DXCIXAnno diCristoDXCIX. IndizioneII.Gregorio Ipapa 10.Maurizioimperadore 18.Agilolfore 9.L'anno XVI dopo il consolato diMaurizio Augusto.Finalmente in quest'anno fu conchiusa la pace fra il reAgilolfoeCallinico, esarco di Ravenna. Ne fa menzione Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 13.], e l'anno si ricava dalle lettere scritte sotto la presenteindizione secondadasan Gregoriopapa[Greg. Magnus, lib. 9, ep. 42 et 43.], non solo alla cattolica reginaTeodelinda, ma anco ad esso re Agilolfo, forse tuttavia ariano; non apparendo ch'egli avesse peranche abbracciata la religion cattolica. Ringrazia dunque Agilolfo della pace fatta, il prega di ordinare ai suoi duchi che la osservino e non cerchino dei pretesti per guastarla. Il saluta ancoracon paterna carità: parole che paiono indirizzate ad un re cattolico, ma che sembrano poi non accordarsi coll'altre che egli soggiugne alla regina. Perciocchèdopo averla ringraziata dell'efficace mano che ella aveva avuta per condurre alla pace il regal consorte, l'esorta,ut apud excellentissimum conjugem vestrum ita agatis, quatenus christianae reipublicae societatem non rejiciat. Nam sicut ei vos scire credimus, multis modis est utile, si se ad ejus amicitias conferre voluerit.Queste parole paiono significare, desiderarsi dal papa una lega dei Longobardi coll'imperadore; ma può anche sospettarsi desiderio nel pontefice che la regina s'ingegni di tirare il marito al cattolicismo: il che per molte cagioni gli sarebbe riuscito di profitto, perchè certo tanti Cattolici suoi sudditi non miravano di buon occhio un principe ariano, e molto meno i Cattolici non suoi sudditi. Anche secondo l'umana politica sarebbe tornato il conto ad Agilolfo l'unirsi colla Chiesa cattolica; e questo punto l'intese beneClodoveoil grande re de' Franchi eRecaredore dei Visigoti, principi che abbracciarono la fede cattolica romana, e meglio con ciò si stabilirono nei loro regni. E che così facesse anche il re Agilolfo l'abbiamo da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 6.], là dove scrive ch'egli mosso dalle salutevoli preghiere della regina Teodelinda,catholicam fidem tenuit, et multas possessiones Ecclesiae Christi largitus est, atque episcopos, qui in depressione et abjectione erant, ad dignitatis solitae honorem reduxit. Ma ciò dovette seguire più tardi, siccome vedremo più abbasso. Intanto certa cosa è che il re Agilolfo, cattolico o ariano che si fosse in questi tempi, non inquietava punto per conto della religione i Cattolici, e lasciava tutta la convenevole libertà ai vescovi di esercitare il sacro lor ministero, di comunicare colla santa sede, e di passare, occorrendo bisogni ecclesiastici, a Roma e a Ravenna, tuttochè città nemiche. In somma s'egli non avea per anche abjurato l'arianismo, almeno per le premure di Teodelinda piissima e cattolica regina, amorevolmente trattava iprofessori del cattolicismo. Non so io poi intendere come san Gregorio dopo avere scritte le lettere suddette, in una altra indirizzata adEulogiopatriarca[Greg. Magnus, lib. 9, ep. 78.], sotto la stessa IndizioneII, gli dica di trovarsi oppressodai dolori della podagra e dalle spade dei Longobardi. Se la pace era fatta, come poi lagnarsi della guerra che suppone fatta dai Longobardi ai Romani? Ciò mi fa dubitare se a questa lettera sia stato assegnato il suo convenevol sito. Ma è ben degna di attenzione un'altra lettera scritta da questo glorioso pontefice aTeodorocurator di Ravenna[Idem, ibid., ep. 98.], ministro che cooperato avea non poco alla conclusion della pace. Gli fa dunque sapere cheAriolfoduca di Spoleti non avea voluto sottoscrivere la pace puramente, come il re Agilolfo avea fatto, con avervi apposto due condizioni, cioè