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CDAnno diCristoCD. IndizioneXIII.Anastasiopapa 3.Arcadioimperadore 18 e 6.Onorioimperadore 8 e 6.ConsoliFlavio StiliconeedAureliano.Chi fosseStiliconeconsole occidentale[Claud., de laud. Stiliconis, et in IV Consul. Honor.], non ha bisogno il lettore ch'io gliel ricordi. Quanto adAurelianoconsole orientale, egli era prefetto del pretorio d'Oriente nell'anno precedente. Ho io altrove[Thesaur. Novus Inscript., pag. 394.]rapportata una iscrizione posta aLucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano console, immaginando che potesse parlarsi quivi di questo Aureliano. Meglio esaminandola ora, ritrovo che non può convenire a lui, essendo iscrizione spettante a Roma pagana, senza nondimenosapere qual altro sito le si possa assegnare ne' Fasti consolari. Veggasi nulladimeno all'anno 223. ContinuòFlavianoad esercitar la prefettura di Roma. Poche leggi[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]di Arcadio Augusto si trovano sotto quest'anno, perchè egli ebbe altro da pensare in casa sua, siccome fra poco diremo: molte sì di Onorio imperadore, date le più in Milano, e l'altre in Ravenna, Altino, Brescia ed Aquileia, ma non senza qualche errore e confusione. Aspra è ben quella[L. 12, de Veter., Cod. Theodos.]emanata nel dì 30 di gennaio, in cui ordina che sieno arrolati nella milizia i Leti, Gentili, Alamanni e Sarmati, ed altri non avanzati in età, non troppo piccioli, non infermi, e i figliuoli de' veterani e i licenziati dalla milizia prima del tempo, e i passati dalla milizia al clero e all'impiego di seppellire i morti, pretendendo che questi non per motivo di religione, ma per poltroneria abbiano abbandonate l'armi. La ragione di questo rigoroso ordine ce la somministra la storia[Jordan., de Reb. Getic., c. 29.]. Abbiam fatta qualche menzione di sopra diAlarico, principe fra le nazioni dei Goti, non della famiglia Amala, ch'era la più nobile di tutte, ma di quella de' Balti (nome in lor lingua significante ardito), e nato verso le bocche del Danubio. Non era già costui pagano, come cel rappresenta il pagano poeta Claudiano[Claud., de IV Consulatu Honor.], perchè, per attestato di Orosio[Orosius, lib. 7, c. 37.]e di sant'Agostino, egli professava la religion cristiana, ma contaminata dal fermento ariano, come la maggior parte de' Goti praticava da molti anni addietro. Uomo feroce, e del mestier della guerra intendentissimo, il quale pieno di spiriti ambiziosi, anche molti anni prima di venir a gastigare i peccati dei Romani, si vantava che nulla egli crederebbe mai di aver fatto o vinto, se non prendeva la stessa città di Roma. Ciò si raccoglie da un poema diClaudiano[Claud., de Bello Getico.], composto molto prima ch'egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio[Prudentius, in Symmach.], parendo eziandio ch'egli tenesse d'esserne stato accertato da qualche oracolo. Nell'anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quetare i Goti che aveano fatta una terribile irruzione nella Grecia sotto il comando di esso Alarico, lo avea creato generale delle milizie nell'Illirico orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, o pur nella Grecia e Macedonia. Giordano istorico[Jordan., ut supra.]pretende che rincrescendo a que' Goti, chiamati dipoi Visigoti, che sparsi per la Tracia e per l'Illirico dipendevano dallo stesso Alarico, di starsene oziosi, ed apprendendo per cosa pericolosa alla lor nazione lo impoltronirsi, crearono circa questi tempi per loro re il medesimoAlarico. Il disegno d'essi era di conquistar qualche regno, perchè loro parea una disgrazia lo starsene ne' paesi altrui mal veduti, e con pochissime comodità, quasi servi de' Romani. Chiaramente scrivono san Prospero[Prosper., in Chronico.]e il suddetto Giordano, che nel consolato di Stilicone e di Aureliano i Goti sotto il comando diAlaricoe diRadagaisoentrarono nell'Italia. Che mali facessero (e certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da san Paolino vescovo di Nola[Paulin. Nolanus, Natal. VIII.]nel gennaio dell'anno seguente, che gran rumore faceva in Italia la guerra dei Goti, e che n'era sbigottito ognuno. Credesi ancora che dessero il guasto al territorio di Aquileia, e non apparisce che o spontaneamente o per forza ritornassero per ora indietro. Non sussiste già il dirsi dal suddetto Giordano che in questa prima visita i Goti andarono ad assediar Ravenna, dove s'era ritirato l'imperadore Onorio;perchè siamo assicurati dalle leggi del Codice Teodosiano, che Onorio nel verno venturo e per tutto l'anno seguente si fermò in Milano.Neppure ad Arcadio Augusto mancarono guai in Oriente durante questo anno. Pareva che dopo essere rimasta libera la di lui corte da quel mal arnese d'Eutropio, avessero da prendere miglior piega gli affari: ma si trattava di un imperadore buono da nulla, e intanto la caduta di Eutropio servì all'imperadrice Eudossia, tenuta bassa fin qui dal prepotente eunuco per innalzarsi, e sotto l'ombra di aiutar nel governo l'imbrogliato consorte[Zosim., lib. 5, cap. 23.], per tirare a sè quasi tutta l'autorità del comando. Donna superba e stizzosa; donna che voleva partire coi ministri ed uffiziali iniqui il profitta delle loro ingiustizie; donna infine che sapea dominar sopra il marito, ma ch'era anch'essa dominata da una man di dame e da una frotta d'eunuchi, che gareggiavano insieme a chi potea far peggio per arricchirsi, con vendere le grazie, con usurpare i beni altrui, e commettere tali iniquità, che le mormorazioni e i pubblici lamenti erano divenuti uno sfogo incessante de' popoli afflitti. Per attestato della Cronica Alessandrina[Chronicon Alexandrinum.], solamente nel dì 9 di gennaio dell'anno presente a lei fu dato dal marito il titolo diAugusta. Ed essa poi nel dì 3 di aprile partorì la terza figliuola, a cui fu posto il nome diArcadia. Da una lettera di Onorio Augusto si ricava che questa ambiziosa donna mandò la sua immagine per le provincie, come soleano fare i novelli Augusti: del che si dolse esso Onorio, come di una novità che avea dato da mormorare a tutti. A questi mali provenienti dalla debolezza del regnante se ne aggiunsero de' più strepitosi per la perfidia diGaina, che eletto generale dell'armi romane, per difesa del romano imperio, altro nonfacea che segretamente macchinarne la rovina, conservando nel medesimo tempo le apparenze della fedeltà e zelo nel pubblico bene, e pensando che non si accorgesse la corte delle sue intenzioni e furberie. Pertanto egli maneggiò un accomodamento fra Tribigildo ed Arcadio: il che fatto, sì l'uno che l'altro colle loro armate s'inviarono alla volta di Costantinopoli, saccheggiando d'accordo il paese per dove passavano. Tribigildo voltò a sinistra, andando a Lampsaco nell'Ellesponto, e Gaina a dirittura passò a Calcedone in faccia di Costantinopoli, dove cominciò a scoprire i suoi perversi disegni. Per li movimenti di questi due barbari uffiziali si trovava in un gran labirinto Arcadio e il suo consiglio, perchè scorgevano il mal animo di Gaina, ed armata non v'era da potergli opporre. Spedì esso Augusto persone per dimandare a Gaina che pensieri erano i suoi[Socrates, lib. 6, c. 6.]. Rispose costui di voler nelle mani i tre principali ministri della corte, cioèAurelianoconsole di quest'anno,Saturninostato console nell'anno 383, eGiovannisegretario il più confidente che si avesse Arcadio. Ci fa qui intendere il maligno Zosimo[Zos., lib. 5, cap. 18.]che dovea passare anche gran confidenza fra questo Giovanni e l'imperadrice Eudossia, perchè i più credeano che egli, e non già Arcadio, fosse padre di Teodosio II, principe che vedremo venire alla luce nell'anno seguente. Secondo Socrate, Gaina dimandò per ostaggi i suddetti ministri, mostrando probabilmente di non fidarsi dell'imperadore. Ma Zosimo con più ragione pretende che li volle per farli morire, perchè dovea loro attribuire i disordini