CDVIIIAnno diCristoCDVIII. Indiz.VI.Innocenzopapa 8.Onorioimperadore 16 e 14.Teodosioimperadore 7 e 1.ConsoliAnicio BassoeFlavio Filippo.Noi troviamo in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma nel presente annoIlario. Zosimo[Zos., lib. 5, c. 41.]parla diPompeiano, come prefetto d'essa città in questi tempi. Diede fine a' suoi giorniArcadioimperadore d'Oriente nel dì primo di maggio di questo anno, per attestato di Socrate[Socrates, lib. 6, cap. 23.]e d'altri storici. Da alcuni nondimeno è differita la sua morte fino al settembre. Ma non veggendosi legge alcuna di lui, che passi oltre l'aprile, più probabile si rende la prima opinione. Era egli in età d'anni trentuno, e però universale fu la credenza de' Cristiani che Dio troncasse così presto il filo della sua vita, in pena dell'ingiusta persecuzione fatta ad uno dei più insigni padri della Chiesa cattolica, cioè a san Giovanni Grisostomo. Le dissensioni passate fra lui e l'imperadore Onorio suo fratello in addietro gli fecero temere che non fosse ben sicuro nella succession dell'imperio l'unico suo figliuolo ed eredeTeodosio II, alcuni anni prima dichiarato imperadore, perchè fanciullo che appena aveva compiuto l'anno ottavo di sua vita. Prese dunque una risoluzion, che parve strana a molti, ma che col tempo riuscì utilissima, cioè di raccomandarlo nel suo testamento alla protezion d'Isdegarde re di Persia, pagano, con pregarlo di assumere la tutela del figliuolo. Trovò Isdegarde, principe di grande animo, per quanto narra Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.], degna di tutta la sua corrispondenza la confidenza a lui mostrata da Arcadio; e però non mancò di sostenere gl'interessi del giovinetto Augusto,con far sapere la sua mente e protezione all'imperadore Onorio: il che bastò a farlo stare in dovere da lì innanzi. Inviò ancora a Costantinopoli, per aio di Teodosio, Antemio, personaggio egregio pel sapere e per i costumi, e mantenne da lì innanzi una buona pace col greco imperio, non senza vantaggio della cristiana religione, che sulle prime per tal via s'introdusse e dilatò nella Persia. Ma da lì a pochi anni Isdegarde, ad istigazione de' magi, mosse una fiera persecuzione ai medesimi Cristiani del suo paese, con riportarne in tal congiuntura assaissimi di essi la corona del martirio. Era già passata al paese de' piùMariaimperadrice, moglie di Onorio imperadore[Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.], e figliuola di Stilicone e di Serena, nata da Onorio fratello di Teodosio il Grande. Se si ha da prestar fede a Zosimo[Zosim., lib. 6, cap. 28.], Onorio desiderò d'aver per moglieTermanzia, altra figliuola di esso Stilicone e di Serena. Pareva che non acconsentisse a tali nozze Stilicone; ma Serena fece premura per effettuarle, quantunque la fanciulla per la sua puerile età non fosse atta al matrimonio; ed in fatti si celebrarono le nozze, senza che noi sappiamo se v'intervenisse dispensa alcuna per parte d'Innocenzo papa. Verisimilmente ancor qui Stilicone attese a fare il suo giuoco. Avea data la prima figliuola sì tenera d'età ad Onorio, che non giunse mai a toccarla, ed ella si morì vergine. Lo stesso fu fatto di quest'altra, sperando forse Stilicone che accadendo la morte di Onorio senza figliuoli, Eucherio suo figliuolo potesse succedergli nell'imperio. Nè Zosimo tacque una voce che allora correa, cioè aver Serena, per mezzo d'una strega, concio in maniera Onorio, che non fosse abile alle funzioni matrimoniali. Anche Filostorgio[Philostorg., lib. 12, cap. 2.]storico riferisce questa non so se vera o falsa diceria.In questi giorni, per testimonianzadel suddetto Zosimo,Alaricore o sia condottiere de' Goti, con grosso esercito passò dalla Pannonia nel Norico, ed arrivò fino ad Emona, città poco distante da Giulio Carnico. Di là inviò legati ad Onorio Augusto, soggiornante allora in Ravenna, a titolo di crediti da lui pretesi, con essersi fermato nell'Epiro a requisizione di esso Stilicone, allorchè segretamente meditavano di muover guerra ad Arcadio per occupare l'Illirico. Richiedeva eziandio che gli fossero pagate le spese occorse nel venire a condurre l'esercito sino nel Norico. Stilicone, lasciati i legati in Ravenna, volò a Roma per trattare coll'imperadore e col senato di questa dimanda, che probabilmente fu accompagnata dalle minacce. La maggior parte de' senatori inclinava alla guerra contro il Barbaro, come partito più glorioso. Stilicone con pochi sosteneva quel della pace, e cavò fuori le lettere di Onorio, per le quali appariva essersi Alarico d'ordine di lui trattenuto nell'Epiro per far la guerra ad Arcadio, la quale non s'era poi intrapresa per ordini in contrario venuti dallo stesso Onorio. Il senato, mostrandosi persuaso di queste ragioni, ma più per timore di Stilicone, gli accordò, per aver pace, il pagamento di quattro mila libbre d'oro, non so se di peso o pure di 84 denari d'oro l'una[Zosim., lib. 5, cap. 29.]: nè vi fu se nonLampadio, nobil senatore, che altamente disse:Questa non è una pace, ma un patto di servitù per noi. Dopo le quali libere parole si ritirò in chiesa, apprendendo l'ira di Stilicone. E di qui ebbe principio la disavventura e caduta del medesimo Stilicone, avendo tutti declamato contra di lui, come fautore de' Barbari in pregiudizio dell'imperio. Determinò Onorio di poi di passar a Ravenna, per dar la mostra all'esercito ivi preparato. Stilicone, a cui non doveano essere ignoti i lamenti de' Romani, e i mali uffizii che faceano contra di lui, si studiò d'impedire quel viaggio, avendo insino fattosvegliare un tumulto in Ravenna da Saro, capitano de' Barbari che erano al soldo de' Romani, per intimidire Onorio. Ma