CCCLXXXVI

CCCLXXXVIAnno diCristoCCCLXXXVI. Indiz.XIV.Siriciopapa 2.ValentinianoII imperad. 12.Teodosioimperadore 8.Arcadioimperadore 4.ConsoliFlavio OnorioNobilissimo fanciullo, edEvodio.Le leggi del codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]ci fan vedere nel dì 11 di giugno prefetto di RomaSallustio, e poscia di nuovo nel dì 6 luglio in quella dignitàPinianosopra da noi mentovato, e possessor di essa anche nell'anno precedente. Seguitò in questo anno Valentiniano Augusto a dimorare in Milano, e Teodosio Augusto per lo più stette in Costantinopoli. Quanto al primo di questi regnanti, altro non ci suggerisce la storia intorno alle azioni di lui per conto dell'anno presente, se non che egli inviò ordine al suddetto Sallustio prefetto di Roma di rifabbricare la basilica di san Paolo nella via che conduce ad Ostia; ciò apparendo da una sua lettera pubblicatadal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc Annum.]. Ma l'Augusta Giustina sua madre non tralasciava intanto di abusarsi del di lui nome ed autorità per esaltare la fazion degli ariani suoi favoriti, e distruggere, se fosse stato possibile, la cattolica chiesa di Dio. Ottenne ella dunque che l'Augusto giovane suo figliuolo formasse un'empia legge in favor degli ariani[Rufinus, lib. 2, cap. 15 et 16. Theodoret., lib. 5, cap. 3. Ambrosius, Epist. XXXI. Gaudentius, in Sermon.]. Benevolo, segretario, oppure notaio o archivista della corte incaricato di stenderla, amò piuttosto di rinunziar la sua carica e ritirarsi ad una vita privata, che di contaminar la sua penna con quel sacrilego editto. L'iniquo vescovo degli ariani Ausenzio quegli poi fu che lo compose. Nel dì 21 di gennaio di quest'anno si vide pubblicata quella legge, con cui si concedeva un'intiera libertà agli ariani di tener le loro assemblee dovunque volessero, con rigorose pene contra dei cattolici che a ciò si opponessero. In vigore di tal proclama andarono ordini a cadauna delle città di rilasciare ad essi eretici almeno una chiesa, con pena della testa a chi resistesse. Fu perciò intimato in Milano a santo Ambrosio di cedere agli ariani la basilica Porziana coi vasi sacri. Con petto forte il santo arcivescovo ricusò di ubbidire. Per questa ripugnanza un tribuno gli portò l'ordine di uscir dalla città, ed egli costantemente protestò di non poter abbandonar quel gregge che Dio avea raccomandato alla sua custodia. Vennero minacce di farlo morire, ed egli nulla più desiderava che di sofferire il martirio. Minore non era lo zelo del popolo suo, il quale per paura che il sacro pastore se n'andasse, o per amore o per forza, corse alla basilica suddetta, e per più giorni e notti stette ivi dentro in guardia. Colà inviò la corte una man di soldati per impedire alla gente di entrarvi; ma eglino stessi s'accordavano coi cattolici.Fu allora che sant'Ambrosio, affinchè non si annojasse il buon popolo in quella specie di prigionia, introdusse l'uso di cantar inni, salmi ed antifone, come già si usava nelle chiese d'Oriente: tanto che anch'esso influì dipoi alla conversione di sant'Agostino. D'ordine dell'imperadore fu intimato a sant'Ambrosio di comparire a palazzo per disputar della fede con Ausenzio davanti ai giudici da eleggersi dall'una e dall'altra parte. Ma Ambrosio con lettera a Valentiniano fece intendere i giusti motivi suoi di non ubbidire. In somma i cattolici conservarono la basilica, e il santo Arcivescovo a dispetto d'altre calunnie ed insidie a lui tese dalla furibonda imperadrice ariana, stette saldo[Paulin., in Vit. s. Ambrosii.], e con lui si unirono dipoi anche i miracoli nella scoperta de' sacri corpi de' santi Gervasio e Protasio, che accrebbero la confusion degli ariani, e fecero cessar la persecuzione di Giustina. Chi di più ne desidera, dee far ricorso alla storia ecclesiastica[Rufinus. l. 2, cap. 16. Theodor., l. 5, c. 14.]