CCCLXIIAnno diCristoCCCLXII. IndizioneV.Liberiopapa 11.Giulianoimperadore 2.ConsoliMamertinoeNevitta.Fu alzatoNevittaalla dignità consolare, perchè uomo di molto credito nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivoAmmiano Marcellino[Ammian., lib. 21, c. 11 et 12.]di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso fece lo stesso. Quanto aMamertinoprimo console, Giuliano lo avea dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove dicemmo cheFlavio Claudio Giulianoavea avuto per padre Giulio Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli[Julian., Epist. LI.]nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno 337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita[Idem, in Misopog.]. Il salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città[Socrates, Hist., lib. 3, c. 1.], famoso capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma questa felicità d'ingegnoconsisteva piuttosto in una prontezza d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore Costanzo.Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti allora) persuaso della verità e santità della medesima[Julian., Epist. LI.]. Confessa egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome egli era un cervello leggero e fantastico, insensibilmente si lasciò portare al paganesimo. Ordine espresso avea dato Costanzo[Socrates, Histor., lib. 3, cap. 1. Libanius, Orat. V et XII.]ch'egli non praticasse con Libanio sofista, letterato di gran credito allora per la sua eloquenza, ma gentile, per timore che noi sovvertissero le di lui ciance. Giuliano tanto più s'accese di voglia di leggere e di studiar segretamente le di lui opere, che servirono non poco ad infettarlo: tanta era la stima ch'egli professava a quel sofista. La scuola principale nondimeno della sua apostasia ed impietà fu l'essersi egli dato a praticar con gl'indovini, strologhi, maghied altri impostori, che gli fecero sperar la cognizion dell'avvenire: con che maggiormente se gli ammaliò e riempiè il capo d'illusioni, di oracoli, e della potenza dei falsi dii, con terminar poi i suoi studii in un'aperta empietà e somma prosunzione. Libanio stesso[Liban., Orat. X.]non ebbe difficoltà di confessare ch'egli era visitato dagli dii, da loro sapeva quanto si faceva sopra la terra: il che chiaramente ci fa comprendere le illusioni della magia. Per maestri di così sacrileghe arti e dottrine ebbe spezialmente Giuliano[Eunap., Vit. Sophist., cap. 5. Socrat., Hist., lib. 3, cap. 1. Liban., Orat. V.]Massimo Efesio, mago di professione, Eusebio discepolo di Edesio, un Jamblico diverso dal pitagorico, ed altri simili ciurmatori, più tosto che filosofi, i quali colle empie loro istruzioni il trassero in fine ad abbandonare il Cristianesimo, e ad abbracciare il culto degl'idoli. Ma come mai potè passare uomo intendente della santità della religion cristiana e della sua celeste morale all'aperta sciocchezza dell'idolatria, e a credere e a dare alle creature e a sorde statue di numi ossia di demonii il culto ed incenso dovuto al solo vero Dio? In poche parole ne dirò il perchè. Da che la religion cristiana luminosa comparve sul candelliere con tanta raccomandazione di verità, i filosofi, pagani, non sapendo come difendere tanta deformità dell'idolatria, ricorsero al ripiego di sostenere che sotto le più ridicole favole ed azioni vergognose dei lor creduti dii si nascondeva qualche mistero o verità o teologica, o istorica, o morale; e riconoscendo non esservi che un Dio, dicevano poi che nelle differenti deità si adorava quel medesimo Dio, cioè qualche suo attributo, rappresentato dai poeti sotto il velo di molte favole. In somma inorpellavano tanto la detestabil empietà e superstizione del paganesimo, ne predicavano l'antichità, ne esaltavano l'ampiezza, che la testa leggiera di Giuliano (pertale la riguardò anche Ammiano[Ammianus, lib. 16.]) vi precipitò dentro[Theodoret., Hist., lib. 3, c. 1. Gregorius Nazianz., Orat. III.]. E forse la spinta maggiore venne dal promettergli que' ciarlatani di pervenire per tal via al romano imperio. Dopo questo salto si studiava ben Giuliano di coprir la sua apostasia e idolatria nel suo cuore; finchè visse Costanzo Augusto, professava nell'esteriore il Cristianesimo, e poi la notte faceva dei sacrifizii a Mercurio, senza mettersi pensiero s'egli tradiva Dio e la propria coscienza. Ma chi sapeva ben esaminar le di lui azioni, i ragionamenti e quel suo spirito volubile, inquieto, buffone, sprezzante, giungeva a scorgere ch'egli non era cristiano, o pur era un mal cristiano, e che si allevava in lui un fiero mostro all'imperio romano. San Gregorio Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che il conobbe e praticò in Atene, ce ne lasciò un vivo ritratto, per cui predisse quello che in fatti poi fu. Aggiungasi ora che Giuliano, dopo essersi applicato alla