non per questo ristette l'imperadore, e sen venne fino a Bologna. Quivi nacque fra lui e Stilicone una controversia. Già era venuta la nuova della morte seguita dell'imperadore Arcadio, e Stilicone disegnava di passar in persona a Costantinopoli per dare assetto agli affari del fanciullo Teodosio Augusto. Anche Onorio si lasciò intendere d'aver disegnato il medesimo viaggio per procurar la sicurezza del nipote. Stilicone impontò; e mostrata la necessità che vi era della presenza d'Onorio in Italia per provvedere ai bisogni della Gallia occupata da Costantino e per tenere d'occhio il barbaro ed infido Alarico vicino all'Italia con sì copioso esercito, tanto disse, che Onorio depose quel pensiero, ed egli s'allestì per prendere il cammino alla volta dell'Oriente.Ma passato che fu Onorio da Bologna a Pavia, non si vide che Stilicone eseguisse punto quello che avea promesso. Questo servì a' suoi emuli per maggiormente screditarlo presso l'imperadore con aggiugnere, per lo contrario, che se Stilicone passava in Oriente, era per levar di vita il fanciullo Augusto, e mettere la corona dell'imperio orientale in capo ad Eucherio suo figliuolo. Fra gli altriOlimpio[Zosim., lib. 6, cap. 32.], uno degli uffiziali palatini, quegli fu che principalmente, durante il viaggio d'Onorio a Pavia, venne creduto che non d'altro gli parlasse che de' cattivi disegni di Stilicone, non senza ingratitudine verso di lui che l'avea cotanto esaltato nella corte. Lo narra anche Olimpiodoro storico presso di Fozio[Olympiod., apud Photium, pag. 180.]. Giunto che fu Onorio in Pavia, si fece vedere all'esercito ivi preparato per passare contra Costantino tiranno nelle Gallie. Ma eccoli sollevarsi quelle milizie, istigate, se è vero ciò che ne riferisce Zosimo, dal suddetto Olimpio, contagliare furiosamente a pezzi tutti gli uffiziali o di corte o della milizia, creduti partigiani o complici di Stilicone. Fra questi furonoLimenio, già prefetto del pretorio nella Gallia;Cariobaudedianzi generale dell'armata in essa Gallia, che s'erano salvati dalle mani del tiranno Costantino[Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.];Vincenzogenerale della cavalleria, eSalvioconte della scuola dei domestici; ed altri non pochi magistrati, senza perdonare neppure a Longiniano prefetto del pretorio d'Italia. Durò gran fatica Onorio a frenare il pazzo e crudel moto di costoro, e si trovò egli stesso in grave pericolo. All'avviso di questa sedizione spaventato Stilicone, che trovavasi allora in Bologna, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi. Saro, capitano di que' Barbari[Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.]che militavano al soldo dell'imperadore, una notte uccise tutti gli Unni che stavano alla guardia di lui, in maniera che egli stimò bene di scapparsene a Ravenna. Olimpio intanto avendo guadagnato affatto l'animo d'Onorio Augusto, l'indusse a scrivere allo esercito di Ravenna, che si assicurassero della persona di Stilicone. Il che inteso da lui, si ritirò la notte in chiesa. Fatto giorno, i soldati entrati in essa chiesa, alla presenza del vescovo con giuramento attestarono, altro ordine non essere stato loro dato, che di metterlo sotto buona guardia, salva la di lui vita. Ma uscito che fu della franchigia, l'uffiziale che aveva esibito il primo ordine, ne sfoderò un altro di ammazzarlo a cagione dei suoi misfatti. Si misero in procinto i Barbari e famigliari suoi di liberarlo; ma egli avendo comandato loro di desistere, coraggiosamente si lasciò uccidere da Eracliano, che da lì a non molto fu ricompensato colla prefettura dell'Africa. E tal fine ebbe a dì 25 d'agosto Stilicone, per tanti anni arbitro dell'imperio e degli eserciti romani, e glorioso per le vittorie da lui riportate. Mille delitti gli furono apposti dopo morte. I più rilevantierano che egli con ambiziosi disegni aspirasse all'imperio d'Oriente, ed anche d'Occidente, o per sè o per suo figliuolo, meditando perciò e manipolando la morte degli Augusti; e che trattenesse in danno dell'imperio romano segrete amicizie e trame con Alarico e con gli altri Barbari a fine di profittarne per le sue segrete mire. Noi sappiamo che quantunque cristiano (almeno in apparenza) egli era odiato da' Cristiani, forse perchè favoriva non poco i pagani. Fu creduto che lo stesso Eucherio suo figliuolo professasse tutte le loro superstizioni, con aver anche promesso, se giugneva all'imperio, di riaprire i lor templi. Per questo probabilmente Zosimo ed Olimpiodoro, storici pagani, assai favorevolmente parlano di lui, e sparlano forte di Olimpio, uomo cattolico, che tanto si adoperò per la sua rovina. Tuttavia Rutilio[Rutilius, in Itiner., lib. 1.], poeta anch'esso pagano di que' tempi, anch'egli si mostra persuaso delle cabale e dei disegni ambiziosi di Stilicone. Ma egli è ben facile che fra tanti delitti a lui apposti, più d'uno se ne contasse che non avea sussistenza. E certamente allorchè s'ode Paolo Orosio, Marcellino conte, Prospero ed altri scrittori attribuire a lui la chiamata de' Vandali, Alani e Svevi, per invadere le Gallie, non par facile d'accordo questa partita coll'altre che si contano de' disegni della sua ambizione in favore del figliuolo. Se si fosse lasciato luogo a Stilicone di far le sue difese, avrebbe forse giustificato molte sue azioni, che al volgo pareano malfatte e condotte dalla malizia, ma poterono essere necessità per bene dello Stato. E tanti uffiziali insigni trucidati in Pavia, si può egli credere che tutti fossero colpevoli e degni di morte? Per altro non è da maravigliarsi se Onorio Augusto si lasciasse indurre a decretar la morte di un suocero che l'avea fin allora mantenuto sul