DLXXXIXAnno diCristoDLXXXIX. IndizioneVII.Pelagio IIpapa 12.Maurizioimperadore 8.Autarire 6.L'anno VI dopo il consolato diMaurizio Augusto.Giacchè non era riuscito al re Autari di ottenere in moglie la principessadel sangue reale di Francia, rivolse egli le sue mire ad avereTeodelinda, figliuola diGaribaldoduca di Baviera, a cui Paolo Diacono dà il titolo di re, secondo il costume di altri scrittori. Abbiamo da Fredegario[Fredegarius, in Chron., cap. 34.]che tra questa principessa eChildebertore de' Franchi erano seguiti gli sponsali di futuro matrimonio. Ma la reginaBrunichilde, madre d'esso re, una delle grandi faccendiere e sconvolgitrici delle corti dei re franchi, disturbò quelle nozze. Rotto questo trattato, Autari inviò colà un'ambasceria a far la dimanda di Teodelinda[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 29.], e Garibaldo molto volentieri vi acconsentì. Ricevuta questa risposta, e desiderando egli di veder co' suoi occhi la novella sua sposa, prese occasione di mandar dei nuovi ambasciatori colà, e fingendo d'esser anche egli uno d'essi, travestito s'accompagnò con loro. Il capo dell'ambasceria era un vecchio, che ammesso con gli altri all'udienza del duca Garibaldo, espose quanto gli occorreva per parte del suo signore. Dopo di lui si fece avanti l'incognito Autari, e disse che a lui in particolare era stata data dal suo re l'incumbenza di vedere la principessa Teodelinda per potergli riferire le di lei belle qualità, già intese per fama. Fece Garibaldo venir la figliuola; ed Autari ben guatatala da capo a piedi, se ne compiacque forte, e disse che certamente il re de' Longobardi sarebbe ben contento d'avere una tale sposa, e il popolo una tale regina. Poscia il pregò che fosse loro permesso di riconoscerla per tale con ricevere da lei il vino, secondo l'uso della nazion longobarda. Fece Garibaldo portar da bere, e dappoichè Teodelinda ebbe data la coppa al capo degli ambasciatori, la porse all'ignoto Autari; ma questi, in renderla alla principessa, senza che alcun vi facesse mente, le toccò gentilmente la mano, e nel baciare il bicchiere, fece in maniera ch'essa mano della principessa gli toccò la fronte,il naso e la faccia. Raccontò poi Teodelinda questo fatto alla sua balia, e non senza rossore. Rispose la donna accorta:Signora, niun altro avrebbe osato toccarvi, se non chi ha da essere vostro marito. Ma zitto, che il duca vostro padre nol sappia.Soggiunse dipoi:Voi siete ben fortunata di aver per isposo un principe sì degno e cotanto leggiadro.Era in fatti allora il re Autari nel fiore della sua età, di bella statura, con chioma bionda, e di grazioso aspetto. Se n'andarono gli ambasciatori, ed Autari nell'uscir dei confini della Baviera, appena fatti i complimenti a que' Bavaresi che lo aveano accompagnato, s'alzò sulle staffe quanto potè, e scagliò con tutta forza una picciola scure ch'egli teneva in mano, verso dell'albero più vicino; ed essendo questa andata a conficcarsi profondamente in esso, allora disse:Autari sa fare di queste ferite; e ciò detto, spronò il cavallo, e se ne andò con Dio, lasciando i Bavaresi assai persuasi che questo galante ambasciatore era il principe stesso.Potrebbe essere che queste ambasciate fossero andate nel precedente anno. Egli è ben da credere che nel presente si effettuasse il matrimonio suddetto. Racconta lo storico longobardo, che dopo qualche tempo arrivarono dei torbidi in Baviera al duca Garibaldo a cagione dell'arrivo de' Franchi: il che ha dato motivo ai moderni scrittori franzesi[Daniel, Histoire de France tom. 1.]di credere che il re d'AustrasiaChildeberto, mirando di mal occhio l'amistà e congiunzione di sangue e d'interessi, che s'andava a stabilire fra il duca Garibaldo, suo vassallo, e il re dei Longobardi, all'improvviso facesse marciare un'armata in Baviera, che vi recò dei gravi danni, e tentò di sorprendereTeodelinda. Paolo Diacono altro non racconta se non quel poco che ho riferito di sopra, con aggiugnere appresso che questa principessa se ne fuggì verso l'Italia conGundoaldosuo fratello, e fece sapere al re Autari la sua venuta. È ignotociò che accadesse al duca Garibaldo suo padre, e nulla di più se n'ha da Gregorio Turonense e da