ch'egli l'accettava, purchè dalla parte dei Romani non si commettesse in avvenire eccesso alcuno contra de' Longobardi, nè potessero i Romani far guerra adArichi, ossiaArigisoduca di Benevento, confinante col ducato di Spoleti e collegato di esso Ariolfo. Nell'edizione di san Gregorio è scrittoArogis, ma si ha da scrivereArigis.Questa maniera di giurar la pace con tali riserve comparve a san Gregorio insidiosa e furbesca, affinchè restasse aperto l'adito a nuove rotture, non mancando mai pretesti per far guerra a chi ha in odio la pace. E tanto più trovava egli delle magagne in questo aggiustamento, perchèVarnilfrida(forse moglie d'esso Ariolfo, non parendo questo un nome di maschio, che sarebbe statoVarnilfrido) non l'avea voluto sottoscrivere. Aggiunge che gli uomini mandati dal re Agilolfo a Roma esigevano che dal medesimo papa fossero sottoscritti i capitoli della suddetta pace: segno della considerazione e stima che quel re avea del romano pontefice, oppure che, non fidandosi dei Romani, esigesse per sigurtà lostesso pontefice. Ma san Gregorio abborriva di farlo, sì perchè gli erano state riferite da Basilio, uomo chiarissimo, delle parole ingiuriose proferite da esso re contra della sede apostolica, e dello stesso papa Gregorio, benchè Agilolfo negasse a spada tratta di averle dette; e sì ancora, perchè se mai si fosse mancato da lì innanzi contro i patti, egli non voleva averne da render conto, premendogli di non disgustare un principe, di cui avea troppo bisogno pel governo di tante chiese poste sotto il di lui dominio. Però si raccomanda affin d'essere esentato da quella sottoscrizione. Stendeva in addietro il vescovo di Torino la sua giurisdizione nella valle diMoriennae diSusa. Furono occupati questi paesi daGuntrannore di Borgogna, allorchè i Longobardi fecero le irruzioni nelle Gallie, come raccontammo di sopra, ed uniti al suo regno della Borgogna. Ciò fatto, non piacendo ad esso re che que' popoli neppure pel governo spirituale fossero sottoposti al vescovo di Torino, cioè di una città sottoposta ai Longobardi, fece creare un nuovo vescovo della Morienna. Se ne dolseUrsicinovescovo di Torino con san Gregorio, il quale sopra ciò scrisse due lettere[Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 95 et 96.], l'una aSiagriovescovo d'Autun, e l'altra aTeodericoeTeodebertore de' Franchi, con pregarli che non fosse recato pregiudizio ai diritti del vescovo torinese. Ma egli cantò a gente sorda; il vescovato di Morienna sussistè, e tuttavia sussiste. E da una d'esse lettere apparisce che il vescovo di Torino avea patito dei saccheggi nelle sue parrocchie, e che il popolo era stato condotto (certamente dai Franchi) in ischiavitù negli anni addietro. Rapporta l'Ughelli[Ughellius Italia Sacr., tom. 4, in Episcop. Bobiens.]una carta d'oblazione fatta dasan Colombanoabate del monistero di Bobio asan Gregorio papa anno pontificatus domni Gregorii summi pontificis et universalis papae IV,Indictione III sub die III mensis novembris. L'indizione terza cominciata nel settembre mostra appartener quella carta all'anno presente. Ma il lettore osservando che non correva in quest'anno l'anno quartodi san Gregorio, e che non fu in uso di que' tempi il chiamare il romano pontefice, benchè capo della Chiesa di Dio,papa universale: (titolo che lo stesso san Gregorio impugnò cotanto nel patriarca di Costantinopoli); e che questa carta discorda dall'altre antiche memorie che fanno, siccome diremo più abbasso, fondato molto più tardi il monistero di Bobio; e che non si fa menzione degli anni dell'imperadore, come era il costume, benchè la carta si supponga scritta in Roma: non saprà, dissi, il lettore prestar fede ad un sì fatto documento.
