Consoli
Marco Aurelio Antonino Caracalla Augustoper la seconda volta, ePublio Settimio Geta Cesare.
Sbrigato Severo del pessimo suo ministro Plauziano, regolò ne' tempi susseguenti con bell'ordine la vita sua, giacchè si godeva gran quiete in Roma, e da niuna guerra in questi tempi era molestato l'imperio romano[Dio, lib. 76. Herodianus, lib. 3.]. Andava egli spesso a villeggiar nella Campania; ma o fosse quivi, o pure in Roma, soleva levarsi di buon mattino, e tosto ascoltava i processi delle cause, poi faceva una buona passeggiata a piedi, ascoltando e dicendo intanto quello che riguardava l'utilità del pubblico. Andava appresso al senato e al consiglio, per udire i contraddittorii, e decidere le cause, concedendo il tempo prescritto agli avvocati per dedurre le ragioni delle parti litiganti, e lasciando una piena libertà ai senatori di esporre il lor sentimento. Venuto il mezzodì, montavaa cavallo, per far di nuovo quello esercizio di corpo, e dipoi andava al bagno. Pranzava solo o pur co' suoi figliuoli, e con lentezza, ma senza invitarvi senatori, come in addietro costumarono di far vari imperadori. Vi intervenivano essi solamente in certe feste solenni dell'anno, ed allora ne' di lui conviti non si desiderava punto la magnificenza. Dopo il pranzo dormiva, e non poco. Svegliato, passeggiava, dilettandosi in quel mentre di studiar lettere, o sia l'erudizion latina e greca. Tornava al bagno verso la sera, e poi cenava coi suoi domestici. Le applicazioni sue pel buon governo di Roma si stendevano anche nelle provincie, sapendo egli scegliere le persone più abili a ben reggere i popoli[Aurelius Victor, in Epitome. Spartianus, in Severo.]; e più volentieri dava quei governi a chi vi era stato dianzi luogotenente, e s'era acquistato credito, siccome persone più pratiche di quei paesi; nè permetteva che si vendessero le cariche. Per l'amministrazione della giustizia si serviva egli di eccellenti giurisconsulti. Uno di essi fuPapiniano, celebre anche oggidì pel suo profondo saper nelle leggi, che giunse ad essere prefetto del pretorio. Questi prese per suoi assessori o consiglieriPaoloedUlpiano, personaggi anch'essi rinomatissimi nella scienza legale. Però molte leggi utili di esso Severo si leggono nei testi di Giustiniano. Una ve n'ha, in cui permette ai Giudei di poter essere promossi agli uffizii ed onori[Lib. 3, ff. de Decur.]. Sotto questo nome si pensò il cardinal Baronio, dopo l'Alciato, che fossero compresi anche i Cristiani: il che, quantunque cosa dubbiosa, non è però inverisimile. Ben certo è che quella legge non venne da Marco Aurelio e Lucio Vero, come fu creduto, ma bensì daSeveroedAntonino, cioè Caracalla, Augusti. Odiava Severo sopra tutto i ladri ed assassini, e li perseguitava dappertutto. La libertà dellalascivia era giunta all'eccesso in Roma. Severo non solamente ci vien descritto per uomo continente, ma che abborriva in altrui gli adulterii. Però abbiamo leggi da lui pubblicate contro questo vizio. E Dione[Dio, lib. 76.]confessa di aver trovato nei registri criminali d'allora, che furono accusate di adulterio tremila persone; ma perchè non si proseguivano poi i processi, si ridussero a nulla le provvisioni fatte per questo dall'imperadore. E, a ben conoscere quanto fossero in ciò depravati i costumi de' Romani gentili, servirà una risposta data dalla moglie di un nobile della Bretagna, probabilmente allorchè Severo Augusto, siccome diremo, fu in quelle parti.Giulia Augustal'andava motteggiando pel libertinaggio che praticavano allora le femmine britanne con gli uomini:Almeno, disse quella gentildonna,se noi trapassiamo i limiti dell'onestà, lo facciamo con persone nobili; ma voi altre romane segretamente vi valete della canaglia per soddisfare alle vostre voglie.Starei a vedere che persona ci fosse a' tempi nostri, la qual credesse con così magra scusa difendere l'intemperanza sua. Forse non fu la stessaGiuliaimperatrice esente da sì fatto discredito. Anzi, se crediamo a Sparziano[Spartianus, in Severo.], anch'ella si rendè famosa per l'impudicizia: vizio troppo facile a chi non conosce o non teme il vero Dio, amatore della sola virtù, e punitore de' vizii, o pure troppo lascia la libertà del conversare all'uno e all'altro sesso. Ma perchè Dione ed Erodiano non riconoscono in lei questo vizio, e vedremo che Sparziano altre favole raccontò di questa imperatrice, possiam credere, rapportar egli qui piuttosto le dicerie del volgo che la verità della storia.
Consoli
Lucio Fulvio Rustico EmilianoeMarco Nummio Primo Senecione Albino.
Tali nomi ho io dato a questi consoli, fondato sulle iscrizioni che si leggono nella mia raccolta[Thesaurus Novus Inscription., p. 352.]. Quei del secondo console ci fanno abbastanza intendere che non dovea punto passar parentela fra lui eClodio Albino, da noi veduto imperadore, ma di poco tempo. Ora da che tolto fu dal mondo Plauziano, cioè il superbo favorito di Severo Augusto,CaracallaeGetafigliuoli di esso imperadore, come se allora fossero rimasti liberi dal timore di quell'aguzzino, lasciarono la briglia ai loro giovanili appetiti. Tanto Dione[Dio, lib. 76.]che Erodiano[Herodianus, lib. 3.]confessano che amendue si diedero in preda alla libidine, con isvergognar le case de' nobili, e senza guardarsi da ciò ch'è più infame in quel vizio. Se loro mancava danaro, non mancavano già delle inique vie per raccoglierne. I lor principali impieghi e divertimenti consistevano in assistere a tutt'i combattimenti e a tutte le corse dei cavalli, ed anch'essi in carrette gareggiavano insieme a chi correa più forte. E sì male un dì terminò la lor carriera, che Caracalla, caduto dal carro, si ruppe una gamba. Ma questa gara da gran tempo dava a conoscere qual grave antipatia ed invidia bollisse fra loro, perchè passava sempre in discordia. Ancora quando erano in minore età, o vedessero i combattimenti delle coturnici o dei galli, o pur le battagliuole de' fanciulli, o si trovassero ai pubblici giuochi, si scoprivano sempre differenti di genio; e quel che piaceva all'uno, dispiaceva all'altro.S'introdussero anche fra loro degli adulatori e mali arnesi che, in vece di metter acqua al fuoco, lo fomentavano, aggiugnendovi anche dell'olio. Quanto più crescevano in età, tanto più sbrigliati correvano dietro ai piaceri ed alle iniquità, e la loro vicendevole avversione prendeva sempre più piede. Non avea già lasciato l'Augusto Severo lor padre di provvederli di eccellenti governatori e maestri, e scorgendoli poi sì discordi fra loro, or colle dolci, or colle brusche si studiava di correggere questa lor malnata passione, mostrando loro i beni della concordia, e il felice stato, in cui era per lasciarli, e in cui si manterrebbono, se sapessero andar ben uniti. Tolse anche di vita alcuni che seminavano zizzanie fra loro. Ma indarno era tutto.Geta, siccome di umor più mansueto