LXII

Consoli

Publio Mario CelsoeLucio Asinio Gallo.

Perchè Tacito sul principio di questo anno nominaGiunio Marullo, console disegnato, il quale poi non apparisce console, perciò possiam credere ch'egli fosse sostituito ad alcun d'essi consoliordinari, oppure all'uno degli straordinari, succeduti nelle calende di luglio, i quali si tiene che fosseroLucio Anneo Senecamaestro di Nerone, eTrebellio Massimo. Nel gennaio dell'anno presente[Tacitus, lib. 14, cap. 48.]accusato fu e convintoAntistio Sostanopretore, d'aver composto dei versi contro l'onor di Nerone. I senatori più vili, fra' qualiAulo Vitellio, che fu poi imperadore, conchiusero dovuta la pena della morte a questo reato. Non osavano aprir bocca gli altri. Il soloPeto Trasearuppe il silenzio, sostenendo che bastava relegarlo in un'isola, e confiscargli i beni, nel qual parere venne il resto dei senatori. Nondimeno fu creduto meglio di udir prima il sentimento di Nerone, il quale mostrò bensì molto risentimento contra d'Antistio, eppur si rimise al senato, con facoltà ancora di assolverlo. Si eseguì la sentenza del bando. In quest'anno ancora il suddetto Trasea, uomo di petto, e rivolto sempre al pubblico bene, propose che si proibisse ai popoli delle provincie il mandare i lor deputati a Roma, per far l'elogio dei loro governatori; perchè questo onore sel procuravano i magistrati colla troppa indulgenza, e col permettere ai popoli delle indebite licenze, per non disgustarli. L'ultimo anno fu questo della vita diBurro prefetto del pretorio, uomo d'onore e di petto, che avea finquì trattenuto Nerone dall'abbandonarsi affatto ai suoi capricci, e massimamente alla crudeltà. Restò in dubbio s'egli morisse, di mal naturale, oppure di veleno, per quanto ne scrive Tacito[Tacitus, ibid., cap. 51.]; poichè, per conto di Svetonio[Sueton., in Nerone, cap. 35.]e di Dione[Dio, lib. 61.], amendue crederono che Nerone, rincrescendogli ormai d'aver un soprastante che non si accordava con tutti i suoi voleri, il facesse prima del tempo sloggiar dal mondo. Gran perdita fece in lui il pubblico, e molto più, perchè Nerone in vece d'unocreò due altri prefetti del pretorio, cioèFenio Rufo, uomo dabbene, ma capace di far poco bene per la sua pigrizia, eSofonio Tigellino, uomo screditato per tutt'i versi, ma carissimo per la somiglianza de' depravati costumi a Nerone. Con questo iniquo favorito cominciò Nerone ad andare a vele gonfie verso la tirannia e pazzia. Allora fu, cheSenecaconobbe che non era più luogo per lui presso di un principe, il quale si lascerebbe da lì innanzi condurre dai consigli de' cattivi, e già cominciava a dimostrar poca confidenza a lui. Il pregò dunque di buona licenza, per ritirarsi a finir quietamente i suoi giorni, con offerirgli ancora tutto il capitale de' beni a lui finquì pervenuti o per la munificenza del principe, o per industria propria[Sueton., in Nerone, c. 35.]. Nerone con bella grazia gliela negò, ed accompagnò la negativa con tenere espressioni d'affetto e di gratitudine, giungendo sino a dirgli di desiderar egli piuttosto la morte, che di far mai alcun torto ad un uomo, a cui si professava cotanto obbligato. Quel che potè dal suo canto Seneca; giacchè non si fidava di sì belle parole; fu di ricusar da lì innanzi le visite, di non volere corteggio nell'uscire di casa; il che era anche di rado, fingendosi mal concio di salute, ed occupato da' suoi studi. Si ridusse ancora a cibarsi di solo pane ed acqua e di poche frutta, o per sobrietà o per paura del veleno.

Già dicemmo, cheOttaviafigliuola di Claudio Augusto, e moglie di Nerone, era per la sua saviezza e pazienza un'adorabile principessa; ma non già agli occhi di Nerone, troppo diverso da lei d'inclinazione e di costumi. Certamente egli non ebbe mai buon cuore per lei, e dacchè introdusse in cortePoppea Sabina, cominciò anche ad odiarla[Tacit., lib. 14, c. 60. Dio, lib. 61. Suetonius, c. 35.]per le continue batterie di quell'impudica, che non potea stabilire la sua fortuna se non sulle rovine d'Ottavia. Tanto disse, tantofece questa maga che in quest'anno, col pretesto della sterilità di essa Ottavia, Nerone la ripudiò, e da lì a pochi dì arrivò Poppea all'intento suo di essere sposata da lui. Nondimeno qui non finì la guerra. Poppea, sovvertito uno de' familiari di Ottavia, la fece accusar di un illecito commercio con un suonatore di flauto, nominato Eucero. Furono perciò messe ai tormenti le di lei damigelle, ed estorta da alcune con sì violento mezzo la confession del fallo; ma altre sostennero con coraggio l'innocenza della padrona, e dissero delle villanie a Tigellino, ministro non meno di questa crudeltà, che della morte data poco innanzi aSillae aRubellio Plautogià mandati da Nerone in esilio. Fu relegataOttavianella Campania, e messe guardie alla di lei casa, per tenerla ristretta. Ma perciocchè il popolo, che amava forte questa buona principessa, apertamente mormorava di sì aspro trattamento, la fece Nerone ritornare a Roma. Pel suo ritorno andò all'eccesso la gioia del popolo, perchè, ruppe le statue alzate in onor di Poppea, e coronò di fiori quelle di Ottavia, con altre pazzie d'allegria sediziosa; di che diede motivo a Poppea di caricar la mano contra dell'odiata principessa, persuadendo a Nerone che il di lei credito era sufficiente a rovesciare il suo trono. Fu perciò chiamato a corte l'indegno Aniceto, che già avea tolta di vita Agrippina, acciocchè servisse ancora ad abbattere Ottavia, col fingere d'aver tenuta disonesta pratica con lei. Perchè gli fu minacciata la morte, se ricusava di farlo, ubbidì. Promossa l'infame accusa colla giunta d'altre inventate dal maligno principe di aborto procurato, di ribellioni macchinate, l'infelice principessa, in età di soli ventidue anni, venne relegata nell'isola Pandalaria, dove passato poco tempo Nerone le fece levar la vita, e portar anche il suo capo a Roma, acciocchè l'indegna Poppea s'accertasse della verità del suo crudel trionfo. Di tante iniquità commesse da Nerone, forseniuna riuscì cotanto sensibile al popolo romano, come il miserabil fine d'una sì saggia ed amata principessa, la quale portava anche il titolo di Augusta, e massimamente al vederla condannata per così patenti ed indegne calunnie. La ricompensa ch'ebbe Aniceto dell'indegna sua ubbidienza, fu di essere relegato in Sardegna, dove ben trattato terminò poscia con suo comodo la vita. Pallante, già potentissimo liberto sotto Claudio, morì in quest'anno, e fu creduto per veleno datogli da Nerone, affin di metter le griffe sopra le immense di lui ricchezze.

Consoli

Publio Mario CelsoeLucio Asinio Gallo.