filosofia di que' tempi, affettò da lì innanzi di comparir filosofo non solamente in molte azioni, ma con prender anche l'abito proprio de' filosofi, cioè il mantello, e nudrire le barba: tutto per acquistarsi credito con tale apparenza presso chi solo misura gli uomini dal portamento esterno. La sua sobrietà era grande[Ammianus, lib. 16. Julian., in Misopog. Libanius, Orat. X et XII.]; poco sonno prendeva, e questo sopra un tappeto e una pelle. De' piaceri e divertimenti del teatro, del circo, de' combattimenti nulla si dilettava; in una parola, da che fu creato Cesare, con questa severità di costumi molta riputazione s'acquistò nelle Gallie, col ministrar buona giustizia, con frenar le insolenze e l'avidità delle arpie, cioè dei pubblici uffiziali, che con taglie ed avanie cercavano di accrescere le calamità de' popoli, e di empiere la propria borsa.Ritornando ora al corso della storia, convien ripetere che nel dicembre del precedente anno, mentre esso Giuliano soggiornava in Naisso città della Dacia (Socrate[Socrat., lib. 3, cap. 1.]scrive nella Tracia), gli giunse l'avviso della morte di Costanzo, avviso il più grato che mai gli potesse avvenire. Secondo Ammiano[Ammian., lib. 22, cap. 2.], fecero a lui credere gli ambasciatori che Costanzo, prima di spirar l'anima, l'avea dichiarato suo successore: il che non par vero, quando sussista che l'apostasia di Giuliano fosse a lui già nota. San Gregorio Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. XXI.]aggiugne essere stata fama che Costanzo sul fin della vita si pentisse di tre cose: cioè di avere sparso il sangue de' suoi parenti, di aver conferita a Giuliano la dignità di Cesare e di aver cagionato tante turbolenze nella Chiesa di Dio. Quando pur si accettasse per vero che Costanzo, giacchè non potea togliere a Giuliano la successione, gliel'avesse lasciata, ciò sarebbe stato per procacciare il di lui favore a Faustina Augusta sua moglie, la quale restava gravida, e partorì dipoi una femmina. Tutto lieto, siccome già dicemmo, passò Giuliano a Costantinopoli, dove qualche poco ancora fece la figura di cristiano, e poscia, per attestato di Socrate[Socrat., lib. 3, cap. 1.]e di Ammiano[Ammianus, lib. 22, cap. 5.], cavatasi la maschera, apertamente professò l'idolatria. Anzi non aveva aspettato fino a questo tempo, perchè Libanio[Liban., Orat. XII.]e il Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. III.]attestano che, appena giunto nell'Illirico, avea ordinato che si aprissero i templi de' pagani, e che si sacrificasse agl'idoli[Julian., Epist. ad Atheniens.]; nè tardarono punto gli Ateniesi a valersi di questo sacrilego indulto. Che allegrezza per questa metamorfosi provassero i gentili, che orrore e dispiacere i cristiani,non occorre ch'io lo dica. Corsero a gara i deputati delle città e provincie a riconoscere il nuovo sovrano[Julian., in Misopog. Eunap., Vit. Sophist.], portandogli delle corone d'oro; e gli Armeni ed altri re dell'Oriente, fuorchè il persiano, e fin gl'Indiani tributarongli dei regali. Anche dagli stessi Goti gli furono spediti ambasciatori per rinnovare i precedenti trattati; ma Giuliano fu vicino a romperla con loro, perchè non volea legge da que' Barbari, nè lasciarsi far paura, com'era avvenuto sotto il precedente Augusto. Quindi si diede a riformar la corte imperiale per risparmiare le spese, cassando una prodigiosa quantità di cuochi, barbieri ed altri simili, ed anche più riguardevoli uffiziali, che mangiavano a tradimento il pane del principe. Specialmente mandò a spasso tutti coloro che aveano servito a Costanzo, non distinguendo i buoni dai cattivi[Liban., Orat. X.], e sostituendo degli altri a suo talento. Ancorchè Ammiano[Ammianus, lib. 22, cap. 4.]pretenda che la maggior parte di costoro fosse piena di vizii, e s'ingrassasse a forza d'iniquità e di rubamenti, con dire fra le altre cose che avendo Giuliano dimandato un barbiere per farsi tosare, se gliene presentò uno sì magnificamente vestito, che Giuliano gridò[Zonaras, in Annal.]:L'ordine mio è stato che si chiamasse un barbiere, e non già un senatore: contuttociò lo stesso Ammiano condanna sì rigorosa riforma da lui fatta, con ridurre tanta gente in una misera povertà. Libanio[Liban., Orat. X.]all'incontro il loda forte per questo, aggiugnendo ch'egli ristrinse al numero di mille e settecento coloro che si chiamavanoagentes in rebus, ufficiali del fisco, poco diversi, o pure gli stessi che i curiosi e frumentarii, cioè ispettori ed esattori che si mandavano per le provincie. Dianzi si contavano dieci mila di costoro.Qui nondimeno non si fermò Giuliano.Eresse un tribunal di giustizia, affinchè quivi si ascoltassero le molte querele de' particolari contro gli uffiziali del defunto Costanzo. Capo ne fuSallustio Secondo, dichiarato prefetto del pretorio d'Oriente, a cui furono aggiuntiMamertinoeNevitta, consoli di quest'anno,ArbezioneedAgilone[Ammianus, lib. 22, cap. 3.]