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DLVIAnno diCristoDLVI. IndizioneIV.Pelagio Ipapa 2.Giustinianoimperadore 30.L'anno XV dopo il consolato di Basilio.O sia perchè la storia d'Italia cominci qui a scarseggiare di lumi, anzi d'autori che trattino de' fatti in essa occorsi; o perchè la pace succeduta non partorisse da qui innanzi fatti degni di memoria: nulla mi si presenta di riguardevole accaduto in Italia, fuorchè la guerra della religione, narrata dai cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi. Erasi tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, col disegno di pacificare i tumulti e le dissensioni delle Chiese cattoliche intorno ai tre capitoli.Vigiliopapa, dianzi ripugnante, avea finalmente acconsentito; ed altrettanto fece dipoi papaPelagiosuo successore, con protestar tutti salva la dottrina del precedente concilio calcedonense. Ma perchè a molti vescovi italiani, africani, franzesi e dell'Illirico pareva pregiudicato dal quinto concilio al calcedonense, però seguitarono non pochi d'essi a disapprovarlo e a non voler comunione con chi l'accettava. Pelagio papa con varie lettere si studiò di sgannarli; ne guadagnò alcuni, ma altri più che mai ricalcitrarono. Fra questi specialmente si distinsero l'arcivescovo d'Aquileia e i suoi suffraganei. Reggeva allora la Chiesa aquileiensePaolinonovellamente eletto, che non solamente in un sinodo provinciale alzò bandiera contro del quinto concilio suddetto, ma eziandio formò scisma, ricusando di comunicar con papa Pelagio, riguardato da lui come trasgressore della fede, perchè avea condannati i tre capitoli. Pelagio, non dovendo, nè volendo sofferire tanta animosità, risentitamentene scrisse più lettere[Pelag. I, ep. 3 et 5.]a Narsete, con pregarlo massimamente di voler far mettere le mani addosso, non solo a Paolino, non riconosciuto da esso Pelagio per legittimo vescovo d'Aquileia, ma anche all'arcivescovo di Milano (senza dirci il suo nome), perchè, trascurata la approvazione della Sede apostolica, avea consecrato vescovo il suddetto Paolino. Voleva Pelagio che colle guardie questi due fossero inviati a Costantinopoli. Ma Narsete, considerando non molto convenevoli alle congiunture de' tempi sì fatte violenze, andò temporeggiando, sopra tutto per isperanza che questi pertinaci si ridurrebbono colle buone a riconoscere il loro dovere. Giunsero essi a scomunicare anche lo stesso Narsete. Per altro si sa che i romani pontefici usarono per alcun tempo della tolleranza ed indulgenza verso i ripugnanti al concilio quinto, concilio neppur da molti uomini dotti e santi riguardato allora con quella venerazione che ogni cattolico professava ai quattro primi concilii generali. Ma intorno a tale scisma, e se di là avesse principio il titolo dipatriarca, di cui son in possesso da tanti secoli gli arcivescovi di Aquileia, è da vedere una dissertazione e i monumenti della Chiesa aquileiense pubblicati dal padre Bernardo de Rubeis dell'ordine de' Predicatori. Fra coloro poi che compariscono poco favorevoli al concilio quinto suddetto, merita specialmente d'essere annoveratoCassiodoro, ossiaCassiodorio, già senatore, già console, ed uno de' più insigni personaggi della corte dei re goti, finchè durò la loro potenza, ed uno de' più riguardevoli scrittori italiani del secolo presente. Questi, dopo la caduta del reVitige, chiarito oramai della vanità delle grandezze umane, diede un calcio al secolo, e ritiratosi nel fondo della Calabria, quivi professò la vita monastica, seguendo, secondo tutte le verisimiglianze, l'istituto e la regola di san Benedetto. Fondò egli il monastero appellato Vivariense,presso di Squillaci, e quivi attese a scrivere libri sacri, e ad istruire non meno nella pietà che nelle lettere i suoi discepoli. Alla di lui attenzione è obbligata di molto anche per questo l'Italia tutta. Ora egli ne' suoi scritti accetta bensì con somma venerazione i quattro primi concilii generali, ma non già il quinto. Erasi ingrandito a dismisuraClotariore dei Franchi, coll'aver giunto al suo dominio gli stati ben vasti del defuntoTeodebaldo. Ed essendosi a lui ribellati i Sassoni, gli avea sconfitti in una battaglia, con devastare dipoi la Turingia, perchè quel popolo s'era dichiarato in favore dei Sassoni. Tornarono nel precedente anno a far delle novità contra di lui i medesimi Sassoni, e egli, mossosi con un potente esercito per castigarli, li ridusse in istato di chiedergli misericordia, e di offerire la metà de' lor beni in soddisfazione del commesso misfatto. Clotario era tutto disposto a far loro grazia; ma i suoi capitani ostinati quasi il violentarono a rigettare ogni esibizione di quei popoli. Gli costò caro l'aver lasciate le vie della clemenza, perchè, venuto ad un secondo combattimento, ebbe la peggio con grande strage de' suoi, e gli convenne fuggire e chiedere appresso per grazia la pace. Abbiamo queste notizie da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 14.], da Fredegario[Fredegarius, in Chron.]e dal Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.].

L'anno XV dopo il consolato di Basilio.