Fredegario. Vedremo bensì fra qualche tempo che a lui succedetteTassilonenel ducato della Baviera. Andò il re Autari incontro a Teodelinda con un grande apparato, e celebrò dipoi con universale allegrezza le nozze nella campagna di Sardi di sopra a Verona nel dì 13 di maggio. In quella occasione scrive Paolo che un fulmine cadde sopra un legno nel recinto, dove era la corte, e che uno degli indovini Gentili cheAgilulfo duca di Turinoavea seco condotto, gli predisse non dover passare gran tempo che la donna poco fa sposata dal re Autari diverrebbe moglie di esso Agilulfo. A costui minacciò Agilulfo di tagliargli la testa, se mai più gli scappava detta parola di questo; ma l'indovino insistè che si avvererebbe la sua predizione, siccome in fatti seguì. Ma non è se non bene l'andare adagio in prestar fede a cotali dicerie, che non rade volte nascono dopo il fatto. Fu ucciso in Verona nel tempo d'esse nozzeAnsulloparente del re Autari, e Paolo Diacono non potè penetrarne la cagione. A' tempi ancora d'esso Paolo correa voce[Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 31.]che circa questi tempi il re Autari, passando pel ducato di Spoleti, arrivasse fino a Benevento, con impadronirsi di quel paese: e poscia arrivasse fino a Reggio di Calabria, dove, avendo osservata una colonna posta alquanto nel mare, spinto innanzi il cavallo, la toccò colla punta della spada con dire:Fin qua arriverà il confine dei Longobardi. Ed era fama che tuttavia quella colonna fosse chiamatala colonna d'Autari. Ma di questi fatti Paolo altro mallevadore non ebbe se non la tradizione del volgo, fondamento molte volte fallace per farci conoscere il vero. Però varii letterati hanno disputato intorno all'origine dell'insigne ducato di Benevento, il quale non si può credere che avesse principioin quest'anno, quando si ammetta col medesimo Paolo[Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 32.]cheZottoneprimo duca governasse quel ducato per anni venti. Neppur sembra verisimile ciò che Camillo Pellegrino immaginò, cioè che il ducato suddetto nascesse anche prima della venuta del re Alboino in Italia. Probabilmente ne' primi sette anni dopo la lor calata i Longobardi s'impadronirono di buona parte della Campania e della Puglia, e vi fondarono un ducato di cui fu capo Benevento, e che s'andò a poco a poco dilatando, fino ad abbracciar il regno, appellato ora di Napoli, a riserva della città medesima di Napoli e di alquante altre marittime, che si tennero forti nella divozion dell'imperio. Reggio di Calabria era di queste; e però quantunque Autari fuori di essa città potesse veder quella colonna, pure è più probabile ch'egli non arrivasse fin là. Fu quest'anno funesto all'Italia per un terribil diluvio d'acque, a cui un simile da più secoli non s'era veduto. Il Tevere crebbe nel mese di novembre ad una sterminata altezza in Roma, vi diroccò molte case, empiè i magazzini dei grani con perdita di molte migliaia di moggia d'essi, e fece altri malanni. Ne abbiamo per testimoni i due santi Gregorii[Greg. Magnus, Dialog. lib. 3, cap. 19. Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1.], allora viventi, cioè il Grande e il Turonense. Dal primo de' quali, siccome ancora da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.], sappiamo che per le provincie della Venezia e Liguria, anzi per tutte l'altre d'Italia, si provò questo flagello. Portò esso con seco le lavine d'assaissimi poderi, e ville intere nelle montagne, una gran mortalità d'uomini e di bestie, e ne rimasero disfatte le strade. Racconta san Gregorio Magno un miracolo succeduto in Verona, dove il fiume Adige tanto si gonfiò, che l'acque sue giunsero sino alle finestre superiori della basilica di san Zenone martire, la quale era allora fuori diquella città. Ma quantunque fossero aperte le porte d'essa basilica, le acque non entrarono dentro, e servirono come di muro alla stessa basilica. Si trovava allora in quella città il re Autari, e questa inondazione si tirò dietro in qualche parte la rovina delle mura di Verona, la qual città da lì a due mesi restò per la maggior parte disfatta da un furioso incendio. Alle inondazioni suddette venne poi dietro la peste, di cui parlerò nell'anno seguente.
