CCCLIII

CCCLIIIAnno diCristoCCCLIII. IndizioneXI.Liberiopapa 2.Costanzoimperadore 17.ConsoliFlavio Costanzo Augustoper la sesta volta eFlavio Costanzo Gallo Cesareper la seconda.Continuò ad esercitar la prefettura di RomaNerazio Cerealesino al dì 8 di dicembre, nel qual giorno ebbe per successoreMemmio Vitrasio Orfito. L'anno fu questo in cui l'Augusto Costanzo giunse a terminar felicemente la guerra contra del tirannoMagnenzio. S'era, siccome dicemmo, ritirato costui nelle Gallie, dove attese a premunirsi il meglio che potè, giacchè prevedeva che le forze di Costanzo erano per cadere addosso di lui anche in quelle parti. Giuliano[Julian., Orat. I.]ci assicura ch'egli maggiormente si screditò per le tante estorsioni e crudeltà che allora commise per unir danari, di modo che abbondavano i desiderosi della di lui rovina. Abbiamo da Ammiano[Ammianus Marcellinus, lib. 15, cap. 6.]che la città di Treveri chiuse le porte aDecenzio Cesaredi lui fratello, ed elesse per suo difensore un certo Pemenio, che poi nell'anno 335 ne pagò il fio. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 53.]ancora scrive che avvenne in questitempi l'irruzione de' Barbari della Germania nelle Gallie, procurata sotto mano con regali dal medesimo Costanzo Augusto. Ma quello che probabilmente ridusse a mal termine gli affari di Magnenzio fu l'andare i soldati ed uffiziali suoi disertando, con passare al servigio del nemico imperadore. Perciò, impoverito di forze, impedir non potè il passaggio delle Alpi all'armata di Costanzo, riducendosi solamente a contrastarle i progressi al luogo di monte Seleuco nell'Alpi Cozzie, posto nel Delfinato d'oggidì fra Die e Gap. Quivi battaglia seguì fra i due nemici eserciti; e ne andò sconfitto quel di Magnenzio. Perciò il tiranno, salvatosi a Lione con poca gente di seguito, si trovò presto in istato di disperazione; perchè, avvedutosi che i suoi soldati lo aveano come bloccato in casa, con pensiero di darlo vivo in mano di Costanzo, uscì per ricordar ad essi il loro dovere nel dì 15 d'agosto, come ha Socrate[Socrates, in Histor. Eccles.]. Ma udito[Sozom. Zonaras. Zosimus et alii.]che gridavano tutti:Viva Costanzo Augusto, rientrato nel palazzo, e trasportato da rabbia e furore, uccise la propria sua madre, ferì gravementeDesiderio Cesaresuo fratello; svenò ancora, o pure ferì chi gli capitò davanti de' suoi cortigiani, ed in fine[Aurelius Victor, in Epitome.]colla punta della spada rivolta al suo petto, correndo contro al muro, tal ferita si diede, che col sangue uscì anche l'empia di lui anima, esentando in tal guisa sè stesso dai tormenti che poteva aspettarsi, cadendo in mano di Costanzo, ma non già da quei della divina giustizia per le tante iniquità da lui commesse.Decenzio Cesaresuo fratello, che chiamato veniva in aiuto di lui, arrivato alla città di Sens[Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronic. Eutrop., in Brev. Zosimus, lib. 2, cap. 53.], dove intese il fine di Magnenzio, anche egli, con istrozzar sè stesso, terminò i suoi giorni nel dì 18 d'agosto. Zonara[Zonaras, in Annalib.], che fa solamente feritoDesiderio Cesare, altro di lui fratello, quando v'ha chi il vuole ammazzato dal medesimo Magnenzio, scrive che guarito esso dalle ferite, andò poscia a rendersi all'Augusto Costanzo, senza poi dire cosa ne divenisse. Ed ecco il fine del tirannoMagnenzio, per la cui morte niuna fatica durò più Costanzo ad aver l'ubbidienza di tutte le Gallie e Spagne, e della Bretagna, e videsi, per conseguente, tutto l'antico vasto imperio romano ridotto sotto il comando di lui solo.Abbiamo nel Codice Teodosiano leggi[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.]che ci fan vedere questo imperadore in Ravenna nel dì 21 di luglio, in Lione nel dì 6 di settembre, e in Arles nel dì 5 di novembre. Certo è ch'egli passò nelle Gallie per rallegrare i suoi occhi in mirar sì grandi conquiste, ma non già per recar allegrezze a' popoli di quelle contrade. Giuliano Cesare[Julian., Orat. II.], nell'orazione seconda fatta in onore d'esso