presenti, o i mali uffizii fatti contra di lui. Tale era lo spavento di quel consiglio d'Arcadio, che s'indusse a sagrificare quegli onorati personaggi alla brutalità di Gaina; ed essi generosamente si esposero ad ogni rischioper la salute pubblica. Vuol Zosimo che la consegna di questi ministri si facesse dappoichè seguì l'abbocamento di Arcadio con Gaina. Socrate e Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 4.]la mettono prima. Certo è che san Giovanni Grisostomo[Chrysost., Tom. 5, Hom. LXXII.], siccome apparisce da una sua omilia, fece quanto potè per salvare almeno la vita a così illustri ministri; e in fatti Gaina volle ben che provassero l'orror della morte con farli condurre al patibolo; ma mentre il carnefice avea alzato il braccio per troncar loro il capo, fu fermato da un ordine d'esso Gaina, il quale si contentò di mandarli in esilio nell'Epiro; ma questi nel viaggio o per danari, o per altra loro industria, ebbero la sorte di fuggire, e di comparir poi a Costantinopoli contro l'espettazione d'ognuno.O prima o dopo di questo tragico avvenimento, il tiranno Gaina più che mai insolentendo, fece istanza che Arcadio Augusto, se gli premeva d'aver pace, passasse a Calcedone per trattarne a bocca con lui. D'uopo fu il povero imperadore inghiottisse ancora questo boccone e andasse a trovarlo. Nell'insigne chiesa di Santa Eufemia presso a quella città si abboccarono insieme, e vicendevolmente giurata buona amicizia tra loro, si convenne che Gaina deporrebbe l'armi, e tanto egli che Tribigildo andrebbono a Costantinopoli. Secondo Socrate[Socrat., lib. 6, cap. 6.], allora fu, e non prima come dicemmo di sopra, che Gaina fu dichiarato generale della fanteria e cavalleria romana, oltre al comando suo sopra un gran corpo de' Goti a lui ubbidienti. Di Tribigildo altro di più non sappiamo, se non per relazion di Filostorgio[Philostor., lib. 11, cap. 8.]ch'egli passato nella Tracia da lì a poco tempo perì. Quanto a Gaina non ebbe difficoltà di passare a Costantinopoli, orgoglioso per aver data la legge al regnante, ed ivi colla medesima altura pretese che si desse una chiesa aisuoi Goti ariani[Theod., lib. 5, cap. 32.]; ma l'arcivescovo san Giovanni, imitando la costanza di santo Ambrosio, talmente gli fece fronte, che restarono vani tutti i di lui sforzi. Pare che tutti questi sconcerti succedessero nel mese di maggio. Ma poco durò la pace fatta con chi era di cuor doppio, e non istudiava se non cabale ed inganni. Perchè in Modena il nome diGainoè in uso per dinotare i furbi ed ingannatori sotto la parola, ho io talvolta sospettato che da quel furfante Goto fosse proceduto questo titolo; ma sempre mi è paruto più probabile ch'esso venga da Gano, famoso ne' romanzi per le sue ribalderie, e finto ai tempi di Carlo Magno. Ora il malvagio Gaina generale dell'armi andò a poco a poco empiendo la città di Costantinopoli de' suoi Goti, e mandando fuori quanti più potè di soldati romani, ed anche delle guardie del palazzo sotto varii pretesti[Socrat., Sozomenus, Philost., ut sup.]. Era il suo disegno di mettere a sacco in una notte le botteghe degli orefici oppur dei banchieri, e di attaccare il fuoco al palazzo imperiale. Zosimo[Zosim., lib. 5, cap. 18.]scrive ch'egli mirava ad impadronirsi della città e ad usurpare il trono. Se ne avvidero quegli artisti, e stettero ben in guardia. Per conto del palazzo, andarono bensì per più notti i suoi satelliti per incendiarlo; ma sempre vi trovarono una buona guardia di soldati, benchè non ve ne dovesse essere, con aver poi tenuto per fermo il popolo che quei fossero soldati fatti comparire da Dio per difesa del piissimo imperadore Arcadio. Se ne volle chiarire lo stesso Gaina, e trovò che tale era la verità, con immaginarsi poi che Arcadio avesse fatto venire segretamente delle milizie per valersene contra di lui, le quali stessero durante il giorno nascose.Fu cagion l'apprensione conceputa per questo fatto, che il misleale Gaina si ritirasse