trono contra tanti sforzi de' Barbari. Egli era un buon principe, ma non di grandeanimo. È una pensione di questi tali l'essere o il diventar facilmente sospettosi e crudeli. Si aggiunse inoltre la grave spinta che gli diedero gli emuli e nimici di Stilicone, i quali mai non mancano a chi siede in alto, e per lungo tempo vi siede.Dopo la morte di Stilicone furono confiscati tutti i suoi beni, e quegli ancora de' suoi creduti partigiani, uccisi nella sedizion di Pavia, o pure fuggiti e banditi. Egli, dichiarato nemico pubblico e traditore; atterrate tutte le statue, e cancellate tutte le memorie di lui.Termanzia, sua figliuola, già sposata ad Onorio Augusto, fu rimandata vergine a casa, e consegnata a Serena sua madre. Se crediamo alla Cronica d'Alessandria[Chronicon Alexandrinum.], questa infelice fanciulla finì anch'ella di vivere nell'anno 415. Furono inoltre levati via dai lidi e dai porti le guardie che Stilicone vi tenea, perchè impedivano il commercio, con aggiugnere ancor questo agli altri suoi delitti, pretendendosi ciò fatto, affinchè niuno degli Orientali potesse sbarcare in Italia. Si raccolgono tali notizie dalle leggi pubblicate in quest'anno e riferite nel Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Ed altre ivi pure si leggono contro i pagani e donatisti d'Africa, i quali pretendeano fatte da Stilicone, e non già dall'imperadore Onorio, alcune leggi contra di loro. Escluse egli dal palazzo chiunque non era cattolico e non seguitava la religione del principe. E per cattivarsi l'animo de' popoli, abolì un'imposta di grano e di danaro, che dianzi si pagava per i terreni.Olimpio, autore della rovina di Stilicone, creato dipoi maggiordomo della corte cesarea, seppe ben profittarne, con rendersi egli padrone dello spirito di Onorio, e regolar da lì innanzi tutti i negozii del principe, e dispensar le cariche ai suoi partigiani. Scrive Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 35.]che per ordine suo furono carcerati varii familiari del morto Stilicone, e fra gli altri Deuteriomastro di camera dell'imperadore, e Pietro tribuno della scuola de' notai. Messi ai tormenti, perchè rivelassero se Stilicone avesse affettato l'imperio, niuno si trovò che somministrasse lumi di questo preteso tradimento. Inoltre fu deputato Eliocrate, fiscale in Roma, per unire al fisco i beni di tutti coloro che avessero ottenuto dei magistrati al tempo di Stilicone. Tutto in somma era in confusione e tempesta. E a questi malanni s'aggiunse che i soldati romani, per pescare anche essi nel torbido della repubblica, dovunque trovarono nelle città mogli e figliuoli de' Barbari collegati e al soldo dell'imperio, gli uccisero, e saccheggiarono i loro beni: il che fu cagione che irritati quei Barbari, più di trentamila d'essi andarono ad unirsi con Alarico.Seguitava tuttavia a stare esso Alarico alle porte d'Italia, osservando le tragedie romane, senza nondimeno voler guerra coll'imperadore, e senza violar la tregua stabilita vivente Stilicone. Inviò ambasciatori ad Onorio, esibendo la pace, purchè gli fosse pagata una gran somma di danaro. Non è ben certo se gli fosse sborsata la già promessa quand'era vivo Stilicone. Sembra nondimeno che Olimpiodoro presso Fozio[Photius, pag. 181.]asserisca già seguito quel pagamento. Esibì ancora Alarico di dare ostaggi ad Onorio per la continuazion della pace, e di ritirarsi poi dal Norico nella Pannonia. Nulla volle farne l'imperadore, e rimandò carichi di sole parole i legati. Vien egli qui accusato da Zosimo storico[Zosim., lib. 5, cap. 36.], perchè con qualche sborso di danaro non istudiasse di differir la guerra per mettersi in miglior stato di difesa; e se pur voleva la guerra, perchè non fu sollecito ad unir le legioni romane, con formare un esercito capace di contrastar gli avanzamenti di Alarico. Il biasima ancora, perchè non desse il comando dell'armata a Saro, bravo capitan de' Barbari,e già provato, come di sopra dicemmo; ed in sua vece eleggesse per condottiere della cavalleria Turpillione, e della fanteriaVarane(forse quello stesso che fu dipoi console nell'anno 410), eVigilanziodei domestici, ossia delle guardie del corpo, personaggi fatti apposta per accrescere l'ardire ai Barbari, e il terrore ai Romani. Ma Onorio non si dovette fidare di Saro, perchè barbaro e pagano. Forse troppo si fidò di Olimpio, divenuto suo favorito, ne' consigli del quale aveva egli riposta la sua speranza. Ora Alarico, preso il pretesto di vedersi negate le paghe, e per vendetta ancora di Stilicone, per quanto scrive Olimpiodoro, cominciò la guerra. E perchè meditava di gran cose, ordinò con sue lettere adAtaulfo, fratello di sua moglie, che dalla Pannonia menasse quanti Unni e Goti potesse. Poi, senza aspettarlo, diede la marcia alla sua armata, ridendosi dei praparamenti di Onorio. Si lasciò indietro Aquileia, Concordia ed Altino, e, senza trovare opposizione alcuna, passò il Po a Cremona, e per Bologna venne a Rimini, e di là pel Piceno alla volta di Roma, saccheggiando quante terre e castella trovò per via. Poco mancò che non cadesse nelle mani dei suoi Eucherio figliuolo di Stilicone, nel mentre che per ordine di Onorio era condotto a Roma da Arsacio e Terenzio eunuchi. Dopo la morte del padre era questi fuggito a Roma, e protetto dai Barbari collegati ed amici di Stilicone, si nascose e salvò in una chiesa. Scoperto infine, ne fu per forza tratto, e probabilmente per riverenza alla franchigia gli fu promessa la vita. Forse fu di poi condotto a Ravenna, dove dimorava l'imperadore, il quale non si sa perchè in questi torbidi il rimandò a Roma, dove o per comandamento di lui, o perchè s'appressavano colà le genti di Alarico, ebbe un fine eguale a quello del padre.Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel senato si sollevarono sospetti contra diSerenagià moglie di Stilicone, quasichè ad istigazionesua i Barbari fossero venuti contro ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un tale decreto consentì anchePlacidasorella dell'imperadore, ancorchè Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e Zosimo pagano[Zosim., lib. 5, cap. 40.]si figurò costei punita dagli dii della gentilità per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti, perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona. Data questa incumbenza aBasilio, già presidente della Spagna, spagnuolo di nascita, e aGiovanni, già preposto de' notai palatini[Chronicon Alexandrinum.], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia; e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico sogghignando rispose:Anche il fieno folto si taglia più facilmente che il raro: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi barbari.Ma e che resterebbe a noi?rispose uno dei legati.Le vite, replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di tornar nella cittàper trattare con gli assediati, i quali inteso che quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più, perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto vien narrato da Sozomeno[Socrat., lib. 9, cap. 6.]ed anche da Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 41.], che vi aggiugne una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè pagano: cioè, cheInnocenzopapa, consultato sopra di ciò, serrasse gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè, per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erarioera esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati, pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de' nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato[Orosius, lib. 7, cap. 40.], dichiarò Augusto suo figliuoloCostante, a cui dianzi avea conferito il titolo diCesare[Sozom., lib. 9, cap. 11.]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di Costantino[Zosimus, lib. 5, cap. 43.], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.
Consoli
Anicio BassoeFlavio Filippo.
Noi troviamo in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma nel presente annoIlario. Zosimo[Zos., lib. 5, c. 41.]parla diPompeiano, come prefetto d'essa città in questi tempi. Diede fine a' suoi giorniArcadioimperadore d'Oriente nel dì primo di maggio di questo anno, per attestato di Socrate[Socrates, lib. 6, cap. 23.]e d'altri storici. Da alcuni nondimeno è differita la sua morte fino al settembre. Ma non veggendosi legge alcuna di lui, che passi oltre l'aprile, più probabile si rende la prima opinione. Era egli in età d'anni trentuno, e però universale fu la credenza de' Cristiani che Dio troncasse così presto il filo della sua vita, in pena dell'ingiusta persecuzione fatta ad uno dei più insigni padri della Chiesa cattolica, cioè a san Giovanni Grisostomo. Le dissensioni passate fra lui e l'imperadore Onorio suo fratello in addietro gli fecero temere che non fosse ben sicuro nella succession dell'imperio l'unico suo figliuolo ed eredeTeodosio II, alcuni anni prima dichiarato imperadore, perchè fanciullo che appena aveva compiuto l'anno ottavo di sua vita. Prese dunque una risoluzion, che parve strana a molti, ma che col tempo riuscì utilissima, cioè di raccomandarlo nel suo testamento alla protezion d'Isdegarde re di Persia, pagano, con pregarlo di assumere la tutela del figliuolo. Trovò Isdegarde, principe di grande animo, per quanto narra Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 1, cap. 2.], degna di tutta la sua corrispondenza la confidenza a lui mostrata da Arcadio; e però non mancò di sostenere gl'interessi del giovinetto Augusto,con far sapere la sua mente e protezione all'imperadore Onorio: il che bastò a farlo stare in dovere da lì innanzi. Inviò ancora a Costantinopoli, per aio di Teodosio, Antemio, personaggio egregio pel sapere e per i costumi, e mantenne da lì innanzi una buona pace col greco imperio, non senza vantaggio della cristiana religione, che sulle prime per tal via s'introdusse e dilatò nella Persia. Ma da lì a pochi anni Isdegarde, ad istigazione de' magi, mosse una fiera persecuzione ai medesimi Cristiani del suo paese, con riportarne in tal congiuntura assaissimi di essi la corona del martirio. Era già passata al paese de' piùMariaimperadrice, moglie di Onorio imperadore[Theoph., in Hist. ad Ann. Alexandr. 406.], e figliuola di Stilicone e di Serena, nata da Onorio fratello di Teodosio il Grande. Se si ha da prestar fede a Zosimo[Zosim., lib. 6, cap. 28.], Onorio desiderò d'aver per moglieTermanzia, altra figliuola di esso Stilicone e di Serena. Pareva che non acconsentisse a tali nozze Stilicone; ma Serena fece premura per effettuarle, quantunque la fanciulla per la sua puerile età non fosse atta al matrimonio; ed in fatti si celebrarono le nozze, senza che noi sappiamo se v'intervenisse dispensa alcuna per parte d'Innocenzo papa. Verisimilmente ancor qui Stilicone attese a fare il suo giuoco. Avea data la prima figliuola sì tenera d'età ad Onorio, che non giunse mai a toccarla, ed ella si morì vergine. Lo stesso fu fatto di quest'altra, sperando forse Stilicone che accadendo la morte di Onorio senza figliuoli, Eucherio suo figliuolo potesse succedergli nell'imperio. Nè Zosimo tacque una voce che allora correa, cioè aver Serena, per mezzo d'una strega, concio in maniera Onorio, che non fosse abile alle funzioni matrimoniali. Anche Filostorgio[Philostorg., lib. 12, cap. 2.]storico riferisce questa non so se vera o falsa diceria.