ed umile, dal suo canto ubbidiva; maCaracalla, divenuto dopo la morte del suocero più orgoglioso e fiero che mai, ascoltava le parole del padre, ma fremendo in suo cuore, e poi seguitava ad operar come prima. Accadde probabilmente in questi tempi ciò che narra Dione[Dio, lib. 76.]della crudeltà di Severo, non soddisfatta peranche. Il perchè non si sa, ma egli fece morir varie persone, e fra l'altreQuintillo Plauziano, senator nobilissimo: morte che fu creduta ingiustissima. Altri senatori[Dio, in Excerpt. Valesianis.]da lui tolti dal mondo erano stati convinti di reità; ma questi in età assai decrepita, standosene da gran tempo ritirato in villa, pensando non già a far delle novità, ma bensì alla morte vicina, per soli sospetti e per mere calunnie fu condannato a morte. Recatagli la funesta nuova, si fece portare gli arredi che avea molti anni prima preparati pel suo funerale, e trovatili guasti dalle tignuole, disse:Ho anche tardato troppo a morire.E fatto venir del fuoco, sopra di esso sparse l'incenso in segno di sagrifizio a' suoi falsi dii, pregandoli che avvenissea Severo quel tanto che Severiano in simil congiuntura augurò ad Adriano. Era in questi tempi proconsole dell'AsiaAproniano. Contro ancora di lui fu proferita la sentenza di morte, perchè avendo la sua nudrice sognato ch'egli dovea regnare un giorno, si pretendeva che Aproniano avesse intorno a ciò consultato i maghi. Ed ecco un amaro frutto della sciocchezza di que' tempi, che prestavano tanta fede ai sogni, agli augurii e alle arti vane piene d'imposture. Nel leggersi in senato il processo, si trovò avere un testimonio deposto, che mentre si facea quella consultazione da Aproniano, un senator calvo, veduto così di passaggio da esso testimonio, v'era presente. Corse allora un ghiaccio per le vene di chiunque in senato era, o cominciava a divenir calvo; Dione confessa che egli e tanti altri, che avevano buona capigliatura, restarono sì turbati, che non seppero ritenersi dal tastar colla mano se avevano tuttora i lor capelli in capo. Il sospetto cadde principalmente sopraBebio Marcellino, il qual fece istanza che fosse introdotto il testimonio, acciocchè costui, se gli dava l'animo, riconoscesse il senatore calvo. Entrato costui, andò girando un pezzo con gli occhi senza parlare. Verisimilmente gli fece un cennoPollenio Sebenniosenatore, uomo di lingua mordace, da me rammentato di sopra, perchè Dione a lui attribuisce la disgrazia dell'infelice Marcellino, il quale fu mostrato a dito dal testimonio suddetto e condotto immediatamente al patibolo. Quando fu in piazza, diede l'ultimo addio a quattro suoi figliuoli con un discorso patetico, conchiudendo, chesolamente gli dispiaceva di lasciarli in vita in tempi così cattivi. Gli fu mozzato il capo, prima ancora che Severo Augusto sapesse la di lui condanna; tanto era allora avvilito il senato, e tanta era la paura che si avea dello sdegno di Severo. Gran disgrazia di dover vivere sotto principi tali! e pur se ne trovarono tantialtri di lunga mano più fieri e crudeli di questo!
Consoli
AproeMassimo.
Altro non sappiamo dei nomi di questi consoli fin ora. Al presente anno sembra che si possa riferire un avvenimento raccontato da Dione[Dio, lib. 76.]. Era divenuto un certo Bulla, cognominato Felice, capo dei ladri e banditi nelle parti di quel che ora è regno di Napoli. Secento uomini teneva egli al suo servigio, parte dei quali erano schiavi dell'imperadore fuggiti; ed infestava tutte quelle contrade. Non gli mancavano spie in Roma stessa ed altrove, che l'andavano avvisando di chiunque si metteva in viaggio, e con qual compagnia, con quali robe. Della gente che prendeva, molti lasciava andare, contentandosi di qualche parte delle lor sostanze; gli artefici li riteneva alcun tempo per farli lavorare, e li rimandava poi regalati. Per due anni continuò costui il suo detestabil mestiere, e tanta era la sua accortezza, che quantunque perseguitato da molti e con pressanti ordini da Severo Augusto cercato dappertutto, pure quasi sugli occhi di lui e di tanti suoi soldati commetteva quelle ruberie; niuno il vedeva, benchè l'avessero davanti; niuno il prendeva, benchè potessero averlo in mano: tutto per industria sua, perchè giocava di grosso con regali. Presi furono due de' suoi masnadieri, e si stava per condannarli ad essere il pascolo delle fiere. Bulla, fingendosi governatore del paese, fu a trovare il carceriere, e mostrando di aver bisogno di quegli uomini, li liberò e condusse via. Quindi in persona andò a trovare il centurione posto allaguardia di quei contorni, e si esibì di dargli in mano quell'infame di Bulla, se voleva seguitarlo. Il seguitò con alcuni de' suoi il centurione; ma allorchè fu in una valle attorniata da dirupi, Bulla, dopo averlo preso, gli fece radere il capo a guisa degli schiavi, e il lasciò andare, dicendogli che facesse sapere ai suoi padroni nudrir meglio i loro schiavi, affinchè non fossero obbligati a fare gli assassini da strada. All'udir queste insolenze Severo Augusto andava nelle smanie, dolendosi, che mentre i suoi nella Bretagna riportavano vittorie e tenevano in freno popoli intieri, egli non fosse da tanto da potersi liberar da un ladrone che, in faccia sua commettendo tante iniquità, si rideva di lui. Finalmente spedì in traccia di costui un tribuno con un corpo di fanteria e cavalleria, minacciando forte quest'uffiziale, se non gliel conduceva morto e vivo. Andò il tribuno, e per mezzo di una donna, con cui Bulla avea commercio, il colse in una grotta, e menollo vivo a Roma. Interrogato Bulla dal celebre giurisconsulto Papiniano, prefetto allora del pretorio, perchè si fosse dato al mestier del rubare:E tu, rispose,perchè fai il mestier di prefetto?volendo dire, che anche quell'uffizio era per rubare. Fu egli condannato alle bestie, e si dissipò tutta la ciurma de' suoi seguaci. Dione[Dio, lib. 76.]ci ha detto che in questi tempi Severo ebbe qualche vittoria nella Bretagna. Trovasi in fatti circa questi tempi ch'egli è chiamato in qualche medaglia[Mediobarbus, in Numism. Imperat.]Imperadore per la dodicesima volta. Il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron.], pieno sempre delle sue idee di quinquennali, decennali, ec., sospettò ch'egli prendesse questo nome per cagion de' suoi quindecennali; ma con opinione da non abbracciare, certo essendo, che solamente per cagion di qualche vera o finta vittoria gli Augusti replicavano il titolo d'Imperadore.Abbiamo assai lume da Dione per credere che avendo i generali di Severo riportato qualche considerabil vantaggio nella Bretagna, dove si era risvegliata la guerra, gli accrescesse il suo titolario. Anche suo figliuolo Caracalla Augusto si comincia a vedereImperadore per la seconda volta.
Consoli
Marco Aurelio Antonino Caracalla Augustoper la terza volta ePublio Settimio Geta Cesareper la seconda.