. Costoro, iti a Calcedonia, cominciarono a processar chiunque non godea la grazia di Giuliano, principalmente chi gli era in disgrazia.Palladio, già mastro degli uffizii (splendida dignità della corte), fu relegato in Bretagna;Tauro, già prefetto del pretorio, a Vercelli, benchè non sel meritasse;Fiorenzo, anch'esso mastro degli uffizii, in un'isola della Dalmazia. L'altroFiorenzogià prefetto del pretorio delle Gallie, che aveva irritato forte Giuliano, se ne fuggì colla moglie, e nascoso stette finchè visse Giuliano, perchè contra di lui fulminata fu la sentenza di morte. D'altri cospicui uffiziali processati e condannati chi all'esilio, chi a perdere il capo, parla Ammiano; e perchè non solo a' colpevoli, ma anche a molti innocenti si stesero le condannagioni, Giuliano si tirò dietro le maledizioni, non che le mormorazioni de' suoi parziali, e molto più di chi era nemico, per sì fatte crudeltà. Con tal occasione si può dire che cominciò la persecuzione di Giuliano contra de' cristiani, perchè tutti i cortigiani professanti la legge santa di Cristo furono da lui cacciati fuori del palazzo. Dalle lettere del medesimo Giuliano[Julian., Epist. XXXVIII.]risulta, aver esso invitato alla sua corte Massimo filosofo, quello stesso che poco fa dicemmo essergli stato maestro di magia[Liban., Orat. XII.], e dell'arte empia ed ingannatoria di cercar l'avvenire. Allorchè seguì l'arrivo di costui alla corte[Ammianus, lib. 22, cap. 7.], Giuliano era nel senato, e, dimenticata la propria dignità, corse ad incontrar l'impostore, come se fosse stato qualche re,o divinità, abbracciandolo e baciandolo: azione lodata da Libanio, ma ritrovata assai impropria da Ammiano. Questa sua eccessiva degnazione verso le barbe de' filosofi cagion fu che altri di tal professione[Gregor. Nazianz., Orat. IV. Eunapius, Vit. Sophist., cap. 5. Socrates, lib. 3, cap. 1.]a folla accorsero da varie parti alla corte; alcuni anche vi furono chiamati. Di carezze e belle parole certamente si mostrò liberale con esso loro il filosofo imperadore: di tanto in tanto teneva ancora alcun di essi alla sua tavola, e beveva alla lor salute: pavoneggiavasi inoltre, nell'uscir di palazzo, di esser corteggiato da essi; ma in fine i più di loro lasciava colle mani piene di mosche, e laddove erano coloro venuti lusingandosi di far gran fortuna, si trovavano poi costretti, per non morir di fame, a ritornarsene delusi ai lor paesi, maledicendo non so dire se più la furberia ed avarizia di Giuliano, o pure la stolta loro credulità. Ci lasciò san Giovanni Grisostomo[Chrysostomus, in Gent.]una descrizion della corte d'esso Giuliano, tale che fa orrore. Imperocchè, appena si seppe ristabilita da lui l'idolatria, e come egli era perduto dietro allo studio dell'avvenire, che da ogni banda fioccarono colà maghi, incantatori, auguri, indovini, e simil razza di gente, alcuni dei quali di pezzenti divenivano appresso non solo sacerdoti, ma pontefici del gentilesimo. Con costoro si tratteneva Giuliano, poco curando i generali e magistrati; e qualora usciva in pubblico, il seguitava un infame corteggio di tali ciurmatori; nè vi mancava quello di molte femmine che professavano le medesime empie arti ed illusioni, uscite da' bordelli e d'altri luoghi, dove vendevano le inique loro mercatanzie. In testimonio di questa verità il Grisostomo chiama moltissimi tuttavia allora viventi, e ben pratici della corte dell'apostata Augusto. E il Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che fiorivanell'istesso tempo, ci assicura che si vedeva Giuliano mangiare pubblicamente e divertirsi con quelle infami donne, coprendo quest'obbrobrio col pretesto ch'esse servivano alle cerimonie dei suoi sagrifizii e misteri.E tale era la vita di questo imperatore, il quale nientedimeno non ometteva di applicarsi ai pubblici affari, come consta da molte sue leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]; ed era frequente al senato, dove spezialmente campeggiava la di lui vanità nel recitar delle arringhe ed orazioni, e nel decidere le liti. Volendo poi esercitare la gratitudine verso di Costantinopoli patria sua, per attestato di Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 11.], vi costituì un senato simile a quel di Roma. Ma sapendosi che anche prima d'ora un senato v'era in quella gran città, vorrà egli dire che gli concedè i privilegii medesimi e lo stesso decoro che godeva il senato di Roma. Vi fabbricò eziandio un porto che difendesse dal vento australe le navi, ed anche un portico che guidava ad esso porto, della figura del sigma greco, che si solea allora scrivere come il C de' Latini. Formò ancora[Julian., Epist. LVIII. Themistius, Orat. IV.]sopra il portico regale una biblioteca, dove ripose quanti libri egli possedeva. Studiossi ancora di condurre da Alessandria colà un obelisco: cosa già meditata dall'imperador Costanzo, ma nè pure da lui eseguita dipoi per la sua morte. Di questo parla egli in una epistola da me data alla luce[Anecdota Graeca, pag. 325.]