In questi giorni, per testimonianzadel suddetto Zosimo,Alaricore o sia condottiere de' Goti, con grosso esercito passò dalla Pannonia nel Norico, ed arrivò fino ad Emona, città poco distante da Giulio Carnico. Di là inviò legati ad Onorio Augusto, soggiornante allora in Ravenna, a titolo di crediti da lui pretesi, con essersi fermato nell'Epiro a requisizione di esso Stilicone, allorchè segretamente meditavano di muover guerra ad Arcadio per occupare l'Illirico. Richiedeva eziandio che gli fossero pagate le spese occorse nel venire a condurre l'esercito sino nel Norico. Stilicone, lasciati i legati in Ravenna, volò a Roma per trattare coll'imperadore e col senato di questa dimanda, che probabilmente fu accompagnata dalle minacce. La maggior parte de' senatori inclinava alla guerra contro il Barbaro, come partito più glorioso. Stilicone con pochi sosteneva quel della pace, e cavò fuori le lettere di Onorio, per le quali appariva essersi Alarico d'ordine di lui trattenuto nell'Epiro per far la guerra ad Arcadio, la quale non s'era poi intrapresa per ordini in contrario venuti dallo stesso Onorio. Il senato, mostrandosi persuaso di queste ragioni, ma più per timore di Stilicone, gli accordò, per aver pace, il pagamento di quattro mila libbre d'oro, non so se di peso o pure di 84 denari d'oro l'una[Zosim., lib. 5, cap. 29.]: nè vi fu se nonLampadio, nobil senatore, che altamente disse:Questa non è una pace, ma un patto di servitù per noi. Dopo le quali libere parole si ritirò in chiesa, apprendendo l'ira di Stilicone. E di qui ebbe principio la disavventura e caduta del medesimo Stilicone, avendo tutti declamato contra di lui, come fautore de' Barbari in pregiudizio dell'imperio. Determinò Onorio di poi di passar a Ravenna, per dar la mostra all'esercito ivi preparato. Stilicone, a cui non doveano essere ignoti i lamenti de' Romani, e i mali uffizii che faceano contra di lui, si studiò d'impedire quel viaggio, avendo insino fattosvegliare un tumulto in Ravenna da Saro, capitano de' Barbari che erano al soldo de' Romani, per intimidire Onorio. Ma non per questo ristette l'imperadore, e sen venne fino a Bologna. Quivi nacque fra lui e Stilicone una controversia. Già era venuta la nuova della morte seguita dell'imperadore Arcadio, e Stilicone disegnava di passar in persona a Costantinopoli per dare assetto agli affari del fanciullo Teodosio Augusto. Anche Onorio si lasciò intendere d'aver disegnato il medesimo viaggio per procurar la sicurezza del nipote. Stilicone impontò; e mostrata la necessità che vi era della presenza d'Onorio in Italia per provvedere ai bisogni della Gallia occupata da Costantino e per tenere d'occhio il barbaro ed infido Alarico vicino all'Italia con sì copioso esercito, tanto disse, che Onorio depose quel pensiero, ed egli s'allestì per prendere il cammino alla volta dell'Oriente.