Costanzo, esalta molto la di lui clemenza verso coloro ancora che s'erano mostrati più appassionati in favor di Magnenzio; ma è da credere che la sua penna prendesse unicamente consiglio dall'adulazione. Comincia qui a comparire in aiuto nostro la storia di Ammiano Marcellino, scrittore contemporaneo, cioè il libro decimoquarto coi susseguenti, giacchè il tempo ci ha rubato gli altri tredici precedenti. Ora egli scrive[Ammianus Marcellinus, lib. 14, cap. 5.]che pervenuto Costanzo ad Arles sul fin di settembre, o sul principio di ottobre, quivi passò anche il verno. E che nel dì 8 d'esso ottobre solennizzò i tricennali del suo imperio cesareo con singolare magnificenza di divertimenti teatrali e di giuochi circensi: il che fatto, s'applicò a contaminar la felicità ed allegrezza della vittoria, con divenir più fiero e superbo, come Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 54.]lasciò scritto, e con mettersi a far rigorosa giustizia degli amici e parziali dell'estinto tiranno. Ilpeggio fu che da ogni banda saltarono su accusatori e calunniatori, a' quali si prestava facilmente credenza, perchè piacevano; e tanto addosso ai colpevoli (se pur colpa era l'aver dovuto ubbidire ad un tiranno) quanto agl'innocenti si scaricò l'ira di Costanzo e l'avidità del fisco, levando a non pochi di loro e roba e vita, e condannando altri all'esilio. Ammiano ci lasciò un lagrimevol racconto di tali crudeltà, delle quali spezialmente fu ministro un Paolo Spagnuolo, notaio di corte, spedito anche nella Bretagna, per far quivi buona caccia: azioni tutte di grave discredito alla riputazion di Costanzo, il quale sì malamente pagava i benefizii a lui compartiti da Dio. Ai primi mesi di quest'anno pare che appartengano le nozze d'esso imperadore conEusebia, figliuola d'un console di Tessalonica, lodata dagli antichi scrittori[Aurelius Victor, in Epitome. Julian., Orat. III. Ammianus, lib. 21. Zosimus, lib. 3, cap. 1.]per la sua beltà, ma più per la saviezza e regolatezza de' suoi costumi, e per la letteratura superiore all'uso del suo sesso; ma non esente però da difetti, siccome vedremo. Era Costanzo da qualche tempo vedovo, senza aver potuto ricavar prole da più d'uno antecedente matrimonio; e quantunque egli amasse non poco questa nuova compagna, nè pur col tempo da essa riportò alcuno de' sospirati frutti. Due fratelli ancora aveva essa Eusebia, cioèEusebioedIdacio, che furono poi consoli, avendo ella principalmente fatta servire l'autorità sua per esaltare i suoi parenti e gli amici della sua famiglia. Vero è che Ammiano parla della di lei prudenza; ma non seppe ella guardarsi dal fasto e dalla superbia, maligni ed ordinarii compagni delle umane grandezze. Intorno a ciò abbiamo un caso narrato da Suida[Suidas, in Lexico, ad verbumLeontius.]. Tenevano i vescovi ariani d'Oriente un concilio in una città, dove anche soggiornava l'AugustaEusebia; e portatisi ad inchinarla, furono da essa ricevuti congran contegno ed altura. Il soloLeonzio, vescovo di Tripoli in Lidia, ariano anche esso, e di testa non meno alta che quella dell'imperadrice, si astenne dal visitarla. Fumò per la collera Eusebia; ma tuttavia si contenne o contentossi di fargli ricordare il suo dovere, offerendosi ancora di dargli una somma di danaro e di fargli fabbricare una chiesa. Leonzio le fece rispondere che v'andrebbe ogni qual volta ella fosse disposta a riceverlo col rispetto dovuto ad un vescovo, cioè a venirgli incontro, e ad inchinarsi per prendere la sua benedizione; altrimenti egli non intendeva di voler avvilire la dignità episcopale. A tale risposta smaniò l'altera principessa, proruppe in indecenti minaccie, e corse in fatti al marito, dolendosi come di un grave affronto, ed attizzandolo alla vendetta. Costanzo più saggio di lei, dopo aver lodato la generosa libertà del vescovo, consigliò l'adirata signora ad attendere ai grandi affari della sua toletta. Ma se questo prelato ariano volle correggere il fasto dell'imperadrice con un maggiore dal canto suo, non si può già lodare; perchè lo