DXLIIIAnno diCristoDXLIII. IndizioneVI.Vigiliopapa 6.Giustinianoimperadore 17.Totilare 3.L'anno II dopo il consolato di Basilio.Sostennero i Napoletani con gran vigore e pazienza l'assedio della loro città, finchè poterono. Ma venendo ogni dì più a mancare i viveri e a crescere i patimenti, prestarono orecchio aTotila[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 7 et seq.], che offeriva un buon trattamento, e la libertà aCononeuffiziale di potersene andare col presidio cesareo. Però fu capitolata la resa della città, se in termine di trenta giorni non veniva soccorso.Anzi tre mesi di tempo(aggiugne Totila)vi concedo per aspettare questo sospirato soccorso, essendo io ben certo che non verrà giammai. Ma prima ancora del tempo accordato, perchè non v'era più da mangiare, si renderono i Napolitani. Fu mirabile verso di loro in tal congiuntura l'umanità e provvidenza di Totila. Per la fame patita pareano piuttosto un popolo di scheletri che d'uomini. Ora, affinchè con troppa ingordigia, e con pericolopoi di morire, non si cibassero dei viveri ch'egli abbondantemente avea introdotto, fece serrar le porte della città, senza lasciar uscire alcuno, ed a tutti fece dispensare con gran parsimonia sulle prime il cibo, e poscia a poco a poco andò slargando la mano, finchè, veggendoli rimessi in forze, ordinò che s'aprissero le porte, e lasciò che ognuno andasse a suo talento ovunque gli piacesse. E perciocchè il mare per molti dì fu grosso, talmentechè non permise a Conone di partire, secondo i patti, colla sua guarnigione (ritardo che l'affliggeva non poco, per timore che Totila pentito nol ritenesse prigione), Totila stesso il rincorò e il provvide di carrette e giumenti, e di quanto occorreva per fare il viaggio per terra sino a Roma, insieme con una buona scorta per sua sicurezza. In questi medesimi tempi fece ricorso a Totila un Calabrese, con lamentarsi d'una delle sue guardie che aveva usata violenza ad una sua figliuola zitella. Ordinò Totila che il delinquente, il quale non negava il fatto, fosse carcerato; e perchè i principali de' Goti, conoscendo che costui era persona di gran bravura, non avrebbono voluto la sua morte, ricorsero a Totila per ottenergli il perdono. Allora Totila con saggio ragionamento fece loro intendere che il permettere simili delitti era un irritar l'ira di Dio contra di tutta la nazione; e però elegessero, se più loro premeva la conservazione dell'università, oppur quella di un solo uomo cattivo. Non sepper che rispondere; ed egli, fatto morire il reo, donò alla fanciulla offesa tutti i di lui beni. Questi atti di rara prudenza, umanità e giustizia del re Totila gli abbiamo dalla penna dello stesso Procopio autore greco. Aggiugne egli inoltre che in questi tempi i capitani e soldati dell'imperadore in Italia ad altro non attendevano che a divorar le sostanze dei sudditi, a sfogare la lor lussuria e a commettere ogni sorta d'insolenze; di maniera che i più degl'Italiani,malcontenti del governo d'essi Greci, si auguravano l'antecedente meglio regolato dei Goti. Fece dipoi Totila spianar tutte le mura di Napoli, perchè se mai venissero con grande sforzo i Greci, e tornassero a ricuperar quella città, per mancanza di fortificazioni non vi potessero fermare i piedi. Il suo disegno era, occorrendo, di provar la sua fortuna con qualche battaglia a campo aperto, e non di consumare il tempo in assedii, sottoposti a troppe lunghezze ed inganni.Egli è nondimeno da osservare che il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini, in Chron.]riferisce nell'anno susseguente 544la desolazione di Napoli. Forse vuol dire che nel presente se ne impadronì, e solamente nell'anno appresso spogliò quella città delle sue mura. Tuttavia convien confessare che nella cronologia di questi tempi si trova un non lieve imbroglio, perchè non abbiamo se non Procopio che diffusamente tratta degli affari d'Italia, e il Continuatore suddetto, che ne va accennando alcune picciole cose. Ora Procopio distingue i tempi correnti con parole, quanto a noi, alquanto tenebrose; perchè, mancando la notizia de' consoli, che serviva in addietro a contrassegnare e distinguere gli anni, egli si vale della formola dell'anno primo,anno secondo, e così discorrendo,della guerra gotica. Il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], che prese il primo anno di questa guerra dall'entrata di Belisario in Italia, rapporta di mano in mano le azioni occorrenti, con adattarsi a questo principio. Il Sigonio, all'incontro, e il padre Pagi, che legano il primo anno di tal guerra coll'occupazione fatta da Belisario della Sicilia, anticipano un anno la serie dell'imprese. Quel ch'è più, pretende il padre Pagi che sia guasto nei testi di Procopio l'ordine di questi anni, e il cardinal Noris[Noris, in Dissert. de V Synod.]immagina ancheegli dell'imbroglio ne' racconti di Procopio, perchè con esso lui non s'accorda il Continuatore suddetto di Marcellino. Però in mezzo a questo buio convien camminare il meglio che si può. Al presente anno riferiscono il Continuatore suddetto e Vittor Tunonense[Victor Turonensis, in Chron.]una terribil peste che devastò l'Italia tutta. Questa, secondochè esso Continuatore osserva, era prima insorta nell'Oriente, dove, non meno che nell'Illirico, avea fatta un'incredibile strage. Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 22.]anch'egli ne parla, con dire che tal malore (secondo il solito) cominciò in Egitto, e poi si diffuse per tutto l'Oriente, ed essere mancato poco che non ne restasse disfatto tutto il genere umano. Evagrio[Evagr., in Hist.]racconta di più, che questo spaventoso flagello andò scorrendo per quasi tutto il mondo allora conosciuto, e durò anni cinquantadue: calamità, simile a cui non si legge nelle antiche istorie. Probabilmente il furore di questa peste frastornò nel presente anno i progressi dell'armi gotiche in Italia, e indebolì anche le loro armate. Abbiamo dal sopraddetto Continuatore che Totila fece diroccar le mura di altre città forti nella Campania, e ordinò alle sue genti di formare l'assedio di Tivoli. Ricavasi eziandio da una annotazione fatta al libro di Aratore, di cui parlerò fra poco, che nel presente anno Totila s'incamminò coll'esercito alla volta di Roma. Abbiamo parimente da Teofane[Theoph., in Chron.]che nell'anno 17 di Giustiniano capitò dalle parti d'Italia a Costantinopoli un cantambanco, per nome Andrea, conducendo seco un cane orbo e di pel giallo, che facea delle strane maraviglie. In mezzo alla piazza, con gran concorso di gente, si faceva il cerretano dare dagli spettatori varii anelli d'oro, d'argento, di ferro, senza che il cane vedesse, e li nascondea sotterra. Poscia, per ordine suo,il cane li trovava, e da sè restituiva a ciascheduno il suo. Essendo anche richiesto di qual imperadore fossero diverse monete, le distingueva. Inoltre interrogato, quali donne fossero gravide, quali uomini puttanieri, adulteri, avari, o liberali, con verità sapeva indicarli. Fu creduto che fosse un negromante.
L'anno II dopo il consolato di Basilio.
Sostennero i Napoletani con gran vigore e pazienza l'assedio della loro città, finchè poterono. Ma venendo ogni dì più a mancare i viveri e a crescere i patimenti, prestarono orecchio aTotila[Procop., de Bell. Goth., lib. 3, cap. 7 et seq.], che offeriva un buon trattamento, e la libertà aCononeuffiziale di potersene andare col presidio cesareo. Però fu capitolata la resa della città, se in termine di trenta giorni non veniva soccorso.Anzi tre mesi di tempo(aggiugne Totila)vi concedo per aspettare questo sospirato soccorso, essendo io ben certo che non verrà giammai. Ma prima ancora del tempo accordato, perchè non v'era più da mangiare, si renderono i Napolitani. Fu mirabile verso di loro in tal congiuntura l'umanità e provvidenza di Totila. Per la fame patita pareano piuttosto un popolo di scheletri che d'uomini. Ora, affinchè con troppa ingordigia, e con pericolopoi di morire, non si cibassero dei viveri ch'egli abbondantemente avea introdotto, fece serrar le porte della città, senza lasciar uscire alcuno, ed a tutti fece dispensare con gran parsimonia sulle prime il cibo, e poscia a poco a poco andò slargando la mano, finchè, veggendoli rimessi in forze, ordinò che s'aprissero le porte, e lasciò che ognuno andasse a suo talento ovunque gli piacesse. E perciocchè il mare per molti dì fu grosso, talmentechè non permise a Conone di partire, secondo i patti, colla sua guarnigione (ritardo che l'affliggeva non poco, per timore che Totila pentito nol ritenesse prigione), Totila stesso il rincorò e il provvide di carrette e giumenti, e di quanto occorreva per fare il viaggio per terra sino a Roma, insieme con una buona scorta per sua sicurezza. In questi medesimi tempi fece ricorso a Totila un Calabrese, con lamentarsi d'una delle sue guardie che aveva usata violenza ad una sua figliuola zitella. Ordinò Totila che il delinquente, il quale non negava il fatto, fosse carcerato; e perchè i principali de' Goti, conoscendo che costui era persona di gran bravura, non avrebbono voluto la sua morte, ricorsero a Totila per ottenergli il perdono. Allora Totila con saggio ragionamento fece loro intendere che il permettere simili delitti era un irritar l'ira di Dio contra di tutta la nazione; e però elegessero, se più loro premeva la conservazione dell'università, oppur quella di un solo uomo cattivo. Non sepper che rispondere; ed egli, fatto morire il reo, donò alla fanciulla offesa tutti i di lui beni. Questi atti di rara prudenza, umanità e giustizia del re Totila gli abbiamo dalla penna dello stesso Procopio autore greco. Aggiugne egli inoltre che in questi tempi i capitani e soldati dell'imperadore in Italia ad altro non attendevano che a divorar le sostanze dei sudditi, a sfogare la lor lussuria e a commettere ogni sorta d'insolenze; di maniera che i più degl'Italiani,malcontenti del governo d'essi Greci, si auguravano l'antecedente meglio regolato dei Goti. Fece dipoi Totila spianar tutte le mura di Napoli, perchè se mai venissero con grande sforzo i Greci, e tornassero a ricuperar quella città, per mancanza di fortificazioni non vi potessero fermare i piedi. Il suo disegno era, occorrendo, di provar la sua fortuna con qualche battaglia a campo aperto, e non di consumare il tempo in assedii, sottoposti a troppe lunghezze ed inganni.