AllorchèGetaentrò console nell'anno presente, egli non era fregiato di altro titolo che di quello diCesare. Che a lui in quest'anno fosse conferita dal padre Augusto lapodestà tribunizia, sufficientemente si raccoglie delle medaglie[Mediobarbus, in Numism. Imp.]. Che anche ricevesse il titolo e l'autorità d'Imperadore Augusto, l'ho io bene scritto nel titolo dall'anno presente, per conformarmi al Pagi e ad altri che tengono tale opinione, ma con crederla nondimeno non esente da dubbi, perchè qui compariscono imbrogli nelle medaglie. E il volere il Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]dedur ciò dai decennali di Caracalla Augusto celebrati in quest'anno, sembrerà un lavorare sopra fondamenti non riconosciuti finora stabili. Potrebbe nondimeno essere ch'egli fosse nell'anno presente promosso a così eccelsa dignità; e certamente noi il troviamo Augusto nel seguente. Erasi, come accennai, riaccesa la guerra nella Bretagna, dove nondimeno niuna pace almen durevole era stata negli anni addietro[Herodianus, lib. 3.]. Vennero lettere a Severo Augusto da quel cesareogovernatore, che i Britanni non sudditi faceano grande massa di armati e scorrerie e saccheggi pel paese romano, e ch'egli abbisognava di rinforzi e soccorsi, e parergli anche necessaria la presenza dello stesso regnante. Già toccava l'imperador Severo gli anni della vecchiaia, stava anche male ne' piedi o per la podagra, o per doglie d'altra fatta. Contuttociò, a guisa di un baldanzoso e fresco giovinetto, accolse con piacere questo invito, e determinò di portarsi a quel ballo. Troppo di forza in lui avea l'appetito della gloria. Avea trionfato de' popoli dell'Oriente, sospirava di poter anche trionfare di quei dell'Occidente, e di procacciarsi il titolo diBritannico. Oltre a ciò gli premeva forte di levare i figliuoli dal lusso pericoloso di Roma, e dai soverchi divertimenti, per avvezzarli alla frugalità e temperanza usata nelle armate, siccome di non lasciar più lungamente marcir nell'ozio le milizie, le quali, al pari dei cavalli, se non son tenute in esercizio, diventano rozze. Però in quest'anno egli imprese il viaggio coi figliuoli, colla moglieGiuliae coll'esercito a quella volta. Per lo più si fece condurre in lettiga, e volle far posate, perchè la sollecitudine nelle marcie fu un suo ordinario costume, corrispondente al natural focoso, che in tutte le azioni sue dava a conoscere. Dione[Dio, lib. 76.], secondo il suo stile, anzi secondo l'uso universale degli storici di allora, vien dicendo ch'egli andò, benchè con sicurezza di non dover tornare; e qui sfodera una mano di augurii, e la di lui genitura che prediceva quanto dipoi avvenne. Possiamo ben credere ch'egli, prima che terminasse il corrente anno, passato felicemente il mare, arrivasse nella Bretagna, dove cominciò a far dei preparamenti grandiosi, per far pentire quei Barbari della loro insolenza.
Consoli
PompejanoedAvito.
Il Relando[Reland., in Consul.]e il padre Stampa[Stampa, Fast. Consul.]chiamano questi consoliCivica PompejanoeLolliano Avito, fondati sopra una iscrizione rapportata dal Gudio. Ma io, che non so fidarmi delle merci gudiane, meglio ho riputato di mettere solamente i loro indubitati cognomi. Nè serve il dire che Capitolino[Capitolin., in Pertinace.]fa menzione diLolliano Avito consolare, in parlando di Pertinace. Quell'Avito, se di lui si parlasse qui, il mireremmo appellato consoleper la seconda volta. Arrivato[Herodian., lib. 5.]che fu Severo Augusto nell'Isola Britannica, la sua presenza e le poderose forze ch'egli avea condotto seco, misero lo spavento in cuor di que' Barbari; e però non tardarono a spedirgli degli ambasciatori, per giustificarsi e per chiedergli pace. Ma Severo, che tanto s'era scomodato per andargli a trovare affin di conseguire la gloria d'essere intitolatoBritannico, non volea già pace, ed unicamente cercava la guerra; perciò li rimandò colle mani vuote, ed attese a mettersi in ordine con tutti gli attrezzi militari, con ponti ed altri ordigni, per sottomettere il loro paese[Dio, lib. 76.]. Possedevano allora i Romani più della metà della Bretagna presa nella sua lunghezza, che vuoi dire, tutta la parte meridionale, cioè il più e il meglio di quella che oggidì appelliamo Inghilterra e Scozia, giugnendo il dominio loro almen sino allo stretto di Edemburgo. Dione ed Erodiano ci lasciarono una descrizione de' popoli che restavano tuttaviaesenti dal giogo romano, i principali de' quali erano i Meati e i Calidonii, gente di costumi barbari, feroce e bellicosa, nudi dalla cintura in su, col corpo dipinto, andando alla guerra armati solamente d'una corta lancia, d'uno scudo e di spada da punta. Le loro abitazioni erano sotto le tende fra aspre montagne e fra paludi, perchè niuna città o borgo si trovava fra essi. Lasciò Severo il minor suo figlino lo Geta per governatore del paese romano, con formargli un consiglio di alcune savie persone; ed egli col figliuolo maggiore Caracalla marciò alla guerra. Delle imprese sue dirò quel poco che sappiamo all'anno seguente.
Consoli
Manio Acilio FaustinoeTriario Rufino.
Intorno alla guerra fatta dall'Augusto Severo nella Bretagna, altro non abbiamo da Erodiano[Herodian., lib. 3.], se non che seguirono varie scaramucce con quei Barbari, sfavorevoli per lo più ai Romani, perchè quella gente non si univa giammai per venire ad una regolata battaglia, e lavorava solamente d'insidie, ritirandosi ben tosto in salvo ne' folti boschi e nelle frequenti paludi. Lo stesso viene attestato da Dione[Dio, lib. 76.], scrivendo che Severo non diede in quelle parti battaglia alcuna, nè vide mai schierati nemici, per far fatto d'armi: laonde non si sa vedere, come il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]parli di molte vittorie da lui riportate in questa spedizione. La maniera tenuta da quei Barbari consisteva in esporre buoi o pecore, per tirare i soldati romani alla preda, ed opprimerli all'improvviso; eguai se alcuno di essi Romani si dilungava punto dal corpo dell'armata o restava indietro: era tosto dai nemici ucciso o preso. Tra per questa guerra, e per le acque malsane di quelle contrade, e le tante fatiche, ci assicura esso Dione che vi perirono circa cinquantamila soldati romani. Nulladimeno l'indefesso Severo volea andare innanzi. Le selve, che si opponevano, le faceva tagliare; per le paludi apriva passaggi con terra portata; e gittando ponti sui fiumi, li valicava, facendosi portar sempre in lettiga a cagion della debolezza del corpo. Così arrivò sino al fine della parte settentrionale di quella grand'isola, con osservar ivi la diversità di quel clima dal nostro. Ma quivi le campagne erano incolte[Dio, lib. 76.]; niuna fortezza, niuna città si trovava per via; sicchè gli convenne tornar indietro alla fine con poco piacere. Pur queste sue bravure cagion furono che i Britanni barbari tornarono a dimandar pace, e l'ottennero con cedere una certa parte del paese ai Romani. Allora fu che Severo[Spartianus, in Severo.]tirò un nuovo muro, o pur rifece il vecchio al confine del dominio romano, disputando tuttavia gli eruditi Inglesi, per assegnare il sito d'esso muro e d'essi confini. Nulla di ciò dice Dione, e neppur Erodiano. Per questi felici avvenimenti tanto lo imperador Severo, quanto i suoi due figliuoli presero il titolo diBritannici, ma senza ch'eglino fossero di nuovoimperadori, perchè in fatti alcuna vittoria in battaglia campale non riportarono.
