CDIIAnno diCristoCDII. IndizioneXV.Innocenzopapa 2.Arcadioimperad. 20 e 8.Onorioimperadore 10 e 8.TeodosioII imperadore 1.ConsoliFlavio Arcadio Augustoper la quinta volta, eFlavio Onorio Augustoper la quinta.Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma non apparisce dalle antiche memorie. Trovasi nondimeno una iscrizione[Gruter., Inscription., pag. 165.]posta in Roma ai due Augusti daFlavio Macrobio Longiniano prefetto di Roma, che sembra appartenere a questi tempi, e perciò indicare chi esercitasse la prefettura suddetta. Per attestato della Cronica Alessandrina e di Socrate storico, nel dì 10 di gennaio dell'anno presente l'infante Teodosio II fu creato Augusto da Arcadio imperadore suo padre. O sia cheAlarico re dei Gotifosse dianzi partito dall'Italia, e ci tornasse nell'anno presente, oppure ch'egli continuasse qui il suo soggiorno anche nell'anno addietro: certa cosa è che in questi tempi, dopo aver preso varie città e terre oltre il Po[Claud., de Bello Getic., et de Consul. IV. Honor.], si spinse nel cuore di quella che oggidì si chiama Lombardia, con un formidabil esercito de' suoi Goti, senza che appariscapiù congiunto con esso luiRadagaiso re degli Unni. Erasi l'imperadore Onorio ritirato non meno per precauzione, che per essere più vicino ai bisogni dello Stato, nella città di Ravenna, città allora per la sua situazione fortissima, perchè circondata dal Po e da profonde paludi; e città che divenne da lì innanzi per alcuni anni la sede e reggia degli Augusti. Ma i felici avanzamenti dei Barbari avevano talmente costernati gli animi degli Italiani, che, per attestato di Claudiano, autore contemporaneo, i benestanti ad altro non pensavano che a ritirarsi colle lor cose più preziose in Sicilia, oppure in Corsica e Sardegna. Per questo medesimo spavento, quasichè Ravenna non fosse creduta bastante asilo, Onorio Augusto se ne partì, con incamminarsi verso la Gallia. MaStiliconetanto perorò, che fece fermar la corte in Asti, città allora della Liguria, che doveva essere ben forte, dacchè s'indusse l'intimorito Onorio a lasciarvisi serrar dentro, in caso che Alarico vi avesse posto l'assedio. Prima di questo fiero turbine aveano i movimenti de' Barbari data occasione ai popoli della Rezia (parte de' quali oggidì sono i Grigioni) di sollevarsi, laonde fu costretto Stilicone ad inviar colà alcune legioni romane per tenerli in freno o ricondurli all'ubbidienza. E il trovarsi appunto quelle truppe occupate fuori di Italia, avea accresciuto l'animo ad Alarico per più insolentire, e per continuar i progressi dell'armi sue. Merita qui certo lode la risoluzion presa in questi pericolosi frangenti da Stilicone. Sul principio dell'anno, e nel cuor del verno, con poco seguito egli passò il lago di Como, e per mezzo delle nevi e de' ghiacci s'inoltrò fino nella Rezia. L'arrivo di sì famoso generale, e poscia le minacce accompagnate da amorevoli persuasioni, non solamente calmarono la rivolta dei Reti, ma gl'indussero ancora ad unirsi colle milizie romane per la salvezza dell'imperadore e dell'Italia. Aveva inoltre Stilicone richiamate alcune legioni chelungo il Reno stanziavano, ed una infino dalla Bretagna; e fu mirabile il vedere che i feroci popoli transrenani, tuttochè osservassero sguerniti di presidii i confini romani, pure si stettero quieti in quella occasione, nè inferirono molestia alcuna alle provincie dell'imperio.Unita che ebbe Stilicone una poderosa armata, la mise in marcia verso l'Italia, ed egli, precedendola con alcuni squadroni di