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DCIAnno diCristoDCI. IndizioneIV.Gregorio Ipapa 12.Maurizioimperadore 20.Agilolfore 11.L'anno XVIII dopo il consolato diMaurizio Augusto.È da notare la data di una lettera di sanGregoriopapa aVirgiliovescovo d'Arles, come è riferita da Beda[Beda, Hist. Eccl. lib. 1, cap. 28.], cioè[Greg. Magnus, lib. 11, ep. 68.]:X kalend. juliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XIX: post consulatum ejusdem D. N. anno XVIII, Indictione IV. Correva tuttavia nel dì 22 di giugno delpresente anno ildiciannovesimo annodell'imperio di Maurizio; e cadendo in questo l'anno decimottavo dopo il consolato, si vien sempre a conoscere con che fondamento io mi sia scostato dal padre Pagi, nell'assegnar l'anno del consolato di Maurizio Augusto. Benchè Paolo Diacono sia, come ho detto più volte, storico poco accurato nell'assegnare il tempo de' fatti ch'egli racconta, perchè, a mio credere, neppur egli n'ebbe bastevole informazione; pure comunemente vien creduto che al presente anno s'abbia da riferire la rinnovazion della guerra tra i Longobardi e l'imperio romano[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 21.].Callinicoesarco di Ravenna, non so se perchè fosse terminata la tregua, oppure perchè essa durante se la vedesse bella di fare un buon colpo, spedì una banda di soldati a Parma, a' quali riuscì di sorprendereGodescalco, genero del re Agilolfo, e, secondo tutte le verisimiglianze, duca di quella città, insieme colla moglie, figliuola d'esso re; i quali probabilmente senza sospetto alcuno si divertivano in villa. Signoreggiavano i Greci in Cremona, e di là facilmente potè venire l'insulto fatto a due sì cospicue persone, che furono condotte prigioniere a Ravenna. Restò sommamente amareggiato per questo colpo il re Agilolfo, ed oramai chiarito che pace non vi poteva essere con gl'infidi e spergiuri ministri dell'imperadore, si applicò con tutto fervore alla guerra. Ma in vece di procedere contro Cremona e Mantova, le quali doveano essere ben guernite di presidio cesareo, andò a mettere l'assedio aPadova, città che forse non si aspettava una somigliante visita. Era stata finora quell'illustre città in mezzo a tante tempeste costante nella divozione verso il romano imperio, e fece anche in tal congiuntura una gagliarda difesa, sostenendo lungamente l'assedio, al dispetto delle minacce di Agilolfo. Ma in fine le convenne soccombere. Nelle capitolazioni fu salvata alla guarnigioneimperiale la facoltà di andarsene, ed in fatti se ne passò a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente sfogò la conceputa sua collera contra di una città sì pertinace, ma innocente, con darla alle fiamme e spianarne le mura, forse intendendo di far con ciò vendetta dell'esarco, da cui troppo offeso si riputava. Tornarono in questi tempi dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, gli ambasciatori longobardi, che aveano confermata la pace col re degli Unni, chiamati Avari. Con esso loro ancora venne un ambasciatore diCacanore di que' Barbari, incaricato di passare in Francia per indurre quei re a mantener la pace coi Longobardi, stante la lega difensiva fatta da esso re colla nazion longobarda. La forza di Cacano era tale, che facea paura all'imperadore, ed esigeva rispetto anche dai re di Francia. E gli uni e gli altri ne aveano avute di brutte lezioni.Potrebbe essere che in questi medesimi tempi fosse succeduto un altro fatto narrato parimente da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 17.]