Ma queste felicità esteriori di Severo Augusto erano di soverchio amareggiate da vari suoi interni disgusti ed affanni. Mirava egli nel maggior de' suoi figli, cioè inCaracalla, che sempre più i vizii gli toglievano la mano; imperciocchè anche in mezzo alle fatiche della guerra egli si dava in preda alla libidine, e cresceva ogni dì più la sua insolenza e petulanza. Quel che più l'affliggeva, si era potersioramai prevedere che il bisbetico umore di questo suo maggior figliuolo avrebbe tolta la vita al minore, subito che avesse potuto. E tanto più se ne persuase, da che s'avvide che Caracalla nudriva dei neri pensieri contra la persona dello stesso suo padre, e se n'erano anche veduti due brutti cenni. Un dì uscì Caracalla dalla tenda del padre, gridando cheCastorel'avea ingiuriato. Era Castore il migliore dei liberti di corte, mastro di camera del medesimo imperador Severo, che in lui depositava tutti i suoi segreti. Stavano appostati alcuni soldati al di fuori, che cominciarono anch'essi ad alzar la voce contra di Castore, e a chiamar altri. Forse aveano qualche mal animo, quando Severo, creduto da essi obbligato al letto, uscì fuori, e fattili prendere, fece morire i più sediziosi. Ma questo fu un nulla rispetto a ciò che avvenne nell'andar Caracalla col padre a trattar coi nemici caledonii, già disposti a cedere e capitolare. Benchè malconcio ne' piedi, marciava a cavallo Severo; e già si trovava quasi in faccia ai nemici, quando Caracalla, che cavalcava a lato del padre, fermò il cavallo, e sguainò la spada, per quanto fu creduto, con disegno di cacciarla nelle reni al padre. Chi veniva dietro alzò allora un grido, da cui atterrito Caracalla rimise tosto la spada nel fodero: e Severo, che si voltò indietro a quel grido, ebbe tempo di vedergliela in mano, ma allora non disse nè pure una parola. Fatto ch'ebbe l'accordo coi Barbari, se ne tornò al campo, e chiamato Caracalla nel suo padiglione, alla presenza di Papiniano prefetto del pretorio, e del suddetto Castore, fece portar una spada nuda; e poi cominciò a sgridare il figliuolo dell'orrido misfatto ch'egli avea tentato, e in faccia de' nemici; aggiugnendo in fine, che se tale era l'animo suo, se ne cavasse allora la voglia, giacchè egli era vecchio ed infermo, e vivuto abbastanza. Che se non ardiva di ammazzarlo di sua mano, lo ordinasse, siccome imperadore, a Papiniano prefetto,che l'ubbidirebbe. Dovette Caracalla palliare, come potè, l'iniquo attentato, e se la passò senza che il padre gli torcesse un capello. E pur, soggiugne lo storico Dione, Severo più volte fu udito dir male di Marco Aurelio, perchè non avea tolto dal mondo quella mala bestia di Commodo; ed egli stesso talvolta si lasciò scappar di bocca, che farebbe a Caracalla ciò che non volle far Marco Aurelio a Commodo. Ma queste minacce gli uscivano dai denti, allorchè era in collera; e passata questa, si trovava ch'egli volea più bene ai suoi figliuoli che a tutta la repubblica romana. Con tuttociò neppur Severo amò i suoi figliuoli come dovea, perchè assassinò il men cattivo figliuolo, lasciandolo alla discrezion dello altro cattivissimo, tuttochè si credesse ch'egli prevedesse di certo la di lui rovina.
Consoli
GenzianoeBasso.
Abbiamo veramente una iscrizione presso il Panvinio[Panvin., in Fast. Consul.], riferita anche dal Grutero[Gruterus, Thes. Inscr., pag. 304, n. 6.], che ci fa vedereQuinto Epidio Rufo Lolliano Genziano, augure, console, proconsole della provincia di Lione, econte(cioè consigliere ed assessore)degl'imperatori Severo ed Antonino Caracalla. Perciò il Relando[Reland., Fast. Cons.]diede tutti questi nomi aGenzianoconsole di questo anno. Io non mi sono attentato a seguirlo. Imperocchè Capitolino[Capitolin., in Pertinace.]ci fa vedere sotto PertinaceLolliano Genziano consolare, a cui verisimilmente appartiene il marmo gruteriano; nè questi può essere il console dell'anno presente, perchè sarebbe stato appellatoconsole per la secondavolta. Perciò più sicuro partito reputo io il non proporre se non i loro indubitati cognomi. Di corta durata fu l'accordo stabilito coi Britanni barbari. Tornarono essi alle primiere insolenze; Severo tanto bollente di collera, fatte raunar le sue schiere, inumanamente comandò loro l'esterminio di que' popoli, senza perdonar neppure alle lor donne e fanciulli. Trovavasi già da qualche tempo esso Augusto indisposto di corpo, più pel crepacuore di mirare i presenti disordini di Caracalla e di presagirne dei più gravi, che per gli soliti suoi malori. Andò sempre più declinando la di lui sanità, in guisa che restò confinato in letto[Dio, lib. 76. Herodian., lib. 3.]. Allora sì che il malvagioCaracallapiù che mai si diede a guadagnare gli animi de' soldati, per escludere, se potea, il fratelloGetadal succedere nel comando. Studiossi ancora di accelerar la morte del padre, col corrompere quei medici che trovò privi di onore: e corse fama ancora, ch'egli aiutasse il male a sbrigarlo da questa vita. Si disse inoltre che Severo sugli estremi del vivere chiamati i figliuoli, gli esortò a camminar di concordia, e ad arricchire e tener ben contenti i soldati, senza poi far conto degli altri tutti[Aurelius Victor, in Epitome. Eutropius, in Breviario.]. Diede egli fine ai suoi giorni nel dì 4 di febbraio dell'anno presente nella città di Jorch, in età di sessantacinque e quasi sei mesi. Al di lui corpo furono fatte solenni esequie da tutta la milizia, e le ceneri riposte in un'urna di porfido o pur d'oro. Se è vero ch'egli prima di morire, fattasi portar quell'urna, tastandola con le mani, dicesse:In te capirà un uomo, a capir cui non era bastante tutto il mondo, fu questo un vanto sconvenevole a chi era sull'orlo della vita senza essere per anche giunto a conoscere sè stesso. Fu poi portata quell'urna a Roma, e con grande onore posta nel mausoleo di Adriano, ed egli dalla stolta Gentiltà deificato. Edecco terminate le grandezze diSettimio Severo imperadore, che di bassa fortuna giunse al governo di un vastissimo impero, di mirabil penetrazion di mente, principe lodato anche all'eccesso pel suo raro valore, e per tante sue vittorie, implacabile verso chi cadeva dalla sua grazia, grato e liberale verso gli amici, amator delle lettere, avido del danaro che raccoglieva per tutte le vie, per ispenderlo poi non già per sè, poichè egli si contentava di poco, ma pel pubblico. Avea egli rifatte tutte le più insigni fabbriche di Roma[Spartianus, in Sev.], con rimettervi il nome dei primi fondatori. Dione[Dio, in Excerptis Vales.]diversamente scrive ch'egli vi mise il suo. Altre fabbriche suntuose fece di pianta, e liberale fu verso il popolo, ma più verso i soldati; e pure con tante spese lasciò un gran tesoro in cassa ai figliuoli, tanto frumento ne' pubblici granai, che potea bastar per sette anni a mantener i soldati, e chi del popolo riceveagratisil grano, e tanto olio nei magazzini della repubblica, che per cinque anni potea soddisfare al bisogno, non dirò solamente di Roma, ma di tutta l'Italia. La sua rapacità nondimeno, e più la sua crudeltà guastarono ogni suo merito e pregio. E pure vennero tempi sì cattivi, che fu desiderato il suo governo, e si disse, come d'Augusto, che egli o non dovea mai nascere, o non mai morire. Sotto di lui fiorirono le lettere, e visse il maggiore deiFilostrati; e si crede che vivesse ancheDiogene Laerzio, autore della bella opera delle Vite de' filosofi, oltre alcuni altri, de' quali abbiamo perduto i libri.
Morto dunque Severo Augusto,Marco Aurelio Antoninosuo maggior figliuolo, soprannominato dipoiCaracalla, che si trovava all'armata, in tempo che i Britanni barbari aveano ricominciata la guerra[Herodian., lib. 3.], marciò contra di loro, non già per disertarli, ma per mettere tal terrore in essi, che abbracciassero la pace, altravoglia non allignando in suo cuore, che quella di tornare il più presto possibile alle delizie di Roma. Stabilì dunque una pace, non quale si conveniva ad un romano imperadore, ma quale la prescrissero que' Barbari, con restituir loro il paese ceduto, ed abbandonare i luoghi fortificati dal padre. I suoi iniqui maneggi, perchè i soldati riconoscessero lui solo per imperadore ad esclusione diPublio Settimio Geta, suo minor fratello, dichiarato, siccome vedemmo, anch'essoImperadore Augusto, non sortirono l'effetto ch'egli desiderava. Giurarono i soldati fedeltà all'uno e all'altro; e tanto si adoperòGiulia Augustalor madre, e tanto dissero i comuni amici, che i due fratelli si unirono insieme, in apparenza nondimeno; perciocchè Caracalla, il qual pure godea se non tutta l'autorità del comando, certamente la maggior parte, da gran tempo covava in cuore il maligno pensiero di voler sedere solo sul trono cesareo. Ma finchè Geta si trovò in mezzo all'esercito, che l'amava forte, non osò mai di levargli la vita. Abbiamo bensì da Dione[Dio, lib. 76.], ch'egli tolse aPapinianola carica di prefetto del pretorio, alzandolo forse al grado senatorio, e fece ammazzareEvodoche era stato suo balio, ed avea prestato a lui grande aiuto per levar di vita Plauziano. Del pari tolse di vitaCastore, che già vedemmo mastro di camera di suo padre. Mandò poscia ordini, perchè fosse uccisaPlautillasua moglie, ePlautooPlauziodi lei fratello, relegati nell'isola di Lipari. Erodiano aggiugne che fece anche morir que' medici che non l'aveano voluto ubbidire per sollecitar la morte del padre; e molti altri ch'erano stati de' più cari ed onorati appresso il medesimo suo genitore. Con tali scene di crudeltà diede principio Caracalla al suo governo, e passato dipoi il mare colla madre, col fratello e coll'armata, accompagnato dai voti degli adulatori, sen venne a Roma, dove fu ricevuto con granfesta e solennità[Herodianus, lib. 4.], e rendè gli ultimi doveri alla memoria del padre. Vedesi descritto da Dione il solennissimo funerale e l'empia deificazion di Severo fatta allora. Io mi dispenso dall'entrarvi. Può il lettore informarsene ancora, se vuole, da Onofrio Panvinio[Panvin., in Fast. Consul.].