Erano tuttavia imbrogliati gli affari dell'Armenia, dacchè Nerone avea colà inviato col titolo di reTigrane[Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 1.].Vologesore de' Parti persisteva più che mai nella pretension di quel regno, per coronarneTiridatesuo fratello, che gliene faceva continue istanze. Ma andava titubando, finchè Tigrane il fece risolvere a dar di piglio all'armi, per aver egli fatta un'incursione nel paese degli Adiabeni o sudditi o collegati de' Parti. Dopo aver dunque Vologeso coronato Tiridate come re dell'Armenia, e somministratogli un possente esercito per conquistar quel paese, si diede principio alla guerra.Corbulone, governator della Siria, in aiuto di Tigrane spedì due legioni, e nello stesso tempo scrisse a Nerone, rappresentandogli il bisogno d'un altro generale, per accudire alla difesa dell'Armenia mentre egli dovea difendere le frontiere della sua provincia. Nerone v'inviòLucio Cesennio Peto, uomo consolare, cioè ch'era stato console: il che ha fatto adalcuni crederlo lo stesso cheCaio Cesennio Peto, da noi veduto console nell'anno superiore 61 di Cristo, ma che da altri vien tenuto per personaggio diverso. Intanto i Parti, entrati nell'Armenia, posero l'assedio ad Artasata capital di quel regno, dove s'era ritirato Tigrane, che non mancò di fare una valorosa difesa. Corbulone allora inviò Casperio centurione a Vologeso, per dolersi dell'insulto che si facea ad un regno dipendente dai Romani, minacciando dal suo canto la guerra ai Parti, se non desistevano da quelle violenze. Servì quest'ambasciata ad inchinar Vologeso a' pensieri di pace, ed avendo chiesto di mandare a Nerone i suoi legati per trattarne, e pregarlo di conferire lo scettro dell'Armenia a Tiridate suo fratello, accettata fu la di lui proferta, con patto di far cessare l'assedio di Artasata: il che ebbe esecuzione. Ma non è ben noto, che convenzione segreta seguisse allora fra Corbulone e Vologeso, avendo alcuni creduto che tanto i Parti quanto Tigrane avessero da abbandonar l'Armenia. Venuti a Roma gli ambasciatori di Vologeso, nulla poterono ottenere; e però il Parto ricominciò la guerra in tempo che Cesennio Peto giunse al governo dell'Armenia, uomo di poca provvidenza e sapere in quel mestiere, ma che si figurava di poter fare il maestro agli altri. Prese Peto alcune castella, passò anche il monte Tauro, pensando a maggiori conquiste; ma, all'avviso che Vologeso veniva con grandi forze, fu ben presto a ritirarsi, ed a lasciar gente ne' passi del monte suddetto, per impedir l'accesso de' nemici, con iscrivere intanto più e più lettere a Corbulone, che venisse a soccorrerlo. Forzò Vologeso i passi: a Peto cadde il cuore per terra, perchè avea troppo divise le sue genti, e colto fu con due sole legioni. Però spedì nuove lettere ad affrettar Corbulone, il quale intanto avendo passato l'Eufrate, marciava a gran giornate verso la Comagene o la Cappadocia, per entrar poi nell'Armenia, Nulladimenopoco giovarono gli sforzi di Corbulone. In questo mentre Vologeso strinse il picciolo esercito di Peto, molti ne uccise; e tal terrore mise al capitano de' Romani, ch'egli solamente pensò a comperarsi la salvezza con qualunque vergognosa condizione che gli fosse esibita. Dimandando dunque un abboccamento con gli uffiziali di Vologeso, restò conchiuso, che l'armi romane si levassero da tutta l'Armenia, e cedessero ai Parti tutte le castella e munizioni da bocca e da guerra; e che poi Vologeso se l'intenderebbe coll'imperador Nerone pel resto. Le insolenze dei Parti furono poi molte; vollero entrar nelle fortezze prima che ne fossero usciti i Romani; affollati per le strade, dove passavano i Romani, toglievano loro schiavi, bestie e vesti; ed i Romani come galline lasciavano far tutto per paura che menassero anche le mani. Tanto marciarono le avvilite truppe, che piene di confusione arrivarono finalmente ad unirsi con quelle di Corbulone, il quale, deposto per ora ogni pensier dell'Armenia, se ne tornò alla difesa della Siria sua provincia.

Secondochè abbiam da Tacito, tutto ciò avvenne nel precedente anno. Dione ne parla più tardi. Nella primavera del presente comparvero gli ambasciatori diVologeso, che chiedevano il regno dell'Armenia perTiridate;ma senza ch'egli volesse presentarsi a Roma. Seppe allora Nerone da un centurione, venuto con loro, come stava la faccenda dell'Armenia, perchè Cesennio Peto gliene avea mandata una relazion ben diversa. Parve a Nerone ed al senato che Vologeso si prendesse beffa di loro, e perciò rimandati gli ambasciatori di lui senza risposta, ma non senza ricchi regali, fu presa la risoluzione di far guerra viva ai Parti. Richiamato Peto, tremante fu all'udienza di Nerone, il quale mise la cosa in facezia, dicendogli, senza lasciarlo parlare, «che gli perdonava tosto, acciocchè essendo egli sì pauroso, non gli saltasse la febbre addosso.» Andò ordine a Corbulonedi muovere l'armi contro de' Parti, e gli furono inviati rinforzi di nuove truppe e reclute; laonde egli passò alla volta dell'Armenia. Tuttavia non ebbe dispiacere che venissero a trovarlo gli ambasciatori di Vologeso, per esortarli a rimettersi alla clemenza di Cesare. S'impadronì poi di varie castella, e diede tale apprensione ai Parti, cheTiridatefece premura di abboccarsi con lui. Mandati innanzi gli ostaggi romani, Tiridate comparve al luogo destinato; e veduto Corbulone, fu il primo a scendere da cavallo, e seguirono amichevoli accoglienze e ragionamenti, nei quali Tiridate restò di voler riconoscere dall'imperador romano l'Armenia, e che verrebbe a Roma a prenderne la corona, qualora piacesse a Nerone di dargliela: del che Corbulone gli diede buone speranze. In segno poi della sua sommessione andò Tiridate a deporre il diadema a piè dell'immagine dell'imperadore, per ripigliarla poi dalle mani del medesimo Augusto in Roma. Noi non sappiamo che divenisse diTigrane, re precedente dell'Armenia[Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 23.]. Nacque nell'anno presente a Nerone una figliuola da Poppea, fatta andare apposta a partorire ad Anzo, perchè quivi ancora venne alla luce lo stesso Nerone. Ad essa e alla madre fu dato il cognome di Augusta; e il senato, pronto sempre alle adulazioni, decretò altri onori ad amendue, ed ordinò varie feste. Ma non passarono quattro mesi, che questo caro pegno sel rapì la morte. Nerone, che per tale acquisto era dato in eccessi di gioia, cadde in altri di dolore per la perdita che ne fece. Si fecero in quest'anno i giuochi de' gladiatori, e si videro anche molti senatori e molte illustri donne combattere: tanto innanzi era arrivata la follia de' Romani.

Consoli

Caio Lecanio BassoeMarco Licinio Crasso.

Andò in quest'anno Nerone a Napoli[Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 33.]per vaghezza di far sentire a quei popoli nel pubblico teatro la sua canora voce. Grande adunanza di gente v'intervenne dalle vicine città, per udire un imperadore musico, un usignolo Augusto. Ma occorse un terribile accidente, che nondimeno a niun recò danno. Appena fu uscita tutta la gente ch'esso teatro cadde a terra. Pensava quella vana testa di passar anche in Grecia, e in altre parti di Levante, per raccogliere somiglianti plausi; ma poi si fermò in Benevento, nè andò più oltre, senza che se ne sappia il motivo. Fra questi divertimenti fece accusarTorquato Silano, insigne personaggio, discendente da Augusto per via di donne. Il suo reato era di far troppa spesa per un particolare; ciò indicar disegni di perniciose novità. Prima di essere condannato, egli si tagliò le vene. Tornato a Roma Nerone, volle dare una cena sontuosa nel lago di Agrippa, come ha Tacito. Dione[Dio, lib. 61.]scrive ciò fatto nell'anfiteatro, dove, dopo una caccia di fiere, introdusse l'acqua per un combattimento navale; e, dopo averne ritirata l'acqua, diede una battaglia di gladiatori; e finalmente, rimessavi l'acqua, fece la cena. N'ebbe l'incombenza Tigellino. V'erano superbe navi ornate d'oro e d'avorio, con tavole coperte di preziosi tappeti, e all'intorno taverne disposte in gran numero con delicati cibi preparati per ognuno. Canti, suoni dappertutto, ed illuminata ogni parte. Concorso grande di plebe e di nobiltà, tanto uomini che donne, e tutta la razza delle prostitute. CheBabilonia d'infamità e di lascivie si vedesse ivi, nol tacquero gli antichi, ma non è lecito alla mia penna il ridirlo. A questa abbominevole scena ne tenne dietro un'altra, ma sommamente terribile e funesta[Tacit., Annal., lib. 15, c. 38. Dio, lib. 61. Suet., in Ner., c. 38.]. Attaccossi o fu attaccato nel dì 19 di luglio il fuoco alla parte di Roma, dov'era il Circo Massimo, pieno di botteghe di venditori dell'olio. Spirava un vento gagliardo, che dilatò l'incendio pel piano e per le colline con tal furore, che di quattordici rioni di quella gran città dieci restarono orrida preda delle fiamme, ed appena se ne salvarono quattro. Per così fiera strage di case, di templi, di palazzi, colla perdita di tanti mobili, e preziose rarità ed antichità, accompagnata ancora dalla morte d'assaissime persone, che strida, che urli, che tumulto si provasse allora, più facile è l'immaginarlo che il descriverlo. Per sei giorni durò l'incendio (altri dissero di più), senza poter mai frenare il corso a quel torrente di fuoco. Trovavasi Nerone ad Anzo, allorchè ebbe nuova di sì gran malanno, nè si mosse per restituirsi a Roma, se non quando seppe che le fiamme si accostavano al suo palazzo, e agli orti di Mecenate, fabbriche anch'esse appresso involte nell'indicibil eccidio.

