DCCCCXLVAnno diCristoDCCCCXLV. IndizioneIII.MarinoII papa 4.Ugore d'Italia 20.Lottariore d'Italia 15.Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere presso il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], fu scrittoV idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX, Lotharii vero XIV, Indictionetertia. Actum Papiae.Camminano egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella cortenobis obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis ecclesiae episcopo. QuestoArdengovescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel catalogo dei vescovi modenesi fraGotifredoeGuido. Nei diplomi di Berengario imperadore si vede che unArdengovescovo fu suo arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro diploma[Antiquit. Ital., Dissert. VIII.]di essi re, scrittoIIII nonas martiicoll'altre suddette note; come ancora un placito[Ibidem, Dissert. IX.], tenuto in Reggiosextodecimo kalendas aprilis, colle medesime note. Abbiamo poi presso l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.]una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi re ai canonici di Vercelli,idibus augusti anno Incarnationis dominicae DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione III: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono[Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 12.]. Con poche truppe calò dalla SueviaBerengario marchese d'Ivreail sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar l'Italia dall'odiato re Ugo. Vennedalla parte di Trento. DaManasse arcivescovod'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento, Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario, s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como. Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario.Milone contedi Verona, che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno, con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietroGuido vescovodi Modena, che, allettato dalla promessa di un buon boccone, come dice Liutprando,maxima illa abbatia Nonantula, quam et tunc acquisivit, animatus, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e (mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra, presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando scorrettamente si leggeNiveola. Ha da essereVineola, e così hanno i manoscritti.Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario dall'arcivescovoArderico, se n'andò a Milano, dove a gara,abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario, allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui. Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.]d'inviare il figliuoloLottarioa Milano, per pregare non solamente Berengario, ma il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo, almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo, che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di BresciaGiuseppe, prelato giovane d'età, vecchio di costumi. Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno), cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla adAntonio, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse promesso alsoprammentovatoAdelardoil vescovato di Como, pure per amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certoWaldone, che, per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e adAdelardodiede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle loro sedieBosonevescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, eLiutfredovescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse uno strumento diAdelardovescovo di Reggio, da me pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. LXII.], e scrittoanno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II, (non so bene, se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1.], cheAdelardofu amicissimo diAdelaidemoglie del re Lottario, e l'aiutò contra di Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo:[Frodoardus, in Chronico.]Hugo rex Italiae regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est. Ma che restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.
Fecero i due re, stando quest'anno in Pavia, donazione di una corte alla chiesa di sant'Antonino di Piacenza. Il diploma che si può leggere presso il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], fu scrittoV idus martii, anno dominicae Incarnationis DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis piissimi regis XIX, Lotharii vero XIV, Indictionetertia. Actum Papiae.Camminano egregiamente queste note. Dice ivi il re Ugo che quella cortenobis obvenit per cartulam donationis ab Ardingo venerabili mutinensis ecclesiae episcopo. QuestoArdengovescovo di Modena non fu conosciuto dal Sillingardi, nè dall'Ughelli, e però si dee riporre nel catalogo dei vescovi modenesi fraGotifredoeGuido. Nei diplomi di Berengario imperadore si vede che unArdengovescovo fu suo arcicancelliere sino all'anno 921. Quando questi non fosse stato vescovo di Brescia, dovrebbe tenersi per quel medesimo Ardengo vescovo di Modena, di cui si fa menzione in questo diploma. Leggesi ancora un altro diploma[Antiquit. Ital., Dissert. VIII.]di essi re, scrittoIIII nonas martiicoll'altre suddette note; come ancora un placito[Ibidem, Dissert. IX.], tenuto in Reggiosextodecimo kalendas aprilis, colle medesime note. Abbiamo poi presso l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Vercellens.]una conferma di beni fatta nella metà d'agosto da essi re ai canonici di Vercelli,idibus augusti anno Incarnationis dominicae DCCCCXLV, regni vero domni Hugonis XX, Lotharii vero XV, Indictione III: documenti che tutti servono a farci conoscere l'epoche di questi re cominciate negli anni 926 e 931. Fin qui aveva tenuto saldo la fortuna e la politica del re Ugo, ma finalmente tutto andò in fascio. Le iniquità non poche da lui commesse, il tirannico suo governo, l'avarizia, per cui aggravava forte i popoli, il non fidarsi degli Italiani che il contraccambiavano col non fidarsi punto di lui, e il conferire i posti ai soli stranieri, a' quali anche con facilità li levava, furono le cagioni ch'egli fu rovesciato dal trono[Liutprandus, Hist., lib. 5, cap. 12.]. Con poche truppe calò dalla SueviaBerengario marchese d'Ivreail sospirato da tutti, perchè da tutti creduto ch'egli solo potesse liberar l'Italia dall'odiato re Ugo. Vennedalla parte di Trento. DaManasse arcivescovod'Arles, che aveva ingoiato ancora i vescovati di Trento, Verona e Mantova, e governava inoltre la marca di Trento, era stato posto per castellano d'una fortezza chiamata Formigara un cherico suo fido per nome Adelardo. Con questo cherico abboccatosi Berengario, s'impegnò di fare arcivescovo di Milano esso Manasse, qualora egli esser volesse in aiuto suo, e di dare ad esso Adelardo il vescovato di Como. Prese l'esca l'ingrato ed ambizioso Manasse, e non solamente cedette a Berengario quella fortezza, ma cominciò anche a far grandi maneggi per tutta Italia in favore di lui. Corse ben presto per le città di Lombardia la fama dell'arrivo di Berengario.Milone contedi Verona, che, chiamato alla corte dal re Ugo per sospetti, era segretamente osservato dalle guardie, fingendo di non avvedersene, diede ad esse una lauta cena; e quando vide ognuno ben abborracciato ed immerso nel sonno, con un solo scudiere scappò. Giunto a Verona, fece immantinente saperlo a Berengario, e il ricevette in quella città. A Milone tenne dietroGuido vescovodi Modena, che, allettato dalla promessa di un buon boccone, come dice Liutprando,maxima illa abbatia Nonantula, quam et tunc acquisivit, animatus, si ribellò, e col suo credito si tirò dietro una gran folla d'Italiani. A questo avviso accorse il re Ugo coll'esercito, e pose l'assedio a Vignola, castello d'esso vescovo, e (mi sia lecito il dirlo) patria mia. Anche oggidì ha questa terra, presso il fiume Panaro, una forte rocca con tre alte torri; e dovea anche allora essere luogo ben fortificato, perchè, per quanti sforzi Ugo facesse, non potè espugnarlo. Nel testo stampato di Liutprando scorrettamente si leggeNiveola. Ha da essereVineola, e così hanno i manoscritti.