L'anno VI dopo il consolato diMaurizio Augusto.
Giacchè non era riuscito al re Autari di ottenere in moglie la principessadel sangue reale di Francia, rivolse egli le sue mire ad avereTeodelinda, figliuola diGaribaldoduca di Baviera, a cui Paolo Diacono dà il titolo di re, secondo il costume di altri scrittori. Abbiamo da Fredegario[Fredegarius, in Chron., cap. 34.]che tra questa principessa eChildebertore de' Franchi erano seguiti gli sponsali di futuro matrimonio. Ma la reginaBrunichilde, madre d'esso re, una delle grandi faccendiere e sconvolgitrici delle corti dei re franchi, disturbò quelle nozze. Rotto questo trattato, Autari inviò colà un'ambasceria a far la dimanda di Teodelinda[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 29.], e Garibaldo molto volentieri vi acconsentì. Ricevuta questa risposta, e desiderando egli di veder co' suoi occhi la novella sua sposa, prese occasione di mandar dei nuovi ambasciatori colà, e fingendo d'esser anche egli uno d'essi, travestito s'accompagnò con loro. Il capo dell'ambasceria era un vecchio, che ammesso con gli altri all'udienza del duca Garibaldo, espose quanto gli occorreva per parte del suo signore. Dopo di lui si fece avanti l'incognito Autari, e disse che a lui in particolare era stata data dal suo re l'incumbenza di vedere la principessa Teodelinda per potergli riferire le di lei belle qualità, già intese per fama. Fece Garibaldo venir la figliuola; ed Autari ben guatatala da capo a piedi, se ne compiacque forte, e disse che certamente il re de' Longobardi sarebbe ben contento d'avere una tale sposa, e il popolo una tale regina. Poscia il pregò che fosse loro permesso di riconoscerla per tale con ricevere da lei il vino, secondo l'uso della nazion longobarda. Fece Garibaldo portar da bere, e dappoichè Teodelinda ebbe data la coppa al capo degli ambasciatori, la porse all'ignoto Autari; ma questi, in renderla alla principessa, senza che alcun vi facesse mente, le toccò gentilmente la mano, e nel baciare il bicchiere, fece in maniera ch'essa mano della principessa gli toccò la fronte,il naso e la faccia. Raccontò poi Teodelinda questo fatto alla sua balia, e non senza rossore. Rispose la donna accorta:Signora, niun altro avrebbe osato toccarvi, se non chi ha da essere vostro marito. Ma zitto, che il duca vostro padre nol sappia.Soggiunse dipoi:Voi siete ben fortunata di aver per isposo un principe sì degno e cotanto leggiadro.Era in fatti allora il re Autari nel fiore della sua età, di bella statura, con chioma bionda, e di grazioso aspetto. Se n'andarono gli ambasciatori, ed Autari nell'uscir dei confini della Baviera, appena fatti i complimenti a que' Bavaresi che lo aveano accompagnato, s'alzò sulle staffe quanto potè, e scagliò con tutta forza una picciola scure ch'egli teneva in mano, verso dell'albero più vicino; ed essendo questa andata a conficcarsi profondamente in esso, allora disse:Autari sa fare di queste ferite; e ciò detto, spronò il cavallo, e se ne andò con Dio, lasciando i Bavaresi assai persuasi che questo galante ambasciatore era il principe stesso.