Ma passato che fu Onorio da Bologna a Pavia, non si vide che Stilicone eseguisse punto quello che avea promesso. Questo servì a' suoi emuli per maggiormente screditarlo presso l'imperadore con aggiugnere, per lo contrario, che se Stilicone passava in Oriente, era per levar di vita il fanciullo Augusto, e mettere la corona dell'imperio orientale in capo ad Eucherio suo figliuolo. Fra gli altriOlimpio[Zosim., lib. 6, cap. 32.], uno degli uffiziali palatini, quegli fu che principalmente, durante il viaggio d'Onorio a Pavia, venne creduto che non d'altro gli parlasse che de' cattivi disegni di Stilicone, non senza ingratitudine verso di lui che l'avea cotanto esaltato nella corte. Lo narra anche Olimpiodoro storico presso di Fozio[Olympiod., apud Photium, pag. 180.]. Giunto che fu Onorio in Pavia, si fece vedere all'esercito ivi preparato per passare contra Costantino tiranno nelle Gallie. Ma eccoli sollevarsi quelle milizie, istigate, se è vero ciò che ne riferisce Zosimo, dal suddetto Olimpio, contagliare furiosamente a pezzi tutti gli uffiziali o di corte o della milizia, creduti partigiani o complici di Stilicone. Fra questi furonoLimenio, già prefetto del pretorio nella Gallia;Cariobaudedianzi generale dell'armata in essa Gallia, che s'erano salvati dalle mani del tiranno Costantino[Sozom., lib. 9, cap. 4. Orosius, lib. 7, cap. 38.];Vincenzogenerale della cavalleria, eSalvioconte della scuola dei domestici; ed altri non pochi magistrati, senza perdonare neppure a Longiniano prefetto del pretorio d'Italia. Durò gran fatica Onorio a frenare il pazzo e crudel moto di costoro, e si trovò egli stesso in grave pericolo. All'avviso di questa sedizione spaventato Stilicone, che trovavasi allora in Bologna, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi. Saro, capitano di que' Barbari[Zosim., lib. 5, c. 34. Philostorg., lib. 12, c. 3.]che militavano al soldo dell'imperadore, una notte uccise tutti gli Unni che stavano alla guardia di lui, in maniera che egli stimò bene di scapparsene a Ravenna. Olimpio intanto avendo guadagnato affatto l'animo d'Onorio Augusto, l'indusse a scrivere allo esercito di Ravenna, che si assicurassero della persona di Stilicone. Il che inteso da lui, si ritirò la notte in chiesa. Fatto giorno, i soldati entrati in essa chiesa, alla presenza del vescovo con giuramento attestarono, altro ordine non essere stato loro dato, che di metterlo sotto buona guardia, salva la di lui vita. Ma uscito che fu della franchigia, l'uffiziale che aveva esibito il primo ordine, ne sfoderò un altro di ammazzarlo a cagione dei suoi misfatti. Si misero in procinto i Barbari e famigliari suoi di liberarlo; ma egli avendo comandato loro di desistere, coraggiosamente si lasciò uccidere da Eracliano, che da lì a non molto fu ricompensato colla prefettura dell'Africa. E tal fine ebbe a dì 25 d'agosto Stilicone, per tanti anni arbitro dell'imperio e degli eserciti romani, e glorioso per le vittorie da lui riportate. Mille delitti gli furono apposti dopo morte. I più rilevantierano che egli con ambiziosi disegni aspirasse all'imperio d'Oriente, ed anche d'Occidente, o per sè o per suo figliuolo, meditando perciò e manipolando la morte degli Augusti; e che trattenesse in danno dell'imperio romano segrete amicizie e trame con Alarico e con gli altri Barbari a fine di profittarne per le sue segrete mire. Noi sappiamo che quantunque cristiano (almeno in apparenza) egli era odiato da' Cristiani, forse perchè favoriva non poco i pagani. Fu creduto che lo stesso Eucherio suo figliuolo professasse tutte le loro superstizioni, con aver anche promesso, se giugneva all'imperio, di riaprire i lor templi. Per questo probabilmente Zosimo ed Olimpiodoro, storici pagani, assai favorevolmente parlano di lui, e sparlano forte di Olimpio, uomo cattolico, che tanto si adoperò per la sua rovina. Tuttavia Rutilio[Rutilius, in Itiner., lib. 1.], poeta anch'esso pagano di que' tempi, anch'egli si mostra persuaso delle cabale e dei disegni ambiziosi di Stilicone. Ma egli è ben facile che fra tanti delitti a lui apposti, più d'uno se ne contasse che non avea sussistenza. E certamente allorchè s'ode Paolo Orosio, Marcellino conte, Prospero ed altri scrittori attribuire a lui la chiamata de' Vandali, Alani e Svevi, per invadere le Gallie, non par facile d'accordo questa partita coll'altre che si contano de' disegni della sua ambizione in favore del figliuolo. Se si fosse lasciato luogo a Stilicone di far le sue difese, avrebbe forse giustificato molte sue azioni, che al volgo pareano malfatte e condotte dalla malizia, ma poterono essere necessità per bene dello Stato. E tanti uffiziali insigni trucidati in Pavia, si può egli credere che tutti fossero colpevoli e degni di morte? Per altro non è da maravigliarsi se Onorio Augusto si lasciasse indurre a decretar la morte di un suocero che l'avea fin allora mantenuto sul trono contra tanti sforzi de' Barbari. Egli era un buon principe, ma non di grandeanimo. È una pensione di questi tali l'essere o il diventar facilmente sospettosi e crudeli. Si aggiunse inoltre la grave spinta che gli diedero gli emuli e nimici di Stilicone, i quali mai non mancano a chi siede in alto, e per lungo tempo vi siede.