cavalleria, arditamente valicò a nuoto i fiumi, passò per mezzo ai nemici, ed inaspettato pervenne ad Asti con incredibil consolazione dell'imperadore Onorio, quivi rinchiuso, e di tutta la sua corte. Giunsero dipoi le legioni e truppe ausiliarie raccolte, e fu conchiuso di dar battaglia al nemico. Aveva Alarico baldanzosamente passato il Po, con arrivare ad un fiume chiamatoUrba, che vien creduto ilBorbod'oggidì, e che passa non lungi da Asti. Immaginò per ciò Claudiano che avendo gli oracoli predetto ch'esso Alarico giugnerebbead Urbem, cioè a Roma, si verificasse il vaticinio con restar egli deluso, dacchè arrivò a questo fiumicello. Militava nell'esercito di Stilicone una grossa mano di Alani, gente barbara e sospetta in quella congiuntura. Il condottier di costoro, appellato Saule (non so se con vero nome) da Paolo Orosio, e chiamato uomo pagano, quegli fu che consigliò di attaccar la zuffa nel santo giorno di Pasqua, perchè in essa i Goti, ch'erano cristiani, benchè macchiati dell'eresia ariana, sarebbono colti alla sprovvista: consiglio detestato allora dai buoni cattolici, e massimamente dal suddetto Orosio. Claudiano all'incontro attribuisce tal risoluzione a Stilicone stesso, personaggio che in altre occasioni si scoprì poco buon cristiano, e favorì molto i pagani, fra' quali è da contare lo stesso poeta Claudiano. Comunque sia, cominciò il conflitto, e i Goti, prese l'armi, sì fattamente caricarono sopra la vanguardia degli Alani, che ne uccisero il capo, e rovesciarono il resto. Allora la cavalleriaromana s'inoltrò, e la fanteria anch'essa menò le mani. Durò lungo tempo il contrasto con ispargimento di gran sangue dall'una parte e dall'altra; ma finalmente furono costretti i Goti alla ritirata e alla fuga, con lasciar in poter de' Romani il loro bagaglio, consistente in immense ricchezze, e con restarvi prigionieri i figliuoli dello stesso Alarico colle nuore, e liberata gran copia di Cristiani, fatti in addietro schiavi da quei Barbari. Il luogo della battaglia fu pressoPollenza, ossiaPotenza, città allora situata vicino al fiume Tanaro, di cui oggidì neppure appariscono le vestigia nel Monferrato. Il cardinal Baronio, il Petavio, il Tillemont ed altri rapportano questa vittoria all'anno 403; il Sigonio e il padre Pagi al presente; Prospero e Cassiodoro chiaramente l'asseriscono accaduta nelconsolato V di Arcadio e di Onorio, Augusti, cioè in questo anno. Più grave ancora è la discordia degli storici in raccontare quel fatto d'armi; perciocchè Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic.], che corrottamente vien chiamato Giornande, e Cassiodoro[Cassiodorus, in Chron.]scrivono che in questo conflitto non già i Romani, ma i Goti restarono vittoriosi. Giordano prende ivi degli altri abbagli. Per noi basta il vederci assicurati da Claudiano[Claud., de Bello Getic.], da san Prudenzio[Prud., lib. 2 contra Symmach.]e da Prospero[Prosper, in Chronico.], autori contemporanei, e di lunga mano più degni di fede, che furono messi in rotta i Goti. Paolo Orosio, allorchè scrive di questo fatto d'armi, riprovato da lui a cagione del giorno santo, aggiugne che in breve il giudizio di Dio dimostrò,et quid favor ejus posset, et quid ultio exigeret. Pugnantes vicimus, victores victi sumus. Quando non si voglia credere che i Romani vinsero bensì presso Pollenza, ma che nella ritirata di Alarico ebbero qualche grave percossa (del cheniuno degli antichi fa parola), quell'in brevesi dovrà stendere fino all'anno 410, in cui Dio permise i funestissimi