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DCCCCXXXAnno diCristoDCCCCXXX. Indiz.III.StefanoVII papa 2.Ugore d'Italia 5.Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'Ugore d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellatoPietro, vescovodi Como, e una figliuola per nome Raza maritata inGilberto contedel sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia;e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente aLeone vescovodi Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore diSigefredo vescovodi Parma, fu da me dato alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia[Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], Saclabio generale de' Saraceni in questo annoexcursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non giàche nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.

Non ha la storia d'Italia, se non Liutprando, che abbia con qualche estensione parlato dei fatti d'Ugore d'Italia. Ma ne parla egli senza assegnarne i tempi, anzi talora confondendo l'ordine dei tempi. Sarà perciò a me lecito di rapportar sotto il presente anno la congiura fatta in Pavia contra del re Ugo da Gualberto e da Everardo soprannominato Gezone[Liutprandus, Hist., lib. 3, cap. 10.]. Erano essi due giudici di quella città, ma prepotenti per la loro nobiltà, ricchezze e aderenze. Il primo avea avuto un figliuolo appellatoPietro, vescovodi Como, e una figliuola per nome Raza maritata inGilberto contedel sacro palazzo. Gezone era una sentina di vizi. La cagion non si sa: un dì fecero costoro adunanza di gente con pensiero di andare addosso al re, che vivea senza sospetto alcuno. Tanto tardarono, che Ugo fu avvertito della mena, e da uomo scaltro mandò a dir loro le più belle parole del mondo, esibendosi pronto a correggere, se v'era cosa che lor dispiacesse. Con ciò restò quetata la foga dei due congiurati, ma non cessò l'animo loro perverso di macchinar contro la vita del re, seppure lo astuto Ugo non finse quest'ultima partita per liberarsi da chi avea nudrito sentimenti sì perniciosi contro la di lui corona e vita. Facendo egli vista di non curar questi movimenti, uscì un giorno di Pavia, e andato in altre città, fece venire a sè varie brigate de' suoi soldati, e specialmente Sansone uomo di gran potenza e nemico dichiarato di Gezone. Ugo fu consigliato da lui di tornarsene in Pavia;e perciocchè costumavano i nobili Pavesi, allorchè il re ritornava, di uscirgli incontro fuori della città, gli disse essere necessario di ordinare segretamente aLeone vescovodi Pavia, nemico anch'esso di Gezone, di serrare, uscita che fosse la nobiltà, le porte d'essa città, e di ben custodire le chiavi, acciocchè niuno potesse rientrarvi. Così fu fatto. E Gualberto e Gezone restarono colti in questa maniera, e i loro seguaci. Il primo pagò colla testa i suoi debiti; a Gezone furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, perchè avea sparlato del re; il fisco tese le unghie a tutti i loro tesori; e ai complici di costoro toccò una disgustosa prigionia. Questo colpo servì ad accrescere la riputazion del re Ugo, e a farlo temere e rispettare, non solo in Pavia, ma per tutto il regno: il che non avea saputo fare in addietro il buon imperador Berengario. Un diploma del re Ugo, dato in Pavia nel settembre di quest'anno in favore diSigefredo vescovodi Parma, fu da me dato alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 935.]. Secondo la Cronica arabica di Sicilia[Chron. Arab. P. II, tom. 1 Rer. Ital.], Saclabio generale de' Saraceni in questo annoexcursione in Calauriam facta, cepit arcem, cui nomen Termulah, et abduxit captivorum duodecim millia. Intanto convien confessare che in questi tempi, ancorchè l'Italia godesse comunemente la pace, pure assai deforme era il suo volto, perchè le belle arti, le scienze, la pulizia da gran tempo ne erano bandite, e una somma ignoranza regnava dappertutto, non solamente fra i laici, che per lo più non possedevano libri, troppo cari allora perchè manoscritti, ma anche fra gli stessi ecclesiastici, e fino tra i monaci, che pure in molti luoghi mantenevano l'uso di trascrivere essi libri. Per cagion di questa ignoranza, e per gli esempli de' viziosi che erano cresciuti a dismisura, si aumentò di molto la corruzion de' costumi, e ne patì la religione stessa, divenuta, per così dire, materiale senza spirito. Non giàche nascessero eresie, perchè il popolo e i pastori della Chiesa tenevano saldo quel che aveano appreso della fede cristiana; ma perchè pochi leggevano le divine Scritture; e il non udire inculcata nelle prediche la parola di Dio e le sue gran verità, lasciava libero il campo ai vizii e alle superstizioni: che tali erano il duello, e varie altre prove appellate giudizii di Dio, ed inventate per iscoprire, come scioccamente si credeva, la verità delle cose, e l'innocenza o reità delle persone, per tacere altre cose. Allora ancora più che mai si spacciarono miracoli falsi; si formarono varie leggende di santi, che oggidì si scorgono favolose; e però andò in decadenza anche la disciplina monastica nella maggior parte de' monisteri, massimamente perchè que' sacri luoghi venivano divorati dai principi, e dati in commenda ad abbati anche secolari e scandalosi; e i vescovi, e fin gli stessi romani pontefici, più a distruggere, che ad edificare erano rivolti, stante la voga in cui cominciò ad essere la simonia, l'incontinenza, il dover andare alla guerra, per nulla dire di tanti altri disordini di questi secoli barbarici, non taciuti dal cardinal Baronio.


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