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DLIVAnno diCristoDLIV. IndizioneII.Vigiliopapa 17.Giustinianoimperadore 28.L'anno XIII dopo il consolato di Basilio.Nulla si opponeva al poderoso esercito dei due duci alamanni e franchi, essendo assai debili a petto di queste, e troppo ancora divise in tanti presidii le forze imperiali d'Italia. Però costoro a man salva dalla Liguria passarono fin verso Roma[Agath., lib. 2 de Bell. Goth.], lasciando dappertuttofunestissimi segni della loro barbarie e rapacità. I Franchi, siccome gente cattolica, portavano rispetto ai sacri templi; ma gli Alamanni, che erano i più, facevano alla peggio dappertutto, asportando i vasi sacri, e spogliando d'ogni loro ornamento la chiese, con ispianarne ancora non poche, e con trucidar senza compassione i miseri contadini. Passarono oltre Roma, e giunti al Sannio, divisero l'armata in due.Buccellino, ossiaButilino, col maggior nerbo di quelle masnade tirò a man destra, con devastare la Campania, la Lucania, i Pruzii, e giugnere fino allo stretto di Sicilia.Leutarimarciò alla sinistra lungo il mare Adriatico, mettendo a sacco tutto quel tratto di paese sino ad Otranto. Era già avanzata la state, quando Leutari e il suo esercito, pieni di prede, pensarono di tornarsene alle lor case. Fattolo sapere a Buccellino, non volle costui imitarli, perchè i Goti gli davano ad intendere di volerlo per re loro. Venne Leutari, e giunto a Fano, mandò innanzi tre mila de' suoi per osservar se sicure erano le strade.Artabanouffiziale cesareo, che avea rannata della gente in Pesaro, postosi in aguato, piombò loro addosso, ne uccise molti e fu' cagione che gli altri fuggendo misero in conquasso tutto l'esercito de' suoi, i quali mentre in quella confusione si armano, diedero campo alla maggior parte dei loro prigioni di scappare e di portar seco quanto poterono del ricco bottino. Finalmente Leutari, passato con gran fatica il Po, condusse la sua gente a Cenesa, allora posseduta dai Franchi. Così la chiama Agatia. Io la crederei Ceneda, terra della Venezia, se Paolo Diacono nol dicesse ritirato fra Verona e Trento vicino al lago di Garda. Quivi non men egli che tutti i suoi furono colti da una terribile e sì feroce peste, che coi denti si strappavano a brani la carne propria, e tutti o quasi tutti per esso malore finirono di vivere: giusto giudizio e castigo di Dio, per le enormitàincredibili da loro commesse, come osservò lo storico Agatia. Nè già permise la stessa divina giustizia che avesse miglior mercato l'altra armata di Buccellino. Gregorio Turonense[Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 32.]racconta in un fiato una man di fole di costui: cioè che egli riportò molte vittorie combattendo contra Belisario: il che diede motivo all'imperadore di richiamar Belisario e di mandare in Italia Narsete. Che esso Buccellino prese tutta l'Italia, diede una rotta a Narsete, e dipoi occupò la Sicilia, i cui tributi inviò al re Teodeberto: tutte fandonie, senza che sia un filo di verità. Il vero si è, che Buccellino, dopo aver dato il sacco a quante terre trovò per via fino a Reggio di Calabria, tornossene indietro, e giunto vicino a Capua, si accampò alla riva del fiume Casilino, cioè del Volturno, in un luogo che Paolo Diacono chiama Tanneto. Postosi all'incontro sull'altra riva Narsete con quanta gente di suo seguito potè. Descrive Agatia l'armatura de' Franchi, se pure non vuol dire degli Alamanni: cioè, che quasi tutti erano fanteria. Non usavano archi, frecce, dardi o fionde. Al lato destro portavano lo scudo, al sinistro la spada. Presso di loro non era in uso