progressi di que' medesimi Barbari, siccome, andando innanzi, vedremo. Terminata la battaglia, Alarico, restando tuttavia un grosso esercito al suo comando, non si fidò di retrocedere, per paura di essere colto al passaggio dei fiumi, e però si gittò sull'Apennino, parendo disposto di marciare da quella parte verso la sospirata Roma. Nol permise l'accorto Stilicone, perchè fattegli fare proposizioni d'accordo, si convenne con dargli speranza di ricuperare i figliuoli e le nuore, ch'egli si avvierebbe pacificamente fuori d'Italia per la Venezia. Colà pertanto s'incamminò, ma dacchè ebbe passato il Po, ossia ch'egli si pentisse della convenzione fatta, o che Stilicone gli mancasse di parola, perchè più non temeva che il Barbaro ripassasse quel fiume reale, si venne di nuovo alle mani, e il conflitto terminò colla peggio de' Goti. Non so se fu allora, o pure dipoi, che Stilicone seppe guadagnar con regali una parte di essi, e loro fece prendere l'armi contra degli altri; laonde nelle vicinanze di Verona seguì qualche sanguinoso combattimento, che ridusse Alarico alla disperazione. E poco mancò ch'egli non restasse preso; ma il colpo fallì per la troppa fretta degli Alani, ausiliarii dei Romani. Fermossi il Barbaro nell'Alpi, cercando se avesse potuto condurre il resto dell'armata sua nella Rezia e nella Gallia; ma Stilicone, preveduto il di lui pensiero, vi prese riparo. Intanto per le malattie seguitò maggiormente ad infievolirsi l'esercito di Alarico, e per la fame a sbandarsi le squadre intere, di modo che infine fu egli forzato a mettersi in salvo colla fuga, lasciando in pace l'Italia. Fu questa volta ancora incolpato Stilicone di avere sconsigliatamente lasciato fuggire Alarico; ma è ben facile in casi tali il formar dei giudizii ingiusti, per chi giudica in lontananza di tempo e senza essere sul fatto.
Consoli
Flavio Arcadio Augustoper la quinta volta, eFlavio Onorio Augustoper la quinta.
Chi fosse in quest'anno prefetto di Roma non apparisce dalle antiche memorie. Trovasi nondimeno una iscrizione[Gruter., Inscription., pag. 165.]posta in Roma ai due Augusti daFlavio Macrobio Longiniano prefetto di Roma, che sembra appartenere a questi tempi, e perciò indicare chi esercitasse la prefettura suddetta. Per attestato della Cronica Alessandrina e di Socrate storico, nel dì 10 di gennaio dell'anno presente l'infante Teodosio II fu creato Augusto da Arcadio imperadore suo padre. O sia cheAlarico re dei Gotifosse dianzi partito dall'Italia, e ci tornasse nell'anno presente, oppure ch'egli continuasse qui il suo soggiorno anche nell'anno addietro: certa cosa è che in questi tempi, dopo aver preso varie città e terre oltre il Po[Claud., de Bello Getic., et de Consul. IV. Honor.], si spinse nel cuore di quella che oggidì si chiama Lombardia, con un formidabil esercito de' suoi Goti, senza che appariscapiù congiunto con esso luiRadagaiso re degli Unni. Erasi l'imperadore Onorio ritirato non meno per precauzione, che per essere più vicino ai bisogni dello Stato, nella città di Ravenna, città allora per la sua situazione fortissima, perchè circondata dal Po e da profonde paludi; e città che divenne da lì innanzi per alcuni anni la sede e reggia degli Augusti. Ma i felici avanzamenti dei Barbari avevano talmente costernati gli animi degli Italiani, che, per attestato di Claudiano, autore contemporaneo, i benestanti ad altro non pensavano che a ritirarsi colle lor cose più preziose in Sicilia, oppure in Corsica e Sardegna. Per questo medesimo spavento, quasichè Ravenna