DXCIIAnno diCristoDXCII. IndizioneX.Gregorio Ipapa 3.Maurizioimperadore 11.Agilolfore 2.L'anno IX dopo il consolato diMaurizio Augusto.Assicurato il suo regno dalla parte dei Franchi colla pace con esso loro stabilita, e depressi gl'interni nemici, volle ancora il re Agilolfo provvedere alla sicurezza sua dalla parte degli Avari, ossia degli Unni o Tartari che dominavano nella Pannonia, e stendevano la lor signoria sopra gli Sclavi, che diedero il nome alla Schiavonia. Era formidabile anche la potenza di quella nazione, e non andrà molto che cominceremo a vederne le funeste pruove in Italia. Con costoro fu conchiuso un trattato di pace e di amistà. Ma non erano terminati i mali umori interni.Romanoesarco lavorava sott'acqua, e tanto seppe fare, che con promesse e danari guadagnòMaurizio, ossiaMauricioneoMauritione ducadi Perugia[Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 8.], che accettò presidio greco in quella città. Si trovava allora l'esarco in Roma, ed ansioso di mettere il piede in sì riguardevol città, che poteva servirgli di frontiera contra de' Longobardi, si mosse di colà, conducendo seco quanti armati potè; e nel viaggio non solamente se gli diede Perugia, ma egli prese inoltre alcune delle città frapposte, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Luceolo, ed altre, di cui lo storico non seppe il nome. Giunsero queste disgustose nuove ad Agilolfo dimorante in Pavia, che ne dovette prontamente scrivere al duca di Spoleti, intanto che egli preparava l'esercito per accorrere in persona a quelle parti. AFaroaldoprimo duca di Spoleti, morto, non si sa in qual anno, era succedutoAriolfo, uomo di gran valore. Io non socome, a chi compilò la vita di s. Gregorio Magno, scappò detto che questoAriolfo fu duca di Benevento. Dal Baronio poi fu credutoduca de' Longobardi nella Toscana. Certo è ch'egli eraduca di Spoleti, e lo attestano Paolo Diacono e l'autore della Cronica Farfense. In questi tempi l'Umbria da alcuni fu riguardata come parte della Toscana. Ora trovandosi egli il più vicino ai paesi caduti in mano del nemico esarco, si mise tosto in armi ed entrò in campagna. Fu preveduto questo colpo dal santo papaGregorio; e siccome sulla sua vigilanza e prudenza specialmente posava la salute di Roma, ed era alla saggia sua direzione raccomandato il maneggio anche degli affari temporali in tempi sì scabrosi, egli perciò scrisse[Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 3, 29 et 30.]aVelocemaestro della milizia, ossia generale d'armata, che intendendosi conMaurilioeVitaliano, a' quali ancora fece intendere la sua mente, stessero bene attenti ai movimenti del duca di Spoleti, e caso che si inviasse verso Roma o verso Ravenna, gli dessero alla coda. Ciò fu nel mese di giugno, e voce correva che Ariolfo fosse per essere sotto Roma nella festa di san Pietro. Nell'epistola trentesima notifica esso papa ai suddetti Maurilio e Vitaliano, che nel dì 11 quel mese (e non già di gennajo, come hanno alcune edizioni) esso duca Ariolfo gli avea scritta una lettera, di cui loro manda copia, con raccomandare ai medesimi di tenere all'ubbidienza dell'imperadore la città diSoanaposta nella Toscana, se pure Ariolfo non gli ha prevenuti, con portar via di là gli ostaggi. Costa poi da un'altra lettera di s. Gregorio[Idem, lib. 2, ep. 46.], scritta aGiovanniarcivescovo di Ravenna, che Ariolfo arrivò colle sue genti fin sotto Roma, e quivi tagliò a pezzi alcuni, ad altri diede delle ferite: cosa che afflisse cotanto il placido animo dell'ottimo pontefice, che ne cadde malato, assalito da dolori colici. Quel nondimeno che maggiormente pareva alui intollerabile, era, ch'egli avrebbe avuta maniera d'indurre alla pace i nemici (probabilmente impiegando del danaro, com'era solito in simili frangenti di fare), ma l'esarcoRomanonon gliel voleva permettere: del che si duol egli forte coll'arcivescovo suddetto. E tanto più, perchè essendo stato rinforzato Ariolfo dalle soldatesche di due altri condottieri di armi,AutarieNordolfo, difficilmente volea più dar orecchio a trattati di pace. Pertanto il prega che se ha luogo di parlar di tali affari con sì strambo ministro, cerchi di condurlo alla pace, con ricordargli specialmente che s'era levato di Roma il nerbo maggiore delle milizie, per sostenere l'occupata Perugia, come egli deplora altrove[Gregorius M., lib. 5, ep. 40.], nè vi era restata altra guarnigione che il reggimento teodosiano, così appellato daTeodosioAugusto, figliuolo diMaurizioimperadore, il quale ancora, per essere privo delle sue paghe, stentava ad accomodarsi alla guardia delle mura. Aggiugne che ancheArichi, ossiaArigisoduca di Benevento, il quale era succeduto aZottoneprimo duca di quella contrada, instigato da Ariolfo, rotte le capitolazioni precedenti, avea mosse le sue armi contra de' Napoletani, e minacciava quella città.Non si doveano credere i Longobardi obbligati ad alcun trattato precedente, da che l'esarco sotto la buona fede aveva occupato ad essi Perugia con altre città. