DCCCCXXV

DCCCCXXVAnno diCristoDCCCCXXV. Indiz.XIII.GiovanniX papa 12.Rodolfore d'Italia 5.O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'anno quartodiRodolfore d'Italia,OrsoParticiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], spediti per suoi ambasciatori ad esso reDomenico vescovodi Malamocco eStefanoCaloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diplomadeclaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso lamoneta veneta, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi eraUgoduca e marchese della Provenza, figliuolo diTeobaldoconte e diBerta, nata daLottario redella Lorena, e della famosaGualdrada, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essaBertamaritata conAdalberto II, soprannominato ilRicco, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]la creda fattura de' secoli posteriori. Unasorella d'essa Berta per nomeErmengardamorì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove[Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioèGuido, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, eLamberto, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellataErmengarda, che già abbiam veduta maritata conAdalberto marchesed'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive[Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.]questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, conBertasua madre allora vivente, conGuidoduca eLambertosuoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesanaErmengarda, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'IvreaAdalbertosuo marito.Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonatodagli altri[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò aBurcardopotentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuolaBertaegli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito:Qui, disse ai suoi familiari,si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'arcivescovo Lamberto. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio,furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.Da Ermanno Contratto[Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.]e da Artmanno monaco[Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.]sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità,et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926[Frodoardus, in Chronico.].Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare cheBurcardofu ucciso afiliis Bertae; cioè daGuidoduca di Toscana e daLambertosuo fratello, coll'aiuto diErmengarda marchesana d'Ivrea, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddettoGuidoduca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cuila tenevano gli Augusti sovrani, governata solo dapapa Giovanni, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi:Maria, soprannominataMarozia, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere.Guidoduca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando[Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere cheAlberico marchese, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco[Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.], Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.], il Platina[Platina, de Roman. Pontif.], il Sigonio[Sigon., de Regno Italiae.]ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papaGiovanni XedAlberico marchese, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichidi bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono ilmarchese Alberico. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo.Maroziadipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa cittàGuidomarchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito adAlbericomarchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.

O negli ultimi mesi dell'anno precedente, o negli otto primi del presente, ne' quali correva l'anno quartodiRodolfore d'Italia,OrsoParticiaco, ossia Participazio, doge di Venezia, per attestato del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], spediti per suoi ambasciatori ad esso reDomenico vescovodi Malamocco eStefanoCaloprino, ottenne da lui la confermazione di tutte le esenzioni e libertà, concedute al popolo di Venezia dagli antichi re ed imperadori. Degno è d'osservazione che Rodolfo in quel diplomadeclaravit, ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit, antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. In fatti è antichissimo il diritto di battere moneta nei dogi di Venezia, e dagli strumenti di questo medesimo secolo si ricava che era già in uso lamoneta veneta, nè sussistere che da Berengario II fosse loro conceduto un sì fatto privilegio, come ha scritto più d'uno, perchè ne godevano molto prima. Si credeva il re Rodolfo di avere ormai in pugno il regno d'Italia, senza sapere che un altro v'aspirava anch'egli, e lavorava sott'acqua alla di lui rovina. Questi eraUgoduca e marchese della Provenza, figliuolo diTeobaldoconte e diBerta, nata daLottario redella Lorena, e della famosaGualdrada, illegittimamente da lui presa per moglie. In seconde nozze fu essaBertamaritata conAdalberto II, soprannominato ilRicco, duca di Toscana, la quale appunto cessò di vivere nel dì 8 marzo del presente anno. L'epitaffio suo, riferito dal Fiorentini[Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.], tuttavia esiste inciso in marmo nella cattedrale di Lucca; nè so intendere perchè il padre Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]la creda fattura de' secoli posteriori. Unasorella d'essa Berta per nomeErmengardamorì anch'essa, e fu seppellita in Lucca, siccome apparisce dal suo epitaffio, rapportato dal Fiorentini e da me altrove[Collectio Nova vet. Inscription., p. 1885.]