. Bella azione dovette poi parere quella di Giuliano[Ammian., lib. 22, cap. 5.], allorchè liberò dell'esilio tutti i vescovi già banditi da Costanzo ariano, uno de' quali fu santo Atanasio, benchè poi nel seguente anno per ordine del medesimo Giuliano di nuovo ne fosse cacciato. Ma infin lo stesso Ammiano, e poi Sozomeno[Sozomen., lib. 5 Hist., cap. 5. Chron. Alexandr. Chrysost., Orat. II in Babyl.]ed altri chiaramente riconobbero aver ciò fattoil malizioso Augusto, non già per alcun buon cuore verso i pastori del popolo cristiano, ma affinchè, trovandosi eglino liberi, si continuassero come prima le civili discordie tra loro, cioè tra' cattolici, ariani, donatisti, macedoniani ed eunomiani; e la plebe interessata in quelle contese non pensasse a far tumulti e sedizioni contra del regnante: il che fu ancora avvertito da sant'Agostino in riguardo ad essi donatisti. Dieci mesi pretende Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 11.]che Giuliano si fermasse in Costantinopoli. Dovea dire quasi otto; imperciocchè le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theod.]cel rappresentano in quella città forse per tutto maggio. Di là poi mosse per passare in Antiochia con disegno di far pentire i Persiani di tanti danni recati al romano imperio. Per qualche tempo si fermò nella Bitinia; e massimamente in Nicomedia, città sì grandiosa ne' tempi addietro, e diroccata dal terribil tremuoto dell'anno 358: il che cavò le lagrime dagli occhi di Giuliano, e dalla sua borsa molto danaro per riparar quelle rovine. Una sua legge abbiamo quivi data nel luglio del presente anno. Per viaggio visitò quanti templi famosi la gentilità avea riaperti in quelle parti, sagrificando dappertutto con gioia immensa de' pagani e dolor de' cristiani. Non finì il luglio che giunse ad Antiochia, ricevuto con acclamazioni indicibili da quel popolo, e molte leggi si veggono date da lui nei susseguenti mesi in quella città[Ammian., lib. 22, cap. 10.]. Quivi si applicò ad ascoltar le querele dei particolari, e a decidere le loro liti con giuste bilancio, e senza guardar in faccia a chi che sia, nè qual fosse la di lui religione. Confessa nondimeno Ammiano ch'egli camminava in ciò con troppa fretta, e che, conoscendo poi la leggerezza del suo ingegno e l'impetuosità della sua collera, raccomandava ai suoi assessori di frenarlo, per non fallare. Undì si presentò a' suoi piedi Teodoto, uno de' primi cittadini di Jerapoli, ma tremando, perchè sapeva d'essere in disgrazia di lui. Giuliano il ricevette con volto cortese, e gli disse[Ammian., lib. 22, cap. 14.]che se ne ritornasse a casa senza paura, affidato dalla clemenza di un principe che solamente bramava di sminuire il numero de' suoi nemici con farseli amici. Belle parole, quand'anche in Antiochia fece continuar i processi e le condanne contra di molti, da' quali si pretendeva offeso. Ed in essa città ancora si diede più che mai a perseguitare i cristiani, per l'odio che portava alla lor religione, e per rabbia, sapendo di essere detestato da essi, essendovi stati alcuni che a visiera calata lo aveano rimproverato per la sua apostasia ed empietà. Fin sotto il precedente anno già dicemmo aver gli dato principio a sfogar questo suo mal animo contra d'essi cristiani, cacciando dalla sua corte chiunque abborriva di adorare i suoi falsi dii, uno de' quali specialmente fu celebre[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], cioè sanCesario, fratello di san Gregorio Nazianzeno, e medico suo, che generosamente abbandonò il posto per non abbandonar la fede di Gesù Cristo. Escluse dipoi dalla milizia tutti i cristiani; ordinò che niuna carica si desse, se non agli amatori degl'idoli; proibì ai Cristiani l'insegnare ed imparar le scienze e le belle lettere. E quantunque non osasse pubblicamente di levar la vita a chi seguitava la legge di Cristo, perchè infinito era il lor numero, ed egli paventava delle sollevazioni: pure in segreto gran copia ne fece uccidere, e sotto di lui la Chiesa contò moltissimi gloriosi martiri[Idem, Orat. III. Theodor., lib. 3. Hist., cap. 11 et seq.], senza poter nè pure raccogliere il numero di tutti. Mise anche in opera tutte le arti, lusinghe e premii per sovvertire i medesimi cristiani; e pur troppo non pochi ne trovò che si lasciaronovincere da così dolci batterie. Ma intorno a ciò rimetto io il lettore agli Annali Ecclesiastici del Baronio[Baron., in Annalib. Eccl.], e sopra tutto al Tillemont[Tillemont, Mémoires pour l'Histoire Ecclesiastiq.], che egregiamente ha trattato questo argomento, siccome ancora al Fleury nella sua Storia Ecclesiastica[Fleury, Hist. Eccl.].
Consoli
MamertinoeNevitta.