l'usbergo, ossia la lorica; pochissimi portavano celata in testa; nudi fino alla cintura, da cui poscia scendeano calzoni fino a' piedi, fatti di tela di lino, oppure di cuoio. Portavano anche accette con ferro da due parti aguzzo, e degli angoni, specie di alabarde coll'asta di legno, ma quasi tutta coperta di ferro e non molto lunga, nella cui punta era un acuto ferro con varie punte, ossieno uncini, che guardavano al basso, e simili agli ami. Di questi angoni si servivano per lanciarli contra il nemico, quando erano a tiro. Se colpivano il corpo, ancorchè il colpo non fosse mortale, non se ne potea sbrigar l'uomo ferito per cagion degli uncini. Se li ficcavano negli scudi, non ciera verso di staccarli, nè di valersi più di essi scudi, ed intanto trovandosi disarmato il corpo del nimico, o colla scure o con altra asta il uccidevano. Vennesi finalmente un dì ad un generale fatto d'armi. Alla ferocia di que' Barbari, benchè superiori di numero, prevalse il buon ordine, accompagnato dal valore delle milizie di Narsete. Restò morto nel conflittoBuccellino, e non solo sconfitti i suoi, ma messi a fil di spada tutti, coll'esserne appena salvati cinque, laddove soli ottanta in circa dell'esercito di Narsete perirono in quella giornata: di modo che ancor qui si potè ravvisare la mano di Dio. Immensa fu la preda che ne ebbero i vincitori, composta dello spoglio di tante provincie: e però tutti allegri ricondussero Narsete a Roma.Il cardinal Baronio riferì all'anno 555 i fatti e la morte di questi due barbari capitani. Il Continuatore di Marcellino conte, all'anno 552. Il padre Pagi finalmente sostiene che senza dubbio avvennero nell'anno 553, allegando per la sua sentenza Agatia. Ma io tengo che sieno da riferire all'anno presente 554, e che evidentemente s'inganni il Pagi. Per confessione ancora di lui, nel mese di luglio dell'anno 552 seguì la battaglia, in cui morì il re Totila. Si raccolsero poi i Goti in Pavia, crearono re Teia. Questi mandò suoi ambasciadori a Teodebaldo re de' Franchi, per muoverlo contra de' Greci, e nulla ottenne. Costò questa spedizione del tempo. Appresso il medesimo Teia da Pavia col suo esercito si portò fin di là da Napoli: molto più tempo occorse a questo viaggio. Ciò saputo da Narsete, chiama dalla Toscana e dall'Umbria tutte le sue truppe, e con esse poi va a mettersi a fronte di Teia. Non si fanno volando quelle marcie. Stettero perdue mesi[Procop., lib. 4, cap. 35.]guardandosi le due armate, finchè vennero alle mani, e nella zuffa rimase morto Teia. Sicchè la morte di questo re vasul fine dell'anno 552, o pure, come ho creduto io, fondato sopra Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], ne' primi mesi dell'anno 553. Ora chiaramente si vede che Agatia narra nel primo libro gli avvenimenti succedutidopo la morte di Teia: cioè l'avere i Goti istigata la nazion de' Franchi e degli Alamanni contra di Narsete; avere Leutari e Buccellino dovuto mettere insieme l'armata per calare in Italia, e che essi calarono ben tardi. Aggiugne che l'assedio di Cuma duròpiù di un anno, che Narsete spesetre mesia quello di Lucca, e poi passò a Ravenna, e di là a Roma, e vi stettenel verno. Ecco dunque terminato l'anno 553, e per necessità doversi riporre nell'anno presente 554 (come saggiamente ancor fece il Sigonio) le altre azioni, narrate da Agatia e da me, dei suddetti due generali alamanni o franzesi, sino alla lor morte[Sigon., de Regn. Occident., lib. 20.]