potea conseguir per amore. Nel mese di marzo verisimilmente accadde la morte diCostantino, perchè dopo d'essa le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., in Chron. Cod. Theod.]ci fan vedereCostante Augustovenuto dalla Dacia ad Aquileia, e nel mese di giugno in Milano, dove pubblicò un severo editto contra di coloro che demolivano i sepolcri, o per isperanza di trovarvi dei tesori, o per asportarne i marmi e gli altri ornamenti. Specialmente per tutto quel secolo fu in voga la frenesia ed avarizia di tali assassini delle antiche memorie, come consta da altre leggi e da molti versi del Nazianzeno[Anecdota Graeca.], da me dati alla luce. Quanto all'Augusto Costanzo, egli era in Bessa di Tracia nell'agosto, e nel settembre ad Antiochia, ma senza restar contezza alcuna di altre azioni che a lui appartengano.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
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