Fu alzatoNevittaalla dignità consolare, perchè uomo di molto credito nel mestiere delle armi, e perchè di lui si fidava molto Giuliano, dopo averlo creato generale della cavalleria. Essendo costui barbaro di nazione, e probabilmente Goto, di costumi crudeli, ebbe motivoAmmiano Marcellino[Ammian., lib. 21, c. 11 et 12.]di riflettere, come accennammo di sopra, alla malignità di Giuliano, il quale poco prima avea tacciato Costantino di aver conferito il consolato a personaggi barbari, quando egli poco appresso fece lo stesso. Quanto aMamertinoprimo console, Giuliano lo avea dianzi creato prefetto del pretorio dell'Illirico. Essendo egli uomo eloquente, compose e recitò nel dì primo di quest'anno, cioè nell'entrar console, un panegirico in lode di Giuliano, componimento salvato dalle ingiurie del tempo, e giunto sino ai dì nostri. Ma prima di raccontar le azioni spettanti a Giuliano nell'anno presente, non dispiacerà ai lettori di conoscere prima chi fosse questo novello Augusto. Altrove dicemmo cheFlavio Claudio Giulianoavea avuto per padre Giulio Costanzo, fratello del gran Costantino, e per fratello Gallo Cesare, da noi veduto ucciso da Costanzo imperadore. Nacque in Costantinopoli[Julian., Epist. LI.]nell'anno 331. Allorchè mancò di vita Costantino il Grande nell'anno 337, e fu ucciso suo padre con altri parenti d'esso Augusto per ordine di Costanzo, anche Giuliano corse rischio di perdere la vita[Idem, in Misopog.]. Il salvò la sua tenera età. In Macello, luogo della Cappadocia, in Costantinopoli, e poscia in Nicomedia s'applicò allo studio delle lettere, avendo per maestro Eusebio vescovo di quella città[Socrates, Hist., lib. 3, c. 1.], famoso capo dell'arianesimo. Essendogli toccato per aio un eunuco, uomo di gran senno, chiamato Mardonio, questi per tempo gli diede buoni documenti di moderazione, di sprezzo dei divertimenti, e di fare resistenza alle passioni. Fu provveduto sempre di eccellenti maestri, ma cristiani, da Costanzo; e siccome a lui non mancava la felicità del talento, così fece non lieve profitto nelle scienze, e massimamente nell'eloquenza. Ma questa felicità d'ingegnoconsisteva piuttosto in una prontezza d'intendere e in una vivacità di esprimere i suoi sentimenti, e non già in una soda penetrazione e riflessione sopra le cose, essendo superficiale la forza della sua mente, e portata sempre alle novità la di lui inclinazione. Già si osservò che di nuovo fu in pericolo la di lui vita, allorchè quella di Gallo Cesare suo fratello mancò. Il sottrasse a quel rischio Eusebia Augusta, la di cui protezione servì ancora a farlo promuovere alla dignità di Cesare e al governo delle Gallie; dal che poi nacque la di lui ribellione contra del benefattore Costanzo.
Ma la più obbrobriosa delle azioni di Giuliano è quella che riguarda la sua religione. Era egli, non men che il fratello, stato allevato in quella di Gesù Cristo sotto varii precettori cristiani; la professava egli, e con varie opere di pietà si dava a conoscere (ed era in fatti allora) persuaso della verità e santità della medesima[Julian., Epist. LI.]. Confessa egli stesso che sino all'età di vent'anni stette saldo in essa religione; anzi, per togliere a Costanzo i sospetti ch'egli aspirasse in guisa alcuna all'imperio, si arrolò nella milizia ecclesiastica, e col fratello Gallo esercitò nel clero l'uffizio di lettore. Ma siccome egli era un cervello leggero e fantastico, insensibilmente si lasciò portare al paganesimo. Ordine espresso avea dato Costanzo[Socrates, Histor., lib. 3, cap. 1. Libanius, Orat. V et XII.]ch'egli non praticasse con Libanio sofista, letterato di gran credito allora per la sua eloquenza, ma gentile, per timore che noi sovvertissero le di lui ciance. Giuliano tanto più s'accese di voglia di leggere e di studiar segretamente le di lui opere, che servirono non poco ad infettarlo: tanta era la stima ch'egli professava a quel sofista. La scuola principale nondimeno della sua apostasia ed impietà fu l'essersi egli dato a praticar con gl'indovini, strologhi, maghied altri impostori, che gli fecero sperar la cognizion dell'avvenire: con che maggiormente se gli ammaliò e riempiè il capo d'illusioni, di oracoli, e della potenza dei falsi dii, con terminar poi i suoi studii in un'aperta empietà e somma prosunzione. Libanio stesso[Liban., Orat. X.]non ebbe difficoltà di confessare ch'egli era visitato dagli dii, da loro sapeva quanto si faceva sopra la terra: il che chiaramente ci fa comprendere le illusioni della magia. Per maestri di così sacrileghe arti e dottrine ebbe spezialmente Giuliano[Eunap., Vit. Sophist., cap. 5. Socrat., Hist., lib. 3, cap. 1. Liban., Orat. V.]Massimo Efesio, mago di professione, Eusebio discepolo di Edesio, un Jamblico diverso dal pitagorico, ed altri simili ciurmatori, più tosto che filosofi, i quali colle empie loro istruzioni il trassero in fine ad abbandonare il Cristianesimo, e ad abbracciare il culto degl'idoli. Ma come mai potè passare uomo intendente della santità della religion cristiana e della sua celeste morale all'aperta sciocchezza dell'idolatria, e a credere e a dare alle creature e a sorde statue di numi ossia di demonii il culto ed incenso dovuto al solo vero Dio? In poche parole ne dirò il perchè. Da che la religion cristiana luminosa comparve sul candelliere con tanta raccomandazione di verità, i filosofi, pagani, non sapendo come difendere tanta deformità dell'idolatria, ricorsero al ripiego di sostenere che sotto le più ridicole favole ed azioni vergognose dei lor creduti dii si nascondeva qualche mistero o verità o teologica, o istorica, o morale; e riconoscendo non esservi che un Dio, dicevano poi che nelle differenti deità si adorava quel medesimo Dio, cioè qualche suo attributo, rappresentato dai poeti sotto il velo di molte favole. In somma inorpellavano tanto la detestabil empietà e superstizione del paganesimo, ne predicavano l'antichità, ne esaltavano l'ampiezza, che la testa leggiera di Giuliano (pertale la riguardò anche Ammiano[Ammianus, lib. 16.]) vi precipitò dentro[Theodoret., Hist., lib. 3, c. 1. Gregorius Nazianz., Orat. III.]. E forse la spinta maggiore venne dal promettergli que' ciarlatani di pervenire per tal via al romano imperio. Dopo questo salto si studiava ben Giuliano di coprir la sua apostasia e idolatria nel suo cuore; finchè visse Costanzo Augusto, professava nell'esteriore il Cristianesimo, e poi la notte faceva dei sacrifizii a Mercurio, senza mettersi pensiero s'egli tradiva Dio e la propria coscienza. Ma chi sapeva ben esaminar le di lui azioni, i ragionamenti e quel suo spirito volubile, inquieto, buffone, sprezzante, giungeva a scorgere ch'egli non era cristiano, o pur era un mal cristiano, e che si allevava in lui un fiero mostro all'imperio romano. San Gregorio Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che il conobbe e praticò in Atene, ce ne lasciò un vivo ritratto, per cui predisse quello che in fatti poi fu. Aggiungasi ora che Giuliano, dopo essersi applicato alla filosofia di que' tempi, affettò da lì innanzi di comparir filosofo non solamente in molte azioni, ma con prender anche l'abito proprio de' filosofi, cioè il mantello, e nudrire le barba: tutto per acquistarsi credito con tale apparenza presso chi solo misura gli uomini dal portamento esterno. La sua sobrietà era grande[Ammianus, lib. 16. Julian., in Misopog. Libanius, Orat. X et XII.]; poco sonno prendeva, e questo sopra un tappeto e una pelle. De' piaceri e divertimenti del teatro, del circo, de' combattimenti nulla si dilettava; in una parola, da che fu creato Cesare, con questa severità di costumi molta riputazione s'acquistò nelle Gallie, col ministrar buona giustizia, con frenar le insolenze e l'avidità delle arpie, cioè dei pubblici uffiziali, che con taglie ed avanie cercavano di accrescere le calamità de' popoli, e di empiere la propria borsa.