Che quella bestia di Nerone fosse l'autore di sì orrida tragedia, a cui non fu mai veduta una simile in Italia, lo scrivono risolutamente Svetonio e Dione e chi poscia da loro trasse la storia romana. Aggiungono, esser egli venuto a sì diabolica invenzione, perchè Roma abbondante allora di vie strette e torte e di case disordinate, o poveramente fabbricate, si rifacesse poi in miglior forma, e prendesse il nome da lui; e che specialmente egli desiderava di veder per terra molte case e granai pubblici, che gl'impedivano il fabbricare un gran palazzo ideato da lui. Dicono di più, che fur veduti i suoi camerieri con fiaccole e stoppia attaccarvi il fuoco; e che Nerone,in quel mentre stava ad osservar lo scempio, con dire: «Che bella fiamma!» Aggiungono finalmente, ch'egli vestito in abito da scena a suon di cetra cantò la rovina di Troia. Ma fra le tante iniquità di Nerone questa non è certa. Tacito la mette in dubbio; e l'altre suddette particolarità sono bensì in parte toccate da lui, ma con aggiungere che ne corse la voce. Trattandosi di un sì screditato imperadore, conosciuto capace di qualsisia enormità, facil cosa allora fu l'attribuire a lui l'invenzione di sì gran calamità, ed ora è a noi impossibile il discernere se vero o falso ciò fosse. Si applicò tosto Nerone a far alzare gran copia di case di legno, per ricoverarvi tutti i poveri sbandati, facendo venir mobili da Ostia e da altri luoghi; comandò ancora, che si vendesse il frumento a basso prezzo. Quindi stese le sue premure, a far rifabbricare la rovinata città, la quale (non può negarsi) da questa sventura riportò un incredibil vantaggio. Imperciocchè con bel ordine fu a poco a poco rifatta, tirate le strade diritte e larghe, aggiunti i portici alle case, e proibito l'alzar di troppo le fabbriche. Tutta la trabocchevol copia dei rottami venne di tanto in tanto condotta via dalle navi che conducevano grani a Roma, e scaricata nelle paludi di Ostia. Vuole Svetonio che Nerone si caricasse del trasporto di quelle demolizioni, per profittar delle ricchezze che si trovavano in esse rovine; nè vi si potevano accostare se non i deputati da lui. Determinò di sua borsa premii a chiunque entro di un tal termine di tempo avesse alzata una casa o palagio: e del suo edificò ancora i portici. Fece distribuire con più proporzione l'acque condotte per gli acquidotti a Roma, e destinò i siti di esse, per estinguere al bisogno gl'incendii, con altre provvisioni che meritavano gran lode, ma non la conseguirono per la comune credenza che da lui fosse venuto sì orribil malanno. Anch'egli imprese allora la fabbrica del suo nuovo palazzo, che fu mirabilcosa, e nominato poila Casa doro.Svetonio[Sueton., in Nerone, c. 31 et 32. Tacitus, Annal., lib. 15, cap. 42 et seqq.]ce ne dà un piccolo abbozzo. Tutto il di dentro era messo a oro, ornato di gemme, intarsiato di madreperle. Sale e camere innumerabili incrostate di marmi fini; portici con tre ordini di colonne che si stendevano un miglio; vigne, boschetti, prati, bagni, peschiere, parchi con ogni sorta di fiere ed animali; un lago di straordinaria grandezza, con corona di fabbriche all'intorno a guisa di una città; davanti al palazzo un colosso alto centoventi piedi, rappresentante Nerone. Allorchè egli vi andò poi ad alloggiare, disse: «Ora sì che quasi comincio ad abitare in un alloggio conveniente ad un uomo.» Ma questa sì sontuosa e stupenda mole, con altri vastissimi disegni da lui fatti di sterminati canali, per condur lontano sino a cento sessanta miglia per terra l'acqua del mare, costò ben caro al popolo romano, perciocchè smunto e ridotto al bisogno il prodigo Augusto, passò a mille estorsioni e rapine, confiscando, sotto qualsivoglia pretesto, i beni altrui, imponendo non più uditi dazii e gabelle, ed esigendo contribuzioni rigorose da tutte le città, ed anche dalle libere e collegate; il che fu quasi la rovina delle provincie. Nè ciò bastando, mise mano ai luoghi sacri; estraendone tutti i vasi d'oro e d'argento, e le altre cose preziose. Mandò anche per la Grecia e per l'Asia a spogliar tutti que' templi delle ricche statue degli stessi dii, e di ogni lor più riguardevole ornamento.

Diede occasione lo spaventoso incendio di Roma alla prima persecuzione degl'imperatori pagani[Sueton., in Nerone, c. 16. Tacit., lib. 15, c. 42 et seqq.]contra dei Cristiani. Si era già non solo introdotta, ma largamente diffusa nel popolo romano, per le insinuazioni di s. Pietro Apostolo e de' suoi discepoli, la religione di Cristo; giacchè non duravano fatica ibuoni a conservare la santità ed eccellenza in confronto dell'empia e sozza dei Gentili. Nerone, affin di scaricar sopra d'altri l'odiosità da lui contratta per la comune voce di aver egli stesso incendiata quella gran città, calunniosamente, secondo il suo solito, ne fece accusare i Cristiani, siccome attestano Tertulliano, Eusebio, Lattanzio, Orosio ed altri autori, e fin gli stessi storici pagani Tacito e Svetonio. Scrive esso Tacito, ma non già Svetonio, che furono convinti di aver essi attaccato il fuoco a Roma, quando egli stesso poco dianzi avea attestato che la persuasion comune ne facea autore lo stesso Nerone; e Svetonio e Dione ciò danno per certo. Non era capace di sì enorme misfatto chi seguitava la legge purissima di Gesù Cristo, e massimamente durante il fervore e l'illibatezza dei primi Cristiani. A che fine mai, gente dabbene, e lasciata in pace, avea da cadere in sì mostruoso eccesso? Perciò unagran moltitudinedi essi fu con aspri ed inutili tormenti fatta morire sulle croci, o bruciata a lento fuoco, o vestita da fiere, per essere sbranata dai cani. Vi si aggiunse ancora l'inumana invenzione di coprirli di cera, pece e di altre materie combustibili, e di farli servir di notte, come tanti doppieri della crudeltà, negli orti stessi di Nerone. Così cominciò Roma ad essere bagnata dal sacro sangue de' martiri. Confessa nondimeno il medesimo Tacito, che gran compassione produsse un così fiero macello di gente, tuttochè, secondo lui, colpevole per una religione contraria al culto dei falsi dii. In questi tempi avendo ordinato Nerone che l'armata navale tornasse al porto di Miseno, fu essa sorpresa da così impetuosa burrasca, che la maggior parte delle galee e di altre navi minori s'andò a fracassare nei lidi di Cuma.

Consoli

Aulo Licinio Nerva SilianoeMarco Vestino Attico.

In una iscrizione, rapportata dal Doni e da me[Thesaurus Novus Inscription., pag. 305, num. 4.], si legge SILANO ET ATTICO COS. Se questa sussiste, nonSiliano, maSilanosarà stato l'ultimo dei suoi cognomi. Il cardinal Noris ed altri sostentanoSiliano.Per attestato di Tacito, avea Nerone disegnati consoli per le calende di luglio,Plauzio Laterano, dalla cui persona o casa riconosce la sua origine la Basilica Lateranense, edAnicio Cereale.Il primo, in vece del consolato, ebbe da Nerone la morte, siccome dirò. Fece lo stesso fineVestino Attico, cioè l'altro console ordinario. Però si può tenere per fermo cheCerealesuccedesse nel consolato. Roma[Tac., Annal., lib. 15, cap. 48 et seq. Dio, lib. 61. Sueton., in Nerone, cap. 36.]in questo anno divenne teatro di morti violente per la congiura diCaio Calpurnio Pisone, che fu scoperta. Era questi di nobilissima famiglia, ben provveduto di beni di fortuna, grande avvocato dei rei, e però comunemente amato e stimato, benchè dato ai piaceri ed al lusso, e mancante di gravità di costumi. Sarebbe volentieri salito sul trono, e per salirvi conveniva levar di mezzo Nerone; il che non parea tanto difficile, stante l'odio comune. S'egli fosse il primo ad intavolar la congiura, non si sa. Certo è bensì cheSubrio, o siaSubio Flavio, tribuno di una compagnia delle guardie, eMario Anneo Lucanonipote di Seneca, e celebre autore del poema della Farsalia, furono de' primi ad entrarvi, e de' più disposti ad eseguirla. Per una giovanil vanità Lucano (era nato nell'anno 39 dell'Era nostra) non potea digerire cheNerone, per invidia, e pazza credenza di saperne più di lui in poesia, gli avesse proibita la pubblicazione del suddetto poema, ed anche di far da avvocato nelle cause. Entrò in questo medesimo concerto anchePlauzio Laterano, console disegnato, per l'amore che portava al pubblico. Molti altri, o senatori, o cavalieri, o pretoriani, ed alcune dame ancora, chi per odio e vendetta privata, e chi per liberar l'imperio da questo mostro, tennero mano al trattato. Proposero alcuni di ammazzarlo, mentre cantava in teatro, o pur di notte, quando usciva senza guardie per la città. Altri giudicavano meglio di aspettare a far il colpo a Pozzuolo, a Miseno o a Baja, avendo a tal fine guadagnato uno de' principali uffiziali dell'armata navale. In fine fu stabilito di ucciderlo nel dì 12 di aprile, in cui si celebravano i giuochi del Circo a Cerere. Messo in petto di tanti il segreto, per poca avvertenza diFlavio Scevinotraspirò. Fece egli testamento; diede la libertà a molti servi; regalò gli altri; preparò fasce per legar ferite: ed intanto, benchè desse agli amici un bel convito, e facesse il disinvolto, pure comparve malinconico e pensoso. Milico suo liberto osservava tutto, e perchè il padrone gli diede da far aguzzare un pugnale rugginoso, s'avvisò che qualche grande affare fosse in volta. Sul far del giorno questo infedele, animato dalla speranza di una gran ricompensa, se n'andò agli orti Serviliani, dove allora soggiornava Nerone, e tanto tempestò coi portinai, che potè parlare ad Epafrodito liberto di corte, che l'introdusse all'udienza del padrone. Furono tosto messe le mani addosso a Scevino, che coraggiosamente si difese, e rivolse l'accusa contro del suo liberto. Ma perchè si seppe, avere nel dì innanzi Scevino tenuto un segreto e lungo ragionamento con Antonio Natale, ancor questo fu condotto dai soldati. Esaminati a parte, si trovarono discordi, e poi alla vista de' tormenti confessarono il disegno; e rivelarono icomplici. Allo intendere si numerosa frotta di congiurati, saltò tal paura addosso a Nerone, che mise guardie dappertutto, e nè pur si teneva sicuro in qualunque luogo ch'egli si trovasse.