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 19.]parla della morte diZottonesuddetto dopo venti anni di ducato, con dire che in suo luogo succedetteArigiso, mandato colà dal reAgilolfo, e per conseguente o in questo o nel precedente anno, con intendersi da ciò che il ducato beneventano dovette aver principio circa l'anno 571, come pensò il padre Antonio Caracciolo. EraArigisonato nel Friuli, avea servito d'ajo a' figliuoli diGisolfoduca del Friuli, ed era parente del medesimo Gisolfo.Risulta poi dalla suddetta lettera di san Gregorio all'arcivescovo di Ravenna, che la città di Fano era posseduta allora dai Longobardi, e vi si trovavano molti fatti schiavi, per la liberazion de' quali aveva il caritativo papa voluto inviare nel precedente anno una persona con danaro; ma questa non si era arrischiata di passare pel ducato di Spoleti, che divideva Roma da quella città ed era sotto il dominio de' Longobardi. Tuttavia non lasciòFortunato, vescovo d'essa città, di riscattarli, con aggravarsi di molti debiti per questa santa azione[Greg. Magnus, lib. 7, epist. 13.]; e san Gregorio gli concedette dipoi che potesse vendere i vasi sacri delle chiese per pagare i creditori. QuelSevero vescovo scismatico, la cui città era stata bruciata, e per cui l'arcivescovo di Ravenna chiedeva delle limosine a san Gregorio, vien credutovescovodiAquilejadal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]e dal padre Mabillone[Mabill., in Annal. Bened., lib. 8, cap. 37.]. Io il tengo perSevero vescovo d'Ancona, nominato altrove da san Gregorio, giacchè egli dice:Juxta quippe est civitas Fanum: il che non conviene nè a Grado nè ad Aquileja. Nell'edizione di san Gregorio fatta da' padri Benedettini, la lettera sedicesima del libro nono[Greg. M., lib. 9, ep. 16, edition. Bened.]è adSerenum anconitanum episcopum. Si ha da leggeread Severum, apparendo ciò dalla susseguente lettera ottantesima nona[Idem, ibid. epist. 89.]. Dovea questo vescovo, addottrinato dalle disgrazie della sua città, avere abbandonato lo scisma e meritata la grazia di san Gregorio.
L'anno IX dopo il consolato diMaurizio Augusto.
Assicurato il suo regno dalla parte dei Franchi colla pace con esso loro stabilita, e depressi gl'interni nemici, volle ancora il re Agilolfo provvedere alla sicurezza sua dalla parte degli Avari, ossia degli Unni o Tartari che dominavano nella Pannonia, e stendevano la lor signoria sopra gli Sclavi, che diedero il nome alla Schiavonia. Era formidabile anche la potenza di quella nazione, e non andrà molto che cominceremo a vederne le funeste pruove in Italia. Con costoro fu conchiuso un trattato di pace e di amistà. Ma non erano terminati i mali umori interni.Romanoesarco lavorava sott'acqua, e tanto seppe fare, che con promesse e danari guadagnòMaurizio, ossiaMauricioneoMauritione ducadi Perugia[Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 8.], che accettò presidio greco in quella città. Si trovava allora l'esarco in Roma, ed ansioso di mettere il piede in sì riguardevol città, che poteva servirgli di frontiera contra de' Longobardi, si mosse di colà, conducendo seco quanti armati potè; e nel viaggio non solamente se gli diede Perugia, ma egli prese inoltre alcune delle città frapposte, cioè Sutri, Polimarzo, oggidì Bomarzo, Orta, Todi, Ameria, Luceolo, ed altre, di cui lo storico non seppe il nome. Giunsero queste disgustose nuove ad Agilolfo dimorante in Pavia, che ne dovette prontamente scrivere al duca di Spoleti, intanto che egli preparava l'esercito per accorrere in persona a quelle parti. AFaroaldoprimo duca di Spoleti, morto, non si sa in qual anno, era succedutoAriolfo, uomo di gran valore. Io non socome, a chi compilò la vita di s. Gregorio Magno, scappò detto che questoAriolfo fu duca di Benevento. Dal Baronio poi fu credutoduca de' Longobardi nella Toscana. Certo è ch'egli eraduca di Spoleti, e lo attestano Paolo Diacono e l'autore della Cronica Farfense. In questi tempi l'Umbria da alcuni fu riguardata come parte della Toscana. Ora trovandosi egli il più vicino ai paesi caduti in mano del nemico esarco, si mise tosto in armi ed entrò in campagna. Fu preveduto questo colpo dal santo papaGregorio; e siccome sulla sua vigilanza e prudenza specialmente posava la salute di Roma, ed era alla saggia sua direzione raccomandato il maneggio anche degli affari temporali in tempi sì