fuori di Costantinopoli nel dì 10 di luglio, allegando qualche indisposizionedi corpo e bisogno di riposo, con fermarsi circa sette miglia lungi dalla città. Aveva egli lasciato in Costantinopoli la maggior parte de' suoi Goti con ordine di prender l'armi contra de' cittadini a un determinato tempo, di cui preventivamente doveano dare a lui un segnale, affin di accorrere anch'egli con altra gente a rinforzarli. Ma o sia, come vuol Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 19.], ch'egli scoprisse il disegno col venire prima del segno, oppure, come fu scritto da Socrate e da Sozomeno, che i Goti, volendo asportar fuori della città una quantità d'armi, le guardie delle porte si opponessero, perlochè restarono uccisi: certo è che il popolo di Costantinopoli si levò a rumore, e, dato di piglio all'armi, sbarrarono le strade; e giacchè Arcadio nel dì 12 di luglio dichiarò nemico pubblico Gaina[Chronic. Alexandr. Marcellinus Comes, in Chron. Socrates, Sozom.], tutti si diedero a mettere a fil di spada quanti Goti s'incontravano. Gaina, non avendo potuto entrare, fu forzato a ritirarsi. Il resto de' Goti, non tagliati a pezzi, e consistente in sette mila persone, si rifugiò in una chiesa, e quivi si afforzò. Ma il popolo, scopertone il tetto, e di là precipitando travi accesi contra di loro, gli estinse tutti, ed insieme bruciò la chiesa: il che dai Cristiani più pii, se crediamo a Zosimo, fu riputato fatto peccaminoso. Con ciò rimase libera e quieta la città, ma non finirono le scene per questo. Gaina da nemico aperto cominciò a far quanto male potè alla Tracia, senza che alcuno uscisse di Costantinopoli per opporsegli, o per trattare d'accordo: tanto facea paura ad ognuno il di lui umore barbarico, il solo san Giovanni Grisostomo andò animosamente a trovarlo[Theod., lib. 5, cap. 32.], e ne fu bene accolto contro l'espettazione d'ognuno. Ciò ch'egli operasse, nol sappiamo, se non che Zosimo scrive aver Gaina dopo la total desolazione di quelle campagne (giacchè non potea entrarenelle città, tutte ben difese dagli abitanti) rivolto i passi verso il Chersoneso, con disegno di passar lo stretto, e continuare i saccheggi nell'Asia[Zosim., lib. 5, cap. 20 et seq.]. Ma eletto generale della flotta imperialeFravita, Goto bensì di nazione e pagano, ma uomo di onore, ed applaudito per molte cariche sostenute in addietro, andò per opporsi ai tentativi del non mai stanco Gaina. Ed allorchè costui, dopo aver fatto tumultuariamente fabbricar molte rozze navi da trasporto, si volle arrischiare a valicar lo stretto, gli fu addosso Fravita colle sue navi ben corredate, e gli diede una sì fiera percossa, aiutato anche dal vento, che molte migliaia di Goti perirono in mare. Disperato per questa gran perdita Gaina, voltò cammino con quella gente che gli restava, per tornarsene nella Tracia; e perchè Fravita non volle azzardarsi a perseguitarlo, gli fu fatto un reato per questo. Ma dovette saper ben egli difendere sè stesso, e ce ne accorgeremo all'anno seguente, in cui il vedremo alzato alla dignità di console. Fuggendo poi Gaina, se dee valere l'asserzion di Socrate[Socrat., lib. 6, cap. 6.]e di Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 4.], fu inseguito dalle soldatesche romane, sconfitto ed ucciso. Ma Zosimo racconta ch'egli arrivò a passare il Danubio con quei pochi Goti che potè salvare, sperando di menare il resto di sua vita nel paese che era una volta dei Goti.Ulda, oUldino, re degli Unni, padrone allora di quella contrada, non amando di avere in casa sua un sì pericoloso arnese, gli si voltò contro, ed uccisolo, mandò poi per regalo la di lui testa ad Arcadio. Dalla Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandr.]abbiamo che nel dì 3 di gennaio dell'anno seguente essa testa fu portata in trionfo per Costantinopoli. Tal fine ebbe questa tragedia, e tal ricompensa la strabocchevole ambizione di quel furfante di Gaina.

Consoli

Flavio StiliconeedAureliano.