. Avendo il re Agilolfo, siccome stuzzicato dall'esarcoCallinico, ripigliate l'armi, probabile è ch'egli comandasse ancora adAriolfoduca di Spoleti di travagliare Roma e Ravenna, affinchè niun soccorso si potesse inviare all'assediata città di Padova. Comunque sia, perchè il tempo non si può accertare, sappiamo che Ariolfo uscì in campagna, e trovandosi a fronte dell'esercito romanoappresso la città di Camerino, venne con esso alle mani, e ne riportò vittoria. Dopo di ciò dimandò egli ai suoi che uomo era quello che avea combattuto sì valorosamente in suo favore in quella battaglia; ma niuno gli seppe rispondere. Tornato a Spoleti, e vedendo la basilica disan Savinomartire, interrogò gli astanti che casa era quella? Gli fu risposto dai Cristiani, essere quivi seppellito san Savino martire, che i Cristiani solevano invocare in loro aiuto, allorchè andavano alla guerra contra de' nemici.Come può stare(replicò allora Ariolfo, gentile tuttavia di professione)che un uomo morto possa dar qualche aiuto ad un vivo? E smontato da cavallo, entrò in essa basilica per vederla. Or mentre stava osservando le pitture, si avvenne in una figura rappresentante san Savino, ed allora riconobbe esser egli lo stesso che gli avea prestato aiuto nel conflitto. Come poi sia credibile che questo santo militasse in favore di un pagano contra de' Cristiani, lascerò io disaminarlo ai saggi lettori. Forse le milizie sue erano composte di Cattolici che si raccomandarono a quel santo martire. Credono Camillo Lilii[Lilii Istoria di Camerino, part. 1, lib. 4.]e Bernardino de' conti di Campello[Campello Istoria di Spoleti, lib. 11.], che dopo questa vittoria Ariolfo s'impadronisse di Camerino. Ma non si ricava punto da Paolo storico, unico a raccontar questo fatto, se Camerino fosse caduto prima, o solamente in questa congiuntura cadesse nelle mani dei Longobardi. Certo è che quella città si vede nei secoli susseguenti unita col ducato di Spoleti, ma non so io precisamente dire, se ora, o più tardi se ne impadronissero i Longobardi. Racconta parimente il medesimo Paolo che nell'anno susseguente alla vittoria riportata da Teodeberto e Teoderico re de' Franchi sopra del re Clotario, accadde la morte del suddetto Ariolfo duca di Spoleti; e questa per conseguente sarebbe seguita nell'anno presente, e non già nell'anno 602, come si pensò il cardinal Baronio, e molto meno nel 613, come fu di avviso il Lilii suddetto, e più tardi ancora, come altri hanno pensato. Ma convien ripetere che per la cronologia non si può sempre fidare dell'autorità di Paolo Diacono. Egli stesso, dopo aver narrata la morte di Ariolfo, passa nel capitolo seguente[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 18.]a parlarede praedicatione(s'ha da scriverede praedatione)facta a Longobarda in Coenobio sancti Benedicti;con dire accaduta la desolazione di quel sacro luogocirca haec tempora; eppur questa da altre memorie si prova succeduta alcuni anni prima. Quel che è certo, dopo la morte di Ariolfo, disputavano coll'armi il dominio di quel ducato due figliuoli del primo ducaFaroaldo. Una battaglia decise la lite, eTeodelapiovincitore fu quegli che da lì innanzi possedette e governò quel ducato. Abbiamo poi confermata da san Gregorio[Greg. Magnus., lib. 11, ep. 51.]la guerra dell'anno presente in una lettera da lui scritta a tutti i vescovi della Sicilia, in cui espone il suo rammarico per gl'insulti e danni di bel nuovo inferiti a Roma dai nemici longobardi. Soggiugne appresso, trovarsi egli maggiormente afflitto, perchè avea inteso che i medesimi si preparavano per passare con un grande sforzo sopra la Sicilia. Perciò gli esorta ad implorare l'aiuto di Dio con processioni e preghiere pubbliche. Bisogna che queste minacce venissero daArigisoduca di Benevento, padrone della maggior parte di quello che è oggidì regno di Napoli. Ma non s'ha riscontro alcuno che questo fulmine andasse poi a cadere sopra la Sicilia.

