DCCCIIAnno diCristoDCCCII. Indiz.X.LeoneIII papa 8.Carlo Magnoimperad. 5.Pippinore d'Italia 22.Continuava l'imperadrice Irenenel governo dell'imperio orientale, ma con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio. Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per suo ambasciatoreLeone spatario[Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.], con ordine di stabilir pace fra i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito l'ambasciatore, anche l'AugustoCarlo inviò a Costantinopoli i suoi legati, cioèJesse vescovo d'Amiens, edElingaudo conte, per trattare con essa imperadrice. Teofane[Teoph., in Chronogr.]scrive che v'andarono anche gli apocrisarii dipapa Leone. Dal medesimo storico e da Zonara[Zonar., in Annalib.]viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunatoNiceforopatrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni. Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, epoterono ottenere udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.Continuava intanto la guerra fra ilre PippinoeGrimoaldo duca di Benevento. Racconta Erchemperto[Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.]che fra questi due principi, siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccomeArigisoduca, padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:Liber et ingenuus sum natus utroque parente;Semper ero liber, credo, tuente Deo.A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva, di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città d'Ortona nell'Abruzzo[Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.]. Con lungo assedio ancora forzò la città diLuceraoNocerain Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione francese, con darne la guardia aGuinigiso duca di Spoleti. Grimoaldo, che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani.Era stato eletto vescovo di Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia)Cristoforo, uomo greco, col favore diGiovanni doge di Venezia, e per raccomandazione diNiceforo imperadore. Ma essendo in discordia i tribuni di Venezia col doge, scrissero aGiovanni patriarca di Grado, pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle furie il doge Giovanni, che preso secoMaurizio dogesuo figliuolo, con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.]e Pietro Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca, perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]una lettera scritta da s.Paolinopatriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne,De sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum, sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis sententiae ultio, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di Lambecio[Lambecius, in Annal. Franc.]e di Fulda[Annales Francor. Fuldenses.]e di Ermanno Contratto[Hermann. Contractus, in Chron.], e per confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel dì 11 digennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere, dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.
Continuava l'imperadrice Irenenel governo dell'imperio orientale, ma con sentire il trono che le traballava sotto a' piedi. Più d'uno v'era che aspirava all'imperio, e facea de' maneggi per questo, e principalmente Aezio e Stauracio patrizii emuli lavoravano forte sott'acqua per compiere questo disegno, ciascuno in proprio vantaggio. Irene, per cattivarsi la benevolenza del popolo, gli avea rimesso nel precedente anno alcuni tributi. Tuttavia, non fidandosi dell'instabilità di esso popolo, e paventando le mine segrete de' concorrenti al soglio imperiale, determinò di appoggiarsi a Carlo Magno, la cui riputazione e possanza facea grande strepito anche in Oriente. Pertanto gli spedì per suo ambasciatoreLeone spatario[Annales Franc. Bertiniani. Eginhard., in Annal. Franc.], con ordine di stabilir pace fra i Greci e Franchi, non ostante il disgusto provato per la dignità imperiale a lui conferita. Ricevuta che fu l'ambasciata, e rispedito l'ambasciatore, anche l'AugustoCarlo inviò a Costantinopoli i suoi legati, cioèJesse vescovo d'Amiens, edElingaudo conte, per trattare con essa imperadrice. Teofane[Teoph., in Chronogr.]scrive che v'andarono anche gli apocrisarii dipapa Leone. Dal medesimo storico e da Zonara[Zonar., in Annalib.]viene spiegato il motivo di tale spedizione: cioè che Carlo Magno e il papa erano dietro a fare un bellissimo colpo, consistente nello strignere matrimonio fra esso imperador d'Occidente ed Irene imperadrice d'Oriente, con che si sarebbono riuniti i due già divisi imperii. Se questo glorioso disegno fosse vero, o pure una voce disseminata da chi atterrò l'imperadrice, per renderla odiosa presso ai Greci; e se ella stessa fosse la prima a farne proposizione a Carlo Magno, o pure ne nascesse l'idea in mente del papa o di Carlo, al qual fine mandassero i loro legati in Oriente, noi nol sappiamo dire. La verità si è, che scoperto questo trattato, al quale scrivono che Irene aderiva, ma con disapprovazione dei superbi Greci; o pure sparsane voce da chi macchinava di salire sul trono; questo servì non poco per cagionare o accelerar la rovina d'essa imperadrice. Si studiava Aezio patrizio di promuover Leone suo fratello; ma fu più scaltro o fortunatoNiceforopatrizio e logoteta generale, che, tirati nel suo partito molti nobili e una parte del popolo, si fece proclamare imperadore. Rinserrò nel palazzo Irene, ed appresso con finte lusinghe e promesse tanto fece, che le cavò di bocca il luogo dove erano i tesori; poscia per ricompensa la mandò in esilio in un monistero di Lesbo, oggidì Metelino, dove custodita dalle guardie, e riconoscendo dalla mano di Dio questo per un gastigo de' suoi peccati, nell'anno seguente diede fine ai suoi giorni. Presenti a questa tragedia, succeduta nel dì ultimo di ottobre, furono gli ambasciatori di Carlo Magno, i quali poi seguitarono a trattenersi in Costantinopoli, finchè videro quetati i rumori, epoterono ottenere udienza dal novello imperadore, della cui avarizia, infedeltà, empietà e tirannia parla assai francamente nella sua storia Teofane.