spirito del cristianesimo ha da essere spirato d'umiltà, e i saggi sanno accordar insieme questa virtù col sostenere nello stesso tempo il decoro dovuto alla lor dignità. Abbiamo poi da Ammiano[Ammian., lib. 14 et seq.]che, non ostante così prosperosi successi dell'armi di Costanzo Augusto, le Gallie non goderono in questi tempi pace, perchè infestate dalle scorrerie delle nazioni germaniche, e dai soldati di Magnenzio o cassati o pertinaci nella primiera ribellione. In Roma ancora si provarono sedizioni per la penuria del vino, o pure per i mali effetti dell'abbondanza e dell'ozio. Un bel ritratto fa qui Ammiano del lusso e dei corrotti costumi de' Romani d'allora, confessando nulladimeno che quella gran città era tuttavia in venerazione presso d'ognuno. L'Oriente anch'esso fieramente restò turbato dalle incursioni degliIsauri, che si stesero per varie provincie, dando il sacco dappertutto; e nel medesimo tempo i Saraceni infestarono non poco la Mesopotamia. Finalmente, se son giusti i conti del Gotofredo, appartiene a quest'anno un'importante legge[L. 4,Placutt.De Paganis Cod. Theod.]dell'Augusto Costanzo, indirizzata aTauroprefetto del pretorio d'Italia, con cui fu ordinato che per tutte le città e in ogni luogo d'Italia si chiudessero i templi dei gentili, e fossero vietati i sacrifizii ai falsi dii; e ciò sotto pena della vita e del confisco di tutti i beni. A questa legge pare che avesse riguardo Sozomeno[Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 16.], allorchè anch'egli accenna l'imperial comandamento di chiudere i templi del paganesimo. E perciocchè il tiranno Magnenzio, condiscendendo alle istanze de' gentili, avea permesso loro il far de' sacrifizii in tempo di notte, Costanzo con altra legge[L. 5, de Paganis. Cod. eodem.]cassò quella licenza: il che non bastò già ad estinguere le inveterate superstizioni, trovandosi anche da lì innanzi dei sagrifizii notturni fatti al dio Mitra, cioè al sole, come consta da alcune iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[Thes. Novus Inscript. Class. Cons.]ed altrove.

Consoli

Flavio Costanzo Augustoper la sesta volta eFlavio Costanzo Gallo Cesareper la seconda.

Continuò ad esercitar la prefettura di RomaNerazio Cerealesino al dì 8 di dicembre, nel qual giorno ebbe per successoreMemmio Vitrasio Orfito. L'anno fu questo in cui l'Augusto Costanzo giunse a terminar felicemente la guerra contra del tirannoMagnenzio. S'era, siccome dicemmo, ritirato costui nelle Gallie, dove attese a premunirsi il meglio che potè, giacchè prevedeva che le forze di Costanzo erano per cadere addosso di lui anche in quelle parti. Giuliano[Julian., Orat. I.]ci assicura ch'egli maggiormente si screditò per le tante estorsioni e crudeltà che allora commise per unir danari, di modo che abbondavano i desiderosi della di lui rovina. Abbiamo da Ammiano[Ammianus Marcellinus, lib. 15, cap. 6.]che la città di Treveri chiuse le porte aDecenzio Cesaredi lui fratello, ed elesse per suo difensore un certo Pemenio, che poi nell'anno 335 ne pagò il fio. Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 53.]ancora scrive che avvenne in questitempi l'irruzione de' Barbari della Germania nelle Gallie, procurata sotto mano con regali dal medesimo Costanzo Augusto. Ma quello che probabilmente ridusse a mal termine gli affari di Magnenzio fu l'andare i soldati ed uffiziali suoi disertando, con passare al servigio del nemico imperadore. Perciò, impoverito di forze, impedir non potè il passaggio delle Alpi all'armata di Costanzo, riducendosi solamente a contrastarle i progressi al luogo di monte Seleuco nell'Alpi Cozzie, posto nel Delfinato d'oggidì fra Die e Gap. Quivi battaglia seguì fra i due nemici eserciti; e ne andò sconfitto quel di Magnenzio. Perciò il tiranno, salvatosi a Lione con poca gente di seguito, si trovò presto in istato di disperazione; perchè, avvedutosi che i suoi soldati lo aveano come bloccato in casa, con pensiero di darlo vivo in mano di Costanzo, uscì per ricordar ad essi il loro dovere nel dì 15 d'agosto, come ha Socrate[Socrates, in Histor. Eccles.]