. Così ancora ha fatto il suddetto Mario, col mettere un anno dopo la morte di Teia quelle di Leutari e di Buccellino. Crede parimente il suddetto padre Pagi cheTeodebaldore dei Franchi terminasse il corso di sua vita nell'anno precedente 553. In prova di che egli cita il Continuatore di Marcellino conte, la cui testimonianza non può sembrar sicura da che egli sotto l'anno 552 mette la venuta in Italia di Narsete e le morti di Totila e di Buccellino, senza aver parlato di Teia: cose tutte contrarie alla cronologia di quei tempi. Mario Aventicense, nello stesso anno, in cui Leutari e Buccellino pagarono il fio delle tante iniquità da lor commesse in Italia, rapporta ancora la morte del re Teodebaldo. E ciò s'accorda con Agatia, il quale sul fine del secondo libro, dopo aver esposti i fatti e la caduta di quei due barbari capitani, scrive che in questo mentre fu rapito dalla morte esso re Teodebaldo senza prole, e che, venuti a contesa i due suoi ziiChildebertoeClotarioper quella grande eredità, furonovicini a deciderla colle spade e coll'esterminio dei paesi. Ma Clotario, provveduto di cinque valorosi e bravi figliuoli, profittò della buona congiuntura di trovarsi Childeberto assai vecchio, e però entrò in possesso del vasto regno di Teodebaldo; ed essendo poi mancato di vita anche lo stesso Childeberto senza figliuoli, s'impadronì nella stessa guisa del regno di lui; con che venne ad unirsi tutta la monarchia franzese nel soloClotario. Ma se, per quanto abbiam veduto nel presente anno 554, Leutari e Buccellino diedero fine alla lor tragedia; per conseguente, anche secondo Agatia, cadde in questo medesimo anno la morte del re Teodebaldo. E dicendo Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 9.]che questo principe pagò il tributo alla naturanell'anno settimo del suo regno, veniamo ad intendere che il re Teodeberto suo padre cessò di vivere nell'anno 548. Strano è poi il voler inferire esso Pagi che al precedente anno appartenga la morte del re Teodebaldo e di Buccellino, perchè Agatia, dopo aver fatto il racconto suddetto, immediatamente soggiugne: chein questi tempi, correndo la state, Costantinopoli restò da un terribil tremuoto fracassata.Se in questi tempi, adunque nell'anno, in cui accadde la morte del re Teodebaldo, e però nel corrente anno 554, nel quale appunto riferisce Teofane lo stesso tremuoto, succeduto, secondo lui, nel dì 15 di agosto,correndo l'Indizione II, che vuol dire nell'anno presente.

L'anno XIII dopo il consolato di Basilio.

Nulla si opponeva al poderoso esercito dei due duci alamanni e franchi, essendo assai debili a petto di queste, e troppo ancora divise in tanti presidii le forze imperiali d'Italia. Però costoro a man salva dalla Liguria passarono fin verso Roma[Agath., lib. 2 de Bell. Goth.], lasciando dappertuttofunestissimi segni della loro barbarie e rapacità. I Franchi, siccome gente cattolica, portavano rispetto ai sacri templi; ma gli Alamanni, che erano i più, facevano alla peggio dappertutto, asportando i vasi sacri, e spogliando d'ogni loro ornamento la chiese, con ispianarne ancora non poche, e con trucidar senza compassione i miseri contadini. Passarono oltre Roma, e giunti al Sannio, divisero l'armata in due.Buccellino, ossiaButilino, col maggior nerbo di quelle masnade tirò a man destra, con devastare la Campania, la Lucania, i Pruzii, e giugnere fino allo stretto di Sicilia.Leutarimarciò alla sinistra lungo il mare Adriatico, mettendo a sacco tutto quel tratto di paese sino ad Otranto. Era già avanzata la state, quando Leutari e il suo esercito, pieni di prede, pensarono di tornarsene alle lor case. Fattolo sapere a Buccellino, non volle costui imitarli, perchè i Goti gli davano ad intendere di volerlo per re loro. Venne Leutari, e giunto