Dopo la morte di Stilicone furono confiscati tutti i suoi beni, e quegli ancora de' suoi creduti partigiani, uccisi nella sedizion di Pavia, o pure fuggiti e banditi. Egli, dichiarato nemico pubblico e traditore; atterrate tutte le statue, e cancellate tutte le memorie di lui.Termanzia, sua figliuola, già sposata ad Onorio Augusto, fu rimandata vergine a casa, e consegnata a Serena sua madre. Se crediamo alla Cronica d'Alessandria[Chronicon Alexandrinum.], questa infelice fanciulla finì anch'ella di vivere nell'anno 415. Furono inoltre levati via dai lidi e dai porti le guardie che Stilicone vi tenea, perchè impedivano il commercio, con aggiugnere ancor questo agli altri suoi delitti, pretendendosi ciò fatto, affinchè niuno degli Orientali potesse sbarcare in Italia. Si raccolgono tali notizie dalle leggi pubblicate in quest'anno e riferite nel Codice Teodosiano[Gothofred., Chronol. Cod. Theodos.]. Ed altre ivi pure si leggono contro i pagani e donatisti d'Africa, i quali pretendeano fatte da Stilicone, e non già dall'imperadore Onorio, alcune leggi contra di loro. Escluse egli dal palazzo chiunque non era cattolico e non seguitava la religione del principe. E per cattivarsi l'animo de' popoli, abolì un'imposta di grano e di danaro, che dianzi si pagava per i terreni.Olimpio, autore della rovina di Stilicone, creato dipoi maggiordomo della corte cesarea, seppe ben profittarne, con rendersi egli padrone dello spirito di Onorio, e regolar da lì innanzi tutti i negozii del principe, e dispensar le cariche ai suoi partigiani. Scrive Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 35.]che per ordine suo furono carcerati varii familiari del morto Stilicone, e fra gli altri Deuteriomastro di camera dell'imperadore, e Pietro tribuno della scuola de' notai. Messi ai tormenti, perchè rivelassero se Stilicone avesse affettato l'imperio, niuno si trovò che somministrasse lumi di questo preteso tradimento. Inoltre fu deputato Eliocrate, fiscale in Roma, per unire al fisco i beni di tutti coloro che avessero ottenuto dei magistrati al tempo di Stilicone. Tutto in somma era in confusione e tempesta. E a questi malanni s'aggiunse che i soldati romani, per pescare anche essi nel torbido della repubblica, dovunque trovarono nelle città mogli e figliuoli de' Barbari collegati e al soldo dell'imperio, gli uccisero, e saccheggiarono i loro beni: il che fu cagione che irritati quei Barbari, più di trentamila d'essi andarono ad unirsi con Alarico.
Seguitava tuttavia a stare esso Alarico alle porte d'Italia, osservando le tragedie romane, senza nondimeno voler guerra coll'imperadore, e senza violar la tregua stabilita vivente Stilicone. Inviò ambasciatori ad Onorio, esibendo la pace, purchè gli fosse pagata una gran somma di danaro. Non è ben certo se gli fosse sborsata la già promessa quand'era vivo Stilicone. Sembra nondimeno che Olimpiodoro presso Fozio[Photius, pag. 181.]asserisca già seguito quel pagamento. Esibì ancora Alarico di dare ostaggi ad Onorio per la continuazion della pace, e di ritirarsi poi dal Norico nella Pannonia. Nulla volle farne l'imperadore, e rimandò carichi di sole parole i legati. Vien egli qui accusato da Zosimo storico[Zosim., lib. 5, cap. 36.], perchè con qualche sborso di danaro non istudiasse di differir la guerra per mettersi in miglior stato di difesa; e se pur voleva la guerra, perchè non fu sollecito ad unir le legioni romane, con formare un esercito capace di contrastar gli avanzamenti di Alarico. Il biasima ancora, perchè non desse il comando dell'armata a Saro, bravo capitan de' Barbari,e già provato, come di sopra dicemmo; ed in sua vece eleggesse per condottiere della cavalleria Turpillione, e della fanteriaVarane(forse quello stesso che fu dipoi console nell'anno 410), eVigilanziodei domestici, ossia delle guardie del corpo, personaggi fatti apposta per accrescere l'ardire ai Barbari, e il terrore ai Romani. Ma Onorio non si dovette fidare di Saro, perchè barbaro e pagano. Forse troppo si fidò di Olimpio, divenuto suo favorito, ne' consigli del quale aveva egli riposta la sua speranza. Ora Alarico, preso il pretesto di vedersi negate le paghe, e per vendetta ancora di Stilicone, per quanto scrive Olimpiodoro, cominciò la guerra. E perchè meditava di gran cose, ordinò con sue lettere adAtaulfo, fratello di sua moglie, che dalla Pannonia menasse quanti Unni e Goti potesse. Poi, senza aspettarlo, diede la marcia alla sua armata, ridendosi dei praparamenti di Onorio. Si lasciò indietro Aquileia, Concordia ed Altino, e, senza trovare opposizione alcuna, passò il Po a Cremona, e per Bologna venne a Rimini, e di là pel Piceno alla volta di Roma, saccheggiando quante terre e castella trovò per via. Poco mancò che non cadesse nelle mani dei suoi Eucherio figliuolo di Stilicone, nel mentre che per ordine di Onorio era condotto a Roma da Arsacio e Terenzio eunuchi. Dopo la morte del padre era questi fuggito a Roma, e protetto dai Barbari collegati ed amici di Stilicone, si nascose e salvò in una chiesa. Scoperto infine, ne fu per forza tratto, e probabilmente per riverenza alla franchigia gli fu promessa la vita. Forse fu di poi condotto a Ravenna, dove dimorava l'imperadore, il quale non si sa perchè in questi torbidi il rimandò a Roma, dove o per comandamento di lui, o perchè s'appressavano colà le genti di Alarico, ebbe un fine eguale a quello del padre.