L'anno XVIII dopo il consolato diMaurizio Augusto.

È da notare la data di una lettera di sanGregoriopapa aVirgiliovescovo d'Arles, come è riferita da Beda[Beda, Hist. Eccl. lib. 1, cap. 28.], cioè[Greg. Magnus, lib. 11, ep. 68.]:X kalend. juliarum, imperante domino nostro Mauricio Tiberio piissimo Augusto anno XIX: post consulatum ejusdem D. N. anno XVIII, Indictione IV. Correva tuttavia nel dì 22 di giugno delpresente anno ildiciannovesimo annodell'imperio di Maurizio; e cadendo in questo l'anno decimottavo dopo il consolato, si vien sempre a conoscere con che fondamento io mi sia scostato dal padre Pagi, nell'assegnar l'anno del consolato di Maurizio Augusto. Benchè Paolo Diacono sia, come ho detto più volte, storico poco accurato nell'assegnare il tempo de' fatti ch'egli racconta, perchè, a mio credere, neppur egli n'ebbe bastevole informazione; pure comunemente vien creduto che al presente anno s'abbia da riferire la rinnovazion della guerra tra i Longobardi e l'imperio romano[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 21.].Callinicoesarco di Ravenna, non so se perchè fosse terminata la tregua, oppure perchè essa durante se la vedesse bella di fare un buon colpo, spedì una banda di soldati a Parma, a' quali riuscì di sorprendereGodescalco, genero del re Agilolfo, e, secondo tutte le verisimiglianze, duca di quella città, insieme colla moglie, figliuola d'esso re; i quali probabilmente senza sospetto alcuno si divertivano in villa. Signoreggiavano i Greci in Cremona, e di là facilmente potè venire l'insulto fatto a due sì cospicue persone, che furono condotte prigioniere a Ravenna. Restò sommamente amareggiato per questo colpo il re Agilolfo, ed oramai chiarito che pace non vi poteva essere con gl'infidi e spergiuri ministri dell'imperadore, si applicò con tutto fervore alla guerra. Ma in vece di procedere contro Cremona e Mantova, le quali doveano essere ben guernite di presidio cesareo, andò a mettere l'assedio aPadova, città che forse non si aspettava una somigliante visita. Era stata finora quell'illustre città in mezzo a tante tempeste costante nella divozione verso il romano imperio, e fece anche in tal congiuntura una gagliarda difesa, sostenendo lungamente l'assedio, al dispetto delle minacce di Agilolfo. Ma in fine le convenne soccombere. Nelle capitolazioni fu salvata alla guarnigioneimperiale la facoltà di andarsene, ed in fatti se ne passò a Ravenna. Allora Agilolfo barbaramente sfogò la conceputa sua collera contra di una città sì pertinace, ma innocente, con darla alle fiamme e spianarne le mura, forse intendendo di far con ciò vendetta dell'esarco, da cui troppo offeso si riputava. Tornarono in questi tempi dalla Pannonia, ossia dall'Ungheria, gli ambasciatori longobardi, che aveano confermata la pace col re degli Unni, chiamati Avari. Con esso loro ancora venne un ambasciatore diCacanore di que' Barbari, incaricato di passare in Francia per indurre quei re a mantener la pace coi Longobardi, stante la lega difensiva fatta da esso re colla nazion longobarda. La forza di Cacano era tale, che facea paura all'imperadore, ed esigeva rispetto anche dai re di Francia. E gli uni e gli altri ne aveano avute di brutte lezioni.