Potrebbe essere che queste ambasciate fossero andate nel precedente anno. Egli è ben da credere che nel presente si effettuasse il matrimonio suddetto. Racconta lo storico longobardo, che dopo qualche tempo arrivarono dei torbidi in Baviera al duca Garibaldo a cagione dell'arrivo de' Franchi: il che ha dato motivo ai moderni scrittori franzesi[Daniel, Histoire de France tom. 1.]di credere che il re d'AustrasiaChildeberto, mirando di mal occhio l'amistà e congiunzione di sangue e d'interessi, che s'andava a stabilire fra il duca Garibaldo, suo vassallo, e il re dei Longobardi, all'improvviso facesse marciare un'armata in Baviera, che vi recò dei gravi danni, e tentò di sorprendereTeodelinda. Paolo Diacono altro non racconta se non quel poco che ho riferito di sopra, con aggiugnere appresso che questa principessa se ne fuggì verso l'Italia conGundoaldosuo fratello, e fece sapere al re Autari la sua venuta. È ignotociò che accadesse al duca Garibaldo suo padre, e nulla di più se n'ha da Gregorio Turonense e da Fredegario. Vedremo bensì fra qualche tempo che a lui succedetteTassilonenel ducato della Baviera. Andò il re Autari incontro a Teodelinda con un grande apparato, e celebrò dipoi con universale allegrezza le nozze nella campagna di Sardi di sopra a Verona nel dì 13 di maggio. In quella occasione scrive Paolo che un fulmine cadde sopra un legno nel recinto, dove era la corte, e che uno degli indovini Gentili cheAgilulfo duca di Turinoavea seco condotto, gli predisse non dover passare gran tempo che la donna poco fa sposata dal re Autari diverrebbe moglie di esso Agilulfo. A costui minacciò Agilulfo di tagliargli la testa, se mai più gli scappava detta parola di questo; ma l'indovino insistè che si avvererebbe la sua predizione, siccome in fatti seguì. Ma non è se non bene l'andare adagio in prestar fede a cotali dicerie, che non rade volte nascono dopo il fatto. Fu ucciso in Verona nel tempo d'esse nozzeAnsulloparente del re Autari, e Paolo Diacono non potè penetrarne la cagione. A' tempi ancora d'esso Paolo correa voce[Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 31.]che circa questi tempi il re Autari, passando pel ducato di Spoleti, arrivasse fino a Benevento, con impadronirsi di quel paese: e poscia arrivasse fino a Reggio di Calabria, dove, avendo osservata una colonna posta alquanto nel mare, spinto innanzi il cavallo, la toccò colla punta della spada con dire:Fin qua arriverà il confine dei Longobardi. Ed era fama che tuttavia quella colonna fosse chiamatala colonna d'Autari. Ma di questi fatti Paolo altro mallevadore non ebbe se non la tradizione del volgo, fondamento molte volte fallace per farci conoscere il vero. Però varii letterati hanno disputato intorno all'origine dell'insigne ducato di Benevento, il quale non si può credere che avesse principioin quest'anno, quando si ammetta col medesimo Paolo[Paulus Diaconus, de Gestis Langobard., lib. 3, cap. 32.]cheZottoneprimo duca governasse quel ducato per anni venti. Neppur sembra verisimile ciò che Camillo Pellegrino immaginò, cioè che il ducato suddetto nascesse anche prima della venuta del re Alboino in Italia. Probabilmente ne' primi sette anni dopo la lor calata i Longobardi s'impadronirono di buona parte della Campania e della Puglia, e vi fondarono un ducato di cui fu capo Benevento, e che s'andò a poco a poco dilatando, fino ad abbracciar il regno, appellato ora di Napoli, a riserva della città medesima di Napoli e di alquante altre marittime, che si tennero forti nella divozion dell'imperio. Reggio di Calabria era di queste; e però quantunque Autari fuori di essa città potesse veder quella colonna, pure è più probabile ch'egli non arrivasse fin là. Fu quest'anno funesto all'Italia per un terribil diluvio d'acque, a cui un simile da più secoli non s'era veduto. Il Tevere crebbe nel mese di novembre ad una sterminata altezza in Roma, vi diroccò molte case, empiè i magazzini dei grani con perdita di molte migliaia di moggia d'essi, e fece altri malanni. Ne abbiamo per testimoni i due santi Gregorii[Greg. Magnus, Dialog. lib. 3, cap. 19. Gregor. Turonensis, lib. 10, cap. 1.], allora viventi, cioè il Grande e il Turonense. Dal primo de' quali, siccome ancora da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 3, cap. 23.], sappiamo che per le provincie della Venezia e Liguria, anzi per tutte l'altre d'Italia, si provò questo flagello. Portò esso con seco le lavine d'assaissimi poderi, e ville intere nelle montagne, una gran mortalità d'uomini e di bestie, e ne rimasero disfatte le strade. Racconta san Gregorio Magno un miracolo succeduto in Verona, dove il fiume Adige tanto si gonfiò, che l'acque sue giunsero sino alle finestre superiori della basilica di san Zenone martire, la quale era allora fuori diquella città. Ma quantunque fossero aperte le porte d'essa basilica, le acque non entrarono dentro, e servirono come di muro alla stessa basilica. Si trovava allora in quella città il re Autari, e questa inondazione si tirò dietro in qualche parte la rovina delle mura di Verona, la qual città da lì a due mesi restò per la maggior parte disfatta da un furioso incendio. Alle inondazioni suddette venne poi dietro la peste, di cui parlerò nell'anno seguente.