Consoli
Caio Giulio Asproper la seconda volta eCajo Giulio Aspro.
Erano fratelli questi due consoli, e, per attestato di Dione[Dio, in Excerpt. Valesianis.], figliuoli diGiuliano Aspro, personaggio pel suo sapere e per la grandezza d'animo assai rinomato, e tanto amato da Caracalla, che tanto egli che i suoi figliuoli furono esaltati da lui a' primi onori. Ma poca sussistenza ebbe il favore di questo bestiale Augusto.Giulianoda qui a non molto fu vituperosamente cacciato fuori di Roma ed obbligato a tornarsene alla sua patria. Un'iscrizione pubblicata dal Fabretti[Fabretti, Inscript., pag. 494.]ci fa vedere che sì l'un come l'altro portava il nome diCajo Giulio Aspro: cosa nondimeno assai rara, e Dio sa se vera, non veggendosi distinto per alcun segno, come si usava, l'uno dallo altro. Nel viaggio a Roma dei due fratelli Augusti,CaracallaeGeta, diede negli occhi ad ognuno la comune lor diffidenza e discordia, perchè non alloggiavano mai nè mangiavano insieme; temendo cadaun d'essi di veleno. Più visibile riuscì poi in Roma il lor contraggenio, anzi l'odio vicendevole che l'un covava contro dell'altro, quantunque Geta, giovane di miglior cuore, solamente per necessità stesse in guardia, perchè assai persuaso del cuor fellone di suo fratello[Herodianus, lib. 4.]. Questa fiera diffidenza cagion fu ch'essi fecerodue parti del palazzo cesareo, per istar ben separati l'uno dall'altro, con far chiudere le porte frapposte fra i loro appartamenti, e tenendo solamente aperte quelle delle sale, dove amendue davano pubblica udienza. Nè già ad alcun d'essi mancava veruna delle comodità, perchè il palazzo imperiale era più vasto, se Erodiano dice il vero, del resto di Roma stessa: il che un gran dire a me sembra, e nol so digerire. Andò tanto innanzi questa contrarietà e mutola guerra fraterna, che ognun d'essi s'ingegnava di tirar più gente nel suo partito; nel che Geta avea più destrezza e fortuna, perchè generalmente più amato che l'altro, a cagion d'essere giovane placido, cortese verso tutti, in una parola assai diverso dal barbaro suo fratello. Cadauno intanto volle la sua guardia separata, lasciandosi vedere di rado insieme, e questo nelle sole pubbliche funzioni. Fu dunque proposto da qualche amico e consigliere, per prevenir maggiori disordini, che si dividesse fra loro l'imperio. Erano come d'accordo i due fratelli su questo. Contentavasi Geta di aver in sua parte l'Asia, la Soria e l'Egitto, lasciando tutto il resto nell'Europa e nell'Africa al fratello, con pensiero di mettere la sua residenza o in Antiochia o in Alessandria, città che allora poteano gareggiare in grandezza con Roma. I senatori di nazione europea resterebbono in Roma; gli altri potrebbono seguitar Geta. Nel consiglio degli amici del padre, e alla presenza diGiulia Augustalor madre, spiegarono i due Augusti questa loro risoluzione. Con ribrezzo e con gli occhi fitti nel suolo ciascuno gli ascoltò, nè alcuno osava di aprir bocca, quando saltò su Giulia, e pateticamente loro parlò dicendo,che potrebbono ben partire gli Stati, ma come poi partirebbono fra loro la madre?e qui con singhiozzi e con lagrime li pregò di piuttosto uccidere lei, che di lasciarla sopravvivere a questo sì lagrimevole spettacolo. Correndo poi ad abbracciarli teneramente amendue, gli scongiurò divivere uniti in pace. Questo bastò perchè anche gli altri disapprovassero un tal fatto, troppo orrore sentendo ciascuno all'udire che s'avesse a dividere, e per conseguente da indebolir cotanto il romano imperio. Però nulla se ne fece.
Ma le dissensioni, le gare e i sospetti andarono sempre più crescendo, ed ognun d'essi fratelli pensava alla maniera di opprimere l'altro[Dio, lib. 77.]. Venne in mente a Caracalla di sbrigarsi di Geta nelle feste Saturnali dell'anno presente, perchè in esse una gran licenza si concedeva agli schiavi; ma perchè ebbe paura che troppo pubblico fosse il misfatto, se ne astenne. Tutte le strade ch'egli andò meditando, parendogli sempre pericolose, perchè Geta stava molto bene in guardia, ed era ben voluto, massimamente dai soldati, dai quali, siccome anche da buon numero di gladiatori, veniva custodito, prese in fine il partito di valersi dell'inganno, che che gliene potesse avvenire. Fece dunque credere a Giulia sua madre di volersi riconciliar da dovero col fratello, e che si abboccherebbe con lui nella di lei camera segreta. Chiamato Geta dalla madre, buonamente corse colà. Quando fu dentro, secondo Erodiano[Herodian., lib. 4.], lo stesso Caracalla di sua man lo scannò. Dione[Dio, lib. 78.], che scrive i fatti de' suoi giorni, confessa che Caracalla dipoi consacrò a Serapide la spada con cui avea ucciso il fratello; ma con aggiugnere che sbucarono fuori alcuni centurioni, già messi da Caracalla in agguato, che gli si avventarono anch'essi coi ferri nudi addosso. Altro non potè fare l'infelice giovane, che correre ad abbracciare strettamente l'atterrita Giulia, gridando:Mamma, mamma, aiutatemi, che mi ammazzano.L'ammazzarono in fatti nel seno dell'ingannata madre, che restò tutta coperta del sangue del misero figlio, e ne riportò anch'essa una ferita nellamano, per averla stesa affin di trattener que' colpi. Questo fu il miserabil fine diGeta Augusto, nell'età sua di ventidue anni e nove mesi, probabilmente negli ultimi giorni di febbraio, o pur ne' primi di marzo, essendo egli nato nell'anno 189 della nostr'Era. Erodiano non men che Sparziano[Spart., in Geta.]cel descrivono per giovane non esente già da difetti, ma pure alieno dalla crudeltà, amabile, e che teneva a mente tutti i buoni documenti del padre. L'indegno Caracalla, dopo così enorme misfatto, corse qua e là pel palazzo, facendo lo spaventato[Herod., lib. 4. Dio, lib. 78.], e gridando di essere scampato dal più gran pericolo del mondo, e fingendo di non tenersi sicuro ivi, a gran passi (ed era la sera) marciò verso il quartiere de' pretoriani. I soldati, che erano di guardia del palazzo, non sapendo come fosse l'affare, gli tennero dietro anch'essi, passando per mezzo alla città con ispargere un gravissimo terrore fra il popolo, che non intendeva il soggetto di tanto rumore. Allorchè arrivò Caracalla alla fortezza de' pretoriani, andò diritto al luogo, dove stavano le insegne e gl'idoletti loro, fatto a guisa di cappella; e quivi prostrato a terra, fece vista di ringraziar il cielo che gli avesse salvata la vita. Corsero colà tutti i soldati, ansiosi di sapere che novità era quella; ed egli sempre parlando con parole ambigue di pericoli, d'insidie a lui tese, a poco a poco finalmente arrivò a far loro intendere che non aveano più se non un padrone. Poscia, per amicarseli, promise loro un regalo di duemila e cinquecento dracme per testa, e la metà di più del grano solito darsi loro: di maniera che in un sol dì egli dissipò tutti i tesori ammassati in diciotto anni colla crudeltà e rapacità da suo padre. Permise anche ai soldati di andare a spogliar vari templi delle cose preziose. Tanta prodigalità di Caracalla, ancorchè si venisse da lì a poco a scoprire il fratricidio, quetò gli animi di coloro, chenon solamente proclamarono luiImperadore, ma dichiararono nemico pubblico l'estinto Geta.