Continuava intanto la guerra fra ilre PippinoeGrimoaldo duca di Benevento. Racconta Erchemperto[Erchempertus, Hist. Lang., P. I, tom. 2. Rer. Ital.]che fra questi due principi, siccome giovani ed animosi amendue, passava una terribil gara, ed ognun d'essi con gran vigore sosteneva il suo punto. Più volte Pippino spedì ambasciatori all'altro, con fargli sapere, che siccomeArigisoduca, padre di lui, era stato suggetto al re Desiderio, nella stessa guisa pretendea che Grimoaldo fosse suggetto a lui. Rispondeva Grimoaldo:
Liber et ingenuus sum natus utroque parente;Semper ero liber, credo, tuente Deo.
A tali risposte montava Pippino in collera, e con quante forze poteva, di tanto in tanto passava a fargli guerra. Ma Grimoaldo non si perdeva di coraggio. Nè a lui mancavano buone truppe e delle ben guernite fortezze; e però si rideva di lui. Tuttavia abbiamo dagli Annali de' Franchi, che in quest'anno riuscì al re Pippino di prendere la città d'Ortona nell'Abruzzo[Annales, Franc. Metens. Eginhard., in Annal. Franc.]. Con lungo assedio ancora forzò la città diLuceraoNocerain Puglia a rendersi, e vi mise guarnigione francese, con darne la guardia aGuinigiso duca di Spoleti. Grimoaldo, che non dormiva, da che seppe che Pippino avea ricondotto a quartiere l'esercito suo, venne colle sue brigate sotto la medesima città di Lucera, e dopo averla stretta con assedio per alcun tempo, finalmente se ne impadronì. Così cadde nelle mani di lui lo stesso duca Guinigiso, il quale s'era infermato durante l'assedio, e fu da lui trattato con tutta onorevolezza. Accadde in quest'anno una scandalosa iniquità, di cui lasciarono memoria gli Annali de' Veneziani.Era stato eletto vescovo di Olivola Castello (oggidì parte della città di Venezia)Cristoforo, uomo greco, col favore diGiovanni doge di Venezia, e per raccomandazione diNiceforo imperadore. Ma essendo in discordia i tribuni di Venezia col doge, scrissero aGiovanni patriarca di Grado, pregandolo di non volerlo consecrare. Non solo il patriarca gli negò la consecrazione, ma lo scomunicò. A questo avviso andò sì mattamente nelle furie il doge Giovanni, che preso secoMaurizio dogesuo figliuolo, con una squadra di navi e di armati volò contro la terra di Grado; ed entratovi senza resistenza, e trovato il patriarca fuggito sopra la torre da quella il precipitò al basso. Il Sabellico[Sabellicus, Ennead. VIII, lib. 9.]e Pietro Giustiniano scrivono essere proceduta l'uccisione del patriarca, perch'egli avea ripreso i dogi suddetti a cagione di molte loro iniquità. Rapporta il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]una lettera scritta da s.Paolinopatriarca di Aquileia a Carlo Magno, in cui gli dà avviso d'aver celebrato un concilio in Altino. E poscia soggiugne,De sacerdotibus autem plagis impositis, semique vivis relictis, vel certe diabolico fervescente furore, per ejus satellites interemtis, non meum, sed vestrae definitionis erit judicium, ec. Egrediatur, si placet, una de hac re per universam regni vestri late diffusam monarchiam decretalis sententiae ultio, ec. Crede esso eminentissimo Annalista che s. Paolino implorasse il braccio di Carlo Magno per punire il sacrilego misfatto dei dogi di Venezia. Ma è da osservare che, secondo gli Annali di Lambecio[Lambecius, in Annal. Franc.]e di Fulda[Annales Francor. Fuldenses.]e di Ermanno Contratto[Hermann. Contractus, in Chron.], e per confessione dello stesso Baronio, in quest'anno, e non già nell'804, fu chiamato da Dio a miglior vita il santo patriarca Paolino. Ed essendo seguita, per quanto s'ha dal calendario aquileiense, la di lui morte nel dì 11 digennaio, non si può tal notizia accordare coll'elezione del vescovo d'Olivola, per quanto si dice, a raccomandazione di Niceforo imperadore, che appena due mesi prima aveva occupato l'imperio d'Oriente. Oltre di che, non essendo l'isola e il patriarca di Grado sotto la giurisdizion di Carlo Magno, è da vedere come s. Paolino ricorresse a lui pel gastigo de' malfattori. Ed egli parla di sacerdoti feriti o uccisi, e non già di un vescovo e patriarca. Però non sono ben chiare le circostanze di quell'orrido e indubitato fatto, che portò poi seco un grave sconcerto nella repubblica veneziana. Per altro nella morte di s. Paolino mancò all'Italia un singolare ornamento, perch'egli non meno colla sua letteratura che per le sue insigni virtù faceva in Italia quella gloriosa figura, che allora anche Alcuino suo amicissimo faceva in Francia. Ed è ben da maravigliarsi come il cardinal Baronio non inserisse nel Martirologio romano questo insigne personaggio, quando ivi ha dato luogo ad altri in merito a lui molto inferiori. Più ancora è da dolersi perchè in quei tempi, ne' quali la Francia, la Germania e l'Inghilterra ebbero tanti scrittori delle vite di varii vescovi, abati ed altri riguardevoli per le loro virtù, niuno in Italia prendesse a scrivere quella del suddetto patriarca, e che sieno restate in oblio le vite d'altri personaggi italiani, distinti per le loro bell'opere, dovendosi credere che neppure all'Italia mancassero allora dei sacri vescovi e degli altri ecclesiastici e secolari di rara pietà.