non fosse creduta bastante asilo, Onorio Augusto se ne partì, con incamminarsi verso la Gallia. MaStiliconetanto perorò, che fece fermar la corte in Asti, città allora della Liguria, che doveva essere ben forte, dacchè s'indusse l'intimorito Onorio a lasciarvisi serrar dentro, in caso che Alarico vi avesse posto l'assedio. Prima di questo fiero turbine aveano i movimenti de' Barbari data occasione ai popoli della Rezia (parte de' quali oggidì sono i Grigioni) di sollevarsi, laonde fu costretto Stilicone ad inviar colà alcune legioni romane per tenerli in freno o ricondurli all'ubbidienza. E il trovarsi appunto quelle truppe occupate fuori di Italia, avea accresciuto l'animo ad Alarico per più insolentire, e per continuar i progressi dell'armi sue. Merita qui certo lode la risoluzion presa in questi pericolosi frangenti da Stilicone. Sul principio dell'anno, e nel cuor del verno, con poco seguito egli passò il lago di Como, e per mezzo delle nevi e de' ghiacci s'inoltrò fino nella Rezia. L'arrivo di sì famoso generale, e poscia le minacce accompagnate da amorevoli persuasioni, non solamente calmarono la rivolta dei Reti, ma gl'indussero ancora ad unirsi colle milizie romane per la salvezza dell'imperadore e dell'Italia. Aveva inoltre Stilicone richiamate alcune legioni chelungo il Reno stanziavano, ed una infino dalla Bretagna; e fu mirabile il vedere che i feroci popoli transrenani, tuttochè osservassero sguerniti di presidii i confini romani, pure si stettero quieti in quella occasione, nè inferirono molestia alcuna alle provincie dell'imperio.
Unita che ebbe Stilicone una poderosa armata, la mise in marcia verso l'Italia, ed egli, precedendola con alcuni squadroni di cavalleria, arditamente valicò a nuoto i fiumi, passò per mezzo ai nemici, ed inaspettato pervenne ad Asti con incredibil consolazione dell'imperadore Onorio, quivi rinchiuso, e di tutta la sua corte. Giunsero dipoi le legioni e truppe ausiliarie raccolte, e fu conchiuso di dar battaglia al nemico. Aveva Alarico baldanzosamente passato il Po, con arrivare ad un fiume chiamatoUrba, che vien creduto ilBorbod'oggidì, e che passa non lungi da Asti. Immaginò per ciò Claudiano che avendo gli oracoli predetto ch'esso Alarico giugnerebbead Urbem, cioè a Roma, si verificasse il vaticinio con restar egli deluso, dacchè arrivò a questo fiumicello. Militava nell'esercito di Stilicone una grossa mano di Alani, gente barbara e sospetta in quella congiuntura. Il condottier di costoro, appellato Saule (non so se con vero nome) da Paolo Orosio, e chiamato uomo pagano, quegli fu che consigliò di attaccar la zuffa nel santo giorno di Pasqua, perchè in essa i Goti, ch'erano cristiani, benchè macchiati dell'eresia ariana, sarebbono colti alla sprovvista: consiglio detestato allora dai buoni cattolici, e massimamente dal suddetto Orosio. Claudiano all'incontro attribuisce tal risoluzione a Stilicone stesso, personaggio che in altre occasioni si scoprì poco buon cristiano, e favorì molto i pagani, fra' quali è da contare lo stesso poeta Claudiano. Comunque sia, cominciò il conflitto, e i Goti, prese l'armi, sì fattamente caricarono sopra la vanguardia degli Alani, che ne uccisero il capo, e rovesciarono il resto. Allora la cavalleriaromana s'inoltrò, e la fanteria anch'essa menò le mani. Durò lungo tempo il contrasto con ispargimento di gran sangue dall'una parte e dall'altra; ma finalmente furono costretti i Goti alla ritirata e alla fuga, con lasciar in poter de' Romani il loro bagaglio, consistente in immense