DCXVIIAnno diCristoDCXVII. IndizioneV.Deusdeditpapa 3.Eraclioimperadore 8.Adaloaldore 3.L'anno VI dopo il consolato diEraclio Augusto.Abbiamo da Teofane[Theoph. in Chronogr.]cheEraclio Costantino, figliuolo dell'imperatore Eraclio, alzato anche egli, siccome dicemmo, alla dignità augustale, nel primo dì delgennaio di quest'anno (non volendolo il padre meno di sè), prese il consolato, di cui nondimeno gli scrittori antichi non tennero conto, ed in tal congiuntura dichiarò CesareCostantinosuo fratello minore, nato daMartinaAugusta. Ma i malanni andavano ogni dì più crescendo in Oriente. Al terribile sconvolgimento della guerra si aggiunse in Costantinopoli e nelle altre città una fiera carestia, perchè dall'Egitto saccheggiato dai Persiani non venivano più grani. Crebbe poi al sommo la miseria, perchè la peste entrò nel popolo di quella gran città, e faceva un orrido scempio delle lor vite. Però atterrito e come disperato l'imperatoreEraclio, presa la risoluzione di ritirarsi in Africa, avea già mandata innanzi una nave carica di preziosi mobili e di una gran copia d'oro, d'argento e di gemme, che, a cagione d'una fiera tempesta sopraggiunta, andò per la maggior parte a male. Penetratosi poi il disegno di Eraclio, i cittadini si maneggiarono forte per impedirlo, e finalmente il patriarcaSergioavendo invitato l'imperadore alla chiesa, tanto perorò a nome del popolo, che l'obbligò a promettere con giuramento di non partirsi da quella real città. Ubbidì egli, benchè mal volentieri, ma non cessava di sospirare e gemere per tante miserie. Questo infelice stato dello imperio in Oriente influì qualche movimento torbido in Italia. Erasi prima di ora un certoGiovanni Consinoribellato all'imperadore, e fattosi padrone di Napoli, città fedele all'imperio. Comunemente si crede ch'egli fosse governatore o duca d'essa città, e che veggendo traballare l'imperio in Oriente, ed assai manifesto che l'imperatore non poteva accudire all'Italia, di governatore si fece sovrano, ossia tiranno. Ma ho io gran sospetto che costui fosse piuttosto uno de' magnati di que' paesi, il quale colla forza, o in altra guisa, si usurpasse la signoria di quella nobil città. Egli è chiamatoCompsinus, cioè daCompsa, oggidìConzanel regno di Napoli. Non par credibileche i Greci dessero allora il governo di una città sì riguardevole ad Italiani di quelle contrade. OraEleuterioesarco, dappoichè ebbe rassettato, col rigore nondimeno, gli affari di Ravenna, se n'andò, per attestato di Anastasio bibliotecario[Anastas. Bibliothec., in Vita Deusdedit.], a Roma, dove fu cortesemente accolto dall'ottimo papaDeusdedit. Di là passò alla volta di Napoli, e colle forze che menò seco, oppure che adunò in quelle parti, combattè con Giovanni Consino, ed entrato in Napoli, gli levò la vita. Se ne tornò egli dipoi a Ravenna, dove diede un regalo ai soldati: e ne seguì poi pace in tutta l'Italia. Qui il lettor potrà riflettere se i Longobardi, che pur erano chiamati nefandi dai loro nemici, fossero sì cattiva gente, quando apparisce che si guardarono di prevalersi della grave decadenza in cui si trovava allora l'impero romano; nè vollero punto mischiarsi nella sollevazion de' Ravennati, nè sostenere la ribellione di Giovanni Consino, tuttochè con facilità l'avessero potuto fare, e con loro gran vantaggio.
L'anno VI dopo il consolato diEraclio Augusto.
Abbiamo da Teofane[Theoph. in Chronogr.]cheEraclio Costantino, figliuolo dell'imperatore Eraclio, alzato anche egli, siccome dicemmo, alla dignità augustale, nel primo dì delgennaio di quest'anno (non volendolo il padre meno di sè), prese il consolato, di cui nondimeno gli scrittori antichi non tennero conto, ed in tal congiuntura dichiarò CesareCostantinosuo fratello minore, nato daMartinaAugusta. Ma i malanni andavano ogni dì più crescendo in Oriente. Al terribile sconvolgimento della guerra si aggiunse in Costantinopoli e nelle altre città una fiera carestia, perchè dall'Egitto saccheggiato dai Persiani non venivano più grani. Crebbe poi al sommo la miseria, perchè la peste entrò nel popolo di quella gran città, e faceva un orrido scempio delle lor vite. Però atterrito e come disperato l'imperatoreEraclio, presa la risoluzione di ritirarsi in Africa, avea già mandata innanzi una nave carica di preziosi mobili e di una gran copia d'oro, d'argento e di gemme, che, a cagione d'una fiera tempesta sopraggiunta, andò per la maggior parte a male. Penetratosi poi il disegno di Eraclio, i cittadini si maneggiarono forte per impedirlo, e finalmente il patriarcaSergioavendo invitato l'imperadore alla chiesa, tanto perorò a nome del popolo, che l'obbligò a promettere con giuramento di non partirsi da quella real città. Ubbidì egli, benchè mal volentieri, ma non cessava di sospirare e gemere per tante miserie. Questo infelice stato dello imperio in Oriente influì qualche movimento torbido in Italia. Erasi prima di ora un certoGiovanni Consinoribellato all'imperadore, e fattosi padrone di Napoli, città fedele all'imperio. Comunemente si crede ch'egli fosse governatore o duca d'essa città, e che veggendo traballare l'imperio in Oriente, ed assai manifesto che l'imperatore non poteva accudire all'Italia, di governatore si fece sovrano, ossia tiranno. Ma ho io gran sospetto che costui fosse piuttosto uno de' magnati di que' paesi, il quale colla forza, o in altra guisa, si usurpasse la signoria di quella nobil città. Egli è chiamatoCompsinus, cioè daCompsa, oggidìConzanel regno di Napoli. Non par credibileche i Greci dessero allora il governo di una città sì riguardevole ad Italiani di quelle contrade. OraEleuterioesarco, dappoichè ebbe rassettato, col rigore nondimeno, gli affari di Ravenna, se n'andò, per attestato di Anastasio bibliotecario[Anastas. Bibliothec., in Vita Deusdedit.], a Roma, dove fu cortesemente accolto dall'ottimo papaDeusdedit. Di là passò alla volta di Napoli, e colle forze che menò seco, oppure che adunò in quelle parti, combattè con Giovanni Consino, ed entrato in Napoli, gli levò la vita. Se ne tornò egli dipoi a Ravenna, dove diede un regalo ai soldati: e ne seguì poi pace in tutta l'Italia. Qui il lettor potrà riflettere se i Longobardi, che pur erano chiamati nefandi dai loro nemici, fossero sì cattiva gente, quando apparisce che si guardarono di prevalersi della grave decadenza in cui si trovava allora l'impero romano; nè vollero punto mischiarsi nella sollevazion de' Ravennati, nè sostenere la ribellione di Giovanni Consino, tuttochè con facilità l'avessero potuto fare, e con loro gran vantaggio.