Vien qui Tacito annoverando tutti i congiurati, e il loro fine. Molti furono gli uccisi, e fra gli altriCaio Pisone, capo della congiura, eLucanopoeta; altri, con darsi la morte da sè stessi, prevennero il carnefice; ed alcuni ancora la scamparono colla pena dell'esilio. Fra gli altri denunziati v'entrò ancheLucio Anneo Seneca, insigne maestro della stoica filosofia; ma che, se si avesse a credere a Dione[Dio, lib. 61.], macchiato fu di nefandi vizii d'avarizia di disonestà e di adulazione. Di lui parla con istima maggiore Tacito, scrittore alquanto più vicino a questi tempi. Consisteva tutto il suo reato nell'essere stato a visitarlo nel suo ritiroAntonio Natale, e a lamentarsi perchè non volesse ammetterePisonein sua casa, e trattare con lui. Al che avea risposto Seneca,non essere bene che favellassero insieme; del resto dipendere la di lui salute da quella di Pisone.Trovavasi Seneca nella sua villa, quattro miglia lungi di Roma, e mentre era a tavola con due amici, e conPompea Paolinasua moglie cara, arrivò Silvano tribuno d'una coorte pretoriana ad interrogarlo intorno alla suddetta accusa. Rispose con forti ragioni, nulla mostrò di paura, e parlò senza punto turbarsi in volto. Portata la risposta a Nerone, dimandò, il crudele, se Seneca pensava a levarsi colle proprie mani la vita. Disse Silvano di non averne osservato alcun segno.Farà bene, replicò allora Nerone, ed ordinò di farglielo sapere. Intesa l'atroce intimazione, volle Seneca far testamento, e gli fu proibito. Quindi scelto di morire collo svenarsi, coraggiosamente si tagliò le vene, ed entrò nel bagno per accelerare l'uscita del sangue. Dopo aver lasciati alcuni bei documenti agli amici, morì. Anche la mogliePaolinavolle accompagnarlocollo stesso genere di morte, e si svenò, ma per ordine di Nerone fu per forza trattenuta in vita, ed alcuni pochi anni visse dipoi, ma pallida sempre in volto. Le straordinarie ricchezze di Seneca si potrebbe credere gl'inimicassero l'ingordo Nerone, se non che scrive Dione ch'egli le avea dianzi cedute a lui, per impiegarle nelle sue fabbriche. Ancorchè il consoleVestinionon fosse a parte della congiura, pure si valse Nerone di questa occasione per levarlo di vita, e lo stesso fece d'altri ch'egli mirava di mal occhio.

Andò poscia Nerone in senato, per informar quei padri del pericolo fuggito e dei delinquenti[Tacitus, Annal., lib. 16, cap. 1.]; e però furono decretati ringraziamenti e doni agli dii, perchè avessero salvato un sì degno principe; ed egli consecrò a Giove vendicatore nel Campidoglio il suo pugnale. Capitò in questi tempi a RomaCesellio Basso, di nascita Africano, uomo visionario, che ammesso all'udienza di Nerone, gli narrò come cosa certa, che nel territorio di Cartagine in una vasta spelonca stava nascosa una massa immensa d'oro non coniato, quivi riposta o dalla regina Didone, o da alcuno degli antichi re di Numidia. Vi saltò dentro a piè pari l'avido Nerone, senza esaminar meglio l'affare, senza prendere alcuna informazione, e subito fu spedita una grossa nave, scelta come capace di sì sfoggiato tesoro, con varie galee di scorta. Nè d'altro si parlava allora che di questo mirabil guadagno fra il popolo. Per la speranza di un sì ricco aiuto di costa, maggiormente s'impoverì il pazzo imperadore, perchè si fece animo in ispendere e spandere in pubblici spettacoli e in profusion di regali. Ma con tutto il gran cavamento fatto dal suddetto Basso, nè pure un soldo si trovò; e però deluso il misero, altro scampo non ebbe per sottrarsi alle pubbliche beffe, che di togliere colle sue mani a sè stesso la vita. Ma se mancò a Nerone questa pioggiad'oro, si acquistò egli almeno un'incomparabil gloria in quest'anno, coll'aver fatta una pubblica comparsa nella scena del teatro, dove recitò alcuni suoi versi. Fattagli istanza dal popolazzo di metter fuori la sua abilità anche in altri studii, saltò fuori colla cetra in concorrenza d'altri sonatori, e fece udir delle belle sonate. Strepitosi furono i viva del popolo, la maggior parte per dileggiarlo, mentre i buoni si torcevano tutti al mirar sì fatto obbrobrio della maestà imperiale. E guai a que' nobili che non vi intervennero: erano tutti messi in nota. Fu in pericolo della vitaVespasiano(poscia imperadore), perchè osservato dormire in occasione di tanta importanza. Conseguita la corona, passò Nerone, secondo Svetonio e Dione[Sueton., in Nerone, cap. 35. Dio, lib. 62.], a far correre, stando in carrozza, i cavalli. Ito poscia a casa[Tacitus, lib. 16, c. 6.], tutto contento di sì gran plauso, trovò la solaPoppeaAugusta sua moglie, che gli disse qualche disgustosa parola. Benchè l'amasse a dismisura, pure le insegnò a tacere con un calcio nella pancia. Essa era gravida, e di questo colpo morì. Donna sì delicata e vana, che tutto dì era davanti allo specchio per abbellirsi; voleva le redini d'oro alle mule della sua carrozza; e teneva cinquecento asine al suo servigio, per lavarsi ogni dì in un bagno formato del loro latte. S'augurava anche piuttosto la morte, che di arrivare ad esser vecchia, e a perdere la bellezza. Opinione è d'insigni letterati[Baron., in Annal. Blanchinius, ad Anastasium. Pagius, in Critica Baroniana.]che nel dì 29 di giugno del presente anno, per comandamento di Nerone, fosse crocifisso in Roma il principe degli Apostolisan Pietro, e che nel medesimo giorno ed anno venisse anche decollato l'Apostolo de' Gentilisan Paolo.Certissima è la loro gloriosa morte e martirio in Roma; ma non sembra egualmente certo il tempo; intorno a che potrà il lettore consultarechi ha maneggiatoex professocotali materie. Nel pontificato romano a lui succedettes. Lino.Dopo la morte di Poppea, Nerone, perchèAntoniafiglia di Claudio Augusto, e sorella diOttaviasua prima moglie, non volle consentir alle sue nozze, trovò de' pretesti per farla morire. Quindi sposòStatilia Messalina, vedova diVestinio Atticoconsole, a cui egli avea dianzi tolta la vita. Certe altre sue bestialità, raccontate da Dione, non si possono raccontar da me. E Tacito aggiunge l'esilio o la morte da lui data ad altri primarii romani, che mai non gli mancavano ragioni per far del male.

Consoli

Caio Lucio TelesinoeCaio Svetonio Paolino.

Funesto ancora fu l'anno presente a Roma per l'infelice fine di molti illustri romani, che tutti perirono per la crudeltà di Nerone, principe giunto a non saziarsi mai di sangue, perchè questo sangue gli fruttava l'acquisto dei beni de' pretesi rei. Tacito empie molte carte[Tacitus, Annal., lib. 16, cap. 14 et seq.]di sì tristo argomento. Io me ne sbrigherò in poche parole, per risparmiare la malinconia a chiunque, è per leggere queste carte. Basterà solo rammentare cheAnneo Mella, fratello diSeneca, e padre diLucanopoeta, accusato si svenò e terminò presto il processo.Caio Petronio, che ha il prenome diTitoappresso Plinio, uomo di somma leggiadria, e tutto dato al bel tempo, era divenuto uno dei più favoriti di Nerone. La gelosia di Tigellino, prefetto del pretorio, gli tagliò le gambe, e il costrinse a darsi la morte. Ma prima di darsela, fece credere a Nerone di lasciarlo suo erede, e gli mandò il suo testamento. Inquesto non si leggevano se non le infami impurità ed iniquità di esso Nerone. La descrizione de' costumi lasciati da Tacito, ha dato motivo ad alcuni di crederlo il medesimo, chePetronio Arbitro, di cui restano i frammenti di un impurissimo libro. Ma dicendo esso Tacito, che questo Petronio fu proconsole della Bitinia e console, egli sembra essere stato quelCajo Petronio Turpiliano, che abbiam veduto console nell'anno 61 di Cristo, e però diverso daPetronio Arbitro.Più di ogni altro venne onorato dalla compassione di tutti, e compianto il caso diPeto Trasea, e diBerea Sorano, amendue senatori e personaggi della prima nobiltà, perchè non solo abbondavano di ricchezze, ma più di virtù, di amore del pubblico bene e di costanza per sostenere le azioni giuste e riprovar le cattive. Per questi lor bei pregi non potea di meno l'iniquo Nerone di non odiarli, e di non desiderar la morte loro. Però il fargli accusare, benchè d'insussistenti reati, lo stesso fu che farli condannare dal senato, avvezzo a non mai contraddire ai temuti voleri di Nerone. Così restò priva Roma dei due più riguardevoli senatori, ch'ella avesse in que' tempi, crescendo con ciò il batticuore a ciascun'altra persona di vaglia, giacchè in tempi tali l'essere virtuoso era delitto. Non parlo d'altri o condannati o esiliati da Nerone nell'anno presente, mentovati da Tacito, la cui storia qui ci torna a venir meno perchè l'argomento è tedioso.