L'anno XVI dopo il consolato diMaurizio Augusto.
Finalmente in quest'anno fu conchiusa la pace fra il reAgilolfoeCallinico, esarco di Ravenna. Ne fa menzione Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 13.], e l'anno si ricava dalle lettere scritte sotto la presenteindizione secondadasan Gregoriopapa[Greg. Magnus, lib. 9, ep. 42 et 43.], non solo alla cattolica reginaTeodelinda, ma anco ad esso re Agilolfo, forse tuttavia ariano; non apparendo ch'egli avesse peranche abbracciata la religion cattolica. Ringrazia dunque Agilolfo della pace fatta, il prega di ordinare ai suoi duchi che la osservino e non cerchino dei pretesti per guastarla. Il saluta ancoracon paterna carità: parole che paiono indirizzate ad un re cattolico, ma che sembrano poi non accordarsi coll'altre che egli soggiugne alla regina. Perciocchèdopo averla ringraziata dell'efficace mano che ella aveva avuta per condurre alla pace il regal consorte, l'esorta,ut apud excellentissimum conjugem vestrum ita agatis, quatenus christianae reipublicae societatem non rejiciat. Nam sicut ei vos scire credimus, multis modis est utile, si se ad ejus amicitias conferre voluerit.Queste parole paiono significare, desiderarsi dal papa una lega dei Longobardi coll'imperadore; ma può anche sospettarsi desiderio nel pontefice che la regina s'ingegni di tirare il marito al cattolicismo: il che per molte cagioni gli sarebbe riuscito di profitto, perchè certo tanti Cattolici suoi sudditi non miravano di buon occhio un principe ariano, e molto meno i Cattolici non suoi sudditi. Anche secondo l'umana politica sarebbe tornato il conto ad Agilolfo l'unirsi colla Chiesa cattolica; e questo punto l'intese beneClodoveoil grande re de' Franchi eRecaredore dei Visigoti, principi che abbracciarono la fede cattolica romana, e meglio con ciò si stabilirono nei loro regni. E che così facesse anche il re Agilolfo l'abbiamo da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 4, cap. 6.], là dove scrive ch'egli mosso dalle salutevoli preghiere della regina Teodelinda,catholicam fidem tenuit, et multas possessiones Ecclesiae Christi largitus est, atque episcopos, qui in depressione et abjectione erant, ad dignitatis solitae honorem reduxit. Ma ciò dovette seguire più tardi, siccome vedremo più abbasso. Intanto certa cosa è che il re Agilolfo, cattolico o ariano che si fosse in questi tempi, non inquietava punto per conto della religione i Cattolici, e lasciava tutta la convenevole libertà ai vescovi di esercitare il sacro lor ministero, di comunicare colla santa sede, e di passare, occorrendo bisogni ecclesiastici, a Roma e a Ravenna, tuttochè città nemiche. In somma s'egli non avea per anche abjurato l'arianismo, almeno per le premure di Teodelinda piissima e cattolica regina, amorevolmente trattava iprofessori del cattolicismo. Non so io poi intendere come san Gregorio dopo avere scritte le lettere suddette, in una altra indirizzata adEulogiopatriarca[Greg. Magnus, lib. 9, ep. 78.], sotto la stessa IndizioneII, gli dica di trovarsi oppressodai dolori della podagra e dalle spade dei Longobardi. Se la pace era fatta, come poi lagnarsi della guerra che suppone fatta dai Longobardi ai Romani? Ciò mi fa dubitare se a questa lettera sia stato assegnato il suo convenevol sito. Ma è ben degna di attenzione un'altra lettera scritta da questo glorioso pontefice aTeodorocurator di Ravenna[Idem, ibid., ep. 98.], ministro che cooperato avea non poco alla conclusion della pace. Gli fa dunque sapere cheAriolfoduca di Spoleti non avea voluto sottoscrivere la pace puramente, come il re Agilolfo avea fatto, con avervi apposto due condizioni, cioè ch'egli l'accettava, purchè dalla parte dei Romani non si commettesse in avvenire eccesso alcuno contra de' Longobardi, nè potessero i Romani far guerra adArichi, ossiaArigisoduca di Benevento, confinante col ducato di Spoleti e collegato di esso Ariolfo. Nell'edizione di san Gregorio è scrittoArogis, ma si ha da scrivereArigis.