Ritornando ora al corso della storia, convien ripetere che nel dicembre del precedente anno, mentre esso Giuliano soggiornava in Naisso città della Dacia (Socrate[Socrat., lib. 3, cap. 1.]scrive nella Tracia), gli giunse l'avviso della morte di Costanzo, avviso il più grato che mai gli potesse avvenire. Secondo Ammiano[Ammian., lib. 22, cap. 2.], fecero a lui credere gli ambasciatori che Costanzo, prima di spirar l'anima, l'avea dichiarato suo successore: il che non par vero, quando sussista che l'apostasia di Giuliano fosse a lui già nota. San Gregorio Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. XXI.]aggiugne essere stata fama che Costanzo sul fin della vita si pentisse di tre cose: cioè di avere sparso il sangue de' suoi parenti, di aver conferita a Giuliano la dignità di Cesare e di aver cagionato tante turbolenze nella Chiesa di Dio. Quando pur si accettasse per vero che Costanzo, giacchè non potea togliere a Giuliano la successione, gliel'avesse lasciata, ciò sarebbe stato per procacciare il di lui favore a Faustina Augusta sua moglie, la quale restava gravida, e partorì dipoi una femmina. Tutto lieto, siccome già dicemmo, passò Giuliano a Costantinopoli, dove qualche poco ancora fece la figura di cristiano, e poscia, per attestato di Socrate[Socrat., lib. 3, cap. 1.]e di Ammiano[Ammianus, lib. 22, cap. 5.], cavatasi la maschera, apertamente professò l'idolatria. Anzi non aveva aspettato fino a questo tempo, perchè Libanio[Liban., Orat. XII.]e il Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. III.]attestano che, appena giunto nell'Illirico, avea ordinato che si aprissero i templi de' pagani, e che si sacrificasse agl'idoli[Julian., Epist. ad Atheniens.]; nè tardarono punto gli Ateniesi a valersi di questo sacrilego indulto. Che allegrezza per questa metamorfosi provassero i gentili, che orrore e dispiacere i cristiani,non occorre ch'io lo dica. Corsero a gara i deputati delle città e provincie a riconoscere il nuovo sovrano[Julian., in Misopog. Eunap., Vit. Sophist.], portandogli delle corone d'oro; e gli Armeni ed altri re dell'Oriente, fuorchè il persiano, e fin gl'Indiani tributarongli dei regali. Anche dagli stessi Goti gli furono spediti ambasciatori per rinnovare i precedenti trattati; ma Giuliano fu vicino a romperla con loro, perchè non volea legge da que' Barbari, nè lasciarsi far paura, com'era avvenuto sotto il precedente Augusto. Quindi si diede a riformar la corte imperiale per risparmiare le spese, cassando una prodigiosa quantità di cuochi, barbieri ed altri simili, ed anche più riguardevoli uffiziali, che mangiavano a tradimento il pane del principe. Specialmente mandò a spasso tutti coloro che aveano servito a Costanzo, non distinguendo i buoni dai cattivi[Liban., Orat. X.], e sostituendo degli altri a suo talento. Ancorchè Ammiano[Ammianus, lib. 22, cap. 4.]pretenda che la maggior parte di costoro fosse piena di vizii, e s'ingrassasse a forza d'iniquità e di rubamenti, con dire fra le altre cose che avendo Giuliano dimandato un barbiere per farsi tosare, se gliene presentò uno sì magnificamente vestito, che Giuliano gridò[Zonaras, in Annal.]:L'ordine mio è stato che si chiamasse un barbiere, e non già un senatore: contuttociò lo stesso Ammiano condanna sì rigorosa riforma da lui fatta, con ridurre tanta gente in una misera povertà. Libanio[Liban., Orat. X.]all'incontro il loda forte per questo, aggiugnendo ch'egli ristrinse al numero di mille e settecento coloro che si chiamavanoagentes in rebus, ufficiali del fisco, poco diversi, o pure gli stessi che i curiosi e frumentarii, cioè ispettori ed esattori che si mandavano per le provincie. Dianzi si contavano dieci mila di costoro.