Secondo il concerto fatto conCorbulonegovernator della Soria,Tiridatefratello di Vologeso re dei Parti[Dio, lib. 63.], si mosse in quest'anno per venir a prendere la corona dell'Armenia dalle mani di Nerone, conducendo seco la moglie, e non solo i figliuoli suoi, ma quelli ancora di Vologeso, di Pacoro e di Monobazo, e una guardia di tremila cavalli. L'accompagnavaAnnio Viviano, genero di Corbulone, con gran copia d'altri Romani.Nerone, che forte si compiaceva di veder venire a' suoi piedi questo re barbaro, non perdonò a diligenza ed attenzione alcuna, affinchè egli nel medesimo tempo fosse trattato da par suo, e comparisse agli occhi di lui la magnificenza dell'imperio romano. Non volle Tiridate[Plinius, lib. 30, cap. 2.]venir per mare, perchè dato alla magia, peccato riputava lo sputare o il gittar qualche lordura in mare. Convenne dunque condurlo per terra con sommo aggravio dei popoli romani; perchè dacchè entrò e si fermò nelle terre dell'imperio, dappertutto sempre alle spese del pubblico ricevè un grandioso trattamento (il che costò un immenso tesoro), e tutte le città per dove passò, magnificamente ornate, l'accolsero con grandi acclamazioni. Marciava Tiridate in tutto il viaggio a cavallo, con la moglie accanto, coperta sempre con una celata d'oro per non essere veduta, secondo il rito de' suoi paesi, che tuttavia con rigore si osserva. Passato per Bitinia, Tracia ed Illirico, e giunto in Italia, montò nelle carrozze che gli avea inviato Nerone, e con esse arrivò a Napoli, dove l'imperadore volle trovarsi a riceverlo. Menato all'udienza, per quanto dissero i mastri delle cerimonie, non volle deporre la spada. Solamente si contentò che fosse serrata con chiodi nella guaina. Per questa renitenza Nerone concepì più stima di lui; e maggiormente se gli affezionò, allorchè sel vide davanti con un ginocchio piegato a terra, e colle mani alzate al cielo sentì darsi il titolo diSignore. Dopo avergli Nerone fatto godere in Pozzuolo un divertimento con caccia di fiere e di tori, il condusse seco a Roma. Si vide allora quella vastissima città tutta ornata di lumi, di corone, di tappezzerie, con popolo senza numero accorso anche di lontano, vestito di vaghe vesti, e coi soldati ben compartiti coll'armi loro tutte rilucenti. Fu soprattutto mirabile nella mattina del dì seguente il vedere la gran piazza e i tetti anch'essi coperti tuttidi gente. Miravasi nel mezzo di esse assiso Nerone in veste trionfale sopra un alto trono, col senato e le guardie intorno. Per mezzo di quel gran popolo condotti Tiridate e il suo nobil seguito, s'inginocchiarono davanti a Nerone, ed allora proruppe il popolo in altissime grida, che fecero paura a Tiridate, e il tennero sospeso per qualche tempo. Fatto silenzio, parlò a Nerone con umiltà non aspettata, chiamando se stesso schiavo, e dicendo di essere venuto ad onorar Nerone come un suo dio, e al pari di Mitra, cioè del sole, venerato dai Parti. Gli pose dipoi Nerone in capo il diadema, dichiarandolo re dell'Armenia; e dopo la funzione passarono al teatro, ch'era tutto messo a oro, per mirare i giuochi. Le tende tirate per difendere la gente dal sole, furono di porpora, sparse di stelle d'oro, e in mezzo di esse la figura di Nerone in cocchio, fatta di ricamo. Succedette un sontuosissimo convito, dopo il quale si vide quel bestion di Nerone pubblicamente cantare e suonar di cetra: e poi montato in carretta colla canaglia de' cocchieri, vestito dell'abito loro, gareggiar nel corso con loro.

Se ne scandalezzò forte Tiridate, e prese maggior concetto di Corbulone, dacchè sapeva servire e sofferire un padrone sì fatto, senza valersi dell'armi contra di lui. Anzi non potè contenersi da toccar ciò in gergo allo stesso Nerone con dirgli: «Signore, voi avete un ottimo servo in Corbulone;» ma Nerone non penetrò l'intenzion segreta di queste parole. Fecesi conto, che i regali fatti da esso Augusto a Tiridate ascendessero a due milioni. Ottenne egli ancora di poter fortificar Artasata, e a questo fine menò da Roma gran quantità di artefici, con dar poi a quella città il nome di Neronia. Da Brindisi fu condotto a Durazzo, e passando per le grandi e ricche città dell'Asia ebbe sempre più occasion di vedere la magnificenza e possanza dell'imperio romano. Ma non ancor sazia la vanità di Nerone per questa funzione checostò tanti milioni al popolo romano, avrebbe pur voluto, cheVologeso re de' Partifosse venuto anch'egli a visitarlo, e l'importunò su questo. Altra risposta non gli diede Vologeso, se non che era più facile a Nerone passare il Mediterraneo: il che facendo, avrebbono trattato di un abboccamento. Per questo rifiuto a Nerone saltò in capo di fargli guerra; ma durarono poco questi grilli, perchè egli pensò ad una maniera più facile di acquistarsi gloria: del che parleremo all'anno seguente. Nacque[Joseph., de Bello Judaico, lib. 2, cap. 40.]bensì nell'anno presente la guerra in Giudea, essendosi rivoltato quel popolo per le strane avanie de' Romani, mentreCestio Galloera governator della Siria, il quale durò fatica a salvarsi dalle loro mani in una battaglia. Fu obbligato Nerone ad inviar un buon rinforzo di gente colà, e scelse per comandante di quell'armataVespasiano, capitano di valore sperimentato. Io so che all'anno seguente è comunemente riferita la morte diCorbulone, ricavandosi ciò da Dione. Ma al trovar noi, per attestato di Giuseppe Storico, allora vivente, il suddetto Cestio Gallo al governo della Siria, senzachè parli punto di Corbulone, può dubitarsi che la morte di questo eccellente uomo succedesse nell'anno presente. E per valore e per amor della giustizia non era inferiore Corbulone ad alcuno de' più rinomati antichi Romani. Nerone presso il quale passava per delitto l'essere nobile, virtuoso e ricco, non potè lasciarlo più lungamente in vita. Coll'apparenza di volerlo promuovere a maggiori onori, il richiamò dalla Siria, ed allorchè fu arrivato a Cencre, vicino a Corinto, gli mandò ad intimar la morte. Se la diede egli colle proprie mani, tardi pentito di tanta sua fedeltà ad un principe sì indegno, e di essere venuto disarmato a trovarlo. Perchè a noi qui manca la Storia di Tacito, la cronologia non va con piede sicuro.

Consoli

Lucio Fontejo CapitoneeCajo Giulio Rufo.

Seguendo le congetture di vari letterati, as. Lino papa, che martire della Fede finì di vivere in quest'anno, succedetteClemente, personaggio che illustrò dipoi non poco la Chiesa di Dio. Ho riserbato io a parlar qui del viaggio fatto da Nerone in Grecia, benchè cominciato nell'anno precedente, per unir insieme tutte le scene di quella testa sventata. La natura, in mettere lui al mondo, intese di fare un uomo di vilissima condizione, un sonator di cetra, un vetturino, un beccaio, un gladiatore, un buffone. La fortuna deluse le intenzioni della natura, con portare costui al trono imperiale; ma sul trono ancora si vide poi prevalere l'inclinazion naturale[Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 22]. Invanito egli delle tante adulatorie acclamazioni che venivano fatte in Roma alla soavità della sua voce, alla sua maestria nel suono e bravura nel maneggiar i cavalli stando in carretta: s'invogliò di riscuotere un egual plauso dalle città della Grecia, le quali portavano anche allora il vanto di fare i più magnifici e rinomati giuochi della terra. Perciò si mosse da Roma a quella volta con un esercito di gente, armata non già di lance e scudi, ma di cetre, di maschere e di abiti da commedia e tragedia. Con questa corte degna di un tal imperadore, comparve egli in quelle parti, astenendosi nondimeno dal visitare Atene e Sparta per alcuni suoi particolari riguardi. Fece nell'altre città in mezzo ai pubblici teatri, anfiteatri e circhi, da commediante, da sonatore, da musico, da guidator di carrette abbigliato, ora da servo, ora da donna, ed anche da donna partoriente, da Ercole, da Edipo e da altri similipersonaggi. Le corone destinate per chi vinceva ne' suddetti giuochi, tutte senza fallo toccavano a lui. Dicono che ne riportasse più di mille ottocento. Sì gli erano care, che arrivando ambasciatori delle città, per offerirgli i premii delle sue vittorie, questi erano i primi alla sua udienza, questi tenuti alla sua stessa tavola. Pregato da essi talvolta di cantar e sonare dopo il desinare, o dopo la cena, senza lasciarsi molto importunare, dava di mano alla chitarra, e gli esaudiva. Si mostrava ognuno incantato dalla sua divina voce: egli era il dio della musica, egli un nuovo Apollo; laonde ebbe a dire, non esservi nazione, che meglio della greca sapesse ascoltando giudicar del merito delle persone, e di aver trovato essi soli degni di sè e de' suoi studi. Le viltà, le oscenità commesse da Nerone in tal occasione furono infinite; immensi i regali e le spese. Ma nello stesso tempo, per supplire ai bisogni della borsa, impoverì i popoli della Grecia, saccheggiò quei lor templi, a' quali non per anche avea steso le griffe; confiscò i beni di assaissime persone, condannate a diritto e a rovescio. Mandò anche a Roma e per l'Italia Elio, liberto di Claudio, con podestà senza limite, per confiscare, esiliare ed uccidere fino i senatori; e costui il seppe servire di tutto punto, facendo da imperadore, senza essersi potuto conchiudere, chi fosse peggiore, o egli o Nerone stesso.