. Il bello fu che Massimo il tiranno, udita questa persecuzion de' cattolici, se ne prevalse, per guadagnarsi l'aura di principe zelante della vera religione, con iscrivere a Valentiniano, ed esortarlo a desistere dal far guerra alla Chiesa vera di Dio, e di seguitar la fede de' suoi maggiori; e v'ha chi aggiugne di avergli anche minacciata guerra per questo.Nell'anno presente ebbe l'imperadore Teodosio guerra coi popoli Grutongi, cioè con una nazion barbarica sconosciuta dianzi, e venuta a dare il sacco alla Tracia, senza dubbio dalla Tartaria. Ma probabilmente non erano se non alcuna di quelle tribù di Goti, delle quali Ammiano molto prima di questi tempi fece menzione. Zosimo parla di una irruzione qualche anno prima. Ma si può giustamente attener qui all'asserzione di Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chronico.], corroboratada Idacio[Idacius, in Chron.]e da Claudiano[Claudianus, in Consul. IV Honorii.], attribuendola ognun d'essi all'anno presente. Vuole esso Zosimo[Zosimus, l. 4, cap. 38.]che la gloria di avere sconfitti questi Barbari sia tutta dovuta aPromotogenerale di Teodosio, il quale, stando alla guardia delle rive del Danubio, e vedendo sì gran gente invogliata di passar quel fiume, tese loro una trappola, inviando spie doppie, cioè persone pratiche della loro lingua, che si vantarono di far loro prendere il general romano con tutti i suoi a man salva. Da questa lusinghevol promessa allettati i Barbari, imbarcarono una notte in gran copia di piccoli legni la più robusta gioventù con un altro corpo che tenea dietro ai primi, e in tempo di notte si misero a valicare il Danubio. Promoto che avea preparata una flotta numerosa di navi più grosse, fattala scendere, si mise nella concertata notte con esse alla riva opposta, aspettando i nemici. Vennero, ed egli con furore gli assalì. Parte di coloro perdè la vita nell'acqua, parte provò il taglio delle spade, e fra questi perìOdoteore o principe loro. I più restarono prigioni e specialmente i rimasti nell'altra riva, addosso i quali passò dipoi l'armata dei Romani con prenderli quasi tutti, e le lor mogli, fanciulli e bagaglie. Certo è che Teodosio col figliuolo Arcadio si trovò in persona a questa guerra. Zosimo almen confessa che egli era poco lungi di là, nè è da credere che si facesse tal impresa senza saputa ed ordine suo. Promoto gli presentò poi quella gran moltitudine di prigioni e di spoglie; ma Teodosio non solamente li fece tutti mettere in libertà, ma anche dispensò loro non pochi regali, acciocchè si arrolassero fra le sue milizie, siccome in fatti avvenne. Abbiamo da Idacio[Idacius, in Fastis.]che i due Augusti entrarono trionfanti in Costantinopoli per tal vittoria nel dì 12 di ottobre. Talconto poi fece di questi Teodosio[Zosimus, lib. 4, cap. 40.], che essendo una parte d'essi di quartiere a Tomi della picciola Tartaria, ed avendo voluto far delle insolenze in quella città, perlocchè Geronzio comandante ivi delle milizie romane li mise tutti a fil di spada: vi mancò poco che invece di ricompensa non levasse la vita ad esso Geronzio. La salvò egli con donar tutti i suoi beni agli eunuchi di corte, la potenza de' quali era anche allora esorbitante. Ma il racconto è di Zosimo, cioè di un nemico di tutti i principi cristiani. A questo anno ancora pare che s'abbiano a riferir le seconde nozze di Teodosio Augusto conGallafigliuola di Valentiniano I imperadore e di Giustina, e per conseguenza sorella di Valentiniano juniore[Idacius, in Fastis.], giacchè ne parlano circa questi tempi Filostorgio[Philostorg., lib. 10, cap. 7.]e Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chronico.]. Zosimo rapporta questo maritaggio all'anno seguente, e forse anche più tardi. Fu dipoi Galla la madre diGalla Placidia, principessa, di cui avremo da parlar non poco nel decorso della presente storia. Potrebbe essere che avvenisse ancora in quest'anno ciò che racconta Libanio[Liban., in Vit. sua.](giacchè non sussiste, come pensò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], ch'egli fosse morto alcuni anni prima), cioè che uno dei primi senatori, senza sapersi se di Costantinopoli o di Antiochia, prestando fede ai sogni che gli promettevano le maggiori grandezze, e contando questi suoi delirii a diverse persone, fu processato, e con lui diversi degli ascoltatori, fra' quali poco vi mancò che lo stesso Libanio non fosse compreso. Ma per la bontà di Teodosio non andò innanzi il rigore della giustizia. Pochi furono i tormentati, due solamente gli esiliati, e niuno vi perdè la vita.