. Ma udito[Sozom. Zonaras. Zosimus et alii.]che gridavano tutti:Viva Costanzo Augusto, rientrato nel palazzo, e trasportato da rabbia e furore, uccise la propria sua madre, ferì gravementeDesiderio Cesaresuo fratello; svenò ancora, o pure ferì chi gli capitò davanti de' suoi cortigiani, ed in fine[Aurelius Victor, in Epitome.]colla punta della spada rivolta al suo petto, correndo contro al muro, tal ferita si diede, che col sangue uscì anche l'empia di lui anima, esentando in tal guisa sè stesso dai tormenti che poteva aspettarsi, cadendo in mano di Costanzo, ma non già da quei della divina giustizia per le tante iniquità da lui commesse.Decenzio Cesaresuo fratello, che chiamato veniva in aiuto di lui, arrivato alla città di Sens[Idacius, in Fastis. Hieron., in Chronic. Eutrop., in Brev. Zosimus, lib. 2, cap. 53.], dove intese il fine di Magnenzio, anche egli, con istrozzar sè stesso, terminò i suoi giorni nel dì 18 d'agosto. Zonara[Zonaras, in Annalib.], che fa solamente feritoDesiderio Cesare, altro di lui fratello, quando v'ha chi il vuole ammazzato dal medesimo Magnenzio, scrive che guarito esso dalle ferite, andò poscia a rendersi all'Augusto Costanzo, senza poi dire cosa ne divenisse. Ed ecco il fine del tirannoMagnenzio, per la cui morte niuna fatica durò più Costanzo ad aver l'ubbidienza di tutte le Gallie e Spagne, e della Bretagna, e videsi, per conseguente, tutto l'antico vasto imperio romano ridotto sotto il comando di lui solo.

Abbiamo nel Codice Teodosiano leggi[Gothofr., Chron. Cod. Theodos.]che ci fan vedere questo imperadore in Ravenna nel dì 21 di luglio, in Lione nel dì 6 di settembre, e in Arles nel dì 5 di novembre. Certo è ch'egli passò nelle Gallie per rallegrare i suoi occhi in mirar sì grandi conquiste, ma non già per recar allegrezze a' popoli di quelle contrade. Giuliano Cesare[Julian., Orat. II.], nell'orazione seconda fatta in onore d'esso Costanzo, esalta molto la di lui clemenza verso coloro ancora che s'erano mostrati più appassionati in favor di Magnenzio; ma è da credere che la sua penna prendesse unicamente consiglio dall'adulazione. Comincia qui a comparire in aiuto nostro la storia di Ammiano Marcellino, scrittore contemporaneo, cioè il libro decimoquarto coi susseguenti, giacchè il tempo ci ha rubato gli altri tredici precedenti. Ora egli scrive[Ammianus Marcellinus, lib. 14, cap. 5.]che pervenuto Costanzo ad Arles sul fin di settembre, o sul principio di ottobre, quivi passò anche il verno. E che nel dì 8 d'esso ottobre solennizzò i tricennali del suo imperio cesareo con singolare magnificenza di divertimenti teatrali e di giuochi circensi: il che fatto, s'applicò a contaminar la felicità ed allegrezza della vittoria, con divenir più fiero e superbo, come Zosimo[Zosimus, lib. 2, cap. 54.]lasciò scritto, e con mettersi a far rigorosa giustizia degli amici e parziali dell'estinto tiranno. Ilpeggio fu che da ogni banda saltarono su accusatori e calunniatori, a' quali si prestava facilmente credenza, perchè piacevano; e tanto addosso ai colpevoli (se pur colpa era l'aver dovuto ubbidire ad un tiranno) quanto agl'innocenti si scaricò l'ira di Costanzo e l'avidità del fisco, levando a non pochi di loro e roba e vita, e condannando altri all'esilio. Ammiano ci lasciò un lagrimevol racconto di tali crudeltà, delle quali spezialmente fu ministro un Paolo Spagnuolo, notaio di corte, spedito anche nella Bretagna, per far quivi buona caccia: azioni tutte di grave discredito alla riputazion di Costanzo, il quale sì malamente pagava i benefizii a lui compartiti da Dio. Ai primi mesi di quest'anno pare che appartengano le nozze d'esso imperadore conEusebia, figliuola d'un console di Tessalonica, lodata dagli antichi scrittori[Aurelius Victor, in Epitome. Julian., Orat. III. Ammianus, lib. 21. Zosimus, lib. 3, cap. 1.]per la sua beltà, ma più per la saviezza e regolatezza de' suoi costumi, e per la letteratura superiore all'uso del suo sesso; ma non esente però da difetti, siccome