Chi fosseStiliconeconsole occidentale[Claud., de laud. Stiliconis, et in IV Consul. Honor.], non ha bisogno il lettore ch'io gliel ricordi. Quanto adAurelianoconsole orientale, egli era prefetto del pretorio d'Oriente nell'anno precedente. Ho io altrove[Thesaur. Novus Inscript., pag. 394.]rapportata una iscrizione posta aLucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano console, immaginando che potesse parlarsi quivi di questo Aureliano. Meglio esaminandola ora, ritrovo che non può convenire a lui, essendo iscrizione spettante a Roma pagana, senza nondimenosapere qual altro sito le si possa assegnare ne' Fasti consolari. Veggasi nulladimeno all'anno 223. ContinuòFlavianoad esercitar la prefettura di Roma. Poche leggi[Gothofred., Chron. Cod. Theodos.]di Arcadio Augusto si trovano sotto quest'anno, perchè egli ebbe altro da pensare in casa sua, siccome fra poco diremo: molte sì di Onorio imperadore, date le più in Milano, e l'altre in Ravenna, Altino, Brescia ed Aquileia, ma non senza qualche errore e confusione. Aspra è ben quella[L. 12, de Veter., Cod. Theodos.]emanata nel dì 30 di gennaio, in cui ordina che sieno arrolati nella milizia i Leti, Gentili, Alamanni e Sarmati, ed altri non avanzati in età, non troppo piccioli, non infermi, e i figliuoli de' veterani e i licenziati dalla milizia prima del tempo, e i passati dalla milizia al clero e all'impiego di seppellire i morti, pretendendo che questi non per motivo di religione, ma per poltroneria abbiano abbandonate l'armi. La ragione di questo rigoroso ordine ce la somministra la storia[Jordan., de Reb. Getic., c. 29.]. Abbiam fatta qualche menzione di sopra diAlarico, principe fra le nazioni dei Goti, non della famiglia Amala, ch'era la più nobile di tutte, ma di quella de' Balti (nome in lor lingua significante ardito), e nato verso le bocche del Danubio. Non era già costui pagano, come cel rappresenta il pagano poeta Claudiano[Claud., de IV Consulatu Honor.], perchè, per attestato di Orosio[Orosius, lib. 7, c. 37.]e di sant'Agostino, egli professava la religion cristiana, ma contaminata dal fermento ariano, come la maggior parte de' Goti praticava da molti anni addietro. Uomo feroce, e del mestier della guerra intendentissimo, il quale pieno di spiriti ambiziosi, anche molti anni prima di venir a gastigare i peccati dei Romani, si vantava che nulla egli crederebbe mai di aver fatto o vinto, se non prendeva la stessa città di Roma. Ciò si raccoglie da un poema diClaudiano[Claud., de Bello Getico.], composto molto prima ch'egli eseguisse questo suo disegno; e lo attesta anche Prudenzio[Prudentius, in Symmach.], parendo eziandio ch'egli tenesse d'esserne stato accertato da qualche oracolo. Nell'anno 396, siccome dicemmo, Arcadio per quetare i Goti che aveano fatta una terribile irruzione nella Grecia sotto il comando di esso Alarico, lo avea creato generale delle milizie nell'Illirico orientale; ed egli perciò abitava in quelle parti, cioè o nella Dacia, o nella Mesia inferiore, o pur nella Grecia e Macedonia. Giordano istorico[Jordan., ut supra.]pretende che rincrescendo a que' Goti, chiamati dipoi Visigoti, che sparsi per la Tracia e per l'Illirico dipendevano dallo stesso Alarico, di starsene oziosi, ed apprendendo per cosa pericolosa alla lor nazione lo impoltronirsi, crearono circa questi tempi per loro re il medesimoAlarico. Il disegno d'essi era di conquistar qualche regno, perchè loro parea una disgrazia lo starsene ne' paesi altrui mal veduti, e con pochissime comodità, quasi servi de' Romani. Chiaramente scrivono san Prospero[Prosper., in Chronico.]e il suddetto Giordano, che nel consolato di Stilicone e di Aureliano i Goti sotto il comando diAlaricoe diRadagaisoentrarono nell'Italia. Che mali facessero (e certamente far ne dovettero) in queste parti, la storia nol dice. Abbiamo dal Natale VIII recitato da san Paolino vescovo di Nola[Paulin. Nolanus, Natal. VIII.]nel gennaio dell'anno seguente, che gran rumore faceva in Italia la guerra dei Goti, e che n'era sbigottito ognuno. Credesi ancora che dessero il guasto al territorio di Aquileia, e non apparisce che o spontaneamente o per forza ritornassero per ora indietro. Non sussiste già il dirsi dal suddetto Giordano che in questa prima visita i Goti andarono ad assediar Ravenna, dove s'era ritirato l'imperadore Onorio;perchè siamo assicurati dalle leggi del Codice Teodosiano, che Onorio nel verno venturo e per tutto l'anno seguente si fermò in Milano.