Consoli

Flavio OnorioNobilissimo fanciullo, edEvodio.

Le leggi del codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]ci fan vedere nel dì 11 di giugno prefetto di RomaSallustio, e poscia di nuovo nel dì 6 luglio in quella dignitàPinianosopra da noi mentovato, e possessor di essa anche nell'anno precedente. Seguitò in questo anno Valentiniano Augusto a dimorare in Milano, e Teodosio Augusto per lo più stette in Costantinopoli. Quanto al primo di questi regnanti, altro non ci suggerisce la storia intorno alle azioni di lui per conto dell'anno presente, se non che egli inviò ordine al suddetto Sallustio prefetto di Roma di rifabbricare la basilica di san Paolo nella via che conduce ad Ostia; ciò apparendo da una sua lettera pubblicatadal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc Annum.]. Ma l'Augusta Giustina sua madre non tralasciava intanto di abusarsi del di lui nome ed autorità per esaltare la fazion degli ariani suoi favoriti, e distruggere, se fosse stato possibile, la cattolica chiesa di Dio. Ottenne ella dunque che l'Augusto giovane suo figliuolo formasse un'empia legge in favor degli ariani[Rufinus, lib. 2, cap. 15 et 16. Theodoret., lib. 5, cap. 3. Ambrosius, Epist. XXXI. Gaudentius, in Sermon.]. Benevolo, segretario, oppure notaio o archivista della corte incaricato di stenderla, amò piuttosto di rinunziar la sua carica e ritirarsi ad una vita privata, che di contaminar la sua penna con quel sacrilego editto. L'iniquo vescovo degli ariani Ausenzio quegli poi fu che lo compose. Nel dì 21 di gennaio di quest'anno si vide pubblicata quella legge, con cui si concedeva un'intiera libertà agli ariani di tener le loro assemblee dovunque volessero, con rigorose pene contra dei cattolici che a ciò si opponessero. In vigore di tal proclama andarono ordini a cadauna delle città di rilasciare ad essi eretici almeno una chiesa, con pena della testa a chi resistesse. Fu perciò intimato in Milano a santo Ambrosio di cedere agli ariani la basilica Porziana coi vasi sacri. Con petto forte il santo arcivescovo ricusò di ubbidire. Per questa ripugnanza un tribuno gli portò l'ordine di uscir dalla città, ed egli costantemente protestò di non poter abbandonar quel gregge che Dio avea raccomandato alla sua custodia. Vennero minacce di farlo morire, ed egli nulla più desiderava che di sofferire il martirio. Minore non era lo zelo del popolo suo, il quale per paura che il sacro pastore se n'andasse, o per amore o per forza, corse alla basilica suddetta, e per più giorni e notti stette ivi dentro in guardia. Colà inviò la corte una man di soldati per impedire alla gente di entrarvi; ma eglino stessi s'accordavano coi cattolici.Fu allora che sant'Ambrosio, affinchè non si annojasse il buon popolo in quella specie di prigionia, introdusse l'uso di cantar inni, salmi ed antifone, come già si usava nelle chiese d'Oriente: tanto che anch'esso influì dipoi alla conversione di sant'Agostino. D'ordine dell'imperadore fu intimato a sant'Ambrosio di comparire a palazzo per disputar della fede con Ausenzio davanti ai giudici da eleggersi dall'una e dall'altra parte. Ma Ambrosio con lettera a Valentiniano fece intendere i giusti motivi suoi di non ubbidire. In somma i cattolici conservarono la basilica, e il santo Arcivescovo a dispetto d'altre calunnie ed insidie a lui tese dalla furibonda imperadrice ariana, stette saldo[Paulin., in Vit. s. Ambrosii.], e con lui si unirono dipoi anche i miracoli nella scoperta de' sacri corpi de' santi Gervasio e Protasio, che accrebbero la confusion degli ariani, e fecero cessar la persecuzione di Giustina. Chi di più ne desidera, dee far ricorso alla storia ecclesiastica[Rufinus. l. 2, cap. 16. Theodor., l. 5, c. 14.]. Il bello fu che Massimo il tiranno, udita questa persecuzion de' cattolici, se ne prevalse, per guadagnarsi l'aura di principe zelante della vera religione, con iscrivere a Valentiniano, ed esortarlo a desistere dal far guerra alla Chiesa vera di Dio, e di seguitar la fede de' suoi maggiori; e v'ha chi aggiugne di avergli anche minacciata guerra per questo.