Questa maniera di giurar la pace con tali riserve comparve a san Gregorio insidiosa e furbesca, affinchè restasse aperto l'adito a nuove rotture, non mancando mai pretesti per far guerra a chi ha in odio la pace. E tanto più trovava egli delle magagne in questo aggiustamento, perchèVarnilfrida(forse moglie d'esso Ariolfo, non parendo questo un nome di maschio, che sarebbe statoVarnilfrido) non l'avea voluto sottoscrivere. Aggiunge che gli uomini mandati dal re Agilolfo a Roma esigevano che dal medesimo papa fossero sottoscritti i capitoli della suddetta pace: segno della considerazione e stima che quel re avea del romano pontefice, oppure che, non fidandosi dei Romani, esigesse per sigurtà lostesso pontefice. Ma san Gregorio abborriva di farlo, sì perchè gli erano state riferite da Basilio, uomo chiarissimo, delle parole ingiuriose proferite da esso re contra della sede apostolica, e dello stesso papa Gregorio, benchè Agilolfo negasse a spada tratta di averle dette; e sì ancora, perchè se mai si fosse mancato da lì innanzi contro i patti, egli non voleva averne da render conto, premendogli di non disgustare un principe, di cui avea troppo bisogno pel governo di tante chiese poste sotto il di lui dominio. Però si raccomanda affin d'essere esentato da quella sottoscrizione. Stendeva in addietro il vescovo di Torino la sua giurisdizione nella valle diMoriennae diSusa. Furono occupati questi paesi daGuntrannore di Borgogna, allorchè i Longobardi fecero le irruzioni nelle Gallie, come raccontammo di sopra, ed uniti al suo regno della Borgogna. Ciò fatto, non piacendo ad esso re che que' popoli neppure pel governo spirituale fossero sottoposti al vescovo di Torino, cioè di una città sottoposta ai Longobardi, fece creare un nuovo vescovo della Morienna. Se ne dolseUrsicinovescovo di Torino con san Gregorio, il quale sopra ciò scrisse due lettere[Gregor. Magnus, lib. 9, ep. 95 et 96.], l'una aSiagriovescovo d'Autun, e l'altra aTeodericoeTeodebertore de' Franchi, con pregarli che non fosse recato pregiudizio ai diritti del vescovo torinese. Ma egli cantò a gente sorda; il vescovato di Morienna sussistè, e tuttavia sussiste. E da una d'esse lettere apparisce che il vescovo di Torino avea patito dei saccheggi nelle sue parrocchie, e che il popolo era stato condotto (certamente dai Franchi) in ischiavitù negli anni addietro. Rapporta l'Ughelli[Ughellius Italia Sacr., tom. 4, in Episcop. Bobiens.]una carta d'oblazione fatta dasan Colombanoabate del monistero di Bobio asan Gregorio papa anno pontificatus domni Gregorii summi pontificis et universalis papae IV,Indictione III sub die III mensis novembris. L'indizione terza cominciata nel settembre mostra appartener quella carta all'anno presente. Ma il lettore osservando che non correva in quest'anno l'anno quartodi san Gregorio, e che non fu in uso di que' tempi il chiamare il romano pontefice, benchè capo della Chiesa di Dio,papa universale: (titolo che lo stesso san Gregorio impugnò cotanto nel patriarca di Costantinopoli); e che questa carta discorda dall'altre antiche memorie che fanno, siccome diremo più abbasso, fondato molto più tardi il monistero di Bobio; e che non si fa menzione degli anni dell'imperadore, come era il costume, benchè la carta si supponga scritta in Roma: non saprà, dissi, il lettore prestar fede ad un sì fatto documento.