a Fano, mandò innanzi tre mila de' suoi per osservar se sicure erano le strade.Artabanouffiziale cesareo, che avea rannata della gente in Pesaro, postosi in aguato, piombò loro addosso, ne uccise molti e fu' cagione che gli altri fuggendo misero in conquasso tutto l'esercito de' suoi, i quali mentre in quella confusione si armano, diedero campo alla maggior parte dei loro prigioni di scappare e di portar seco quanto poterono del ricco bottino. Finalmente Leutari, passato con gran fatica il Po, condusse la sua gente a Cenesa, allora posseduta dai Franchi. Così la chiama Agatia. Io la crederei Ceneda, terra della Venezia, se Paolo Diacono nol dicesse ritirato fra Verona e Trento vicino al lago di Garda. Quivi non men egli che tutti i suoi furono colti da una terribile e sì feroce peste, che coi denti si strappavano a brani la carne propria, e tutti o quasi tutti per esso malore finirono di vivere: giusto giudizio e castigo di Dio, per le enormitàincredibili da loro commesse, come osservò lo storico Agatia. Nè già permise la stessa divina giustizia che avesse miglior mercato l'altra armata di Buccellino. Gregorio Turonense[Gregor. Turonens., lib. 3, cap. 32.]racconta in un fiato una man di fole di costui: cioè che egli riportò molte vittorie combattendo contra Belisario: il che diede motivo all'imperadore di richiamar Belisario e di mandare in Italia Narsete. Che esso Buccellino prese tutta l'Italia, diede una rotta a Narsete, e dipoi occupò la Sicilia, i cui tributi inviò al re Teodeberto: tutte fandonie, senza che sia un filo di verità. Il vero si è, che Buccellino, dopo aver dato il sacco a quante terre trovò per via fino a Reggio di Calabria, tornossene indietro, e giunto vicino a Capua, si accampò alla riva del fiume Casilino, cioè del Volturno, in un luogo che Paolo Diacono chiama Tanneto. Postosi all'incontro sull'altra riva Narsete con quanta gente di suo seguito potè. Descrive Agatia l'armatura de' Franchi, se pure non vuol dire degli Alamanni: cioè, che quasi tutti erano fanteria. Non usavano archi, frecce, dardi o fionde. Al lato destro portavano lo scudo, al sinistro la spada. Presso di loro non era in uso l'usbergo, ossia la lorica; pochissimi portavano celata in testa; nudi fino alla cintura, da cui poscia scendeano calzoni fino a' piedi, fatti di tela di lino, oppure di cuoio. Portavano anche accette con ferro da due parti aguzzo, e degli angoni, specie di alabarde coll'asta di legno, ma quasi tutta coperta di ferro e non molto lunga, nella cui punta era un acuto ferro con varie punte, ossieno uncini, che guardavano al basso, e simili agli ami. Di questi angoni si servivano per lanciarli contra il nemico, quando erano a tiro. Se colpivano il corpo, ancorchè il colpo non fosse mortale, non se ne potea sbrigar l'uomo ferito per cagion degli uncini. Se li ficcavano negli scudi, non ciera verso di staccarli, nè di valersi più di essi scudi, ed intanto trovandosi disarmato il corpo del nimico, o colla scure o con altra asta il uccidevano. Vennesi finalmente un dì ad un generale fatto d'armi. Alla ferocia di que' Barbari, benchè superiori di numero, prevalse il buon ordine, accompagnato dal valore delle milizie di Narsete. Restò morto nel conflittoBuccellino, e non solo sconfitti i suoi, ma messi a fil di spada tutti, coll'esserne appena salvati cinque, laddove soli ottanta in circa dell'esercito di Narsete perirono in quella giornata: di modo che ancor qui si potè ravvisare la mano di Dio. Immensa fu la preda che ne ebbero i vincitori, composta dello spoglio di tante provincie: e però tutti allegri ricondussero Narsete a Roma.