. Siccome di sopra osservammo, procreò Berta al secondo marito due figliuoli maschi, cioèGuido, che dopo la morte del padre fu duca di Toscana, eLamberto, di cui parleremo a suo tempo. Procreò eziandio una femmina appellataErmengarda, che già abbiam veduta maritata conAdalberto marchesed'Ivrea dopo la morte di Gisla sua prima moglie, figliuola dell'imperador Berengario. Lo storico Liutprando ci descrive[Liutprandus, lib. 3 Hist., cap. 2 et seq.]questa principessa per la più prostituta donna del mondo. Non solo, se crediamo a lui, faceva essa mercato della sua onestà con tutti i principi d'Italia, ma scialacquò ancora con ignobili persone. In questa maniera s'era renduta arbitraria e padrona del regno, dipendendo da' suoi voleri e cenni i principi tutti. Qual fede si meriti qui la penna sempre satirica di Liutprando, io nol saprei dire. Ora Ugo, che a' tempi del re Berengario era venuto in Italia, e probabilmente sollevò contro di lui la Toscana, e contro suo volere cagion fu che Berengario facesse prigione la duchessa Berta sua madre e il duca Guido suo fratello; Ugo, dissi, dappoichè intese la morte di Berengario, tornò a far dei trattati segreti per ottener la corona d'Italia, conBertasua madre allora vivente, conGuidoduca eLambertosuoi fratelli uterini, signori di gran possanza in Toscana, e colla marchesanaErmengarda, che comandava a bacchetta in Lombardia. E non li fece indarno. Ermengarda fu quella che diede principio alla tela contro di Rodolfo, uomo ineguale, che oggi faceva una cosa e domani la disfaceva. Già noi vedemmo questa principessa in Pavia alzata al grado di consigliera di sua maestà. Era in questi tempi mancato di vita il marchese d'IvreaAdalbertosuo marito.Gran dissensione bolliva fra i principi di Italia. Liutprando storico, a guisa de' romanzieri attribuisce tutto a rivalità fra loro insorta a cagion della stessa Ermengarda. Ora essa trovandosi in Pavia con un forte partito de' suoi parziali, ribellò quella città al re Rodolfo che ne era uscito per suoi affari. Qui lascerò io che il lettore esamini come Pavia, la qual si vuole ridotta dagli Ungheri nell'anno precedente in un mucchio di pietre, si fosse così presto ripopolata e con forza da ribellarsi. Comunque sia, seguita a dire Liutprando che Rodolfo, unita una poderosa armata dei suoi aderenti, per mettere in dovere quella impudica amazone, s'accampò dove il Ticino mette capo in Po. La notte vegnente Ermengarda con un suo biglietto gli fece intendere che in mano sua era stato ed era tuttavia l'averlo suo prigioniere, perchè tutti quelli del partito d'esso Rodolfo nulla più bramavano che di abbandonar lui, e di darsi a lei; ma che ella, perchè desiderava il di lui bene e la sua amicizia, a tali istanze non avea voluto aderire. Prestò fede e restò spaventato Rodolfo a queste furbesche parole; e nella seguente notte, avendo finto di andare a letto, senza che alcun dei suoi se ne avvedesse, passò a Pavia per abboccarsi con Ermengarda. Venuto il dì, nè alzandosi mai Rodolfo, tutti i suoi principi e cortigiani n'erano in pena; e scoperto in fine che egli mancava, chi diceva una cosa, e chi un'altra. Quando eccoti arrivare nel campo un avviso, che Rodolfo unitosi coi suoi avversarii si preparava per dar loro addosso. Bastò questo per metterli tutti in costernazione, e però se ne andarono non correndo, ma volando a mettersi in salvo in Milano. Allora fu che Lamberto, arcivescovo di Milano e gli altri prima aderenti a Rodolfo, si staccarono affatto da lui, ed inviarono messi ad Ugo duca di Provenza, perchè venisse in Italia a prendere il regno. Qualche aria di romanzo comparisce in questo racconto di Liutprando. Intanto Rodolfo burlato dagli uni, abbandonatodagli altri[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 4.], si ritirò in Borgogna; ma non dismettendo la voglia di ritenere o di ricuperar l'Italia, si raccomandò aBurcardopotentissimo duca dell'Alemagna, ossia della Suevia, suocero suo, ed uomo bestiale, la cui figliuolaBertaegli avea già presa per moglie. Ammassato un copioso esercito, calarono in Italia; se in questo anno oppure nel susseguente, nol so io decidere. Giunti che furono ad Ivrea, Burcardo con disegno di esaminar le forze della città di Milano, dove era il nerbo degli oppositori, prese l'assunto di andar colà come ambasciatore, mostrando di trattar pace. Prima di entrarvi si fermò fuori della città nella vaga basilica di san Lorenzo, che oggidì è compresa entro le mura di Milano; e ben adocchiato il sito:Qui, disse ai suoi familiari,si potrà formare una fortezza, che terrà in freno non solo i Milanesi, ma anche molti dei principi d'Italia. Poi vicino alle mura della città si lasciò scappar di bocca in linguaggio tedesco che se egli non insegnava a tutti gli Italiani a contentarsi di un solo sperone, e di cavalcar delle cavalle, egli non era Burcardo; con altri vanti che tutti furono immediatamente rapportati all'arcivescovo Lamberto. Questi da uomo accorto fece molte finezze a Burcardo, il condusse fino alla caccia in un suo broglio con permettergli di ammazzare un cervo: cosa che egli non soleva concedere a persona del mondo; e il rimandò tutto gonfio di belle speranze. Ma nel mentre che gli dava dei divertimenti in Milano, fece intendere ai Pavesi e ad alcuni principi d'Italia che si preparassero per liberare il paese da questo tedesco di sì mala volontà. Partito Burcardo da Milano, alloggiò la sera in Novara. Nel dì seguente appena, ripigliato il viaggio, cadde nell'imboscata che gli era stata tesa. Datosi alla fuga, e caduto il cavallo nella fossa di quella città, quivi trapassato da più lance lasciò la vita. I suoi rifugiatisi nella chiesa di san Gaudenzio,furono tutti tagliati a pezzi. A questa nuova sbigottito Rodolfo, più che in fretta se ne tornarono in Borgogna, nè più pensò all'Italia.

