DCXLIIIAnno diCristoDCXLIII. IndizioneI.Teodoropapa 2.Costantino, dettoCostante, imperadore 3.Rotarire 8.Fino a questi tempi il regno de' Longobardi s'era governato con leggi non iscritte, il che vuol dire piuttosto con usi e consuetudini che non leggi. Ora il reRotari[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 4.], principe non men bellicoso che amante della giustizia, veggendo le oppressioni che i più forti faceano ai deboli, prese la risoluzione di ridurre in un corpo le leggi longobardiche col consiglio e consenso dei grandi del regno, de' giudici e dell'esercito, levando le cose superflue, e mandando le malfatte, e supplendo a quel che mancava. Diede il nome diEdittoa questo corpo di leggi, e d'esso codice si servì poi da lì innanzi la nazion longobarda. Riesce probabile che a questa lodevol impresa egli fosse mosso anche dall'esempio fresco di Dagoberto, che avea compilato le leggi de' Franchi, degli Alamanni e della Baviera. L'anno in cui fu pubblicato questo editto, si trova espresso in vari testi, e specialmente in quello della Biblioteca ambrosiana, pubblicato dal dottor Bianchi[Blancus, in Not. ad Paul. Diacon., lib. 1, cap. 14.], e nel Codice della Biblioteca estense, di cui mi son servito io per l'edizion d'esse leggi[Rerum. Italicar. Scriptor., part. 2, tom. 1.], colle seguenti note cronologiche:Anno Deo propitiante regni mei octavo, aetatisque trigesimo octavo, Indictione secunda, et post adventum in provinciam Italiae Longobardorum anno septuagesimo sexto, Ticini in palatio.Nel fine di esse leggi viene ordinato che per le cause già terminate non si ammetta revisione:Quae autem non sunt finitae ad praesentem vigesimam secundam diem mensis hujus novembris indictione secunda inchoatae, per hoc nostrum edictum finiantur.Manifesta cosa è che l'Indizione secondacominciò nel settembre dell'anno presente. Similmente computatisettantasei annidall'ingresso dei Longobardi in Italia, succeduto nell'anno 568, si giugne al presente anno 643. Per conseguente, in quest'anno il re Rotari pubblicò le leggi longobardiche, e in questo ancora correva l'anno ottavodel suo regno: da che si scorge essere stato con tutta ragione fissato il principio del suo regno nell'anno 636. Io so che il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron. ad ann. 638, n. 7.]pretende che Rotari fosse creato re nell'anno 630, perchè s'era messo in testa che Sigeberto istorico fosse fin più di Paolo Diacono informato degli affari de' Longobardi. Ma le note cronologiche suddette abbattono affatto questa pretensione; e se il Pagi vuol a suo talento correggerle e mutarle per sostenere l'opinion di Sigeberto, autore, il quale, oltre all'essere vivuto circa l'anno 1100, cioè tanto lungi da questi tempi, non ebbe altro scrittore delle cose longobardiche da seguitare, fuorchè lo stesso Paolo Diacono: sanno gli eruditi che dai documenti contemporanei si han da emendare gli storici posteriori, e non già fare al rovescio. E tanto meno possiam qui seguitar Sigeberto, perchè egli mette nell'anno 630 l'assunzione al trono diRotari, con dire ch'egli succedette al reAdaloaldo: errore massiccio, essendo evidente che fra Adaloaldo e Rotari regnò il reArioaldo. Vien riferita a questo anno dal suddetto Pagi una bolla di papaTeodoro in favore diBobulenoabbate di Bobbio, pubblicata dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in episc. Bob.]o dal Margarino[Margarin., Bullar. Casinens., tom. 1, constitut. 3.]. Le note cronologiche son queste:Data IV nonas maji, imperii domini piissimi Augusti Constantini anno secundo, consulatus primo, Indictione I; anno Domini DCXLIII.L'Ughelli tralasciò l'anno dell'Incarnazione, perchè ben sapeva che non era per anche in uso nella Chiesa romana l'era nostra volgare; e veramente, tolto questo, le note suddette han tutta l'aria di una veneranda antichità. Ma è da vedere se il papa potesse chiamarfiglio nostroil re Rotari, che, siccome ariano, non era figliuolo della Chiesa cattolica. E se abbia dell'affettazion il dirsi in essa Bolla, che nel monistero di Bobbio si contavanocento cinquanta monaci. Oltre di che, in una storia citata dall'Ughelli son detticento quaranta. Ma certo non può sussistere quel concedersi dal sommo pontefice Teodoro,ut liceat abbati ejusdem venerabilis loci mitra et aliis pontificalibus uti. Passarono dei secoli dipoi prima che fosse accordata dalla santa Sede lamitracon gli altri ornamenti pontificali agli abbati. Merita ancora riflessione il concedersi quivi, che l'abbate d'esso monisteroinfra sacra mysteria constitutus, signacula sanctae Crucis valeat praemuniri. Il Margarino legge:Infra sacra ministeria, ec,populum valeat praemunire.Se s'intende della benedizione che davano i vescovi, non era per anche esteso agli abbati un sì fatto privilegio. Tralascio altre parole, che tutte unite mi fan dubitare della legittimità di quella bolla; e probabilmente ne dubitò anche il padre Mabillone, non avendo io trovato che ne faccia menzione negli Annali benedettini, ancorchè risponda all'Ughelli, al quale parve strano il dirsi quivi dal papa, che i monaci di Bobbio eranosub regula sanctae memoriae Benedicti, reverendissimi Columbani.