Nell'anno presente ebbe l'imperadore Teodosio guerra coi popoli Grutongi, cioè con una nazion barbarica sconosciuta dianzi, e venuta a dare il sacco alla Tracia, senza dubbio dalla Tartaria. Ma probabilmente non erano se non alcuna di quelle tribù di Goti, delle quali Ammiano molto prima di questi tempi fece menzione. Zosimo parla di una irruzione qualche anno prima. Ma si può giustamente attener qui all'asserzione di Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chronico.], corroboratada Idacio[Idacius, in Chron.]e da Claudiano[Claudianus, in Consul. IV Honorii.], attribuendola ognun d'essi all'anno presente. Vuole esso Zosimo[Zosimus, l. 4, cap. 38.]che la gloria di avere sconfitti questi Barbari sia tutta dovuta aPromotogenerale di Teodosio, il quale, stando alla guardia delle rive del Danubio, e vedendo sì gran gente invogliata di passar quel fiume, tese loro una trappola, inviando spie doppie, cioè persone pratiche della loro lingua, che si vantarono di far loro prendere il general romano con tutti i suoi a man salva. Da questa lusinghevol promessa allettati i Barbari, imbarcarono una notte in gran copia di piccoli legni la più robusta gioventù con un altro corpo che tenea dietro ai primi, e in tempo di notte si misero a valicare il Danubio. Promoto che avea preparata una flotta numerosa di navi più grosse, fattala scendere, si mise nella concertata notte con esse alla riva opposta, aspettando i nemici. Vennero, ed egli con furore gli assalì. Parte di coloro perdè la vita nell'acqua, parte provò il taglio delle spade, e fra questi perìOdoteore o principe loro. I più restarono prigioni e specialmente i rimasti nell'altra riva, addosso i quali passò dipoi l'armata dei Romani con prenderli quasi tutti, e le lor mogli, fanciulli e bagaglie. Certo è che Teodosio col figliuolo Arcadio si trovò in persona a questa guerra. Zosimo almen confessa che egli era poco lungi di là, nè è da credere che si facesse tal impresa senza saputa ed ordine suo. Promoto gli presentò poi quella gran moltitudine di prigioni e di spoglie; ma Teodosio non solamente li fece tutti mettere in libertà, ma anche dispensò loro non pochi regali, acciocchè si arrolassero fra le sue milizie, siccome in fatti avvenne. Abbiamo da Idacio[Idacius, in Fastis.]che i due Augusti entrarono trionfanti in Costantinopoli per tal vittoria nel dì 12 di ottobre. Talconto poi fece di questi Teodosio[Zosimus, lib. 4, cap. 40.], che essendo una parte d'essi di quartiere a Tomi della picciola Tartaria, ed avendo voluto far delle insolenze in quella città, perlocchè Geronzio comandante ivi delle milizie romane li mise tutti a fil di spada: vi mancò poco che invece di ricompensa non levasse la vita ad esso Geronzio. La salvò egli con donar tutti i suoi beni agli eunuchi di corte, la potenza de' quali era anche allora esorbitante. Ma il racconto è di Zosimo, cioè di un nemico di tutti i principi cristiani. A questo anno ancora pare che s'abbiano a riferir le seconde nozze di Teodosio Augusto conGallafigliuola di Valentiniano I imperadore e di Giustina, e per conseguenza sorella di Valentiniano juniore[Idacius, in Fastis.], giacchè ne parlano circa questi tempi Filostorgio[Philostorg., lib. 10, cap. 7.]e Marcellino conte[Marcell. Comes, in Chronico.]. Zosimo rapporta questo maritaggio all'anno seguente, e forse anche più tardi. Fu dipoi Galla la madre diGalla Placidia, principessa, di cui avremo da parlar non poco nel decorso della presente storia. Potrebbe essere che avvenisse ancora in quest'anno ciò che racconta Libanio[Liban., in Vit. sua.](giacchè non sussiste, come pensò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], ch'egli fosse morto alcuni anni prima), cioè che uno dei primi senatori, senza sapersi se di Costantinopoli o di Antiochia, prestando fede ai sogni che gli promettevano le maggiori grandezze, e contando questi suoi delirii a diverse persone, fu processato, e con lui diversi degli ascoltatori, fra' quali poco vi mancò che lo stesso Libanio non fosse compreso. Ma per la bontà di Teodosio non andò innanzi il rigore della giustizia. Pochi furono i tormentati, due solamente gli esiliati, e niuno vi perdè la vita.


Back to IndexNext