Potrebbe essere che in questi medesimi tempi fosse succeduto un altro fatto narrato parimente da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 17.]. Avendo il re Agilolfo, siccome stuzzicato dall'esarcoCallinico, ripigliate l'armi, probabile è ch'egli comandasse ancora adAriolfoduca di Spoleti di travagliare Roma e Ravenna, affinchè niun soccorso si potesse inviare all'assediata città di Padova. Comunque sia, perchè il tempo non si può accertare, sappiamo che Ariolfo uscì in campagna, e trovandosi a fronte dell'esercito romanoappresso la città di Camerino, venne con esso alle mani, e ne riportò vittoria. Dopo di ciò dimandò egli ai suoi che uomo era quello che avea combattuto sì valorosamente in suo favore in quella battaglia; ma niuno gli seppe rispondere. Tornato a Spoleti, e vedendo la basilica disan Savinomartire, interrogò gli astanti che casa era quella? Gli fu risposto dai Cristiani, essere quivi seppellito san Savino martire, che i Cristiani solevano invocare in loro aiuto, allorchè andavano alla guerra contra de' nemici.Come può stare(replicò allora Ariolfo, gentile tuttavia di professione)che un uomo morto possa dar qualche aiuto ad un vivo? E smontato da cavallo, entrò in essa basilica per vederla. Or mentre stava osservando le pitture, si avvenne in una figura rappresentante san Savino, ed allora riconobbe esser egli lo stesso che gli avea prestato aiuto nel conflitto. Come poi sia credibile che questo santo militasse in favore di un pagano contra de' Cristiani, lascerò io disaminarlo ai saggi lettori. Forse le milizie sue erano composte di Cattolici che si raccomandarono a quel santo martire. Credono Camillo Lilii[Lilii Istoria di Camerino, part. 1, lib. 4.]e Bernardino de' conti di Campello[Campello Istoria di Spoleti, lib. 11.], che dopo questa vittoria Ariolfo s'impadronisse di Camerino. Ma non si ricava punto da Paolo storico, unico a raccontar questo fatto, se Camerino fosse caduto prima, o solamente in questa congiuntura cadesse nelle mani dei Longobardi. Certo è che quella città si vede nei secoli susseguenti unita col ducato di Spoleti, ma non so io precisamente dire, se ora, o più tardi se ne impadronissero i Longobardi. Racconta parimente il medesimo Paolo che nell'anno susseguente alla vittoria riportata da Teodeberto e Teoderico re de' Franchi sopra del re Clotario, accadde la morte del suddetto Ariolfo duca di Spoleti; e questa per conseguente sarebbe seguita nell'anno presente, e non già nell'anno 602, come si pensò il cardinal Baronio, e molto meno nel 613, come fu di avviso il Lilii suddetto, e più tardi ancora, come altri hanno pensato. Ma convien ripetere che per la cronologia non si può sempre fidare dell'autorità di Paolo Diacono. Egli stesso, dopo aver narrata la morte di Ariolfo, passa nel capitolo seguente[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 18.]a parlarede praedicatione(s'ha da scriverede praedatione)facta a Longobarda in Coenobio sancti Benedicti;con dire accaduta la desolazione di quel sacro luogocirca haec tempora; eppur questa da altre memorie si prova succeduta alcuni anni prima. Quel che è certo, dopo la morte di Ariolfo, disputavano coll'armi il dominio di quel ducato due figliuoli del primo ducaFaroaldo. Una battaglia decise la lite, eTeodelapiovincitore fu quegli che da lì innanzi possedette e governò quel ducato. Abbiamo poi confermata da san Gregorio[Greg. Magnus., lib. 11, ep. 51.]la guerra dell'anno presente in una lettera da lui scritta a tutti i vescovi della Sicilia, in cui espone il suo rammarico per gl'insulti e danni di bel nuovo inferiti a Roma dai nemici longobardi. Soggiugne appresso, trovarsi egli maggiormente afflitto, perchè avea inteso che i medesimi si preparavano per passare con un grande sforzo sopra la Sicilia. Perciò gli esorta ad implorare l'aiuto di Dio con processioni e preghiere pubbliche. Bisogna che queste minacce venissero daArigisoduca di Benevento, padrone della maggior parte di quello che è oggidì regno di Napoli. Ma non s'ha riscontro alcuno che questo fulmine andasse poi a cadere sopra la Sicilia.


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