Fermossi tutta la notte Caracalla nel campo dei pretoriani[Spartianus, in Caracalla.], e la mattina seguente accompagnato da tutto l'esercito in armi più del solito, portando egli stesso la corazza sotto le vesti, si portò al senato, facendovi anche entrare parecchi soldati con volere che sedessero. Parlò delle insidie in varie guise a lui tese dal nemico fratello, da cui anche ultimamente poco era mancato che non fosse stato ucciso a tradimento; ma che egli, in difendendo sè stesso, aveva ammazzato l'altro. Se crediamo ad Erodiano[Herodian., lib. 4.], parlò anche con asprezza e volto fiero contro gli amici di Geta. Dione[Dio, lib. 77.]nol dice, e nè pure Sparziano. Amendue bensì attestano, che all'uscir della curia rivolto a senatori:Ascoltate, disse,una cosa che rallegrerà tutto il mondo. Io fo grazia a tutti i banditi e relegati nelle isole.Con che egli venne a riempiere Roma di scellerati e malviventi, per poi popolar quelle medesime isole di persone innocenti. Tornossene Caracalla dal senato al palazzo, accompagnato di qua e di là daPapinianoe daFabio Cilone, che gli davano di braccio, e sembravano due suoi cari fratelli, ma per far in breve un'altra ben diversa figura. Comandò poi che al cadavero dell'ucciso Geta fosse fatto un solenne funerale[Spartianus, in Geta.], e che gli fosse data sepoltura nel sepolcro dei Settimii nella via Appia. Di là fu poi esso trasportato nel mausoleo di Adriano. Che egli allora fosse deificato, lo scrive taluno, ma non se ne trovano sufficienti prove. Tutto ciò fece Caracalla per isminuir, se poteva, l'universale odiosità cheegli s'era tirata addosso con sì nero misfatto. Non istarò io qui a raccontare i presagii della morte violenta di Geta, che Sparziano, fecondo di tali osservazioni, poco per lo più degne di fede, lasciò scritti. Dirò bensì che Dio anche in vita punì Caracalla, perchè egli ebbe sempre davanti agli occhi l'orrido aspetto del fratello svenato[Dio, in Excerpt. Valesianis.], e dormendo se gli presentavano sempre, degli oggetti spaventevoli, e pareagli di vedere or esso suo fratello, ed ora il padre, che colla spada sguainata gli venivano alla vita. Scrive Dione, che, per trovar rimedio a questo interno flagello, ricorse fino alla magia, e che gli comparvero l'ombre di molti, fra le quali solamente quella di Commodo gli disse:Va, che t'aspetta il patibolo.Ne creda il lettor quel che vuole. Certo è bensì che questi tetri fantasmi gli guastarono a poco a poco la fantasia, talmente che il vedremo furioso. Ed egli non mancò di visitar i templi de' suoi dii, dovunque egli andava, e di mandarvi dei doni per quetar pure tante interne agitazioni; ma tutto fu indarno. Il bello era[Spartianus, in Geta.]che non udiva mai ricordarsi il nome di Geta, non ne mirava mai il ritratto, o le statue di lui, che non gli venissero le lagrime agli occhi. Ma o egli fingeva questo dolore, o pur egli ad ogni soffio di vento mutava affetti e voleri. Io mi riserbo di parlare all'anno seguente dell'incredibil sua crudeltà contro la memoria del fratello, benchè più propriamente appartengano al presente anno tutte quelle sue barbare azioni. E qui dirò unicamente ch'egli fece rompere tutte le statue di lui, ed anche fondere la moneta, dove era il suo nome.
Consoli
Marco Aurelio Antonino Caracalla Augustoper la quarta volta eDecimo Celio Balbinoper la seconda.
Per alcune ragioni da me altrove[Thesaur. Novus Inscript., pag. 356.]accennate, sufficiente motivo abbiamo di dubitare se il secondo console fosseBalbinoo pureAlbino. CheMarco Antonino Gordiano, il qual fu poi imperadore, venisse nel presente anno sostituito console a Balbino, pare che si ricavi da Capitolino[Capitol., in Giordano.]. Ma un'iscrizione scorretta del Grutero[Gruterus, Thesaur. Inscript., p. 44, n. 2.]ci fa veder Balbino tuttavia console nel dì 3 di novembre; e però resta dubbiosa la cosa. CheElvio Pertinace, figliuolo del fu Pertinace Augusto, fosse anch'egli promosso in quest'anno al consolato, come stimarono il Panvinio[Panvin., in Fastis Cons.]e il Relando[Reland., in Fastis Consular.], molto più dubbioso, per non dir falso, a me comparisce. Debbo io qui ora accennare le immense crudeltà esercitate dall'inumano Caracalla nel precedente anno, e parte ancora in questo; ma quasi mi cade di mano la penna per l'orrore: tanto fu il sangue innocente sparso da quel mostro Augusto. Vanno concordi gli antichi storici[Dio, lib. 77. Herodianus, lib. 4. Spartianus, in Caracalla.]in asserire ch'egli sfogò la bestiale sua rabbia contro chiunque era stato o domestico o amico o in qualsivoglia maniera parziale allo ucciso fratello. Quanti nella numerosa corte di esso Geta, o liberti, o schiavi, o cortigiani d'altra specie, si trovarono, tutti furono messi a fil di spada; nè si perdonò a donne e fanciulli. Fino gli atleti, gl'istrioni, i gladiatori e qualunque altra persona che avesse servito aldivertimento degli occhi o degli orecchi di Geta, e fin que' soldati che stettero alla sua guardia, perderono la vita. Questo macello si andava facendo di notte, e, venuto il dì, si portavano i lor cadaveri fuori della città. Dione conta venti mila persone sacrificate in questa maniera dal furore tirannico di Caracalla. Sparziano aggiugne che furono innumerabili. Bastava che s'indicasse un qualche filo di attaccamento avuto con Geta, vero o falso che fosse, perchè si desse la sentenza di morte. Nè i suoi fulmini si fermarono senza percuotere anche l'alte torri. Era in que' tempi riputato l'arca del sapere legale il celebrePapiniano, stato già prefetto del pretorio, verso il quale poco fa vedemmo usate tante finezze da Caracalla. Non altro reato di lui si trovava che il glorioso di aver fatto il possibile per rimettere la concordia fra i due fratelli Augusti. V'ha nondimeno chi scrive[Zosimus., Histor., lib. 1.], esser egli caduto in disgrazia di Caracalla, perchè, chiestagli un'orazione da recitare in senato per sua discolpa, egli generosamente rispondesseche non era tanto facile lo scusare un fratricidio, come il commetterlo; ed essere un secondo delitto l'accusare un innocente, dopo avergli tolta la vita. Sparziano[Spartianus, in Caracalla.]crede ciò un sogno de' politici. Fuori bensì di dubbio è che Papiniano fu ammazzato per ordine di Caracalla, il qual poi riprese l'uccisore, perchè, nell'ucciderlo, si fosse servito della scure in vece della spada, strumento di morte riservato per la gente nobile. Un figliuolo di esso Papiniano, che era allora questore, e tre giorni prima avea fatto grande spesa in alcuni magnifici spettacoli, fu anch'egli tolto dal mondo. Abbiam veduto ancoraLucio Fabio Cilone, stato due volte console e prefetto di Roma, in auge di gran credito e fortuna. Caracalla il chiamava suo padre, perchè lo avea avuto per suo aio in gioventù; eraanche creduto il suo braccio diritto; ma niun si potea fidare del capo stravolto di un tale imperadore[Spartianus, in Caracalla. Dio, lib. 77.]