Fino a questi tempi il regno de' Longobardi s'era governato con leggi non iscritte, il che vuol dire piuttosto con usi e consuetudini che non leggi. Ora il reRotari[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 4.], principe non men bellicoso che amante della giustizia, veggendo le oppressioni che i più forti faceano ai deboli, prese la risoluzione di ridurre in un corpo le leggi longobardiche col consiglio e consenso dei grandi del regno, de' giudici e dell'esercito, levando le cose superflue, e mandando le malfatte, e supplendo a quel che mancava. Diede il nome diEdittoa questo corpo di leggi, e d'esso codice si servì poi da lì innanzi la nazion longobarda. Riesce probabile che a questa lodevol impresa egli fosse mosso anche dall'esempio fresco di Dagoberto, che avea compilato le leggi de' Franchi, degli Alamanni e della Baviera. L'anno in cui fu pubblicato questo editto, si trova espresso in vari testi, e specialmente in quello della Biblioteca ambrosiana, pubblicato dal dottor Bianchi[Blancus, in Not. ad Paul. Diacon., lib. 1, cap. 14.], e nel Codice della Biblioteca estense, di cui mi son servito io per l'edizion d'esse leggi[Rerum. Italicar. Scriptor., part. 2, tom. 1.], colle seguenti note cronologiche:Anno Deo propitiante regni mei octavo, aetatisque trigesimo octavo, Indictione secunda, et post adventum in provinciam Italiae Longobardorum anno septuagesimo sexto, Ticini in palatio.Nel fine di esse leggi viene ordinato che per le cause già terminate non si ammetta revisione:Quae autem non sunt finitae ad praesentem vigesimam secundam diem mensis hujus novembris indictione secunda inchoatae, per hoc nostrum edictum finiantur.Manifesta cosa è che l'Indizione secondacominciò nel settembre dell'anno presente. Similmente computatisettantasei annidall'ingresso dei Longobardi in Italia, succeduto nell'anno 568, si giugne al presente anno 643. Per conseguente, in quest'anno il re Rotari pubblicò le leggi longobardiche, e in questo ancora correva l'anno ottavodel suo regno: da che si scorge essere stato con tutta ragione fissato il principio del suo regno nell'anno 636. Io so che il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron. ad ann. 638, n. 7.]pretende che Rotari fosse creato re nell'anno 630, perchè s'era messo in testa che Sigeberto istorico fosse fin più di Paolo Diacono informato degli affari de' Longobardi. Ma le note cronologiche suddette abbattono affatto questa pretensione; e se il Pagi vuol a suo talento correggerle e mutarle per sostenere l'opinion di Sigeberto, autore, il quale, oltre all'essere vivuto circa l'anno 1100, cioè tanto lungi da questi tempi, non ebbe altro scrittore delle cose longobardiche da seguitare, fuorchè lo stesso Paolo Diacono: sanno gli eruditi che dai documenti contemporanei si han da emendare gli storici posteriori, e non già fare al rovescio. E tanto meno possiam qui seguitar Sigeberto, perchè egli mette nell'anno 630 l'assunzione al trono diRotari, con dire ch'egli succedette al reAdaloaldo: errore massiccio, essendo evidente che fra Adaloaldo e Rotari regnò il reArioaldo. Vien riferita a questo anno dal suddetto Pagi una bolla di papaTeodoro in favore diBobulenoabbate di Bobbio, pubblicata dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in episc. Bob.]o dal Margarino[Margarin., Bullar. Casinens., tom. 1, constitut. 3.]. Le note cronologiche son queste:Data IV nonas maji, imperii domini piissimi Augusti Constantini anno secundo, consulatus primo, Indictione I; anno Domini DCXLIII.L'Ughelli tralasciò l'anno dell'Incarnazione, perchè ben sapeva che non era per anche in uso nella Chiesa romana l'era nostra volgare; e veramente, tolto questo, le note suddette han tutta l'aria di una veneranda antichità. Ma è da vedere se il papa potesse chiamarfiglio nostroil re Rotari, che, siccome ariano, non era figliuolo della Chiesa cattolica. E se abbia dell'affettazion il dirsi in essa Bolla, che nel monistero di Bobbio si contavanocento cinquanta monaci. Oltre di che, in una storia citata dall'Ughelli son detticento quaranta. Ma certo non può sussistere quel concedersi dal sommo pontefice Teodoro,ut liceat abbati ejusdem venerabilis loci mitra et aliis pontificalibus uti. Passarono dei secoli dipoi prima che fosse accordata dalla santa Sede lamitracon gli altri ornamenti pontificali agli abbati. Merita ancora riflessione il concedersi quivi, che l'abbate d'esso monisteroinfra sacra mysteria constitutus, signacula sanctae Crucis valeat praemuniri. Il Margarino legge:Infra sacra ministeria, ec,populum valeat praemunire.Se s'intende della benedizione che davano i vescovi, non era per anche esteso agli abbati un sì fatto privilegio. Tralascio altre parole, che tutte unite mi fan dubitare della legittimità di quella bolla; e probabilmente ne dubitò anche il padre Mabillone, non avendo io trovato che ne faccia menzione negli Annali benedettini, ancorchè risponda all'Ughelli, al quale parve strano il dirsi quivi dal papa, che i monaci di Bobbio eranosub regula sanctae memoriae Benedicti, reverendissimi Columbani.