Qui nondimeno non si fermò Giuliano.Eresse un tribunal di giustizia, affinchè quivi si ascoltassero le molte querele de' particolari contro gli uffiziali del defunto Costanzo. Capo ne fuSallustio Secondo, dichiarato prefetto del pretorio d'Oriente, a cui furono aggiuntiMamertinoeNevitta, consoli di quest'anno,ArbezioneedAgilone[Ammianus, lib. 22, cap. 3.]. Costoro, iti a Calcedonia, cominciarono a processar chiunque non godea la grazia di Giuliano, principalmente chi gli era in disgrazia.Palladio, già mastro degli uffizii (splendida dignità della corte), fu relegato in Bretagna;Tauro, già prefetto del pretorio, a Vercelli, benchè non sel meritasse;Fiorenzo, anch'esso mastro degli uffizii, in un'isola della Dalmazia. L'altroFiorenzogià prefetto del pretorio delle Gallie, che aveva irritato forte Giuliano, se ne fuggì colla moglie, e nascoso stette finchè visse Giuliano, perchè contra di lui fulminata fu la sentenza di morte. D'altri cospicui uffiziali processati e condannati chi all'esilio, chi a perdere il capo, parla Ammiano; e perchè non solo a' colpevoli, ma anche a molti innocenti si stesero le condannagioni, Giuliano si tirò dietro le maledizioni, non che le mormorazioni de' suoi parziali, e molto più di chi era nemico, per sì fatte crudeltà. Con tal occasione si può dire che cominciò la persecuzione di Giuliano contra de' cristiani, perchè tutti i cortigiani professanti la legge santa di Cristo furono da lui cacciati fuori del palazzo. Dalle lettere del medesimo Giuliano[Julian., Epist. XXXVIII.]risulta, aver esso invitato alla sua corte Massimo filosofo, quello stesso che poco fa dicemmo essergli stato maestro di magia[Liban., Orat. XII.], e dell'arte empia ed ingannatoria di cercar l'avvenire. Allorchè seguì l'arrivo di costui alla corte[Ammianus, lib. 22, cap. 7.], Giuliano era nel senato, e, dimenticata la propria dignità, corse ad incontrar l'impostore, come se fosse stato qualche re,o divinità, abbracciandolo e baciandolo: azione lodata da Libanio, ma ritrovata assai impropria da Ammiano. Questa sua eccessiva degnazione verso le barbe de' filosofi cagion fu che altri di tal professione[Gregor. Nazianz., Orat. IV. Eunapius, Vit. Sophist., cap. 5. Socrates, lib. 3, cap. 1.]a folla accorsero da varie parti alla corte; alcuni anche vi furono chiamati. Di carezze e belle parole certamente si mostrò liberale con esso loro il filosofo imperadore: di tanto in tanto teneva ancora alcun di essi alla sua tavola, e beveva alla lor salute: pavoneggiavasi inoltre, nell'uscir di palazzo, di esser corteggiato da essi; ma in fine i più di loro lasciava colle mani piene di mosche, e laddove erano coloro venuti lusingandosi di far gran fortuna, si trovavano poi costretti, per non morir di fame, a ritornarsene delusi ai lor paesi, maledicendo non so dire se più la furberia ed avarizia di Giuliano, o pure la stolta loro credulità. Ci lasciò san Giovanni Grisostomo[Chrysostomus, in Gent.]una descrizion della corte d'esso Giuliano, tale che fa orrore. Imperocchè, appena si seppe ristabilita da lui l'idolatria, e come egli era perduto dietro allo studio dell'avvenire, che da ogni banda fioccarono colà maghi, incantatori, auguri, indovini, e simil razza di gente, alcuni dei quali di pezzenti divenivano appresso non solo sacerdoti, ma pontefici del gentilesimo. Con costoro si tratteneva Giuliano, poco curando i generali e magistrati; e qualora usciva in pubblico, il seguitava un infame corteggio di tali ciurmatori; nè vi mancava quello di molte femmine che professavano le medesime empie arti ed illusioni, uscite da' bordelli e d'altri luoghi, dove vendevano le inique loro mercatanzie. In testimonio di questa verità il Grisostomo chiama moltissimi tuttavia allora viventi, e ben pratici della corte dell'apostata Augusto. E il Nazianzeno[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], che fiorivanell'istesso tempo, ci assicura che si vedeva Giuliano mangiare pubblicamente e divertirsi con quelle infami donne, coprendo quest'obbrobrio col pretesto ch'esse servivano alle cerimonie dei suoi sagrifizii e misteri.