Volle questo forsennato imperadore, che i giuochi olimpici d'Elide, benchè si dovessero far prima, si differissero sino al suo arrivo in Grecia, per poterne riportare il premio. Colla sua carretta anch'egli entrò nel circo, ma cadutone ebbe ad accopparsi, e più giorni per tal disgrazia stette in letto. Con tutto ciò il premio a lui fu assegnato. Passava male per chi a lui non volea cedere[Lucian., in Nerone.]. Nei giuochi istmici un tragico, miglior musico che politico, perchè non ebbe l'avvertenza di desistere dal canto, perlasciar comparire quel di Nerone, che dovea certamente essere più mirabile del suo, fu strangolato sul teatro in faccia di tutta la Grecia. Vennegli poi in pensiero di far un'opera stabile per cui s'immortalasse il suo nome: e fu quella di tagliare lo stretto di Corinto, per unire i due mari Ionio ed Egeo[Dio, lib. 63. Suetonius, in Nerone, c. 19.]: disegno concepito anche da Giulio Cesare e da molti altri; ma per le molte difficoltà non mai eseguito. Nulla parea difficile alla gran testa di Nerone. Fu egli nel destinato giorno il primo a rompere la terra con un piccone d'oro, e a portar la terra in una cesta, per animare gli altri all'impresa: il che fatto, si ritirò a Corinto, tenendosi per più glorioso di Ercole a cagione di così gran prodezza. Furono a quel lavoro impiegati i soldati, i condannati e gran copia d'altra gente: e Vespasiano[Joseph., de Bello Judaico, lib. 3]gl'inviò apposta seimila Giudei fatti prigioni. Non più di cinque miglia di terra è lo stretto di Corinto; eppure con tante mani in due mesi e mezzo di lavoro non si arrivò a cavar neppure un miglio di quel tratto. Non si andò poi più innanzi, perchè affari premurosi richiamarono Nerone a Roma. Elio liberto, mandato da lui con plenipotenza di far del male in Italia, l'andava con frequenti lettere spronando a ritornarsene, inculcando la necessità della sua presenza in queste parti. Ma Nerone, perduto in un paese dove giorno non passava che non mietesse nuove palme, non trovava la via di lasciar quel cielo sì caro: quand'ecco giugnere in persona Elio stesso, venuto per le poste, che gli mise in corpo un fastidioso sciroppo, avvertendolo che si tramava in Roma una formidabil congiura contro di lui. Allora sì, che s'imbarcò, dopo essersi quasi un anno interofermato in Grecia, alla quale accordò il governarsi coi propri magistrati, e l'esenzione da tutte le imposte; e venne alla volta d'Italia. Sorpreso fu per viaggio da una tempesta, per cui perdè i suoi tesori, laonde speranza insorse fra molti, che anch'egli in quel furore del mare avesse a perire. Sano e salvo egli compiè la navigazione, ma non già chi avea mostrata speranza o desiderio di vederlo annegato, perchè ne pagò la pena col suo sangue. Come trionfante entrò in Roma sullo stesso cocchio trionfale d'Augusto, su cui veniva anche Diodoro citarista suo favorito, corteggiato dai soldati, cavalieri e senatori. Era addobbata ed illuminata tutta la città, incessanti le acclamazioni dettate dall'adulazione: «Viva Nerone Ercole, Nerone Apollo, Nerone, vincitor di tutti i giuochi. Beato chi può ascoltar la tua voce!» A questo segno era ridotta la maestà del popolo romano. Mentre succedeano queste vergognose commedie in Grecia e in Italia, avea dato principioFlavio Vespasiano[Joseph., de Bello Judaico, lib. 3]alla guerra contro i sollevati Giudei. Già il vedemmo inviato colà per generale da Nerone. La prima sua impresa fu l'assedio di Jotapat, luogo fortissimo per la sua situazione. Vi spese intorno quarantasette giorni, e costò la vita di molti de' suoi; ma de' Giudei vi perirono circa quarantamila persone, e fra gli altri vi restò prigione lo stessoGiuseppe, storico insigne della nazion giudaica, il quale comandava a quelle milizie. Perchè predisse a Vespasiano l'imperio, fu ben trattato. Di molte altre città e luoghi della Galilea s'impadronì Vespasiano, eTitosuo figliuolo riportò qualche vittoria in vari combattimenti, con istrage di gran quantità di Giudei.

Consoli

Caio Silio ItalicoeMarco Galerio Tracalo.

Il consoleSilio Italicoquel medesimo è che fu poeta, e lasciò dopo di sè un poema pervenuto sino ai dì nostri. S'era egli meritata la grazia di Nerone, e nello stesso tempo l'odio pubblico, col brutto mestiere d'accusare e far condannare varie persone. Consisteva la riputazion diTracalonell'essere uomo di singolar eloquenza, trattando le cause giudiciali. Non durò il loro consolato più del mese d'aprile, a cagion delle rivoluzioni insorte, che liberarono finalmente l'imperio romano da un imperador buffone, mostro insieme di crudeltà[Dio, lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 40 et seqq.]. Ne' primi mesi dell'anno presenteCaio Giulio Vindice, vicepretore e governator della Gallia Celtica, il primo fu ad alzar bandiera contro di Nerone, col muovere a ribellione que' popoli: al che non trovò difficoltà, sentendosi essi troppo aggravati dalle estorsioni e tirannie del furioso imperadore, vivamente ancora ricordate loro da Vindice in questa occasione. Non teneva egli al suo comando legione alcuna, ma avea ben molto coraggio, e in breve tempo mise in armi circa centomila persone di que' paesi. Con tutto ciò le mire sue non erano già rivolte a farsi imperadore; anzi egli scrisse tosto aServio Sulpicio Galba, governatore della Spagna Taraconense[Sueton., in Galba, cap. 9 et seq.], e personaggio di gran credito per la sua saviezza, giustizia e valore, esortandolo ad accettar l'imperio, con promettergli anche la sua ubbidienza. Perciò circa il principio di aprile, Galba,raunata una legione ch'egli avea in quella provincia, con alquante squadre di cavalleria, ed esposte la crudeltà e pazzie di Nerone, si vide proclamato imperadore da ognuno. Egli nondimeno prese il titolo solamente di legato o sia di luogotenente della repubblica. Dopo di che si diede a far leva di gente, e a formare una specie di senato. Parve un felice augurio e preludio, l'essere arrivata in quel punto a Tortosa in Catalogna una nave d'Alessandria carica di armi, senzachè persona vivente vi fosse sopra. In questi tempi soggiornava l'impazzito Nerone tutto dedito ai suoi vergognosi divertimenti in Napoli quando nel giorno anniversario, in cui avea uccisa la madre, cioè nel di 21 di marzo, gli arrivarono le nuove della ribellion della Gallia e dell'attentato di Vindice. Parve che non se ne mettesse gran pensiero e piuttosto ne mostrasse allegria, sulla speranza che il gastigo di quelle ricche provincie gli frutterebbe degl'immensi tesori. Seguitò dunque i suoi spassi, e per otto giorni non mandò nè lettere nè ordini, quasichè volesse coprir col silenzio l'affare. Ma sopraggiunta copia degli editti pubblicati da Vindice nella Gallia, pieni d'ingiurie contra di lui, allora si risentì. Quel che più gli trafisse il cuore, fu il vedere, che Vindice invece di Nerone il nominava col suo primo cognomeEnobarbo,[Philostratus, in Apoll.]e diede poi nelle smanie perchè il chiamavacattivo sonator di cetra. Ne conoscete voi un migliore di me?gridò allora rivolto ai suoi, i quali si può ben credere che giurarono di no. Venendo poi un dopo l'altro nuovi corrieri, con più funesti avvisi, tutto sbigottito corse a Roma, consolato nondimeno per avere osservato nel viaggio, scolpito in marmo un soldato gallico trascinato pe' capelli, da un romano: dal che prese buon augurio. Non raunò in Roma nè il senato nè il popolo; solamente chiamò una consulta de' principali al suo palagio, e spese poiil resto della giornata intorno a certi strumenti musicali che sonavano a forza d'acqua. Fu posta taglia sulla testa di Vindice, ed inviati ordini, perchè le legioni dell'Illirico ed altre soldatesche marciassero contra di lui.

