CDXII

CDXIIAnno diCristoCDXII. IndizioneX.Innocenzopapa 12.Onorioimperadore 20 e 18.Teodosio IIimperad. 11 e 5.ConsoliOnorio Augustoper la nona volta, eTeodosio Augustoper la quinta.Palmatosi truova in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma per questi tempi. Cosa operasseAtaulfore de' Goti e successor di Alarico nell'anno addietro, restando in Italia, niuno degli antichi storici l'ha registrato. Solamente Giordano, siccome dicemmo, scrive[Jordan., de Rebus Getic., cap. 31.]che saccheggiò l'Italia, e s'accordò con Onorio; ma per varii capi non sussiste il suo racconto. Si può non senza fondamento credere che il trattenessero dall'inferocire le insinuazioni diGalla Placidiasua prigioniera, alle cui nozze costui aspirava, e a qualche trattato di accomodamento con Onorio imperadore. Ma non essendo questo riuscito, Ataulfo, o per paura d'essere colto in mezzo, se Costanzo generale d'Onorio fosse tornato coll'esercito in Italia, o piuttosto perchè invitato daGiovinotiranno, oppure con disegno di seco unirsi, determinò di passar nelle Gallie.Attaloera con lui, cioè quel medesimo che sotto Alarico due volte comparve imperadore, ed altrettante fu deposto. Costui, siccome gran faccendiere, proposta l'unione con Giovino, gli dava ad intendere che coi suoi maneggi gli bastava l'animo di farlo padrone almeno della metà delle Gallie. In effetto colà s'inviò Ataulfo[Prosper, in Chron.], e passate senza opposizione alcuna le Alpi, andò a saccheggiar il resto di quello che gli altri Barbari per avventura aveano lasciato alle provincie galliche. Attalo si portò a trattar con Giovino, credendosi di far gran cose[Olymp., apud Photium, pag. 183.], ma scoprì che costui non avea gradito l'arrivo di Ataulfonelle Gallie, e d'esser egli poco accetto per aver consigliata ad Ataulfo quella risoluzione. Perciò nacquero tosto dissapori fra Giovino ed Ataulfo. Erasi partito da Onorio il barbaro Saro, uom valoroso, altre volte di sopra nominato, per isdegno, a cagione di non avere l'imperadore gastigato chi avea ucciso Belleride, familiare d'esso Saro. Costui con circa venti persone meditava di passare al servizio di Giovino. Lo seppe Ataulfo suo nimico, e con diecimila de' suoi Goti il raggiunse in cammino. Fatta Saro una gagliarda difesa, in fine fu preso vivo, e poco dopo tolta gli fu la vita. Crebbe maggiormente il mal animo di Ataulfo contra di Giovino, perchè, pretendendo il re barbaro di divenir suo collega nell'imperio, Giovino all'incontro in vece di lui dichiarò AugustoSebastianosuo fratello. Adoperossi inoltre per guastare l'union di costoroDardanoprefetto del pretorio delle Gallie, e personaggio lodato assaissimo dai santi Agostino e Girolamo, ma dipinto da Apollinar Sidonio per uomo carico di vizii, che non s'era voluto sottomettere a Giovino. Pertanto di più non vi volle perchè Ataulfo, irritato da un tale sprezzo, mandasse ad offerir la pace ad Onorio, con promettergli le teste di que' tiranni, e la restituzione diPlacidia, esigendo solamente in contraccambio non so quale quantità di vettovaglie. Tornati i suoi ambasciatori con gli articoli della concordia accettati e giurati da Onorio, Ataulfo s'accinse dal suo canto all'esecuzione