Mentre il re Ugo attendeva a questo assedio, invitato Berengario dall'arcivescovoArderico, se n'andò a Milano, dove a gara,abbandonato Ugo, concorsero i potenti Italiani, tutti per ismugnere da lui qualche governo, o podere, o monistero, o vescovato. Berengario, allora poverissimo, con larga mano a chi prometteva, a chi dispensava la roba non sua, studiandosi di contentare chiunque si dichiarava per lui. Quantunque restasse in sì gran burrasca assai costernato l'animo del re Ugo, pure corso a Pavia, prese il buon partito[Liutprandus, Hist., lib. 2, cap. 13.]d'inviare il figliuoloLottarioa Milano, per pregare non solamente Berengario, ma il popolo tutto, che se loro non piaceva di avere più per re esso Ugo, almeno per amore di Dio tenessero per re il suo giovinetto figliuolo, che nulla avea loro fatto di male, e che essi potrebbono allevare e governare come meglio loro piacesse. Fece tal impressione e compassione nella dieta di Milano la presenza ed umiltà di Lottario, prostrato davanti alla croce, che corsi ad alzarlo, il proclamarono di nuovo loro re e signore. In questo mentre non credendosi il re Ugo sicuro, uscì di Pavia con tutto il suo immenso tesoro, e s'inviava verso le Alpi per uscire d'Italia: quand'ecco gli giugne avviso che erano contenti gl'Italiani di averlo tuttavia per re. Venne questa inaspettata risoluzione dall'accorto Berengario, come poi si seppe, non piacendo a lui che Ugo portasse oltre a' monti tanta copia di oro e d'argento, con cui avrebbe potuto tirar in Italia i Borgognoni ed altri popoli, per riacquistar colla forza il perduto regno. Era in questi tempi vescovo di BresciaGiuseppe, prelato giovane d'età, vecchio di costumi. Berengario, che faceva già parlar di sè tutta l'Italia (avvisandosi ciascuno di mirare in lui un nuovo Davidde, un nuovo Carlo Magno), cominciò ben tosto a farla da tiranno. Senza motivo alcuno, senza consiglio de' vescovi, tolse a Giuseppe quella chiesa, e conferilla adAntonio, che la tenne fin l'anno 960. Tuttochè con giuramento avesse promesso alsoprammentovatoAdelardoil vescovato di Como, pure per amore dell'arcivescovo di Milano lo conferì ad un certoWaldone, che, per testimonianza di Liutprando, fece un mondo di mali in quella diocesi con saccheggi delle campagne, con acciecamenti di varie persone; e adAdelardodiede la chiesa di Reggio. Fu vicino ancora a cacciar dalle loro sedieBosonevescovo di Piacenza, figliuolo spurio del re Ugo, eLiutfredovescovo di Pavia; ma guadagnato segretamente con oro da essi, mostrò di lasciarli per amore di Dio in pace. Queste sue sregolate processure le racconta in un fiato Liutprando, ma io non farei la sicurtà che tutte succedessero in questi tempi. Anzi quando sussistesse uno strumento diAdelardovescovo di Reggio, da me pubblicato[Antiq. Ital., Dissert. LXII.], e scrittoanno domni Hugonis serenissimi regis XIX Lotharii vero filii ejus similiter rex XIV kalendis januarii, Indictione II, (non so bene, se spettante all'anno 943, o 944, perchè v'ha del difetto in queste note) traballerebbe l'asserzione di Liutprando intorno alla persona d'esso Adelardo, oltre al sapersi da Donizone[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1.], cheAdelardofu amicissimo diAdelaidemoglie del re Lottario, e l'aiutò contra di Berengario. Scrive sotto quest'anno Frodoardo:[Frodoardus, in Chronico.]Hugo rex Italiae regno depulsus a suis, et filius ipsius in regnum susceptus est. Ma che restasse tuttavia in Italia per qualche tempo con titolo di re esso Ugo non se ne può dubitare, e lo confessa dipoi lo stesso Frodoardo.