Egli è nondimeno da osservare che il Continuatore di Marcellino conte[Continuator Marcellini, in Chron.]riferisce nell'anno susseguente 544la desolazione di Napoli. Forse vuol dire che nel presente se ne impadronì, e solamente nell'anno appresso spogliò quella città delle sue mura. Tuttavia convien confessare che nella cronologia di questi tempi si trova un non lieve imbroglio, perchè non abbiamo se non Procopio che diffusamente tratta degli affari d'Italia, e il Continuatore suddetto, che ne va accennando alcune picciole cose. Ora Procopio distingue i tempi correnti con parole, quanto a noi, alquanto tenebrose; perchè, mancando la notizia de' consoli, che serviva in addietro a contrassegnare e distinguere gli anni, egli si vale della formola dell'anno primo,anno secondo, e così discorrendo,della guerra gotica. Il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.], che prese il primo anno di questa guerra dall'entrata di Belisario in Italia, rapporta di mano in mano le azioni occorrenti, con adattarsi a questo principio. Il Sigonio, all'incontro, e il padre Pagi, che legano il primo anno di tal guerra coll'occupazione fatta da Belisario della Sicilia, anticipano un anno la serie dell'imprese. Quel ch'è più, pretende il padre Pagi che sia guasto nei testi di Procopio l'ordine di questi anni, e il cardinal Noris[Noris, in Dissert. de V Synod.]immagina ancheegli dell'imbroglio ne' racconti di Procopio, perchè con esso lui non s'accorda il Continuatore suddetto di Marcellino. Però in mezzo a questo buio convien camminare il meglio che si può. Al presente anno riferiscono il Continuatore suddetto e Vittor Tunonense[Victor Turonensis, in Chron.]una terribil peste che devastò l'Italia tutta. Questa, secondochè esso Continuatore osserva, era prima insorta nell'Oriente, dove, non meno che nell'Illirico, avea fatta un'incredibile strage. Procopio[Procop., de Bell. Pers., lib. 2, cap. 22.]anch'egli ne parla, con dire che tal malore (secondo il solito) cominciò in Egitto, e poi si diffuse per tutto l'Oriente, ed essere mancato poco che non ne restasse disfatto tutto il genere umano. Evagrio[Evagr., in Hist.]racconta di più, che questo spaventoso flagello andò scorrendo per quasi tutto il mondo allora conosciuto, e durò anni cinquantadue: calamità, simile a cui non si legge nelle antiche istorie. Probabilmente il furore di questa peste frastornò nel presente anno i progressi dell'armi gotiche in Italia, e indebolì anche le loro armate. Abbiamo dal sopraddetto Continuatore che Totila fece diroccar le mura di altre città forti nella Campania, e ordinò alle sue genti di formare l'assedio di Tivoli. Ricavasi eziandio da una annotazione fatta al libro di Aratore, di cui parlerò fra poco, che nel presente anno Totila s'incamminò coll'esercito alla volta di Roma. Abbiamo parimente da Teofane[Theoph., in Chron.]che nell'anno 17 di Giustiniano capitò dalle parti d'Italia a Costantinopoli un cantambanco, per nome Andrea, conducendo seco un cane orbo e di pel giallo, che facea delle strane maraviglie. In mezzo alla piazza, con gran concorso di gente, si faceva il cerretano dare dagli spettatori varii anelli d'oro, d'argento, di ferro, senza che il cane vedesse, e li nascondea sotterra. Poscia, per ordine suo,il cane li trovava, e da sè restituiva a ciascheduno il suo. Essendo anche richiesto di qual imperadore fossero diverse monete, le distingueva. Inoltre interrogato, quali donne fossero gravide, quali uomini puttanieri, adulteri, avari, o liberali, con verità sapeva indicarli. Fu creduto che fosse un negromante.