delle promesse. Gli cadde fra poco nelle maniSebastiano, e ne inviò la testa a Ravenna. RitirossiGiovinoa Valenza, città allora assai forte, nel Delfinato d'oggidì, la quale assediata da Ataulfo, restò in fine presa per forza. Fu consegnato Giovino a Dardano, acciocchè l'inviasse ad Onorio; ma Dardano per maggior sicurezza gli tolse la vita in Narbona. La testa ancora di costui fu mandata all'imperadore, e poi (se crediamo ad Olimpiodoro) spedita a Cartagine con quelli di Sebastiano.Idacio[Idacius, in Chron.]pretende che costoro fossero presi dai generali d'Onorio, probabilmente perchè s'erano uniti anch'essi con Ataulfo alla distruzion dei tiranni. Ho io poi raccontata tutta in un fiato sotto il presente anno la tragedia di costoro; ma forse la lor caduta e morte si dee differire all'anno susseguente, in cui la riferiscono le Croniche attribuite a Prospero Tirone. Ma non si può già ricavar questo con sicurezza da quella d'Idacio, come pretende il Pagi.Leggonsi nel Codice Teodosiano[Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.]molte leggi date in quest'anno da Onorio imperadore, tutte in Ravenna, dove egli soggiornava. Era seguita nell'anno precedente in Africa la famosa conferenza tra i cattolici e donatisti colla decisione di Marcellino tribuno, assistente alla medesima di ordine di Onorio, in favore de' primi. Gli ostinati donatisti non si vollero per questo rendere, anzi maggiormente infuriarono, e seguitarono a commettere degli omicidii: il che obbligò l'imperadore a pubblicare in quest'anno delle leggi più che mai rigorose contra di loro. Ordinò che fossero tolte loro le chiese, e date ai cattolici; che i laici della lor setta fossero puniti con pene pecuniarie; che non potessero far adunanze. Con altre leggi poi concedette molte esenzioni ai beni degli ecclesiastici, e determinò che le accuse contra le persone de' medesimi fossero giudicate dai vescovi alla presenza di molti testimonii. E perchè dall'Africa venivano frequenti doglianze delle avanie e concussioni che vi commettevano gli uffiziali cesarei, deputati tanto a raccogliere i tributi quanto a far pagare i debiti degli anni addietro, e a cercare i desertori e vagabondi, Onorio con saggi editti si studiò di rimediare a sì fatti disordini. Premeva ancora a questo piissimo principe che si rimettesse in vigore la tanto afflitta città di Roma; e però diede varii privilegi ai corporati, cioè alla società di coloro checonducevano colà grani ed altri viveri, acciocchè non penuriasse il popolo di vettovaglia. Roma in fatti dopo le calamità sofferte dai Goti non istette molto a ripopolarsi, di maniera che Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 40.]pochi anni dopo scrivendo la sua storia, attestò, per relazione degli stessi Romani, che non si conosceva più il danno inferito a quell'augusta città dai Barbari, a riserva di qualche luogo già devastato dalle fiamme. EdAlbinoprefetto di Roma nell'anno 414 (secondochè narra Olimpiodoro)[Olympiod., apud Photium, pag. 188.]scrisse che non bastava al popolo d'essa città la porzione del grano pubblico assegnatogli dalla pia liberalità dell'imperadore: tanto era cresciuta la moltitudine degli abitanti.