Ma sopraggiunto l'avviso che anche Galba s'era sollevato in Ispagna[Plutarchus, in Galba. Suetonius, in Nerone, cap. 42.]; oh allora sì che gli cadde il cuore per terra. Dopo lo sbalordimento tornato in sè, si stracciò la veste, e dandosi dei pugni in testa, gridò che era spedito, parendogli troppo inaudita e strana cosa di perdere, ancorchè fosse vivo, l'imperio. E pure da lì a non molto, perchè vennero nuove migliori tornò alle sue ragazzerie, lautamente cenando, cantando poscia versi contra de' capi della ribellione, e accompagnandoli ancora con gesti da commediante. Andava intanto crescendo il partito de' sollevati nelle Gallie, e tutti con buon occhio ed animo miravanoGalba. Fra gli altri che aderirono al suo partito, uno de' primi fuMarco Salvio Ottone, governatore della Lusitania, il quale gli mandò tutto il suo vasellamento d'oro e d'argento, acciocchè ne facesse moneta, ed alcuni uffiziali ancora più pratici de' Gallici per servire ad un imperadore. Ma nelle Gallie si turbarono di poi non poco gli affari.Lucio(chiamatoPublioda altri)Virginioo siaVerginio Rufo, governatore dell'alta Germania, che comandava il miglior nerbo dell'armi romane, o da sè stesso determinò, oppure ebbe ordine di marciar contra di Vindice. In favor di Nerone stette salda quella parte della Gallia che s'accosta al Reno, e sopra tutto Treveri, Langres, e in fin Lione si dichiarò contra di Vindice. Pare eziandio, che l'armata della Bassa Germania, cioè della Fiandra ed Olanda, si unisse con Virginio Rufo, il quale marciò all'assedio di Besanzone. Corse colà anche Vindice con tutte le forze per difendere quella città, e seguì un segretoabboccamento fra questi due generali, anzi parve nel separarsi che fossero d'accordo verisimilmente contra di Nerone. Ma accostatesi le soldatesche di Vindice per entrar nella città (il che si suppone concertato con Virginio) le legioni romane, non informate di quel concerto, senza che lor fosse ordinato, si scagliarono addosso alle milizie galliche: e non trovandole preparate per la battaglia e mal ordinate, ne fecero un macello. Vuol Plutarco[Plutarchus, in Galba.]che contro il voler de' generali quelle due armate venissero alle mani. Vi perirono da ventimila Gallici; e tutto il resto andò disperso, con tal affanno di Vindice, che da sè stesso si diede poco appresso la morte. Se di questa non voluta vittoria avesse voluto prevalersi Virginio Rufo, per farsi e mantenersi imperadore, poca fatica avrebbe durato: cotanto era egli amato ed ubbidito da tutta la sua possente armata. Gliene fecero anche più istanze allora e dipoi i suoi soldati; ma egli da vero cittadin romano, e con impareggiabil grandezza d'animo, ricusò sempre, dicendo anche dopo la morte di Nerone, che quel solo dovea essere imperadore che venisse eletto dal senato e popolo romano. Per questo magnanimo rifiuto si rendè poi glorioso Virginio, e tenuto fu in somma riputazione presso tutti i susseguenti Augusti[Plinius Junior, lib. 6, ep. 10. Tacitus, Histor., lib. 2, cap. 49.], e carico d'onori menò sua vita in pace sino all'anno ottantatrè di sua età, in cui regnando Nerva, finì i suoi giorni. In non piccola costernazione si trovò Galba, allorchè intese la disfatta di Vindice, e per vedersi anche male ubbidito dai suoi, spedì a Virginio Rufo, per pregarlo di volere operar seco di concerto affinchè si ricuperasse dai Romani la libertà e l'imperio. Qual risposta ricevesse, non si sa. Solamente è noto[Dio, lib. 63. Sueton., in Galba, cap. 11.]che Galba perduto il coraggio si ritirò con gli amici a Clunia, città dellaSpagna, meditando già di levarsi di vita se vedea punto peggiorare gli affari.

Era intanto stranamente inviperito Nerone per questi disgustosi movimenti. Nella sua barbara mente altro non passava che pensieri d'inumanità indicibile. Quanti di nazione gallica che si trovavano o per suoi affari o relegati in Roma, tutti li voleva far tagliare a pezzi: permettere il saccheggio delle Gallie agli eserciti; levar dal mondo l'intero senato col veleno; attaccar il fuoco a Roma, e nello stesso tempo aprire i serragli delle fiere, acciocchè al popolo non restasse luogo da difendersi. Nulla poi fece per le difficoltà che s'incontravano. Quindi pensò che s'egli andasse in persona contro i ribelli, vittoria si otterrebbe. Figuravasi egli, che al solo presentarsi piangendo alla vista loro, tutti ritornerebbero alla sua divozione. Credendo inoltre, che a vincere la Gallia fosse necessario il grado di console, per attestato di Svetonio, deposti i consoli ordinari circa le calende di maggio, prese egli solo il consolato per la quinta volta. Trovasi nondimeno in Roma un frammento d'iscrizione, da me dato alla luce[Thesaurus Novus Veter. Inscription., pag. 306, num. 2.], in cui si legge NERONE V. ET TRACHA...... parendo per conseguenza, cheTracalonon dimettesse allora il consolato. Ridicolo fu il preparamento suo per questa grande spedizione. La principal sua attenzione andò a far caricare in carrette scelte tutti gli strumenti musicali e gli abiti da scena con armi e vesti da Amazzoni per le sue concubine. E certo, s'egli cantava una delle sue canzonette a que' rivoltati, potevano eglino non darsi per vinti? Ma occorreva danaro, e assaissimo, a questa impresa. Pose una gravosissima colta al popolo romano, facendola rigorosamente riscuotere. Servì ciò ad aumentar l'odio di ognuno contro di lui, e ad affrettar la sua rovina, tanto più che in Roma era carestia, e quando si credette cheun vascello d'Alessandria portasse grani, si trovò che conduceva solamente polve per servigio de' lottatori. Cominciarono allora a fioccar le ingiurie e le pasquinate, e tutto era disposto alla sedizione. Per buona fortuna avvenne[Plutarc., in Galba.], che ancheNinfidio Sabino, eletto in luogo diFenio Rufo, prefetto del pretorio, uomo di bassa sfera, ma fiero, mosso a compassione di tante calamità di Roma, tenne mano a liberarla dal furioso tiranno. Anche l'altro prefetto, o sia capitan delle guardie,Tigellinoche tanto di male avea fatto negli anni precedenti, giunse ora a tradire l'esoso padrone. Essendo stato avvertito Nerone del mal animo del popolo, e giuntogli nel medesimo tempo avviso, mentre desinava, che Virginio Rufo col suo esercito si era dichiarato contra di lui, stracciò le lettere, rovesciò la tavola, fracassò due bicchieri di mirabil intaglio, e preparato il veleno si ritirò negli orti serviliani, meditando o di fuggirsene fra i Parti o di andar supplichevole a trovar Galba, o di presentarsi al senato e al popolo per domandar perdono. Di questa occasione profittò Ninfidio[Ibid.]per far credere ai pretoriani, che Nerone era fuggito, e per far acclamareGalbaimperadore, promettendo loro a nome di esso Galba un esorbitante donativo. Verso la mezza notte svegliandosi Nerone, si trovò abbandonato dalle guardie, e con pochi andò girando pel palazzo, senzachè alcuno gli volesse aprire, e senza impetrar dai suoi, che alcuno gli facesse il servigio di ucciderlo. Si esibì Faonte suo liberto di ricoverarlo ed appiattarlo in un suo palazzo di villa, quattro miglia lungi da Roma; ed in fatti colà con grave disagio per luoghi spinosi arrivato si nascose. Fatto giorno, vennero nuove a Faonte che il senato romano avea proclamato imperadoreGalba, e dichiaratoNeronenemico pubblico, e fulminate contra di lui le pene consuete. DimandòNerone, che pene fossero queste? Gli fu risposto di essere trascinato nudo per le strade, fatto morire a colpi di battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino gittato nel Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi, che veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in quel punto il centurione, fingendo di esser venuto per aiutarlo, e corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone, benchè mezzo morto, disse: «Oh adesso sì che è tempo! E questa è la vostra fedeltà[Dio, lib. 63. Suet., in Ner., c. 57. Euseb., in Chr. Eutrop. et alii.]?» Così dicendo spirò in età di anni trentuno, o pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo, liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s'ha da Svetonio assai onorevolmente nel sepolcro dei Domizii. E tale fu il fine di Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse più di follie o di crudeltà. Manifesta cosa è bensì, ch'egli fu considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto modello de' principi più cattivi, anzi dei tiranni, non essendo mai da chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed avea carpita col terrore l'approvazione del senato e del popolo romano, accrescendo di poi col crudel suo governo e colle tante sue ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso. E tal possesso prese allora nei popoli la fama di questo infame imperadore, che passò anche ai secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato. Nulladimenofra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori in vari tempi più di un impostore, che finse di essere Nerone vivo, con gran commozione dei popoli, godendone gli uni, e temendone gli altri.