. Perchè anch'egli avea persuasa l'union de' fratelli, Caracalla mandò un tribuno con alcuni soldati per tagliargli il capo. Costoro nol trovarono tosto; e si perderono a svaligiar le argenterie, i danari e gli altri preziosi mobili delle sue stanze. Coltolo poi al bagno, così com'era in camicia e in pianelle, il menarono per mezzo la città con disegno di ucciderlo nel palazzo, maltrattandolo intanto con pugni sul viso per la strada. La plebe e i soldati della città, al vedere in sì compassionevole stato un personaggio di tanta stima, alzarono un gran rumore e fecero sedizione. Avvisatone Caracalla, per quietare il tumulto, avendo paura di peggio, gli venne incontro, e, cavatasi la sopravveste militare, la pose indosso al quasi nudo Cilone, gridando:Lasciate stare mio padre; non vogliate toccare il mio aio.Fece poi morire quel tribuno co' soldati ch'erano iti per ucciderlo, fingendoli rei, per avere insidiato alla vita di un sì degno personaggio, ma con essersi comunemente creduto che li gastigasse per non averlo ucciso. Di altri nobili e senatori uccisi parlano Dione, Erodiano e Sparziano, facendone un fascio; ma verisimilmente non tulle quelle stragi appartengono ai due suoi primi anni. E qui non si dee tacer quella diQuinto Sereno Sammonico, uno de' più insigni letterati uomini di questi tempi, compositore di moltissimi libri, che son quasi tutti periti[Spartianus, in Caracalla. Capitolinus, in Giordano.], e che possedeva una biblioteca di sessantadue mila volumi, donati poi da suo figliuolo al secondo dei Giordani Augusti. Forse perchè Geta si dilettava forte della lettura dei di lui libri, Caracalla la prese con lui. Si trovava l'infelice Sammonico a cena quando gli arrivarono i sicarii che gli spiccarono la testa dal busto.
Consoli
MessallaeSabino.
Non è certo, come vuole il Relando[Reland., Fast. Cons.], cheMessallaportasse il nome diSilio; nè questi potè essere quelSilia Messallache Dione mette console nell'anno 193 sotto Giuliano, perchè sarebbe appellato consoleper la seconda volta. Tornando ora a Caracalla, volle egli, non so ben dire se in questo o nel precedente anno, rallegrare il popolo romano con degli spettacoli[Herod., lib. 4. Dio, lib. 77.], cioè con cacce di fiere, combattimenti di gladiatori e corse di cavalli. Ma quivi ancora ebbe luogo la sua crudeltà, mostrando il suo piacere nel vedere i gladiatori scannarsi l'un l'altro. Si sa[Spartianus, in Caracalla.]che, quando egli era fanciullo, pareva così inclinato alla clemenza, che non si poteva immaginare di più; perchè, vedendo uomini esposti alle fiere, si metteva a piangere, e voltava il viso altrove. E un dì, perchè uno de' fanciulli che giocavano seco fu aspramente battuto, per essersi scoperto attaccato alla religion giudaica (probabilmente vuoi dire Sparziano la cristiana), egli non guardò mai più di buon occhio il padre di esso fanciullo, o pur colui che l'avea sferzato. Ma, fatto grande, cangiò ben costumi e natura, e sua delizia divenne lo spargimento e la vista del sangue. Fra gli altri gladiatori che in que' giuochi perirono, uno fu Batone, forzato da lui a combattere nello stesso dì con tre altri di fila. Restò egli ucciso dall'ultimo, ma ebbe la consolazione che il pazzo imperadore gli fece una magnifica sepoltura. Un altro di essi gladiatori, appellato Alessandro, gli fu sì caro, che a lui innalzò molte statue in Roma ed altrove. Nelle corse poi deicavalli, perchè alcuni del popolo dissero qualche burla contro ad uno de' carrettieri da lui favoriti, ordinò a tutti i soldati di ammazzar chiunque avea parlato. Non conoscendosi i rei di questo gran delitto, restarono molti innocenti uccisi, e gli altri con denari riscattarono la lor vita. Ma perciocchè Roma era divenuta per lui un teatro di nere immaginazioni, se ne partì Caracalla, non già nel precedente, ma nel presente anno, perchè si ha una sua legge[L. Si hi quos servos., C. de libera causa.]data in Roma nel dì 5 di febbraio. Prese il pretesto di visitar le provincie, e di levar dall'ozio le milizie[Spartianus, in Caracalla.]. Andò nella Gallia, ed appena arrivato colà, fece morir il proconsole della provincia narbonese, sconvolse tutti quei popoli, guastò i privilegii delle città, e si comperò l'odio di ognuno. Ammalatosi quivi, guarì, e trattò poi crudelmente que' medici che l'aveano curato. Di là passò nella Germania. Che prodezze egli facesse in quelle parti, non è ben noto. Scrive Sparziano ch'egli verso la Rezia ammazzò molti Barbari, e soggiogò i Germani. Certo è[Dio, in Excerptis Valesianis.]che una specie di guerra fu da lui fatta contra dei Catti e degli Alemanni o Alamanni, il nome de' quali si comincia ad udire in questi tempi. Se crediamo ad Erodiano[Erodian., lib. 4.], fece Caracalla una bellissima figura fra i suoi soldati, perchè andava vestito da fantaccino, era de' primi ad alzar terreno, a far ponte, marciava a piedi coll'armi, mangiava poveramente al pari di essi, con altre simili scene di bravura. Dione[Dio, lib. 77, et in Excerp. Valesianis.]confessa anch'egli che la funzion di soldato seppe farla, fingendo nondimeno più di quel che era; ma non già quella di generale; e ch'egli in quella spedizione si fece assai ridere dietro dai popoli della Germania. Venivano i lor deputati fin dall'Elba per dimandar pace, ma nello stesso tempo dimandavano danaro; e Caracalla, dopo averfatta qualche rodomontata, li pagava bene, ed accordava loro delle pensioni, comperando a questo prezzo la loro amicizia. Anzi si cominciò ad affratellar cotanto con loro, che si vestiva alla lor moda, portava parrucca bionda, per assomigliar i loro capelli, e venne fino ad arrolar nelle sue schiere, ed anche nelle sue guardie, moltissimi di loro, con fidarsi da lì innanzi più di essi che dei soldati romani. Trattava anche in segreto alle volte con quei deputati, non essendovi presenti che gl'interpreti, a' quali fece poi levar la vita, affinchè non rivelassero le sue conferenze. In somma, o per diritto o per rovescio, tanto egli fece, che prese il titolo diGermanico, il quale comincia a vedersi nelle monete[Mediobarbus, in Numismat. Imperator.]di questi tempi. Truovasi anche appellatoImperadore per la terza volta, che non dà un sicuro indizio di vittoria, trattandosi di questo general da commedia.
Consoli
Letoper la seconda volta eCereale.