Consoli

Onorio Augustoper la nona volta, eTeodosio Augustoper la quinta.

Palmatosi truova in una legge del Codice Teodosiano prefetto di Roma per questi tempi. Cosa operasseAtaulfore de' Goti e successor di Alarico nell'anno addietro, restando in Italia, niuno degli antichi storici l'ha registrato. Solamente Giordano, siccome dicemmo, scrive[Jordan., de Rebus Getic., cap. 31.]che saccheggiò l'Italia, e s'accordò con Onorio; ma per varii capi non sussiste il suo racconto. Si può non senza fondamento credere che il trattenessero dall'inferocire le insinuazioni diGalla Placidiasua prigioniera, alle cui nozze costui aspirava, e a qualche trattato di accomodamento con Onorio imperadore. Ma non essendo questo riuscito, Ataulfo, o per paura d'essere colto in mezzo, se Costanzo generale d'Onorio fosse tornato coll'esercito in Italia, o piuttosto perchè invitato daGiovinotiranno, oppure con disegno di seco unirsi, determinò di passar nelle Gallie.Attaloera con lui, cioè quel medesimo che sotto Alarico due volte comparve imperadore, ed altrettante fu deposto. Costui, siccome gran faccendiere, proposta l'unione con Giovino, gli dava ad intendere che coi suoi maneggi gli bastava l'animo di farlo padrone almeno della metà delle Gallie. In effetto colà s'inviò Ataulfo[Prosper, in Chron.], e passate senza opposizione alcuna le Alpi, andò a saccheggiar il resto di quello che gli altri Barbari per avventura aveano lasciato alle provincie galliche. Attalo si portò a trattar con Giovino, credendosi di far gran cose[Olymp., apud Photium, pag. 183.], ma scoprì che costui non avea gradito l'arrivo di Ataulfonelle Gallie, e d'esser egli poco accetto per aver consigliata ad Ataulfo quella risoluzione. Perciò nacquero tosto dissapori fra Giovino ed Ataulfo. Erasi partito da Onorio il barbaro Saro, uom valoroso, altre volte di sopra nominato, per isdegno, a cagione di non avere l'imperadore gastigato chi avea ucciso Belleride, familiare d'esso Saro. Costui con circa venti persone meditava di passare al servizio di Giovino. Lo seppe Ataulfo suo nimico, e con diecimila de' suoi Goti il raggiunse in cammino. Fatta Saro una gagliarda difesa, in fine fu preso vivo, e poco dopo tolta gli fu la vita. Crebbe maggiormente il mal animo di Ataulfo contra di Giovino, perchè, pretendendo il re barbaro di divenir suo collega nell'imperio, Giovino all'incontro in vece di lui dichiarò AugustoSebastianosuo fratello. Adoperossi inoltre per guastare l'union di costoroDardanoprefetto del pretorio delle Gallie, e personaggio lodato assaissimo dai santi Agostino e Girolamo, ma dipinto da Apollinar Sidonio per uomo carico di vizii, che non s'era voluto sottomettere a Giovino. Pertanto di più non vi volle perchè Ataulfo, irritato da un tale sprezzo, mandasse ad offerir la pace ad Onorio, con promettergli le teste di que' tiranni, e la restituzione diPlacidia, esigendo solamente in contraccambio non so quale quantità di vettovaglie. Tornati i suoi ambasciatori con gli articoli della concordia accettati e giurati da Onorio, Ataulfo s'accinse dal suo canto all'esecuzione delle promesse. Gli cadde fra poco nelle maniSebastiano, e ne inviò la testa a Ravenna. RitirossiGiovinoa Valenza, città allora assai forte, nel Delfinato d'oggidì, la quale assediata da Ataulfo, restò in fine presa per forza. Fu consegnato Giovino a Dardano, acciocchè l'inviasse ad Onorio; ma Dardano per maggior sicurezza gli tolse la vita in Narbona. La testa ancora di costui fu mandata all'imperadore, e poi (se crediamo ad Olimpiodoro) spedita a Cartagine con quelli di Sebastiano.Idacio[Idacius, in Chron.]pretende che costoro fossero presi dai generali d'Onorio, probabilmente perchè s'erano uniti anch'essi con Ataulfo alla distruzion dei tiranni. Ho io poi raccontata tutta in un fiato sotto il presente anno la tragedia di costoro; ma forse la lor caduta e morte si dee differire all'anno susseguente, in cui la riferiscono le Croniche attribuite a Prospero Tirone. Ma non si può già ricavar questo con sicurezza da quella d'Idacio, come pretende il Pagi.

Leggonsi nel Codice Teodosiano[Gothofr., Chronol. Cod. Theodos.]molte leggi date in quest'anno da Onorio imperadore, tutte in Ravenna, dove egli soggiornava. Era seguita nell'anno precedente in Africa la famosa conferenza tra i cattolici e donatisti colla decisione di Marcellino tribuno, assistente alla medesima di ordine di Onorio, in favore de' primi. Gli ostinati donatisti non si vollero per questo rendere, anzi maggiormente infuriarono, e seguitarono a commettere degli omicidii: il che obbligò l'imperadore a pubblicare in quest'anno delle leggi più che mai rigorose contra di loro. Ordinò che fossero tolte loro le chiese, e date ai cattolici; che i laici della lor setta fossero puniti con pene pecuniarie; che non potessero far adunanze. Con altre leggi poi concedette molte esenzioni ai beni degli ecclesiastici, e determinò che le accuse contra le persone de' medesimi fossero giudicate dai vescovi alla presenza di molti testimonii. E perchè dall'Africa venivano frequenti doglianze delle avanie e concussioni che vi commettevano gli uffiziali cesarei, deputati tanto a raccogliere i tributi quanto a far pagare i debiti degli anni addietro, e a cercare i desertori e vagabondi, Onorio con saggi editti si studiò di rimediare a sì fatti disordini. Premeva ancora a questo piissimo principe che si rimettesse in vigore la tanto afflitta città di Roma; e però diede varii privilegi ai corporati, cioè alla società di coloro checonducevano colà grani ed altri viveri, acciocchè non penuriasse il popolo di vettovaglia. Roma in fatti dopo le calamità sofferte dai Goti non istette molto a ripopolarsi, di maniera che Paolo Orosio[Orosius, lib. 7, cap. 40.]pochi anni dopo scrivendo la sua storia, attestò, per relazione degli stessi Romani, che non si conosceva più il danno inferito a quell'augusta città dai Barbari, a riserva di qualche luogo già devastato dalle fiamme. EdAlbinoprefetto di Roma nell'anno 414 (secondochè narra Olimpiodoro)[Olympiod., apud Photium, pag. 188.]scrisse che non bastava al popolo d'essa città la porzione del grano pubblico assegnatogli dalla pia liberalità dell'imperadore: tanto era cresciuta la moltitudine degli abitanti.


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