ricchezze, e con restarvi prigionieri i figliuoli dello stesso Alarico colle nuore, e liberata gran copia di Cristiani, fatti in addietro schiavi da quei Barbari. Il luogo della battaglia fu pressoPollenza, ossiaPotenza, città allora situata vicino al fiume Tanaro, di cui oggidì neppure appariscono le vestigia nel Monferrato. Il cardinal Baronio, il Petavio, il Tillemont ed altri rapportano questa vittoria all'anno 403; il Sigonio e il padre Pagi al presente; Prospero e Cassiodoro chiaramente l'asseriscono accaduta nelconsolato V di Arcadio e di Onorio, Augusti, cioè in questo anno. Più grave ancora è la discordia degli storici in raccontare quel fatto d'armi; perciocchè Giordano storico[Jordan., de Reb. Getic.], che corrottamente vien chiamato Giornande, e Cassiodoro[Cassiodorus, in Chron.]scrivono che in questo conflitto non già i Romani, ma i Goti restarono vittoriosi. Giordano prende ivi degli altri abbagli. Per noi basta il vederci assicurati da Claudiano[Claud., de Bello Getic.], da san Prudenzio[Prud., lib. 2 contra Symmach.]e da Prospero[Prosper, in Chronico.], autori contemporanei, e di lunga mano più degni di fede, che furono messi in rotta i Goti. Paolo Orosio, allorchè scrive di questo fatto d'armi, riprovato da lui a cagione del giorno santo, aggiugne che in breve il giudizio di Dio dimostrò,et quid favor ejus posset, et quid ultio exigeret. Pugnantes vicimus, victores victi sumus. Quando non si voglia credere che i Romani vinsero bensì presso Pollenza, ma che nella ritirata di Alarico ebbero qualche grave percossa (del cheniuno degli antichi fa parola), quell'in brevesi dovrà stendere fino all'anno 410, in cui Dio permise i funestissimi progressi di que' medesimi Barbari, siccome, andando innanzi, vedremo. Terminata la battaglia, Alarico, restando tuttavia un grosso esercito al suo comando, non si fidò di retrocedere, per paura di essere colto al passaggio dei fiumi, e però si gittò sull'Apennino, parendo disposto di marciare da quella parte verso la sospirata Roma. Nol permise l'accorto Stilicone, perchè fattegli fare proposizioni d'accordo, si convenne con dargli speranza di ricuperare i figliuoli e le nuore, ch'egli si avvierebbe pacificamente fuori d'Italia per la Venezia. Colà pertanto s'incamminò, ma dacchè ebbe passato il Po, ossia ch'egli si pentisse della convenzione fatta, o che Stilicone gli mancasse di parola, perchè più non temeva che il Barbaro ripassasse quel fiume reale, si venne di nuovo alle mani, e il conflitto terminò colla peggio de' Goti. Non so se fu allora, o pure dipoi, che Stilicone seppe guadagnar con regali una parte di essi, e loro fece prendere l'armi contra degli altri; laonde nelle vicinanze di Verona seguì qualche sanguinoso combattimento, che ridusse Alarico alla disperazione. E poco mancò ch'egli non restasse preso; ma il colpo fallì per la troppa fretta degli Alani, ausiliarii dei Romani. Fermossi il Barbaro nell'Alpi, cercando se avesse potuto condurre il resto dell'armata sua nella Rezia e nella Gallia; ma Stilicone, preveduto il di lui pensiero, vi prese riparo. Intanto per le malattie seguitò maggiormente ad infievolirsi l'esercito di Alarico, e per la fame a sbandarsi le squadre intere, di modo che infine fu egli forzato a mettersi in salvo colla fuga, lasciando in pace l'Italia. Fu questa volta ancora incolpato Stilicone di avere sconsigliatamente lasciato fuggire Alarico; ma è ben facile in casi tali il formar dei giudizii ingiusti, per chi giudica in lontananza di tempo e senza essere sul fatto.