Il cardinal Baronio riferì all'anno 555 i fatti e la morte di questi due barbari capitani. Il Continuatore di Marcellino conte, all'anno 552. Il padre Pagi finalmente sostiene che senza dubbio avvennero nell'anno 553, allegando per la sua sentenza Agatia. Ma io tengo che sieno da riferire all'anno presente 554, e che evidentemente s'inganni il Pagi. Per confessione ancora di lui, nel mese di luglio dell'anno 552 seguì la battaglia, in cui morì il re Totila. Si raccolsero poi i Goti in Pavia, crearono re Teia. Questi mandò suoi ambasciadori a Teodebaldo re de' Franchi, per muoverlo contra de' Greci, e nulla ottenne. Costò questa spedizione del tempo. Appresso il medesimo Teia da Pavia col suo esercito si portò fin di là da Napoli: molto più tempo occorse a questo viaggio. Ciò saputo da Narsete, chiama dalla Toscana e dall'Umbria tutte le sue truppe, e con esse poi va a mettersi a fronte di Teia. Non si fanno volando quelle marcie. Stettero perdue mesi[Procop., lib. 4, cap. 35.]guardandosi le due armate, finchè vennero alle mani, e nella zuffa rimase morto Teia. Sicchè la morte di questo re vasul fine dell'anno 552, o pure, come ho creduto io, fondato sopra Mario Aventicense[Marius Aventicensis, in Chron.], ne' primi mesi dell'anno 553. Ora chiaramente si vede che Agatia narra nel primo libro gli avvenimenti succedutidopo la morte di Teia: cioè l'avere i Goti istigata la nazion de' Franchi e degli Alamanni contra di Narsete; avere Leutari e Buccellino dovuto mettere insieme l'armata per calare in Italia, e che essi calarono ben tardi. Aggiugne che l'assedio di Cuma duròpiù di un anno, che Narsete spesetre mesia quello di Lucca, e poi passò a Ravenna, e di là a Roma, e vi stettenel verno. Ecco dunque terminato l'anno 553, e per necessità doversi riporre nell'anno presente 554 (come saggiamente ancor fece il Sigonio) le altre azioni, narrate da Agatia e da me, dei suddetti due generali alamanni o franzesi, sino alla lor morte[Sigon., de Regn. Occident., lib. 20.]. Così ancora ha fatto il suddetto Mario, col mettere un anno dopo la morte di Teia quelle di Leutari e di Buccellino. Crede parimente il suddetto padre Pagi cheTeodebaldore dei Franchi terminasse il corso di sua vita nell'anno precedente 553. In prova di che egli cita il Continuatore di Marcellino conte, la cui testimonianza non può sembrar sicura da che egli sotto l'anno 552 mette la venuta in Italia di Narsete e le morti di Totila e di Buccellino, senza aver parlato di Teia: cose tutte contrarie alla cronologia di quei tempi. Mario Aventicense, nello stesso anno, in cui Leutari e Buccellino pagarono il fio delle tante iniquità da lor commesse in Italia, rapporta ancora la morte del re Teodebaldo. E ciò s'accorda con Agatia, il quale sul fine del secondo libro, dopo aver esposti i fatti e la caduta di quei due barbari capitani, scrive che in questo mentre fu rapito dalla morte esso re Teodebaldo senza prole, e che, venuti a contesa i due suoi ziiChildebertoeClotarioper quella grande eredità, furonovicini a deciderla colle spade e coll'esterminio dei paesi. Ma Clotario, provveduto di cinque valorosi e bravi figliuoli, profittò della buona congiuntura di trovarsi Childeberto assai vecchio, e però entrò in possesso del vasto regno di Teodebaldo; ed essendo poi mancato di vita anche lo stesso Childeberto senza figliuoli, s'impadronì nella stessa guisa del regno di lui; con che venne ad unirsi tutta la monarchia franzese nel soloClotario. Ma se, per quanto abbiam veduto nel presente anno 554, Leutari e Buccellino diedero fine alla lor tragedia; per conseguente, anche secondo Agatia, cadde in questo medesimo anno la morte del re Teodebaldo. E dicendo Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 9.]che questo principe pagò il tributo alla naturanell'anno settimo del suo regno, veniamo ad intendere che il re Teodeberto suo padre cessò di vivere nell'anno 548. Strano è poi il voler inferire esso Pagi che al precedente anno appartenga la morte del re Teodebaldo e di Buccellino, perchè Agatia, dopo aver fatto il racconto suddetto, immediatamente soggiugne: chein questi tempi, correndo la state, Costantinopoli restò da un terribil tremuoto fracassata.Se in questi tempi, adunque nell'anno, in cui accadde la morte del re Teodebaldo, e però nel corrente anno 554, nel quale appunto riferisce Teofane lo stesso tremuoto, succeduto, secondo lui, nel dì 15 di agosto,correndo l'Indizione II, che vuol dire nell'anno presente.


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