vedremo. Era Costanzo da qualche tempo vedovo, senza aver potuto ricavar prole da più d'uno antecedente matrimonio; e quantunque egli amasse non poco questa nuova compagna, nè pur col tempo da essa riportò alcuno de' sospirati frutti. Due fratelli ancora aveva essa Eusebia, cioèEusebioedIdacio, che furono poi consoli, avendo ella principalmente fatta servire l'autorità sua per esaltare i suoi parenti e gli amici della sua famiglia. Vero è che Ammiano parla della di lei prudenza; ma non seppe ella guardarsi dal fasto e dalla superbia, maligni ed ordinarii compagni delle umane grandezze. Intorno a ciò abbiamo un caso narrato da Suida[Suidas, in Lexico, ad verbumLeontius.]. Tenevano i vescovi ariani d'Oriente un concilio in una città, dove anche soggiornava l'AugustaEusebia; e portatisi ad inchinarla, furono da essa ricevuti congran contegno ed altura. Il soloLeonzio, vescovo di Tripoli in Lidia, ariano anche esso, e di testa non meno alta che quella dell'imperadrice, si astenne dal visitarla. Fumò per la collera Eusebia; ma tuttavia si contenne o contentossi di fargli ricordare il suo dovere, offerendosi ancora di dargli una somma di danaro e di fargli fabbricare una chiesa. Leonzio le fece rispondere che v'andrebbe ogni qual volta ella fosse disposta a riceverlo col rispetto dovuto ad un vescovo, cioè a venirgli incontro, e ad inchinarsi per prendere la sua benedizione; altrimenti egli non intendeva di voler avvilire la dignità episcopale. A tale risposta smaniò l'altera principessa, proruppe in indecenti minaccie, e corse in fatti al marito, dolendosi come di un grave affronto, ed attizzandolo alla vendetta. Costanzo più saggio di lei, dopo aver lodato la generosa libertà del vescovo, consigliò l'adirata signora ad attendere ai grandi affari della sua toletta. Ma se questo prelato ariano volle correggere il fasto dell'imperadrice con un maggiore dal canto suo, non si può già lodare; perchè lo spirito del cristianesimo ha da essere spirato d'umiltà, e i saggi sanno accordar insieme questa virtù col sostenere nello stesso tempo il decoro dovuto alla lor dignità. Abbiamo poi da Ammiano[Ammian., lib. 14 et seq.]che, non ostante così prosperosi successi dell'armi di Costanzo Augusto, le Gallie non goderono in questi tempi pace, perchè infestate dalle scorrerie delle nazioni germaniche, e dai soldati di Magnenzio o cassati o pertinaci nella primiera ribellione. In Roma ancora si provarono sedizioni per la penuria del vino, o pure per i mali effetti dell'abbondanza e dell'ozio. Un bel ritratto fa qui Ammiano del lusso e dei corrotti costumi de' Romani d'allora, confessando nulladimeno che quella gran città era tuttavia in venerazione presso d'ognuno. L'Oriente anch'esso fieramente restò turbato dalle incursioni degliIsauri, che si stesero per varie provincie, dando il sacco dappertutto; e nel medesimo tempo i Saraceni infestarono non poco la Mesopotamia. Finalmente, se son giusti i conti del Gotofredo, appartiene a quest'anno un'importante legge[L. 4,Placutt.De Paganis Cod. Theod.]dell'Augusto Costanzo, indirizzata aTauroprefetto del pretorio d'Italia, con cui fu ordinato che per tutte le città e in ogni luogo d'Italia si chiudessero i templi dei gentili, e fossero vietati i sacrifizii ai falsi dii; e ciò sotto pena della vita e del confisco di tutti i beni. A questa legge pare che avesse riguardo Sozomeno[Sozomenus, Histor., lib. 3, cap. 16.], allorchè anch'egli accenna l'imperial comandamento di chiudere i templi del paganesimo. E perciocchè il tiranno Magnenzio, condiscendendo alle istanze de' gentili, avea permesso loro il far de' sacrifizii in tempo di notte, Costanzo con altra legge[L. 5, de Paganis. Cod. eodem.]cassò quella licenza: il che non bastò già ad estinguere le inveterate superstizioni, trovandosi anche da lì innanzi dei sagrifizii notturni fatti al dio Mitra, cioè al sole, come consta da alcune iscrizioni che si leggono nella mia Raccolta[Thes. Novus Inscript. Class. Cons.]ed altrove.


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