Giunse Alarico sotto Roma, e la strinse d'assedio. Allora fu che nel senato si sollevarono sospetti contra diSerenagià moglie di Stilicone, quasichè ad istigazionesua i Barbari fossero venuti contro ad essa città. E bastarono tali sospetti al senato per decretar la morte di questa infelice, probabilmente innocente di simile attentato. Ad un tale decreto consentì anchePlacidasorella dell'imperadore, ancorchè Serena fosse sua parente dal lato di padre. La sentenza fu eseguita, e Zosimo pagano[Zosim., lib. 5, cap. 40.]si figurò costei punita dagli dii della gentilità per aver tolta a Rea madre degli dii una collana di gran valore; ma ella potea ben avere senza questo falso misfatto degli altri delitti, per i quali Iddio volle gastigarla quaggiù. Si credevano i Romani che tolta di mezzo Serena, dovessero i Barbari andarsene con Dio. Ma si chiarirono ben presto dei loro vani supposti. Più che mai Alarico seguitò ad angustiare la città, e ad affamarla con impedire l'introduzion dei viveri sì pel fiume, come per terra, e crebbe talmente la fame, che si tirò dietro una fiera mortalità di popolo. Allora il senato determinò di spedir deputati a trattare d'accordo col generale degli assedianti, perchè erano tuttavia in dubbio se si trovasse ivi Alarico in persona. Data questa incumbenza aBasilio, già presidente della Spagna, spagnuolo di nascita, e aGiovanni, già preposto de' notai palatini[Chronicon Alexandrinum.], presentatisi costoro ad Alarico, proposero la concordia; e per sostenere il decoro, si lasciarono scappare una bravata, con dire che il popolo romano era anche pronto per una battaglia. Alarico sogghignando rispose:Anche il fieno folto si taglia più facilmente che il raro: colle quali parole mise a riso tutti gli astanti. Proruppe poscia il Barbaro in dimande degne di un par suo, cioè che non leverebbe mai l'assedio, se non gli davano tutto l'oro e l'argento e le suppellettili preziose della città, e la libertà di tutti gli schiavi barbari.Ma e che resterebbe a noi?rispose uno dei legati.Le vite, replicò il superbo Alarico. Qui fu chiesta dai legati la licenza di tornar nella cittàper trattare con gli assediati, i quali inteso che quivi era Alarico, e che faceva dimande cotanto esorbitanti, si videro disperati. Accadde, che venuti o chiamati apposta in Roma alcuni della Toscana, riferirono d'essersi salvata dai pericoli la città di Narni coll'avere sacrificato agli dii del gentilesimo. Non vi volle di più, perchè alcuni dei senatori tuttavia pagani proponessero come cosa necessaria alla liberazion di Roma quegli empii sagrifizii. Il fatto vien narrato da Sozomeno[Socrat., lib. 9, cap. 6.]ed anche da Zosimo[Zosimus, lib. 5, cap. 41.], che vi aggiugne una particolarità, unicamente fabbricata dal suo cuore maligno, perchè pagano: cioè, cheInnocenzopapa, consultato sopra di ciò, serrasse gli occhi, e li lasciasse fare. Ma il fatto grida in contrario: poichè, per attestato dello stesso Zosimo, niuno de' tanti senatori cristiani volle intervenire a così abbominevol azione: anzi pare che in effetto desistessero per questo dal farla, e verisimilmente perchè il pontefice vi si oppose. Ma quand'anche avessero sagrificato, come sembra supporre Sozomeno, s'accorsero in breve della vanità di quest'empio rifugio. E nota il medesimo Sozomeno che i più giudiziosi riguardavano questa guerra e calamità per un giusto gastigo di Dio, che voleva punire i tanti peccati di Roma immersa nell'ozio e nel lusso, e tanti ostinati tuttavia nelle superstizioni del paganesimo. Lo stesso Alarico dicea di esser mosso da una voce interna che gli andava dicendo di affrettarsi per l'espugnazion di Roma. Finalmente convenne rimandare ambasciatori ad Alarico, e capitolare che i Romani gli pagassero cinquemila libbre d'oro, trentamila d'argento, quattromila giubbe di seta, tremila pelli tinte in grana, e tremila libbre di pepe. Ma perchè l'erarioera esausto, nè i particolari potevano supplire così in un subito allo sborso di tanto oro ed argento, si mise mano ai templi de' gentili, con asportarne le statue d'oro e d'argento, e tutti gli ornamenti preziosi delle altre: il che viene detestato da Zosimo gentile, e specialmente per la statua della Fortezza, a cagione della cui perdita i pagani credettero che dovessero succedere infinite traversie da lì innanzi a Roma. Pagato il danaro, furono spediti all'imperatore Onorio legati, pregandolo di consentire alla pace, anzi alla lega con Alarico: al qual fine aveva anche il Barbaro voluto per ostaggi molti figliuoli de' nobili romani. Furono da lì innanzi lasciati entrare i viveri in Roma, e l'esercito nemico si ritirò, col quale s'andarono ad unire circa quarantamila schiavi barbari, che di giorno in giorno fuggivano di Roma.
Intanto il tiranno Costantino avea fissata la residenza sua in Arles, e veggendo gli affari dell'imperadore Onorio in pessimo stato[Orosius, lib. 7, cap. 40.], dichiarò Augusto suo figliuoloCostante, a cui dianzi avea conferito il titolo diCesare[Sozom., lib. 9, cap. 11.]. Inoltre giudicò bene d'inviar ad Onorio un'ambasceria, che giunta a Ravenna, gli dimandò perdono a nome di Costantino[Zosimus, lib. 5, cap. 43.], con allegare per iscusa la violenza a lui fatta dall'esercito. Onorio, perchè non potea di meno, e sulla speranza di salvare la vita a Vereniano e Didimio suoi parenti, condotti prigionieri di Spagna a Costantino, con trovarsi poi burlato perchè questi già erano stati trucidati, non solamente fece vista di accettare la scusa, ma gl'inviò ancora la porpora imperatoria, riconoscendolo per collega nell'imperio. Probabilmente ciò avvenne nell'anno presente.