Neppure ad Arcadio Augusto mancarono guai in Oriente durante questo anno. Pareva che dopo essere rimasta libera la di lui corte da quel mal arnese d'Eutropio, avessero da prendere miglior piega gli affari: ma si trattava di un imperadore buono da nulla, e intanto la caduta di Eutropio servì all'imperadrice Eudossia, tenuta bassa fin qui dal prepotente eunuco per innalzarsi, e sotto l'ombra di aiutar nel governo l'imbrogliato consorte[Zosim., lib. 5, cap. 23.], per tirare a sè quasi tutta l'autorità del comando. Donna superba e stizzosa; donna che voleva partire coi ministri ed uffiziali iniqui il profitta delle loro ingiustizie; donna infine che sapea dominar sopra il marito, ma ch'era anch'essa dominata da una man di dame e da una frotta d'eunuchi, che gareggiavano insieme a chi potea far peggio per arricchirsi, con vendere le grazie, con usurpare i beni altrui, e commettere tali iniquità, che le mormorazioni e i pubblici lamenti erano divenuti uno sfogo incessante de' popoli afflitti. Per attestato della Cronica Alessandrina[Chronicon Alexandrinum.], solamente nel dì 9 di gennaio dell'anno presente a lei fu dato dal marito il titolo diAugusta. Ed essa poi nel dì 3 di aprile partorì la terza figliuola, a cui fu posto il nome diArcadia. Da una lettera di Onorio Augusto si ricava che questa ambiziosa donna mandò la sua immagine per le provincie, come soleano fare i novelli Augusti: del che si dolse esso Onorio, come di una novità che avea dato da mormorare a tutti. A questi mali provenienti dalla debolezza del regnante se ne aggiunsero de' più strepitosi per la perfidia diGaina, che eletto generale dell'armi romane, per difesa del romano imperio, altro nonfacea che segretamente macchinarne la rovina, conservando nel medesimo tempo le apparenze della fedeltà e zelo nel pubblico bene, e pensando che non si accorgesse la corte delle sue intenzioni e furberie. Pertanto egli maneggiò un accomodamento fra Tribigildo ed Arcadio: il che fatto, sì l'uno che l'altro colle loro armate s'inviarono alla volta di Costantinopoli, saccheggiando d'accordo il paese per dove passavano. Tribigildo voltò a sinistra, andando a Lampsaco nell'Ellesponto, e Gaina a dirittura passò a Calcedone in faccia di Costantinopoli, dove cominciò a scoprire i suoi perversi disegni. Per li movimenti di questi due barbari uffiziali si trovava in un gran labirinto Arcadio e il suo consiglio, perchè scorgevano il mal animo di Gaina, ed armata non v'era da potergli opporre. Spedì esso Augusto persone per dimandare a Gaina che pensieri erano i suoi[Socrates, lib. 6, c. 6.]. Rispose costui di voler nelle mani i tre principali ministri della corte, cioèAurelianoconsole di quest'anno,Saturninostato console nell'anno 383, eGiovannisegretario il più confidente che si avesse Arcadio. Ci fa qui intendere il maligno Zosimo[Zos., lib. 5, cap. 18.]che dovea passare anche gran confidenza fra questo Giovanni e l'imperadrice Eudossia, perchè i più credeano che egli, e non già Arcadio, fosse padre di Teodosio II, principe che vedremo venire alla luce nell'anno seguente. Secondo Socrate, Gaina dimandò per ostaggi i suddetti ministri, mostrando probabilmente di non fidarsi dell'imperadore. Ma Zosimo con più ragione pretende che li volle per farli morire, perchè dovea loro attribuire i disordini presenti, o i mali uffizii fatti contra di lui. Tale era lo spavento di quel consiglio d'Arcadio, che s'indusse a sagrificare quegli onorati personaggi alla brutalità di Gaina; ed essi generosamente si esposero ad ogni rischioper la salute pubblica. Vuol Zosimo che la consegna di questi ministri si facesse dappoichè seguì l'abbocamento di Arcadio con Gaina. Socrate e Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 4.]la mettono prima. Certo è che san Giovanni Grisostomo[Chrysost., Tom. 5, Hom. LXXII.], siccome apparisce da una sua omilia, fece quanto potè per salvare almeno la vita a così illustri ministri; e in fatti Gaina volle ben che provassero l'orror della morte con farli condurre al patibolo; ma mentre il carnefice avea alzato il braccio per troncar loro il capo, fu fermato da un ordine d'esso Gaina, il quale si contentò di mandarli in esilio nell'Epiro; ma questi nel viaggio o per danari, o per altra loro industria, ebbero la sorte di fuggire, e di comparir poi a Costantinopoli contro l'espettazione d'ognuno.