Un'iscrizione, probabilmente spettante a questoLetoconsole, e da me riferita nella mia Raccolta[Thesaurus Novus Inscription., pag. 353, num. 4.], se fosse a noi pervenuta ben intera, forse ci scoprirebbe ch'egli fu della famigliaCatia. Altri nomi loro dati dagl'illustratori de' Fasti, per essere dubbiosi, io li tralascio. Sparziano scrive[Spartianus, in Caracalla.]che unLeto, il quale era stato il primo a consigliar Caracalla di uccidere Geta, fu anche il primo forzato a morir col veleno, a lui inviato dallo stesso Caracalla; e però non dovrebbe essere questo che fu ora console. Dalla Germania, secondo il medesimo Sparziano, passò Caracalla nella Dacia, oggidì Transilvania, e vi sifermò qualche tempo; con far ivi qualche scaramuccia coi Geti, appellati poi più comunemente Goti, e pare che ne riportasse vittoria.Elvio Pertinace, figlio del fu Pertinace Augusto, prese di qua motivo nell'anno seguente di dire un motto pungente; perchè, nominandosi i titoli dati a Caracalla diGermanico,Partico,ArabicoedAlemannico;aggiugnetevi, diss'egli,anche quello di Getico Massimo, come a lui dovuto per aver debellato i Geti, tacitamente nondimeno alludendo alla morte da lui data a Geta suo fratello. Forse non è vero ch'egli facesse guerra coi Geti, ma è ben da credere vero quel motto. Sappiamo che questoPertinacefu fatto morire da Caracalla, e non già per questa puntura a lui riferita. Spanciano scrive che gli tolse la vita perchè era figliuolo di un imperadore. Ma come mai aspettò egli tanto? Forse fu in que' medesimi tempi che egli mandò all'altro mondoClaudio Pompeiano, nato daLucilla, figliuola di Marco Aurelio Augusto, e daPompeiano, cioè da un padre stato due volte console, e bravo generale di armate[Herodianus, lib. 4.]. Incamminossi poi Caracalla per la Mesia nella Tracia. La vicinanza della Macedonia produsse un mirabil effetto, perchè fece diventar questo Augusto un novello Alessandro. Se gli mancò il capo e il valore di quel gran conquistatore, non gli mancò già l'esterno di lui portamento. Si vestì egli alla macedonica, e poi scrisse al senato che gli era entrata in corpo l'anima di Alessandro, e per questo volea essere chiamatoAlessandro Orientale. Da tali azioni che conseguenza sia per tirare il lettore, io non istarò a cercarlo. Inoltre della più scelta gioventù della Macedonia formò una brigata di fanteria, a cui diede il nome di falange macedonica, di sedici mila persone, tutte armate nella guisa che anticamente furono le truppe di Alessandro. Volle inoltre che si alzassero statue per tutte le città in onor di esso Alessandro,e massimamente nel Campidoglio e in ogni tempio di Roma. Moveva il riso il vedere in varii luoghi immagini dipinte che con un sol corpo in due differenti viste rappresentavano la faccia di Alessandro il Macedone e di Caracalla.
Volendo poi passare il Bosforo di Tracia per entrar nell'Asia[Spartianus, in Caracalla.], fu in pericolo di fare naufragio, essendosi rotta l'antenna della sua nave; ma si salvò nello schifo. Racconta Dione[Dio, lib. 77.], che essendo giunto a Nicomedia, dove passò il verno di quest'anno, la sua vita era questa. Facea sapere ai senatori che l'accompagnavano (uno de' quali era lo stesso Dione) che alla levata del sole fossero pronti, perchè volea tener ragione e trattar degli affari spettanti al pubblico bene; e li facea aspettar fino a mezzodì, e talvolta fino a sera, senza mai lasciarsi vedere. Ed egli intanto si dava bel tempo col carrozzare, ammazzar bestie, addestrarsi ai combattimenti de' gladiatori, e col bere ed ubbriacarsi. Alla presenza degli stessi senatori mandava piatti di vivande e bicchieri di vino ai soldati ch'erano di guardia. Finalmente si lasciava pur vedere per isbrigar qualche causa, per lo più mezzo ubbriaco ed appena udite poche parole, voleva che si decidesse. Teneva in sua corte un eunuco spagnuolo, deforme al maggior segno non men di corpo che di costumi, creduto uno stregone, e fabbricator di veleni, che facea da padrone sopra il senato. Dappertutto manteneva spie che gli riferivano quel di vero o di falso che lor piaceva, senza parteciparlo al suo consiglio; volendo egli gastigar le persone senza saputa de' ministri: il che cagionava una somma confusion di cose, ed era seminario di molte ingiustizie. In tutti poi questi suoi viaggi pareva che avesse tolto di mira i senatori, per ridurli in camicia, volendo che a loro spese (cioè, per quanto io credo, della repubblica) fabbricassero per istradaalloggi e case di molto costo, la maggior parte delle quali a nulla servirono, e nè pur erano da lui vedute. E dovunque egli s'immaginava di dover dimorare nel verno, esigeva che gli si edificassero anfiteatri e circhi; e questi appresso si distruggevano. Che s'egli impoveriva il senato e maltrattava i senatori, era poi tutto cortesia verso i soldati, e consisteva la sua gran premura in regalarli con prodigalità incredibile. Nelle monete[Mediobarb., in Numismat. Imper.]di quest'anno si vede esaltata la di luiliberalità VII,VIIIeIX, senza fallo usata verso le milizie. Largamente poi spendeva in bestie fiere o mansuete, e in cavalli[Dio, lib. 77.], per far la caccia di quelle, o per correre alla disperata con gli altri in cocchio. Volta vi fu ch'egli uccise di sua mano cento cignali. E facendo le sue carriere, diceva d'imitare il sole, gloriandosi forte di non esser da meno di lui. Costrigneva poscia i suoi cortigiani e gli altri ricchi a rappresentar degli spettacoli con gravissima loro spesa, e vigliaccamente ancora dimandava ad essi del danaro quando n'era senza. Tale fu la sua maniera di vivere finchè regnò; e per questo suo scialacquare non si può dire quante gabelle nuove egli mettesse, quante estorsioni facesse; di maniera che egli in quei pochi anni diede il guasto a tutto l'imperio romano, e desolò le provincie. E diceva spesso di non abbisognar di cosa alcuna, fuorchè di danaro, da impiegarsi poi, non già in gratificar chi lo meritava, ma solamente per arricchir soldati e regalar adulatori. AGiunio Paolinodonò egli un dì dieci mila scudi d'oro, perchè gli disse, chequando anche fingeva d'essere in collera, sapea farlo sì bene, che si credea veramente incollerito.Giulia Augustasua madre, che gli tenne sempre compagnia in questi viaggi, non si guardò dal riprenderlo, perchè gittasse tanti tesoriin seno ai soldati, con essersi ridotto a non aver più un soldo di tanti danari giustamente o ingiustamente esatti; ed egli:Non dubitate, o madre(rispose mostrandole la spada),finchè questa durerà, non mancheranno danari. Tanto poi si mostrò spasimato per la memoria di Alessandro il Grande questo nuovo Alessandro, che, essendosi compiaciuto un dì in vedere un tribuno di soldati saltar molto snello a cavallo, gli dimandò di che paese fosse:Macedone, rispose egli. E il vostro nome?Antigono. E quello del padre?Filippo. Allora disse Caracalla:Ho tutto quel ch'io voleva; e il fece salire a più alto posto, e da lì a poco il creò senatore e pretore. Fu proposta davanti a lui la causa d'un certo Alessandro, non già Macedone, reo di molti misfatti. Perchè l'accusatore di tanto in tanto andava dicendo:Alessandro omicida; Alessandro odiato dagli dii. Caracalla, quasi che si parlasse di lui, saltò su gridando:Se non la dismetti di trattar così il nome di Alessandro, ti farò andar per le poste all'altro mondo. Conduceva anche seco molti elefanti, perchè ancor questo conveniva ad un vero imitator d'Alessandro e di Bacco. Ed ecco in quali mani era caduto in questi tempi il misero imperio romano. Furono nell'anno presente, se dice il vero Eusebio[Eusebius, in Chron.], terminate in Roma le terme antoniane, fabbricate d'ordine d'esso Caracalla. Sparziano[Spartianus, in Severo.]fa un bell'elogio di quell'edifizio, mirabile non meno per la magnificenza che per la bellezza dell'architettura. Resta ancora accertato, che laddove in addietro si contava per grazia grande il conseguire la cittadinanza di Roma, questo imperadore con suo decreto la diede a tutte le città del romano imperio: intorno a che molto hanno parlato i letterati illustratori delle cose romane.