E tale era la vita di questo imperatore, il quale nientedimeno non ometteva di applicarsi ai pubblici affari, come consta da molte sue leggi[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]; ed era frequente al senato, dove spezialmente campeggiava la di lui vanità nel recitar delle arringhe ed orazioni, e nel decidere le liti. Volendo poi esercitare la gratitudine verso di Costantinopoli patria sua, per attestato di Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 11.], vi costituì un senato simile a quel di Roma. Ma sapendosi che anche prima d'ora un senato v'era in quella gran città, vorrà egli dire che gli concedè i privilegii medesimi e lo stesso decoro che godeva il senato di Roma. Vi fabbricò eziandio un porto che difendesse dal vento australe le navi, ed anche un portico che guidava ad esso porto, della figura del sigma greco, che si solea allora scrivere come il C de' Latini. Formò ancora[Julian., Epist. LVIII. Themistius, Orat. IV.]sopra il portico regale una biblioteca, dove ripose quanti libri egli possedeva. Studiossi ancora di condurre da Alessandria colà un obelisco: cosa già meditata dall'imperador Costanzo, ma nè pure da lui eseguita dipoi per la sua morte. Di questo parla egli in una epistola da me data alla luce[Anecdota Graeca, pag. 325.]. Bella azione dovette poi parere quella di Giuliano[Ammian., lib. 22, cap. 5.], allorchè liberò dell'esilio tutti i vescovi già banditi da Costanzo ariano, uno de' quali fu santo Atanasio, benchè poi nel seguente anno per ordine del medesimo Giuliano di nuovo ne fosse cacciato. Ma infin lo stesso Ammiano, e poi Sozomeno[Sozomen., lib. 5 Hist., cap. 5. Chron. Alexandr. Chrysost., Orat. II in Babyl.]ed altri chiaramente riconobbero aver ciò fattoil malizioso Augusto, non già per alcun buon cuore verso i pastori del popolo cristiano, ma affinchè, trovandosi eglino liberi, si continuassero come prima le civili discordie tra loro, cioè tra' cattolici, ariani, donatisti, macedoniani ed eunomiani; e la plebe interessata in quelle contese non pensasse a far tumulti e sedizioni contra del regnante: il che fu ancora avvertito da sant'Agostino in riguardo ad essi donatisti. Dieci mesi pretende Zosimo[Zosimus, lib. 3, cap. 11.]che Giuliano si fermasse in Costantinopoli. Dovea dire quasi otto; imperciocchè le leggi del Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theod.]cel rappresentano in quella città forse per tutto maggio. Di là poi mosse per passare in Antiochia con disegno di far pentire i Persiani di tanti danni recati al romano imperio. Per qualche tempo si fermò nella Bitinia; e massimamente in Nicomedia, città sì grandiosa ne' tempi addietro, e diroccata dal terribil tremuoto dell'anno 358: il che cavò le lagrime dagli occhi di Giuliano, e dalla sua borsa molto danaro per riparar quelle rovine. Una sua legge abbiamo quivi data nel luglio del presente anno. Per viaggio visitò quanti templi famosi la gentilità avea riaperti in quelle parti, sagrificando dappertutto con gioia immensa de' pagani e dolor de' cristiani. Non finì il luglio che giunse ad Antiochia, ricevuto con acclamazioni indicibili da quel popolo, e molte leggi si veggono date da lui nei susseguenti mesi in quella città[Ammian., lib. 22, cap. 10.]. Quivi si applicò ad ascoltar le querele dei particolari, e a decidere le loro liti con giuste bilancio, e senza guardar in faccia a chi che sia, nè qual fosse la di lui religione. Confessa nondimeno Ammiano ch'egli camminava in ciò con troppa fretta, e che, conoscendo poi la leggerezza del suo ingegno e l'impetuosità della sua collera, raccomandava ai suoi assessori di frenarlo, per non fallare. Undì si presentò a' suoi piedi Teodoto, uno de' primi cittadini di Jerapoli, ma tremando, perchè sapeva d'essere in disgrazia di lui. Giuliano il ricevette con volto cortese, e gli disse[Ammian., lib. 22, cap. 14.]che se ne ritornasse a casa senza paura, affidato dalla clemenza di un principe che solamente bramava di sminuire il numero de' suoi nemici con farseli amici. Belle parole, quand'anche in Antiochia fece continuar i processi e le condanne contra di molti, da' quali si pretendeva offeso. Ed in essa città ancora si diede più che mai a perseguitare i cristiani, per l'odio che portava alla lor religione, e per rabbia, sapendo di essere detestato da essi, essendovi stati alcuni che a visiera calata lo aveano rimproverato per la sua apostasia ed empietà. Fin sotto il precedente anno già dicemmo aver gli dato principio a sfogar questo suo mal animo contra d'essi cristiani, cacciando dalla sua corte chiunque abborriva di adorare i suoi falsi dii, uno de' quali specialmente fu celebre[Gregor. Nazianz., Orat. IV.], cioè sanCesario, fratello di san Gregorio Nazianzeno, e medico suo, che generosamente abbandonò il posto per non abbandonar la fede di Gesù Cristo. Escluse dipoi dalla milizia tutti i cristiani; ordinò che niuna carica si desse, se non agli amatori degl'idoli; proibì ai Cristiani l'insegnare ed imparar le scienze e le belle lettere. E quantunque non osasse pubblicamente di levar la vita a chi seguitava la legge di Cristo, perchè infinito era il lor numero, ed egli paventava delle sollevazioni: pure in segreto gran copia ne fece uccidere, e sotto di lui la Chiesa contò moltissimi gloriosi martiri[Idem, Orat. III. Theodor., lib. 3. Hist., cap. 11 et seq.], senza poter nè pure raccogliere il numero di tutti. Mise anche in opera tutte le arti, lusinghe e premii per sovvertire i medesimi cristiani; e pur troppo non pochi ne trovò che si lasciaronovincere da così dolci batterie. Ma intorno a ciò rimetto io il lettore agli Annali Ecclesiastici del Baronio[Baron., in Annalib. Eccl.], e sopra tutto al Tillemont[Tillemont, Mémoires pour l'Histoire Ecclesiastiq.], che egregiamente ha trattato questo argomento, siccome ancora al Fleury nella sua Storia Ecclesiastica[Fleury, Hist. Eccl.].