O prima o dopo di questo tragico avvenimento, il tiranno Gaina più che mai insolentendo, fece istanza che Arcadio Augusto, se gli premeva d'aver pace, passasse a Calcedone per trattarne a bocca con lui. D'uopo fu il povero imperadore inghiottisse ancora questo boccone e andasse a trovarlo. Nell'insigne chiesa di Santa Eufemia presso a quella città si abboccarono insieme, e vicendevolmente giurata buona amicizia tra loro, si convenne che Gaina deporrebbe l'armi, e tanto egli che Tribigildo andrebbono a Costantinopoli. Secondo Socrate[Socrat., lib. 6, cap. 6.], allora fu, e non prima come dicemmo di sopra, che Gaina fu dichiarato generale della fanteria e cavalleria romana, oltre al comando suo sopra un gran corpo de' Goti a lui ubbidienti. Di Tribigildo altro di più non sappiamo, se non per relazion di Filostorgio[Philostor., lib. 11, cap. 8.]ch'egli passato nella Tracia da lì a poco tempo perì. Quanto a Gaina non ebbe difficoltà di passare a Costantinopoli, orgoglioso per aver data la legge al regnante, ed ivi colla medesima altura pretese che si desse una chiesa aisuoi Goti ariani[Theod., lib. 5, cap. 32.]; ma l'arcivescovo san Giovanni, imitando la costanza di santo Ambrosio, talmente gli fece fronte, che restarono vani tutti i di lui sforzi. Pare che tutti questi sconcerti succedessero nel mese di maggio. Ma poco durò la pace fatta con chi era di cuor doppio, e non istudiava se non cabale ed inganni. Perchè in Modena il nome diGainoè in uso per dinotare i furbi ed ingannatori sotto la parola, ho io talvolta sospettato che da quel furfante Goto fosse proceduto questo titolo; ma sempre mi è paruto più probabile ch'esso venga da Gano, famoso ne' romanzi per le sue ribalderie, e finto ai tempi di Carlo Magno. Ora il malvagio Gaina generale dell'armi andò a poco a poco empiendo la città di Costantinopoli de' suoi Goti, e mandando fuori quanti più potè di soldati romani, ed anche delle guardie del palazzo sotto varii pretesti[Socrat., Sozomenus, Philost., ut sup.]. Era il suo disegno di mettere a sacco in una notte le botteghe degli orefici oppur dei banchieri, e di attaccare il fuoco al palazzo imperiale. Zosimo[Zosim., lib. 5, cap. 18.]scrive ch'egli mirava ad impadronirsi della città e ad usurpare il trono. Se ne avvidero quegli artisti, e stettero ben in guardia. Per conto del palazzo, andarono bensì per più notti i suoi satelliti per incendiarlo; ma sempre vi trovarono una buona guardia di soldati, benchè non ve ne dovesse essere, con aver poi tenuto per fermo il popolo che quei fossero soldati fatti comparire da Dio per difesa del piissimo imperadore Arcadio. Se ne volle chiarire lo stesso Gaina, e trovò che tale era la verità, con immaginarsi poi che Arcadio avesse fatto venire segretamente delle milizie per valersene contra di lui, le quali stessero durante il giorno nascose.