scabrosi, egli perciò scrisse[Gregor. Magnus, lib. 2, ep. 3, 29 et 30.]aVelocemaestro della milizia, ossia generale d'armata, che intendendosi conMaurilioeVitaliano, a' quali ancora fece intendere la sua mente, stessero bene attenti ai movimenti del duca di Spoleti, e caso che si inviasse verso Roma o verso Ravenna, gli dessero alla coda. Ciò fu nel mese di giugno, e voce correva che Ariolfo fosse per essere sotto Roma nella festa di san Pietro. Nell'epistola trentesima notifica esso papa ai suddetti Maurilio e Vitaliano, che nel dì 11 quel mese (e non già di gennajo, come hanno alcune edizioni) esso duca Ariolfo gli avea scritta una lettera, di cui loro manda copia, con raccomandare ai medesimi di tenere all'ubbidienza dell'imperadore la città diSoanaposta nella Toscana, se pure Ariolfo non gli ha prevenuti, con portar via di là gli ostaggi. Costa poi da un'altra lettera di s. Gregorio[Idem, lib. 2, ep. 46.], scritta aGiovanniarcivescovo di Ravenna, che Ariolfo arrivò colle sue genti fin sotto Roma, e quivi tagliò a pezzi alcuni, ad altri diede delle ferite: cosa che afflisse cotanto il placido animo dell'ottimo pontefice, che ne cadde malato, assalito da dolori colici. Quel nondimeno che maggiormente pareva alui intollerabile, era, ch'egli avrebbe avuta maniera d'indurre alla pace i nemici (probabilmente impiegando del danaro, com'era solito in simili frangenti di fare), ma l'esarcoRomanonon gliel voleva permettere: del che si duol egli forte coll'arcivescovo suddetto. E tanto più, perchè essendo stato rinforzato Ariolfo dalle soldatesche di due altri condottieri di armi,AutarieNordolfo, difficilmente volea più dar orecchio a trattati di pace. Pertanto il prega che se ha luogo di parlar di tali affari con sì strambo ministro, cerchi di condurlo alla pace, con ricordargli specialmente che s'era levato di Roma il nerbo maggiore delle milizie, per sostenere l'occupata Perugia, come egli deplora altrove[Gregorius M., lib. 5, ep. 40.], nè vi era restata altra guarnigione che il reggimento teodosiano, così appellato daTeodosioAugusto, figliuolo diMaurizioimperadore, il quale ancora, per essere privo delle sue paghe, stentava ad accomodarsi alla guardia delle mura. Aggiugne che ancheArichi, ossiaArigisoduca di Benevento, il quale era succeduto aZottoneprimo duca di quella contrada, instigato da Ariolfo, rotte le capitolazioni precedenti, avea mosse le sue armi contra de' Napoletani, e minacciava quella città.
Non si doveano credere i Longobardi obbligati ad alcun trattato precedente, da che l'esarco sotto la buona fede aveva occupato ad essi Perugia con altre città. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 19.]parla della morte diZottonesuddetto dopo venti anni di ducato, con dire che in suo luogo succedetteArigiso, mandato colà dal reAgilolfo, e per conseguente o in questo o nel precedente anno, con intendersi da ciò che il ducato beneventano dovette aver principio circa l'anno 571, come pensò il padre Antonio Caracciolo. EraArigisonato nel Friuli, avea servito d'ajo a' figliuoli diGisolfoduca del Friuli, ed era parente del medesimo Gisolfo.Risulta poi dalla suddetta lettera di san Gregorio all'arcivescovo di Ravenna, che la città di Fano era posseduta allora dai Longobardi, e vi si trovavano molti fatti schiavi, per la liberazion de' quali aveva il caritativo papa voluto inviare nel precedente anno una persona con danaro; ma questa non si era arrischiata di passare pel ducato di Spoleti, che divideva Roma da quella città ed era sotto il dominio de' Longobardi. Tuttavia non lasciòFortunato, vescovo d'essa città, di riscattarli, con aggravarsi di molti debiti per questa santa azione[Greg. Magnus, lib. 7, epist. 13.]; e san Gregorio gli concedette dipoi che potesse vendere i vasi sacri delle chiese per pagare i creditori. QuelSevero vescovo scismatico, la cui città era stata bruciata, e per cui l'arcivescovo di Ravenna chiedeva delle limosine a san Gregorio, vien credutovescovodiAquilejadal cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]e dal padre Mabillone[Mabill., in Annal. Bened., lib. 8, cap. 37.]. Io il tengo perSevero vescovo d'Ancona, nominato altrove da san Gregorio, giacchè egli dice:Juxta quippe est civitas Fanum: il che non conviene nè a Grado nè ad Aquileja. Nell'edizione di san Gregorio fatta da' padri Benedettini, la lettera sedicesima del libro nono[Greg. M., lib. 9, ep. 16, edition. Bened.]è adSerenum anconitanum episcopum. Si ha da leggeread Severum, apparendo ciò dalla susseguente lettera ottantesima nona[Idem, ibid. epist. 89.]. Dovea questo vescovo, addottrinato dalle disgrazie della sua città, avere abbandonato lo scisma e meritata la grazia di san Gregorio.