Non si può esprimere l'allegrezza del popolo romano allorchè si vide liberato da quel mostro. V'ha chi crede, che tolto di mezzo Nerone, fossero creati consoliMarco Plautio SilvanoeMarco Salvio Ottone, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d'Ottonevestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco[Plutar., in Galba.]osserva, ch'egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende, non aver egli potuto ottenere si fatta dignità in questi tempi. Fuor di dubbio è bensì, che consoli furonoCajo Bellico NataleePublio Cornelio Scipione Asiatico.Ciò consta dalle iscrizioni ch'io ho riferito[Thesaur. Novus Inscription., pag. 306, n. 3.]. In esseNatalesi vede nominatoBellico, e nonBellicio, e gli vien dato anche il cognome diTebaniano. Galba intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà Icelo suo liberto, ed entrato al dispetto de' camerieri nella stanza, dov'egli dormiva, gli diede la nuova ch'era morto Nerone, e di essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Svetonio, ch'egli tutto allegro immediatamente prese il nome di Cesare. Più probabile nondimeno è, che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del senato per la sua elezione in imperadore.Servio(appellato scorrettamente da alcuniSergio)Sulpicio Galba, che prima avea usato il prenome diLucio, uscito da una delle più antiche famiglie romane, dopo essere stato console nell'anno di Cristo 55, e dopo aver con lode in vari onorevoli governi dato saggio della sua prudenza e del suo valor militare, si trovava allora in età di settantadue anni[Suet., in Galba, c. 12.]. Ne sperò buon governo il senato romano, ed ancorchè si venisse a sapere che egli era uom rigoroso ed inclinato alla avarizia, male famigliare di non pochi vecchi; pure il merito di avere in lontananza cooperato ad abbattere l'odiatissimo Nerone, fece che comunemente fosse desiderato il suo arrivo a Roma. Partissi egli di Spagna, e a piccole giornate in lettiga passò nelle Gallie, inquieto tuttavia per non sapere se l'armate dell'alta e della bassa Germania, comandate l'una daVirginio Rufo, e l'altra daFontejo Capitone;fossero per venire alla sua divozione. Soprattutto gli dava dell'apprensione Virginio, siccome quello, a cui vedemmo fatte cotante istanze acciocchè assumesse l'imperio. Ma questi con eroica moderazione indusse l'armata, benchè non senza fatica, a giurar fedeltà a Galba; ed altrettanto anche prima di lui fece Capitone. Poco dipoi grato si mostrò Galba a Virginio, perchè chiamatolo alla corte con belle parole, diede il comandò di quell'esercito adOrdeonio Fiacco, e da lì innanzi trattò assai freddamente esso Virginio, senza fargli del male, ma neppur facendogli del bene.

I due maggiormente favoriti e potenti presso Galba cominciarono ad essereTito Vinio, dianzi da noi mentovato, che ci vien descritto da Plutarco[Plutarc., in Galba.]per uomo perduto nelle disonestà, ed interessato al maggior segno, e[Tacitus, Histor., lib. 1, c. 6.]Cornelio Lacone, uomo dappoco, e di parecchi vizii macchiato, che Galba senza dimoradichiarò capitano delle guardie, o sia prefetto del pretorio. Per mano di questi due passavano tutti gli affari. Volle ancoMarco Salvio Ottone, vicepretore della Lusitania, accompagnar Galba a Roma. Era egli stato de' primi a dichiararsi per lui, nè lasciava indietro ossequio e finezza alcuna per cattivarsi il di lui affetto, e quello ancora di Vinio, avendo conceputa speranza che il vecchio Galba, sprovveduto di figli, adotterebbe lui per figliuolo. E qualora ciò non succedesse, già macchinava di pervenire all'imperio per altre vie. Giunto Galba a Narbona, quivi se gli presentarono i deputati del senato, accolti benignamente da lui, ma senza che egli volesse mobili di Nerone, inviati da Roma, e senza voler mutare i propri, benchè vecchi; il che gli ridondò in molta stima, per darsi egli a conoscere in tal forma signore moderato e lontano dal fasto. Non tardò poi a cangiar di stile per gli cattivi consigli di Vinio. Intanto in Roma si alzò un brutto temporale, che felicemente si sciolse per buona fortuna di Galba.Ninfidio Sabinoprefetto del pretorio, che più degli altri avea contribuito alla morte di Nerone, e all'esaltazione di Galba, si credea di dover essere l'arbitro della corte, e far da padrone allo stesso nuovo Augusto che tanto gli dovea. Perciò imperiosamente deposeTigellinosuo collega, e sotto nome di Galba si diede a signoreggiare in Roma[Plutarc., in Galba.]. Ma dappoichè gli fu riferito cheCornelio Laconeaveva anch'egli conseguita la dignità di prefetto del pretorio, e ch'esso conTito Viniocomandava le feste, se ne alterò forte, perchè non amava nè voleva compagno nell'uffizio suo. Mutate dunque idee, meditò di farsi egli imperadore. Trasse dalla sua quanti soldati delle guardie potè, ed anche alcuni senatori e qualche dama delle più intriganti; e giacchè non si sapea chi fosse suo padre, sparse voce di esser egli figliuolo di Caio Caligola. Gli rassomigliavaanche nella fierezza del volto e nell'infame sua impudicizia. Voleva spedire ambasciatori a Galba, per rappresentargli che s'egli si levasse dal fianco Vinio e Lacone, riuscirebbe più grata la sua venuta a Roma. Poscia, in vece di questo, tentò d'intimidirlo con fargli credere mal contente di lui le armate della Germania, Soria e Giudea. E perciocchè Galba mostrava di non farne caso, determinò Ninfidio di prevenirlo con farsi proclamar imperadore dai pretoriani. E gli veniva fatto, se Antonio Onorato, uno de' principali tribuni di quelle compagnie, non avesse con saggia esortazione tenuta in dovere la maggior parte de' pretoriani. Anzi arrivò ad indurgli a tagliare a pezzi Ninfidio: con che si quietò tutto quel romore.

Informato Galba di quest'affare, ed avuta nota d'alcuni complici di Ninfidio, e specialmente diCingonio Varrone, console disegnato, e diMitridate, quegli probabilmente ch'era stato re del Ponto, mandò l'ordine della lor morte senz'altro processo, e senza accordar loro le difese: dal che gli venne un gran biasimo. Nella stessa forma tolto fu dal mondoCaio Petronio Turpiliano, stato già console nell'anno di Cristo 61, non per altro delitto che per essere stato amico ed uffiziale di Nerone. Giunto poi Galba a Ponte Molle colla legione condotta seco dalle Spagne, e con altre milizie, se gli presentarono senz'armi alcune migliaia di persone, che Svetonio[Suet., in Galba, cap. 12.]dice di remiganti, alzati all'onore della milizia da Nerone: Dione[Dio, lib. 64.]pretende di soldati, che prima erano dall'armata navale passati al grado di pretoriani. Galba avea comandato che tornassero al loro esercizio nella flotta, ed eglino con alte grida faceano istanza di riaver le loro bandiere. Rinforzavano essi le grida, e, secondo Plutarco[Plutarc., in Galba.], che li suppone armati, alcuni misero mano alle spade, Galba alloraordinò che la cavalleria di sua scorta facesse man bassa contro di loro. Per quel che narra Svetonio, furono messi in fuga, e poi decimati. Tacito scrive che ne furono uccise alcune migliaia; e Dione giugne a dire che furono settemila: il che par poco credibile. Quel che è certo, per azioni tali entrò Galba in Roma già screditato; ed ancorchè facesse alcuni buoni regolamenti in benefizio del pubblico, e rallegrasse il popolo colla morte di Elio, Policeto, Petino, Patrobio e d'altri, che con calunnie aveano fatto perire molti innocenti: pure tant'altre cose operò, che fecero parlare molto di lui il popolo. Imperciocchè contro la espettazion di ognuno non punìTigellino, ministro primario della crudeltà di esso Nerone, perchè costui seppe guadagnarsi la protezione di Tito Vinio, che tutto potea nel palazzo imperiale. Chiedendogli i pretoriani le immense somme di danaro promesse loro da Ninfidio, con fatica donò pochissimo. E pervenutogli a notizia che se ne lagnavano forte, diede una risposta da saggio Romano, con dire:[Sueton., in Galba, cap. 16.]«Ch'egli era solito ad arrolare per grazia, e non già a comperare i soldati.» Ma se n'ebbe ben presto a pentire. Seguitava[Joseph., de Bello Judaico, lib. 4.]in questi tempi la guerra de' Romani sotto il comando diVespasianocontra de' Giudei. Si andò egli disponendo per far l'assedio di Gerusalemme, con prendere tutte le fortezze all'intorno; e quella città, che nel di fuori provava tutte le fiere pensioni della guerra, maggiormente era afflitta nel di dentro per le funeste e micidiali discordie degli stessi Giudei, che diffusamente si veggono descritte da Giuseppe Ebreo. Ma perciocchè arrivarono le nuove colà della ribellione delle Gallie e della Spagna, che facea temere di una guerra civile, e poi della morte di Nerone, Vespasiano sospese l'assedio suddetto, e spedì Tito suo figliuolo ad assicurar Galba della sua divozione ed ubbidienza; ma dalì a non molto cangiarono faccia gli affari, siccome vedremo andando innanzi.


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