Fu cagion l'apprensione conceputa per questo fatto, che il misleale Gaina si ritirasse fuori di Costantinopoli nel dì 10 di luglio, allegando qualche indisposizionedi corpo e bisogno di riposo, con fermarsi circa sette miglia lungi dalla città. Aveva egli lasciato in Costantinopoli la maggior parte de' suoi Goti con ordine di prender l'armi contra de' cittadini a un determinato tempo, di cui preventivamente doveano dare a lui un segnale, affin di accorrere anch'egli con altra gente a rinforzarli. Ma o sia, come vuol Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 19.], ch'egli scoprisse il disegno col venire prima del segno, oppure, come fu scritto da Socrate e da Sozomeno, che i Goti, volendo asportar fuori della città una quantità d'armi, le guardie delle porte si opponessero, perlochè restarono uccisi: certo è che il popolo di Costantinopoli si levò a rumore, e, dato di piglio all'armi, sbarrarono le strade; e giacchè Arcadio nel dì 12 di luglio dichiarò nemico pubblico Gaina[Chronic. Alexandr. Marcellinus Comes, in Chron. Socrates, Sozom.], tutti si diedero a mettere a fil di spada quanti Goti s'incontravano. Gaina, non avendo potuto entrare, fu forzato a ritirarsi. Il resto de' Goti, non tagliati a pezzi, e consistente in sette mila persone, si rifugiò in una chiesa, e quivi si afforzò. Ma il popolo, scopertone il tetto, e di là precipitando travi accesi contra di loro, gli estinse tutti, ed insieme bruciò la chiesa: il che dai Cristiani più pii, se crediamo a Zosimo, fu riputato fatto peccaminoso. Con ciò rimase libera e quieta la città, ma non finirono le scene per questo. Gaina da nemico aperto cominciò a far quanto male potè alla Tracia, senza che alcuno uscisse di Costantinopoli per opporsegli, o per trattare d'accordo: tanto facea paura ad ognuno il di lui umore barbarico, il solo san Giovanni Grisostomo andò animosamente a trovarlo[Theod., lib. 5, cap. 32.], e ne fu bene accolto contro l'espettazione d'ognuno. Ciò ch'egli operasse, nol sappiamo, se non che Zosimo scrive aver Gaina dopo la total desolazione di quelle campagne (giacchè non potea entrarenelle città, tutte ben difese dagli abitanti) rivolto i passi verso il Chersoneso, con disegno di passar lo stretto, e continuare i saccheggi nell'Asia[Zosim., lib. 5, cap. 20 et seq.]. Ma eletto generale della flotta imperialeFravita, Goto bensì di nazione e pagano, ma uomo di onore, ed applaudito per molte cariche sostenute in addietro, andò per opporsi ai tentativi del non mai stanco Gaina. Ed allorchè costui, dopo aver fatto tumultuariamente fabbricar molte rozze navi da trasporto, si volle arrischiare a valicar lo stretto, gli fu addosso Fravita colle sue navi ben corredate, e gli diede una sì fiera percossa, aiutato anche dal vento, che molte migliaia di Goti perirono in mare. Disperato per questa gran perdita Gaina, voltò cammino con quella gente che gli restava, per tornarsene nella Tracia; e perchè Fravita non volle azzardarsi a perseguitarlo, gli fu fatto un reato per questo. Ma dovette saper ben egli difendere sè stesso, e ce ne accorgeremo all'anno seguente, in cui il vedremo alzato alla dignità di console. Fuggendo poi Gaina, se dee valere l'asserzion di Socrate[Socrat., lib. 6, cap. 6.]e di Sozomeno[Sozom., lib. 8, cap. 4.], fu inseguito dalle soldatesche romane, sconfitto ed ucciso. Ma Zosimo racconta ch'egli arrivò a passare il Danubio con quei pochi Goti che potè salvare, sperando di menare il resto di sua vita nel paese che era una volta dei Goti.Ulda, oUldino, re degli Unni, padrone allora di quella contrada, non amando di avere in casa sua un sì pericoloso arnese, gli si voltò contro, ed uccisolo, mandò poi per regalo la di lui testa ad Arcadio. Dalla Cronica Alessandrina[Chronic. Alexandr.]abbiamo che nel dì 3 di gennaio dell'anno seguente essa testa fu portata in trionfo per Costantinopoli. Tal fine ebbe questa tragedia, e tal ricompensa la strabocchevole ambizione di quel furfante di Gaina.


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