Da Ermanno Contratto[Hermannus Contract., in Chron. edition Canisii.]e da Artmanno monaco[Hartmannus, in Vita S. Wiboradae.]sappiamo che dopo la morte del re Corrado il suddetto Burcardo si era fatto tiranno della Suevia, aveva commesse varie iniquità,et in Italiam ingressus, dum totam sibi terram subjicere, et multos decipere cogitat, ipse dolositate illius gentis praeventus, dum studet evadere, subito lapsu infraenis equi in foveam, veluti casui illius praeparatam, cecidit, hocque insperato obitu miserabiliter vitam finivit. Migliore forse del suocero non era il genero suo Rodolfo. Così ne scrive Frodoardo all'anno 926[Frodoardus, in Chronico.].Hugo filius Bertae rex Romae super Italiam constituitur, expulso Rodulfo cisalpinae Galliae rege, qui regnum illud pervaserat, et alteri feminae, vivente uxore sua, se copulaverat, occiso quoque a filiis Bertae Burchardo Alamannorum principe, ipsius Rodulfi socero, qui Alpes cum ipso transmearat, italici regni gratia recuperandi genero. Frodoardo in un fiato racconta tutti questi fatti sotto l'anno 926. Dell'esaltazione del re Ugo, succeduta certamente nel seguente anno, sotto il medesimo mi riserbo io di parlare. Intanto è da osservare cheBurcardofu ucciso afiliis Bertae; cioè daGuidoduca di Toscana e daLambertosuo fratello, coll'aiuto diErmengarda marchesana d'Ivrea, loro sorella, perchè tutti aspiravano a mettere sul capo di Ugo duca di Provenza, lor fratello uterino, la corona del regno d'Italia, ma per loro castigo, siccome vedremo andando innanzi. Non si dee ora tacere un'importante particolarità del suddettoGuidoduca di Toscana. Dacchè per la morte dell'imperador Berengario Roma restò senza imperadore, cioè senza quel freno in cuila tenevano gli Augusti sovrani, governata solo dapapa Giovanni, ma in tempi che non si avea quella ubbidienza e rispetto dal senato e popolo romano che si conveniva ai pontifici, i quali pure erano veri e legittimi padroni di quella città, del suo ducato e d'altri paesi:Maria, soprannominataMarozia, che, secondo Liutprando, colla impudicizia sua avea già formato un grosso partito de' suoi aderenti, s'impadronì della Mole adriana, oggidì Castello sant'Angelo, edifizio che in que' tempi ancora veniva creduto una fortezza quasi inespugnabile, e in tal guisa cominciò e continuò con più baldanza a far da padrona in Roma. Obbrobriose memorie di quell'alma città son queste. Tuttavia per maggiormente assodar la sua possanza, cercò di avere un marito potente, alle cui forze congiunte colle sue niuno, e neppure il papa, potesse resistere.Guidoduca e marchese di Toscana, per attestato di Liutprando[Liutprandus, Hist., lib,. 3, cap. 4.], non ebbe difficoltà di prendere per moglie una sì fatta donna, perchè il dominio di Roma, che pareva da lei portato in dote, ebbe presso di lui più peso che ogni altro riguardo. Queste indubitate nozze di Guido con Marozia ci danno abbastanza a conoscere cheAlberico marchese, da noi veduto di sopra marito di Marozia, dovea già essere mancato di vita. Martino Polacco[Martin. Polonus, Chron. Rom. Pont.], Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucensis, Hist. Eccl.], il Platina[Platina, de Roman. Pontif.], il Sigonio[Sigon., de Regno Italiae.]ed altri ancora scrivono che intorno a questi tempi, nata discordia fra papaGiovanni XedAlberico marchese, fu forzato l'ultimo ad uscire di Roma. Ritiratosi egli nella città d'Orta, quivi con fabbricare una fortezza si assicurò. Per vendicarsi poi dei Romani, chiamò in Italia gli Ungheri, i quali venuti in Toscana, dopo aver dato a tutte quelle contrade il guasto, ed uccisa gran gente, se ne tornarono carichidi bottino al loro paese. Sdegnati per questo i Romani trucidarono ilmarchese Alberico. Non truovo io vestigio alcuno nè in Liutprando, nè in veruno degli antichi scrittori, che gli Ungheri arrivassero mai in Toscana o presso Roma. Tuttavia non sarà senza fondamento la morte del suddetto Alberico, sembrando non improbabile che non volendo più sofferir papa Giovanni la di lui prepotenza, trovasse maniera per farlo levare dal mondo.Maroziadipoi per conservare l'usurpata sua signoria in essa Roma, si volle maggiormente fortificare col tirar in essa cittàGuidomarchese e duca di Toscana, e prenderlo per marito. Noi vedremo che essa avea partorito adAlbericomarchese suo primo consorte un figliuolo che portò il nome del padre, e divenne col tempo principe ossia tiranno di Roma. Ma essendo egli in questi tempi fanciullo, nè potendo per la sua tenera età dar vigore agli ambiziosi disegni della madre, essa provvide al bisogno in altra guisa, con passare alle seconde nozze.


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