O sia perchè la storia d'Italia cominci qui a scarseggiare di lumi, anzi d'autori che trattino de' fatti in essa occorsi; o perchè la pace succeduta non partorisse da qui innanzi fatti degni di memoria: nulla mi si presenta di riguardevole accaduto in Italia, fuorchè la guerra della religione, narrata dai cardinali Baronio e Noris, e dal padre Pagi. Erasi tenuto in Costantinopoli il quinto concilio generale, col disegno di pacificare i tumulti e le dissensioni delle Chiese cattoliche intorno ai tre capitoli.Vigiliopapa, dianzi ripugnante, avea finalmente acconsentito; ed altrettanto fece dipoi papaPelagiosuo successore, con protestar tutti salva la dottrina del precedente concilio calcedonense. Ma perchè a molti vescovi italiani, africani, franzesi e dell'Illirico pareva pregiudicato dal quinto concilio al calcedonense, però seguitarono non pochi d'essi a disapprovarlo e a non voler comunione con chi l'accettava. Pelagio papa con varie lettere si studiò di sgannarli; ne guadagnò alcuni, ma altri più che mai ricalcitrarono. Fra questi specialmente si distinsero l'arcivescovo d'Aquileia e i suoi suffraganei. Reggeva allora la Chiesa aquileiensePaolinonovellamente eletto, che non solamente in un sinodo provinciale alzò bandiera contro del quinto concilio suddetto, ma eziandio formò scisma, ricusando di comunicar con papa Pelagio, riguardato da lui come trasgressore della fede, perchè avea condannati i tre capitoli. Pelagio, non dovendo, nè volendo sofferire tanta animosità, risentitamentene scrisse più lettere[Pelag. I, ep. 3 et 5.]a Narsete, con pregarlo massimamente di voler far mettere le mani addosso, non solo a Paolino, non riconosciuto da esso Pelagio per legittimo vescovo d'Aquileia, ma anche all'arcivescovo di Milano (senza dirci il suo nome), perchè, trascurata la approvazione della Sede apostolica, avea consecrato vescovo il suddetto Paolino. Voleva Pelagio che colle guardie questi due fossero inviati a Costantinopoli. Ma Narsete, considerando non molto convenevoli alle congiunture de' tempi sì fatte violenze, andò temporeggiando, sopra tutto per isperanza che questi pertinaci si ridurrebbono colle buone a riconoscere il loro dovere. Giunsero essi a scomunicare anche lo stesso Narsete. Per altro si sa che i romani pontefici usarono per alcun tempo della tolleranza ed indulgenza verso i ripugnanti al concilio quinto, concilio neppur da molti uomini dotti e santi riguardato allora con quella venerazione che ogni cattolico professava ai quattro primi concilii generali. Ma intorno a tale scisma, e se di là avesse principio il titolo dipatriarca, di cui son in possesso da tanti secoli gli arcivescovi di Aquileia, è da vedere una dissertazione e i monumenti della Chiesa aquileiense pubblicati dal padre Bernardo de Rubeis dell'ordine de' Predicatori. Fra coloro poi che compariscono poco favorevoli al concilio quinto suddetto, merita specialmente d'essere annoveratoCassiodoro, ossiaCassiodorio, già senatore, già console, ed uno de' più insigni personaggi della corte dei re goti, finchè durò la loro potenza, ed uno de' più riguardevoli scrittori italiani del secolo presente. Questi, dopo la caduta del reVitige, chiarito oramai della vanità delle grandezze umane, diede un calcio al secolo, e ritiratosi nel fondo della Calabria, quivi professò la vita monastica, seguendo, secondo tutte le verisimiglianze, l'istituto e la regola di san Benedetto. Fondò egli il monastero appellato Vivariense,presso di Squillaci, e quivi attese a scrivere libri sacri, e ad istruire non meno nella pietà che nelle lettere i suoi discepoli. Alla di lui attenzione è obbligata di molto anche per questo l'Italia tutta. Ora egli ne' suoi scritti accetta bensì con somma venerazione i quattro primi concilii generali, ma non già il quinto. Erasi ingrandito a dismisuraClotariore dei Franchi, coll'aver giunto al suo dominio gli stati ben vasti del defuntoTeodebaldo. Ed essendosi a lui ribellati i Sassoni, gli avea sconfitti in una battaglia, con devastare dipoi la Turingia, perchè quel popolo s'era dichiarato in favore dei Sassoni. Tornarono nel precedente anno a far delle novità contra di lui i medesimi Sassoni, e egli, mossosi con un potente esercito per castigarli, li ridusse in istato di chiedergli misericordia, e di offerire la metà de' lor beni in soddisfazione del commesso misfatto. Clotario era tutto disposto a far loro grazia; ma i suoi capitani ostinati quasi il violentarono a rigettare ogni esibizione di quei popoli. Gli costò caro l'aver lasciate le vie della clemenza, perchè, venuto ad un secondo combattimento, ebbe la peggio con grande strage de' suoi, e gli convenne fuggire e chiedere appresso per grazia la pace. Abbiamo queste notizie da Gregorio Turonense[Gregor. Turonensis, lib. 4, cap. 14.], da Fredegario[Fredegarius, in Chron.]e dal Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini Comitis, in Chron.].


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